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		<title>Ricostruire speranza e fiducia: quando la politica torna ad avere un’anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 15:32:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Fatuzzo]]></category>
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<p>Nel ricordo di Marco Fatuzzo, maestro di spiritualità e politica: a Siracusa il MPPU rilancia il coraggio di un “noi” inclusivo, più forte delle appartenenze. E l’assenza delle istituzioni diventa&#8230;</p>
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<p>Siracusa, Santuario della Madonna delle Lacrime, sala “Papa Giovanni Paolo II”. Un luogo che, prima ancora delle parole, chiede silenzio interiore. E lì, nel pomeriggio del 24 gennaio 2026, si è tenuto un convegno dal titolo semplice e impegnativo come una promessa: “Ricostruire la speranza e la fiducia in una politica autentica”. Espressioni spesso ripetute fino a perdere consistenza. Eppure, in quella sala, hanno ripreso peso. Non perché qualcuno le abbia “spiegate” meglio, ma perché sono state dette dentro un’esperienza, dentro storie, dentro scelte.</p>
<p>Il convegno era dedicato a Marco Fatuzzo, già sindaco di Siracusa e riferimento del Movimento Politico per l’Unità (MPPU). Un uomo che non è stato ricordato con l’oleografia di chi se n’è andato, ma con la responsabilità di chi resta: provare a portare avanti ciò che ha seminato, senza nostalgia e senza retorica.</p>
<p>E tuttavia, proprio perché l’incontro parlava di politica “autentica”, un dato ha colpito subito e non può essere taciuto: nessuna istituzione era presente. Nessun rappresentante politico-amministrativo, nessun segnale visibile di partecipazione ufficiale. Non è un dettaglio di protocollo: è un indicatore culturale. È il segno di una distanza che fa male, soprattutto quando una comunità si mette in cammino per ricucire fiducia e chiede—con dignità—di essere ascoltata.</p>
<p>Non si tratta di puntare il dito. Si tratta di dire la verità: quando le istituzioni non si siedono in sala, non è solo una sedia vuota. È una relazione che manca. Ed è proprio la relazione, oggi, la sostanza più fragile della politica.</p>
<p>Dentro questa assenza, la memoria di Marco Fatuzzo non è stata “un ricordo” in senso emotivo. È stata una domanda: che tipo di politica abbiamo tradito, e che tipo di politica possiamo ancora scegliere?</p>
<p>Chi era Marco Fatuzzo: la politica come servizio, non come palcoscenico</p>
<p>Marco Fatuzzo è stato sindaco di Siracusa negli anni Novanta, e ha portato nella vita pubblica un tratto raro: la sobrietà dell’amministratore e la profondità dell’uomo di coscienza. Non un politico da slogan, ma un uomo capace di tenere insieme la concretezza della gestione e l’esigenza di un orizzonte ideale. Per molti, questo è il punto: Fatuzzo non separava la spiritualità dall’impegno civile. Non per “mettere Dio in politica”, ma per impedire alla politica di diventare disumana.</p>
<p>Ecco perché, nel messaggio che circolava dopo l’evento, è stata usata un’espressione forte e vera: “Marco Fatuzzo maestro di spiritualità e politica”. Perché in lui la spiritualità non era fuga dal mondo: era il modo di starci dentro senza perdere l’umano.</p>
<p>In questo quadro si inserisce un dato che aiuta a capire meglio la sua impronta: l’influenza del pensiero e delle opere di Domenico Mangano, Tommaso Sorgi e Igino Giordani, riferimenti che hanno segnato un’idea di impegno pubblico centrata sulla fraternità, sulla responsabilità e sul primato della persona.</p>
<p>Marco Fatuzzo e Roberto Mazzarella: un legame che spiega un metodo</p>
<p>Viene naturale, per coloro che sanno leggere gli eventi legare e collegare a questa giornata il rapporto stretto e profondo tra Marco Fatuzzo e Roberto Mazzarella. Non un’amicizia ornamentale. Un’alleanza umana e ideale. Un confronto costante tra due uomini che hanno creduto nella politica come forma alta di servizio.</p>
<p>E qui Roberto Mazzarella merita di essere raccontato per ciò che è stato davvero, perché la sua figura illumina anche quella di Marco: Roberto era definito “lo spacciatore di speranza”. Un soprannome che dice tutto: non l’ingenuità dell’ottimismo, ma la capacità di distribuire coraggio quando il contesto ti spinge al cinismo.</p>
<p>Roberto Mazzarella è stato giornalista di intuito eccezionale, con una capacità comunicativa verso le nuove generazioni fuori dal comune: sapeva parlare ai ragazzi senza paternalismi, e sapeva ascoltarli senza trasformarli in un “tema” da convegno. Aveva quella dote rara di chi capisce prima dove sta andando il mondo e prova a costruire anticorpi culturali e relazionali.</p>
<p>Non solo: è stato coordinatore di rete, capace di tenere insieme persone e realtà diverse, facendo della comunicazione un ponte e non un’arma. E ha scritto libri che, già dai titoli, sono una dichiarazione di campo: “L’uomo d’onore non paga il pizzo” e “Arcipelago Palermo”. Due opere che raccontano una Sicilia che non si rassegna, che non romanticizza la mafia, che non scambia la paura per normalità; una Sicilia che prova a chiamare le cose con il loro nome e, proprio per questo, prova a cambiare davvero.</p>
<p>Questo legame tra Marco e Roberto è essenziale perché spiega una cosa: la politica autentica non nasce dai programmi perfetti, nasce da relazioni forti, da persone che si sostengono a vicenda nel non tradire l’ideale. È una lezione attualissima. Perché oggi la politica muore soprattutto quando si isola, quando diventa solitudine di potere, quando perde compagni di strada capaci di dirti la verità.</p>
<p>Un convegno che non ha “parlato di politica”: l’ha rimessa a terra</p>
<p>L’apertura, affidata a Giancarlo Bellina (Co-Presidente MPPU Sicilia), ha segnato subito la direzione: non una passerella, ma un tentativo di rimettere in circolo parole-responsabilità—fiducia, speranza, fraternità—senza trasformarle in marketing.</p>
<p>Il momento di ricordo, con la testimonianza di Franco Sciuto (neuropsichiatra infantile), ha riportato la politica alla sua origine più concreta: la fragilità, la cura, l’educazione. Perché una società che non protegge l’umano, poi non può lamentarsi se cresce il disumano.</p>
<p>L’intervento di Argia Albanese (Presidente MPPU Italia) ha aperto una prospettiva chiara: oggi servono “nuove prospettive” non per cambiare linguaggio, ma per cambiare postura. La politica come luogo che genera comunità, non come meccanismo che seleziona vincitori e sconfitti.</p>
<p>E poi le testimonianze di iniziative concrete nel territorio: Alfio Di Pietro (Associazione CoGovernance Ragusa), Donata Stracquadani e Salvatore Brullo (Coop. FO.CO.). Storie diverse, unite da un filo comune: non solo idee, ma pratiche; non solo analisi, ma cantieri sociali reali.</p>
<p>In quel momento, l’assenza delle istituzioni ha assunto un valore ancora più evidente: mentre i rappresentanti pubblici non c’erano, chi costruisce comunità raccontava risultati, limiti, errori e ripartenze. È una frattura che non può diventare normalità.</p>
<p>Gli “estremisti del dialogo” e il “noi politico inclusivo”: la politica che disarma</p>
<p>Tra le espressioni più forti emerse nel dibattito, due restano come punti fermi.</p>
<p>La prima: “il segno di speranza rappresentato dagli estremisti del dialogo”. In un tempo di polarizzazione, l’estremismo più raro è la fedeltà al confronto vero: ascoltare senza ridicolizzare, dissentire senza disumanizzare, costruire senza urlare. È un estremismo che non distrugge: ricuce.</p>
<p>La seconda: “la bellezza di un noi politico inclusivo più forte delle singole appartenenze”. Qui c’è la sintesi: l’unità non come uniformità, ma come capacità di fare spazio. E qui, ancora una volta, il legame Marco–Roberto diventa emblematico: perché un “noi” inclusivo non nasce da un manifesto, nasce da relazioni che allenano al noi, ogni giorno, senza teatralità.</p>
<p>Dal locale al globale: la forza al posto delle regole, e il rischio del disumano</p>
<p>Un altro passaggio centrale del convegno ha allargato il quadro: il crescente slittamento del sistema internazionale verso la logica della forza, più che delle regole e dei valori. Un tema che si è intrecciato con le preoccupazioni sul “prevalere del disumano” e con la necessità di una reazione culturale e civile capace di rimettere al centro la dignità della persona.</p>
<p>In questa cornice, il richiamo a un discorso del primo ministro canadese è stato usato come esempio di come la politica possa ancora parlare con un linguaggio non cinico, non aggressivo, non vuoto: un linguaggio che tenta di unire senza manipolare.</p>
<p>Seconda parte: dialogo alto e dibattito con il pubblico</p>
<p>Nella seconda parte, il dialogo con Pasquale Ferrara (già Direttore Generale Affari Politici e Sicurezza MAECI) e Salvo Adorno (Università di Catania, presidente della Società Italiana di Storia Ambientale) ha dato profondità e respiro, tenendo insieme geopolitica, cultura, ambiente e responsabilità storica.</p>
<p>Il dibattito con il pubblico, infine, ha confermato ciò che spesso si finge di non vedere: la domanda di politica autentica è viva, ma cerca luoghi credibili. Cerca persone credibili. Cerca comunità capaci di non arrendersi.</p>
<p>Conclusioni: la speranza non è un sentimento, è una scelta organizzata</p>
<p>Le conclusioni di Carla Mazzola (Presidente MPPU Sicilia) hanno chiuso il cerchio: non basta indignarsi per la sfiducia. Bisogna costruire fiducia, con pazienza e responsabilità.</p>
<p>E qui torna, inevitabile, la domanda che resta sospesa: perché nessuna istituzione era presente? Perché la politica, se non ascolta i luoghi dove si coltiva il bene comune, finisce per perdere il contatto con la realtà e con le persone.</p>
<p>Ieri, nel ricordo di Marco Fatuzzo, e dentro il segno profondo della sua amicizia con Roberto Mazzarella—“spacciatore di speranza”, giornalista di intuito straordinario, autore capace di chiamare la mafia per nome e insieme di parlare ai giovani con verità—si è intravisto un metodo. Un metodo semplice e impegnativo: ricostruire il noi.</p>
<p>La speranza, in fondo, non è una frase di chiusura. È una responsabilità quotidiana. E se davvero vogliamo onorare Marco Fatuzzo, non basta ricordarlo: bisogna scegliere—oggi—di essere parte di questa ricostruzione.</p>
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