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		<title>STATO, NON SARAI IL MIO DIO.  Nazione, Patria, Libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 13:13:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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<p>di Giuseppe Lalli Viene prima lo Stato o la Nazione? In una dimensione ancestrale è difficile dirlo. È come dire: l&#8217;homo sapiens sente più forte il senso dell&#8217;appartenenza o quello&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/09/23/stato-non-sarai-il-mio-dio-nazione-patria-liberta/">STATO, NON SARAI IL MIO DIO.  Nazione, Patria, Libertà</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>di Giuseppe Lalli </b></p>
<p>Viene prima lo Stato o la Nazione? In una dimensione ancestrale è difficile dirlo. È come dire: l&#8217;homo sapiens sente più forte il senso dell&#8217;appartenenza o quello della sicurezza? L’homo sapiens sapiens (il nostro progenitore), scuro di pelle, che dal &#8220;Corno d&#8217;Africa&#8221; viene in Europa e finisce per scontrarsi con l&#8217;europeo homo di Neanderthal, bianco, si porta dietro un&#8217;idea di appartenenza o solo il bisogno di sopravvivenza?<br />
Sta di fatto, però, che l&#8217;homo sapiens, ancorché meno dotato fisicamente, riuscì a vincere il suo cugino perché possedeva un linguaggio articolato, a differenza di quello &#8220;proposizionale&#8221; dell’homo di Neanderthal. Il sapiens finì per prevalere perché capace di comunicare meglio e quindi di adottare una strategia di gruppo, ciò che depone a favore dell&#8217;organizzazione, ancorché sia arduo, in questo contesto, parlare di Stato e Nazione. Una cosa tuttavia è certa: entrambe le specie pare che praticassero il culto dei morti, segno che la religione è un tratto distintivo assai profondo dell&#8217;umanità, e sicuramente precede sia l&#8217;idea della Nazione che dello Stato.<br />
In termini per così dire &#8220;moderni&#8221;, con la nascita delle &#8220;civiltà&#8221;, non c&#8217;è dubbio che il senso di appartenenza, la Nazione quindi, nella coscienza delle persone, precede il senso dello Stato: lo Stato, nell&#8217;epoca &#8220;civile&#8221;, è &#8220;al servizio&#8221; della Nazione, non il contrario. La travagliata storia del popolo ebraico ne è la più fulgida dimostrazione: la nazione ebraica sopravvive alla disfatta dello Stato, durante tutta la sua millenaria e commovente storia. Israele è una Nazione che reclama uno Stato: è questa una verità che caratterizza la sua vicenda umana da Abramo in poi.<br />
Nel nostro tempo, abbiamo constatato che il crollo dei regimi comunisti dell&#8217;Europa centro– orientale, compresa la Russia, ha indebolito le strutture statali ma ha visto il riemergere dalle macerie il nazionalismo, fenomeno che, sia pure in forma patologica, è espressione del senso dell&#8217;appartenenza ad una Nazione. La Nazione, dunque, precede lo Stato ed è destinata a sopravvivergli. Il primato dello Stato è solo apparente, è un primato &#8220;psicologico&#8221;, il primato della Nazione è reale, è &#8220;ontologico&#8221;.<br />
Il confronto tra queste due grandi istanze della convivenza umana si porta dietro altri concetti, quali Patria, Libertà, Sicurezza. L&#8217;idea di Patria è la stessa idea di &#8220;nazione&#8221; ma vissuta in una dimensione più sentimentale: richiama le comuni radici in maniera più immediata di quanto non faccia l&#8217;idea di Nazione. Non è un caso che il nazionalismo appare – ed è – una degenerazione, ed evoca l&#8217;idea di espansione a danno di altre nazioni. La patria invece, che può indicare anche una porzione di territorio più piccola della nazione di appartenenza, evoca la difesa, e si lega più facilmente all&#8217;idea di Libertà.<br />
Quest&#8217;ultima indica un bisogno profondo, insopprimibile della persona umana, alla quale si può rinunciare, ma solo in via provvisoria, in nome della Sicurezza, sentimento anch&#8217;esso forte, perché ha a che fare con l&#8217;istinto di sopravvivenza. La Patria è un sentimento più forte di quanto si è voluto far credere da parte di una mentalità cosmopolita e astratta, quella esaltata da una certa ideologia sessantottina e prima ancora dall&#8217;internazionalismo di stampo marxista–leninista.<br />
Volendo rifarsi alla storia politica italiana del &#8216;900, c&#8217;è da osservare che pochi storici hanno sottolineato il fatto che Benito Mussolini (1883–1945), alla fine dei travagliati anni che seguirono alla Grande Guerra, vinse la partita politica anche perché comprese che l&#8217;ideale della patria, esaltato</p>
<p>dalla vittoria dell&#8217;Italia nel grande conflitto mondiale, che aveva cementato, nel fango delle trincee, l&#8217;appartenenza ad una stessa comunità nazionale, era, al di là della retorica, un sentimento naturale ben più profondo dell&#8217;appartenenza ad una classe sociale (Il socialismo, per il futuro “duce”, era stato, peraltro, solo un istinto ereditato). In altri termini, il giovane direttore di «Il popolo d&#8217;Italia» comprese che gli abitanti della Penisola, nonostante tutto, si sentivano prima italiani e poi operai o contadini, ragion per cui la &#8220;rivoluzione proletaria&#8221; era estranea al sentimento prevalente nella nazione.<br />
&#8220;Patria e Libertà&#8221; può essere un binomio vincente. Fu quello adottato, se non alla lettera come orientamento ideale di fondo, da una parte della Resistenza antifascista, quella più consapevole, minoritaria ma profetica e densa di avvenire. La Nazione, dunque, viene prima di ogni sistema politico e prima dello Stato, come si è mostrato, e questo fu, invece, ciò che Mussolini non comprese. E non lo comprese nemmeno il grande suggeritore del regime, Giovanni Gentile (1875– 1944), teorico del cosiddetto</p>
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<p>&#8220;Stato etico&#8221;, vale a dire uno Stato che si arroga il diritto di essere fonte originaria di moralità. Uno Stato che si fa Dio: una riforma &#8220;religiosa&#8221; oltre che politica, che a Gentile gli deriva dalla cattiva lezione appresa da G. W. Friedrich Hegel (1770–1831), che nella sua</p>
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<p>visione dello Spirito che si invera nella Storia, pone al vertice del processo non la Religione ma la Ragione.<br />
Nella visione del filosofo di Caltagirone la religione, che in Italia ha assunto, storicamente, la forma del cattolicesimo, è ontologicamente inferiore alla filosofia, e il catechismo, che egli ammette nell’insegnamento scolastico, è solo la “filosofia dei piccoli”, un modo per modellare la mente dei bambini alla speculazione astratta. La polemica tra il filosofo dell’Attualismo e Agostino Gemelli (1878–1959), il fondatore dell’Università Cattolica, verteva proprio su questo, ed era questa anche la vera posta in gioco nella diatriba che negli ‘30 oppone i vertici della Chiesa a quelli del regime fascista attorno alle organizzazioni cattoliche (bisogna rispondere, in ultima istanza, a Dio o allo Stato?).<br />
Quello di Hegel e di Gentile è il regno dell’immanenza (Deus qui manet in nobis), a cui non ha accesso alcuna religione rivelata. La trascendenza, che è, a ben riflettere, fonte di libertà, viene così negata alla radice, e lo Stato, che è la meta ultima dell&#8217;«incedere di Dio nella Storia», diviene l&#8217;unico Dio nel cui seno l&#8217;uomo può riposare, il giudice ultimo del bene e del male. Dietro ogni totalitarismo c&#8217;è questa grande eresia: uno Stato che si fa Dio e che può assumere, volta per volta, una “ragione sociale” diversa e una diversa idea totalizzante (lo “stato organico”, la “razza”, “la classe”).<br />
Nulla a che vedere con il Dio della rivelazione giudaico–cristiana: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù Cristo, il Dio dei vivi e non dei morti, vuole uomini liberi e responsabili. Contro il virus del totalitarismo, che tante tragedie ha provocato nel Novecento, il vaccino c&#8217;è: la trascendenza, la fede in un Dio che è al di là della storia, la sola che può garantire l&#8217;alleanza tra lo spirito di libertà e lo spirito di religione. «Sono incline a pensare – scriveva Alexis de Tocqueville (1805–1859) – che, se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda».</p>
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