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	<title>Papa Leone Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Papa Leone Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Il Papa dice no a Trump: quando la pace non può diventare un “format”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 18:49:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
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		<category><![CDATA[The board of Peace]]></category>
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<p>Il rifiuto del Vaticano di entrare nel “Board of Peace” non è uno scontro personale: è una scelta di metodo, di diritto internazionale e di responsabilità morale Il rifiuto non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/7FDC7D96-D233-4318-A9E1-E88BEAE0D55F-678x381-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/7FDC7D96-D233-4318-A9E1-E88BEAE0D55F-678x381-1.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/7FDC7D96-D233-4318-A9E1-E88BEAE0D55F-678x381-1-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/7FDC7D96-D233-4318-A9E1-E88BEAE0D55F-678x381-1-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><strong><em>Il rifiuto del Vaticano di entrare nel “Board of Peace” non è uno scontro personale: è una scelta di metodo, di diritto internazionale e di responsabilità morale</em></strong></p>
<p>Il rifiuto non è un “no” a una persona. È un “no” a un’idea di pace che rischia di diventare un marchio, una cabina di regia, una scorciatoia. E quando la Santa Sede dice no, raramente lo fa per impulso: lo fa per indicare un confine, per ricordare che esistono regole, luoghi, responsabilità.</p>
<p>In questi giorni il Vaticano ha comunicato che non parteciperà al “Board of Peace” voluto da Donald Trump: un organismo presentato dalla Casa Bianca come piattaforma per gestire la ricostruzione di Gaza e, progressivamente, altri dossier internazionali. La frase che ha pesato più di tutte è arrivata dalla voce che di solito parla quando la Chiesa decide di stare dentro la storia senza farsi assorbire dalla politica: il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Il punto, in sostanza, è questo: le crisi globali si affrontano nel quadro del multilateralismo, e il riferimento resta l’ONU. Il resto, per il Vaticano, “lascia perplessi”.</p>
<p>La notizia è diventata immediatamente un caso mediatico, perché tocca almeno tre nervi scoperti del nostro tempo: la guerra come cronica normalità, la diplomazia che si trasforma in marketing, e la tentazione – sempre più diffusa – di sostituire le istituzioni con piattaforme costruite attorno al potere di turno. Il rifiuto del Papa, letto così, non è una chiusura: è un avviso. È la richiesta, quasi ostinata, di non chiamare “pace” ciò che è soltanto gestione del dopo, se prima non si affronta la radice del conflitto.</p>
<p>Per capire la portata di questo “no” bisogna guardare bene cosa sia, oggi, questo Board. Secondo quanto riportano diverse fonti internazionali, l’iniziativa nasce come un tavolo politico-diplomatico guidato dagli Stati Uniti, con un’agenda che nella sua prima riunione a Washington ruota attorno a un piano di ricostruzione e a un pacchetto di impegni finanziari. Trump lo ha presentato anche come alternativa o correttivo al sistema ONU, in continuità con una linea già nota di diffidenza verso le Nazioni Unite. In quelle ore, tra annunci e promesse, si parla di miliardi, di governance, di forze di stabilizzazione, di piani urbanistici. In altre parole: del “dopo”.</p>
<p>Ma la pace non è il “dopo” messo in ordine. La pace, quando è vera, è un processo in cui la giustizia smette di essere una parola decorativa. E qui il Vaticano vede il rischio: che un organismo nato con logiche politiche, e guidato da un singolo leader, finisca per diventare un luogo di legittimazione più che di composizione. Non basta mettere insieme 20 punti, una cifra tonda di miliardi, un video promozionale, e chiamarlo pace. Il Papa, in questo senso, non “rifiuta Trump”: rifiuta l’idea che la pace possa essere amministrata come un brand, con un comitato di amministrazione e una regia centralizzata.</p>
<p>È qui che la diplomazia vaticana mostra la sua grammatica: parlare poco, ma posizionare bene le parole. “Non partecipiamo” significa: non ci prestiamo. Non mettiamo la firma, non entriamo in un dispositivo che potrebbe essere interpretato come endorsement. Perché il Vaticano, quando entra, lo fa sapendo che ogni presenza diventa simbolo. E un simbolo, nel mondo polarizzato di oggi, viene immediatamente arruolato.</p>
<p>Dall’altra parte, la reazione americana è stata tutt’altro che neutra. In Italia, Euronews riporta le parole della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha definito la decisione vaticana “deeply unfortunate”, molto spiacevole, mentre a Washington la prima giornata del Board vedeva l’Italia presente in forma di osservatore con il ministro Antonio Tajani. Un passaggio che rivela quanto la vicenda sia diventata, rapidamente, anche un tema di equilibri interni europei e di posizionamenti dei governi.</p>
<p>Tajani, infatti, ha difeso la partecipazione italiana come osservatore, sostenendo che “non si può disertare la discussione” e ribadendo che Gaza tocca la sicurezza nazionale. Lo ha fatto in Parlamento, lo ha ribadito nelle ore successive, e l’ANSA riporta anche la sua necessità di respingere l’accusa di “inginocchiarsi” agli Stati Uniti. In mezzo, l’Italia prova a tenere insieme due fedeltà: la relazione atlantica e la sensibilità vaticana. Ma non sempre le due cose coincidono, e questo episodio lo mostra in modo quasi didascalico.</p>
<p>Ora, la domanda che molti si fanno è: perché proprio adesso un “no” così netto? Perché proprio su questo tema? La risposta non sta solo nella geopolitica, ma anche nella visione della Chiesa sul diritto internazionale. Proprio mentre il Board nasceva, Papa Leone XIV – nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri – ha usato un’immagine durissima: la guerra che riduce il diritto internazionale “in cenere”. È una frase che non è decorazione liturgica: è la fotografia di un mondo in cui le regole vengono consumate da interessi, vendette, alleanze variabili. In un simile contesto, il Vaticano teme che ogni struttura “alternativa” finisca per accelerare l’erosione delle regole comuni.</p>
<p>C’è anche un altro livello: quello morale. Reuters e altre testate ricordano come Leone XIV sia stato critico verso alcune politiche di Trump, in particolare sul tema migratorio, e come abbia scelto gesti simbolici forti legati alle rotte del dolore: Lampedusa, frontiere, periferie. Non è un dettaglio: perché quando un Papa parla di migrazioni, parla di carne viva, non di statistiche. E quel punto di vista non è facilmente compatibile con l’idea di una pace “gestita” come pratica di potere.</p>
<p>Il rifiuto, allora, diventa una linea: la Santa Sede non rifiuta la mediazione, rifiuta l’impostazione. Non rifiuta l’idea di ricostruire, rifiuta che la ricostruzione venga usata per scavalcare la questione del diritto e della rappresentanza. E qui entra una delle critiche più pesanti che circolano attorno al Board: il rischio di lasciare ai margini i palestinesi stessi, trasformando Gaza in un progetto senza voce. Anche fonti critiche evidenziano la fragilità di una pace pensata senza chi la subisce.</p>
<p>Non è un caso che diversi Paesi europei abbiano scelto distanza o profilo basso. Reuters racconta la sorpresa francese per la presenza della Commissione europea come osservatrice e la decisione di Parigi di non partecipare, almeno finché l’iniziativa non si riallinea alle cornici ONU. Il messaggio è chiaro: l’Europa teme una diplomazia “privata”, un dispositivo che, pur chiamandosi pace, potrebbe ridefinire le gerarchie internazionali senza mandato.</p>
<p>E poi c’è il paradosso che svela l’anima politica dell’operazione: il Board nasce, almeno in parte, come alternativa all’ONU, ma per funzionare ha bisogno di legittimazioni e presenze simboliche. E il Vaticano, da secoli, è una delle più potenti legittimazioni morali del pianeta. Un Papa seduto a quel tavolo avrebbe comunicato al mondo: “questa strada è credibile”. Il “no” comunica l’opposto: “questa strada, così com’è, non basta”.</p>
<p>C’è chi liquida tutto come una schermaglia tra poteri. Sarebbe un errore. Perché qui si gioca un tema più grande: la differenza tra pace e gestione. La gestione è necessaria, certo. Dopo le bombe, dopo i morti, dopo la fame, serve ricostruire. Ma se la pace diventa soltanto la foto del cantiere, rischia di essere una forma elegante di rimozione. La Chiesa, con tutte le sue contraddizioni storiche, in questo caso richiama un principio che oggi appare quasi rivoluzionario: la pace non può essere imposta dall’alto, né comprata con assegni, né gestita come piattaforma. La pace è riconoscimento reciproco, è diritto, è dignità, è responsabilità condivisa.</p>
<p>E qui entra anche un tema che spesso sfugge: la differenza tra “presenza” e “partecipazione”. L’Italia, come osservatore, prova a tenere un piede dentro e uno fuori: ascoltare, capire, non rompere i canali con Washington, ma neppure mettere una firma che poi diventa vincolo politico. Il Vaticano invece sceglie l’opposto: sta dentro il mondo, ma non dentro quel dispositivo. E lo fa sapendo che, proprio grazie alla sua assenza, costringe tutti a fare i conti con una domanda scomoda: può un organismo nato da una presidenza sostituire – anche solo di fatto – la lenta fatica delle istituzioni multilaterali?</p>
<p>La risposta, per la Santa Sede, è implicita. Non perché l’ONU sia “buona” e il Board “cattivo”, ma perché le regole contano più delle intenzioni. Se apri la strada a strutture parallele, domani altri leader faranno lo stesso: board di pace, board di sicurezza, board di ricostruzione. Ognuno con la propria agenda, ognuno con i propri “amici”, ognuno con il proprio linguaggio. E a quel punto il diritto internazionale non si frantuma in un colpo solo: si sbriciola, pezzo dopo pezzo, fino a diventare un ricordo.</p>
<p>Per questo il caso non è soltanto “Trump contro Papa”. È un tema di architettura del mondo. È il modo in cui si decide chi può convocare, chi può guidare, chi può certificare. Reuters racconta che alla riunione del Board partecipano decine di Paesi, con livelli diversi di rappresentanza. Alcuni mandano leader, altri ministri, altri ambasciatori, altri ancora osservatori. Questa geometria variabile è un indicatore: molte capitali vogliono esserci senza esporsi, vogliono ascoltare senza farsi arruolare.</p>
<p>E l’Europa, su questo, appare divisa. La Francia si è detta sorpresa dalla presenza della Commissione, perché la Commissione non ha un mandato automatico a “rappresentare” gli Stati membri su un tavolo così sensibile. Il punto non è burocratico: è politico. È la paura che l’Unione, già fragile nelle sue sintesi, finisca per essere trascinata in un format americano senza aver discusso e deciso davvero.</p>
<p>Questa frattura è importante, perché Gaza non è soltanto un luogo: è una ferita morale dell’Occidente. Ogni volta che si parla di ricostruzione si parla anche di responsabilità. Chi paga? Chi decide? Chi garantisce? Chi controlla? Chi rappresenta i palestinesi? Chi parla per i bambini, per gli sfollati, per chi non ha più una casa? E soprattutto: chi mette un limite alla logica del “dopo” se il “prima” non viene mai nominato fino in fondo?</p>
<p>Il Vaticano, con la sua scelta, sembra dire: attenzione, perché la ricostruzione non può diventare un modo elegante per evitare la parola “giustizia”. Nel lessico diplomatico, la giustizia è spesso la parola più temuta, perché obbliga a nominare colpe, responsabilità, violazioni. Eppure senza giustizia non c’è pace, c’è solo amministrazione di un equilibrio precario. È qui che la posizione vaticana, al di là delle simpatie e antipatie, assume un valore pedagogico: ricorda che la pace non è un prodotto da consegnare, ma un cammino da garantire.</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare: ma il Vaticano stesso, nella storia, è stato parte di equilibri e compromessi. Vero. E proprio per questo, quando decide di non partecipare, lo fa sapendo quanto sia facile cadere nella trappola del “male minore”. Qui la trappola sarebbe la più seducente: sedersi al tavolo, dire “noi ci siamo”, sperare di “orientare” dall’interno. Ma orientare dall’interno, spesso, significa essere usati dall’esterno. Il Vaticano sceglie di non prestarsi, e paga il prezzo di essere criticato da chi preferirebbe un Papa “collaborativo” a prescindere.</p>
<p>C’è poi un aspetto quasi spirituale, che però ha conseguenze concrete: la Chiesa non può predicare la pace come conversione del cuore e nello stesso tempo legittimare un modello di pace che somiglia a una gestione geopolitica. Non perché la geopolitica sia sporca, ma perché ha una logica diversa. La fede parla di riconciliazione, la politica spesso parla di deterrenza. La fede parla di perdono, la politica parla di interessi. Tenere insieme questi due livelli è delicato, e proprio per questo il Papa, quando entra, entra con un rigore che ai più appare incomprensibile.</p>
<p>Ecco perché, in controluce, il rifiuto diventa un invito: tornare a una pace che non scavalchi i popoli. Una pace che non riduca le vittime a numeri. Una pace che non trasformi i territori in “progetti”. Una pace che non si faccia fotografare solo nei palazzi, ma che passi per le strade, per gli ospedali, per le scuole, per le famiglie spezzate. È un invito che riguarda anche noi: quando commentiamo questi fatti, stiamo davvero difendendo la pace o stiamo soltanto scegliendo una tifoseria?</p>
<p>In un’epoca di comunicazione istantanea, il rischio è credere che la pace si faccia a colpi di dichiarazioni. In realtà la pace è un lavoro di pazienza: ascolto, negoziato, garanzie, monitoraggi, tribunali, corridoi umanitari, ricostruzioni trasparenti, lotta alla corruzione, riconoscimento politico. Sono parole meno “vendibili”, ma sono le uniche che reggono nel tempo. Se il Board di Trump vorrà davvero essere credibile, dovrà misurarsi con questa sostanza, non con il rumore della sua inaugurazione.</p>
<p>E qui si apre una possibilità che vale la pena custodire: il “no” del Vaticano può costringere il Board a maturare. Può spingerlo a cercare una cornice ONU, a includere più voci, a chiarire mandato, trasparenza, limiti. Può diventare un contrappeso, un freno utile, una domanda che impedisce l’autocelebrazione. In questo senso, il rifiuto non è distruzione: è discernimento.</p>
<p>Perché la pace, alla fine, non è una bandiera da sventolare. È una responsabilità da portare. E ogni responsabilità vera chiede anche il coraggio di dire: “così no”. Non per opporsi, ma per proteggere. Non per dividere, ma per impedire che la parola “pace” venga svuotata.</p>
<p>Se c’è una luce da tenere accesa in questa storia, è questa: la diplomazia, quando è autentica, non serve a vincere. Serve a salvare. Salvare vite, salvare futuro, salvare un pezzo di umanità possibile. E forse il Papa, con questo rifiuto, ci sta ricordando proprio questo: che la pace non è l’evento di Washington, non è il comunicato stampa, non è la cifra in miliardi. La pace è la scelta quotidiana di non ridurre l’altro a nemico, e di costruire istituzioni che reggano anche quando i leader cambiano.</p>
<p>Nel mondo “in fiamme” di cui ha parlato Leone XIV, la vera notizia non è che il Vaticano ha detto no a Trump. La vera notizia è che qualcuno, ancora, prova a difendere l’idea che esista un bene comune globale, una grammatica condivisa, una casa fragile chiamata diritto internazionale. Non è perfetta. Ma è l’unica che abbiamo. E se vogliamo che non diventi cenere, dobbiamo smettere di cercare scorciatoie e ricominciare a pretendere processi.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Papa Leone XIV apre il Giubileo Speciale per la Pace nel nome di San Francesco d’Assisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 10:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[anno giubilare]]></category>
		<category><![CDATA[pace e tolleranza fra i popoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Concluso l’Anno giubilare, la Chiesa indica ora una  nuova direzione ricordando San Francesco, sottolineando l&#8217;importanza della pace attraverso l&#8217;opera degli uomini. Un messaggio forte che rimette al centro i popoli&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/18/papa-leone-xiv-apre-il-giubileo-speciale-per-la-pace-nel-nome-di-san-francesco-dassisi/">Papa Leone XIV apre il Giubileo Speciale per la Pace nel nome di San Francesco d’Assisi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-3-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p><i>Concluso l’Anno giubilare</i>, <i>la Chiesa indica ora una  nuova direzione ricordando San Francesco, sottolineando l&#8217;importanza della pace attraverso l&#8217;opera degli uomini. Un messaggio forte che rimette al centro i popoli e le civiltà, invitandoli a un percorso di preghiera e di tolleranza culturale.</i></p>
<p>Papa Leone XIV nel proclamare uno speciale Anno Giubilare nel nome di San Francesco d’Assisi ha posto all&#8217;attenzione non solo gli Ottocento anni della morte del Santo ma ha sottolineato l&#8217;importanza della pace attraverso l&#8217;opera degli uomini. Ovvero chiama in causa il bisogno fattivo che gli uomini si rendano portatori di pace sottolineando la necessità della cristianità: &#8220;&#8230; ogni fedele cristiano sull&#8217;esempio del Santo d’Assisi si faccia egli stesso modello di santità di vita e testimone costante di pace&#8221;.  Un richiamo forte che pone come centralità i popoli e quindi le civiltà esortandoli a un cammino non solo di preghiera ma anche di tolleranza culturale. Credo che sia un monito indiscutibilmente imponente. Un anno giubilare appena concluso la Chiesa ha pensato bene ad aprire un&#8217;altra e nuova strada ricordando proprio San Francesco.  Ricordare San Francesco significa aprire un modello di dialogo tra Oriente e Occidente, ovvero &#8220;metaforicamene&#8221; tra il Sultano e le Genti dell’Occidente tanto per non dimenticare il viaggio stesso di Francesco in un contesto, quello medievale, si era in mezzo alle Crociate.  L&#8217;uomo della spada dovrebbe deporla e ascoltare quell&#8217; &#8220;alter Christus&#8221; che è la conversione verso il bene oltre i mali dei conflitti. Un messaggio di sostanziale invito a richiamare l&#8217;amore come senso di una spiritualità profonda che sia essa laica o vissuta nel tempo del sacro.  L&#8217;anno francescano infatti ha questo auspicio in cui si pone Assisi al centro di una dichiarazione di vita assoluta. Anche per questo l&#8217;anno in corso non &#8220;celebra&#8221; Francesco ma lo ricorda perché la morte non è mai una celebrazione ma un ricordare trasmettendo esempi e testimonianze.  Francesco è un esempio e una testimonianza.  Entrambi vissuti nel nome di una fraternità che ha visto il &#8220;Cantico delle Creature&#8221; come sigillo tra i popoli e quindi gli uomini e gli Stati. Il viaggio del Santo d’Assisi è una metafisica trasmessa con gli strumenti della Parola e del &#8220;comunicare&#8221; una esperienza d’amore non solo come dono ma anche superamento della morte stessa.  I conflitti portano alla morte. La Parola porta alla vita. Si tratta di uno schiarire le ambizioni  e di comprendere che anche i poteri sono mortali. Un processo esistenziale e religioso chiaramente nel nome di Cristo.  Il &#8220;Cantico delle Creature&#8221; non può restare soltanto come la prima opera di letteratura in volgare. Ma bisogna cogliere i dettagli che invitano a guardare la Natura (intesa nel segno spirituale) come la vera metafisica delle civiltà nella quale tutto deve ritrovare la sua armonia primordiale già sottolineata nel 2023 con gli Ottocento anni della approvazione della Regola francescana e del Natale di Greccio. Successivamente delle stimmate nel  2024 e nel 2025 del &#8220;Cantico delle Creature&#8221;.  Il ricordo della morte di Francesco è nella continuità di una dimensione spirituale che senza la visione esistenziale-storica non avrebbe un significato nella lettura, o se si vuole nella interpretazione, mistica e culturale dei popoli. È su questo piano che Francesco per papa Leone XIV ci offre un modello di carità e di testimone della pace.</p>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria.<br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Leone XIV e i suoi primi cento giorni: l’inquietudine di un papa nel cuore del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano Catte]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2025 19:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[100 giorni]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Leone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="372" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980.jpeg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980-300x159.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980-585x311.jpeg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Di Sebastiano Catte* Unità della Chiesa, pace tra i popoli e coscienza nell’era dell’intelligenza artificiale: il papa agostiniano affronta le sfide globali seguendo una rotta sobria ma determinata Il tempo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="372" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980.jpeg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980-300x159.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9980-585x311.jpeg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p><p><b>Di Sebastiano Catte*</b></p>
<p><i>Unità della Chiesa, pace tra i popoli e coscienza nell’era dell’intelligenza artificiale: il papa agostiniano affronta le sfide globali seguendo una rotta sobria ma determinata</i></p>
<p class="s7"><span class="s6">Il tempo dei primi cento giorni è un artificio, un numero tondo che rassicura i cronisti e serve a fissare i bilanci provvisori. Eppure, per un papa, anche i primi cento giorni hanno il peso delle scelte iniziali, delle parole pronunciate e dei silenzi custoditi. Leone XIV, l’americano agostiniano che ha raccolto il testimone di Francesco, li ha trascorsi con passo misurato, senza strappi, eppure lasciando emergere il tratto di fondo del suo pontificato: l’inquietudine.</span></p>
<p class="s9"><span class="s6">Non quella dell’ansia, ma quella che Agostino chiamava </span><span class="s8">inquietudo</span><span class="s8"> cordis</span><span class="s6">: il cuore che non trova riposo finché non si apre a Dio. È questo filo agostiniano che tesse la trama dei primi mesi di Leone XIV, e che lo distingue e al tempo stesso lo lega al suo predecessore. Francesco era il papa dei gesti improvvisi, degli abbracci e dei selfie, dell’autorità che si afferma anche rompendo protocolli. </span><span class="s6">Prevost</span><span class="s6">, invece, appare più schivo, ma non meno incisivo: sceglie la discrezione, la parola calibrata, lo spazio dell’ascolto. Non mette sé stesso al centro, ma il cammino comune.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>La pace come frontiera</b></span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Il primo grande banco di prova è stato quello della pace. «Il mondo non sopporta più la guerra», ha detto parlando di Gaza, scegliendo termini forti — “barbarie”, “deportazioni forzate” — che tradiscono l’intolleranza morale per un conflitto che lacera civili e cristiani in Terra Santa. Non sono parole abituali per un uomo noto per la moderazione diplomatica. Ma proprio per questo hanno avuto peso.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Sul fronte ucraino, Leone ha mantenuto la linea di un appello costante al cessate il fuoco, senza l’insistenza quasi quotidiana di Francesco, rispetto al quale ha adoperato parole più nette, scegliendo la chiarezza quanto alle responsabilità della Russia come aggressore. «Meno parole, ma più ascolto», ha confidato un cardinale curiale. E tuttavia, il rischio è che il silenzio diventi </span><span class="s6">assenza: i prossimi mesi diranno se questa strategia darà più forza alla sua voce o se finirà per diluirne l’impatto.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Al di là dei comunicati e delle telefonate ai leader, il papa agostiniano insiste sulla dimensione quotidiana della pace. Non solo diplomazia dall’alto, ma “creatori di pace” nelle parrocchie, nei quartieri, nelle periferie. È la stessa logica delle prime comunità cristiane evocate nelle sue omelie: la pace che nasce dal basso, che si costruisce nel gesto umile e perseverante di chi disinnesca l’ostilità attraverso il perdono.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>Unità e sinodalità</b></span></p>
<p class="s9"><span class="s6">C’è poi la sfida interna: unire una Chiesa attraversata da polarizzazioni e conflitti sotterranei. Leone XIV ha ribadito fin dal primo incontro con i cardinali il suo motto agostiniano: </span><span class="s8">In Illo Uno Unum</span><span class="s6">— “Nell’Uno siamo uno”. Non uno slogan, ma una rotta: riportare la comunione al centro.</span></p>
<p class="s9"><span class="s6">Francesco aveva aperto la stagione della sinodalità, convocando assemblee che hanno dato voce al popolo di Dio. Leone ha raccolto l’eredità, ma con un’impronta diversa: meno improvvisazione, più discernimento. In un incontro, alzando un taccuino, ha detto: «Sono qui per ascoltare, non per dare risposte pronte». È l’eco dell’Agostino che scriveva: </span><span class="s8">“Conoscere </span><span class="s8">se</span><span class="s8"> stessi per conoscere Dio”</span><span class="s6">.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Anche nel rapporto con la Curia romana ha scelto una via inedita: non lo sradicamento, come fece Francesco, ma la ricerca di collaborazione e fiducia. Ha ricordato che «i papi vanno e vengono, la Curia resta». Un realismo istituzionale che può apparire conservatore, ma che in realtà rivela la sua volontà di non governare da solo, bensì con un “gioco di squadra”.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>L’intelligenza artificiale e la nuova rivoluzione</b></span></p>
<p class="s9"><span class="s6">Il terzo fronte è forse il più inatteso per un papa: l’intelligenza artificiale. Francesco aveva già aperto il cantiere, parlando di “inquinamento cognitivo” e chiedendo regole globali per governare la tecnologia. Leone XIV ha rilanciato, collegando la sua scelta di nome a Leone XIII e alla </span><span class="s8">Rerum </span><span class="s8">Novarum</span><span class="s6">: così come allora la Chiesa affrontò la rivoluzione industriale, oggi deve misurarsi con una nuova rivoluzione, quella dell’algoritmo.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Nei suoi primi interventi, ha chiarito i rischi e le possibilità. Rischi: la dignità </span><span class="s6">umana minacciata da sistemi che decidono al posto delle persone; la giustizia, che può essere distorta da algoritmi opachi; il lavoro, esposto alla sostituzione massiva. Possibilità: strumenti capaci di alleggerire la fatica, democratizzare l’accesso al sapere, favorire incontri tra culture. Ma il punto decisivo, secondo Leone, è che la macchina non può discernere. «La macchina può imitare, ma non comprendere; può processare, ma non amare». Qui ritorna Agostino: la vera intelligenza non è nel calcolo, ma nel cuore che cerca, che non si accontenta, che resta inquieto finché non trova il Bene.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>Uno stile personale</b></span></p>
<p class="s7"><span class="s6">In questi primi mesi, Leone XIV ha mostrato una personalità che molti definiscono “normale”. Lo storico Giovanni Maria Vian, ex direttore dell&#8217;Osservatore Romano, in un&#8217;intervista alla Stampa lo ha chiamato “il papa della moderazione agostiniana”, in contrasto con il personalismo di Francesco. Normale non significa anonimo: significa non oscurare con la propria figura il messaggio evangelico.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Il suo stile è fatto di piccoli gesti: il sorriso che disarma, il rifiuto di abbracci e selfie, la scelta di passare giorni di riflessione a Castel Gandolfo. È il volto di un papa che non vuole dominare la scena, ma accompagnare il cammino. Nelle sue parole c’è spesso un invito a tornare all’interiorità, a “conoscere i passaggi segreti del cuore”.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>L’eredità di Agostino</b></span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Agostino rimane il riferimento costante. </span><span class="s6">Prevost</span><span class="s6"> lo cita spesso, e non solo come maestro di pensiero, ma come compagno di ricerca. L’inquietudine agostiniana diventa così cifra del pontificato: non una mancanza da colmare, ma la forza che spinge a non fermarsi. In un’omelia, già da cardinale, disse: «Senza Dio ci manca sempre qualcosa. Con Dio troviamo la direzione».</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Oggi, da papa, sembra voler dire la stessa cosa al mondo: non c’è pace senza ricerca, non c’è unità senza ascolto, non c’è futuro tecnologico senza coscienza.</span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><b>La sfida del tempo lungo</b></span></p>
<p class="s7"><span class="s6">I primi cento giorni sono stati una soglia. Non il compimento, ma l’inizio di un cammino che promette di essere meno spettacolare, forse, ma più paziente. Leone XIV non corre, non alza la voce più del necessario, non cerca titoli a </span><span class="s6">effetto. Preferisce la via lenta del discernimento, convinto che solo così si possano affrontare sfide epocali come la guerra, le divisioni interne, l’impatto delle macchine intelligenti. In un mondo che chiede risposte immediate, la sua scelta può sembrare controcorrente. Ma è proprio questo il suo segno: l’inquietudine agostiniana che non si placa, la pace cercata passo dopo passo, l’unità costruita con ascolto, la tecnologia guardata con coscienza.</span></p>
<p class="s7"><span class="s6">Leone XIV non ha promesso miracoli nei primi cento giorni. Ha consegnato un metodo: l’arte di non avere fretta, di lasciare spazio al cuore inquieto che cerca Dio e, cercando Dio, costruisce la pace.</span></p>
<p class="s15"><span class="s13"><span class="bumpedFont17">*<i>Sebastiano Catte, vicedirettore dell’Agenzia </i></span></span><i><span class="s13"><span class="bumpedFont17">Com.Unica</span></span><span class="s13"><span class="bumpedFont17">ha pubblicato </span></span><span class="s13"><span class="bumpedFont17">di recente </span></span><span class="s13"><span class="bumpedFont17">il libro </span></span><span class="s14"><span class="bumpedFont17">Leone XIV, appunti di un cronista in Vaticano. Vita e visione di un Papa Agostiniano </span></span><span class="s13"><span class="bumpedFont17">(Comunica libri), scritto in collaborazione con Anthony Muroni, direttore di Tele Sardegna.</span></span></i></p>
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