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	<title>Proust Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>A cento anni dal Nobel a Grazia Deledda.  Una hegeliana tra Zambrano e Proust. Dalla fenomenologia alla metafisica</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/30/a-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=a-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Nov 2025 08:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Graziac Deledda]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Zambrano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="650" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/DELEDDA.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/DELEDDA.png 650w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/DELEDDA-300x203.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/DELEDDA-585x396.png 585w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Grazia Deledda non è il ricordare nel rimorso rimpianto, non è gli uomini in nero e le donne con lo scialle sardo o i paesaggi isolani. Non è da leggere&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/30/a-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica/">A cento anni dal Nobel a Grazia Deledda.  Una hegeliana tra Zambrano e Proust. Dalla fenomenologia alla metafisica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Grazia Deledda non è il ricordare nel rimorso rimpianto, non è gli uomini in nero e le donne con lo scialle sardo o i paesaggi isolani. Non è da leggere attraverso questi parametri. È una concezione della letteratura come altro e oltre la letteratura stessa.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se Hegel ha spinto l&#8217;uomo antropologico sino alla fenomenologia la letteratura del ritorno lo ha spinto verso il mito. Una dimensione in cui gli archetipi conducono direttamente al senso della memoria. Una scrittrice che trova nella metafisica dei personaggi una curiositas ancestrale tra dimensione popolare e senso tragico e onirico è certamente Grazia Deledda.<br />
“La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca”. È Grazia Deledda di “Canne al vento”. La scrittrice, Nobel della letteratura 1926, che ha trascinato il senso della memoria tra le pareti del mito in una icona che ha un vissuto da “sottosuolo”, in cui le nostalgie sono il rigoroso richiamo di quei simboli che solo apparentemente hanno una visione naturalista.</p>
<p>Il paesaggio non è ciò che si vede in un immaginario geografico. Il vero paesaggio della Deledda è quello fenomenologico. Ovvero una dimensione della apparenza cammina nel suo linguaggio che ha la espressività del tempo cangiante tra il terribile del perduto e il profetico del mistero che si annuncia.<br />
I suoi personaggi sono il destino di un’epoca in decadenza, non un’epica decadente, che mannianamente solca il reale attraverso il pozzo del passato.</p>
<p>Il passato è sì la memoria de” Il Paese del vento”, proustiana lezione di non dimenticare, ma è anche l’autocoscienza di “Cosima”. Questo ultimo è il romanzo del limite, non del finito, ma degli orizzonti che dal senso ancestrale conducono ad un incipit quasi dantesco, ovvero di una vita nuova.</p>
<p>Cos’altro è la “Vita niva” in Grazia Deledda se non un attraversamento di autometafora. Il ciò non significa soltanto scardinare una vita attraverso un linguaggio biografico, ma attraverso un vocabolario dell’esistente in quanto esistenza del possibile, che rende tale ciò che in incipit era considerato impossibile.</p>
<p>Grazia Deledda dirà: “Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano”.</p>
<p>Il proustiano abbandono della storia e la discesa nel sottosuolo della consapevolezza della memoria è, appunto, una fenomenologia dello spirito. Una lettura non hegeliana ma divenuta tale attraverso gli strumenti fenomenologici applicati non alla critica, ma alla creatività della pagina.</p>
<p>La Deledda non è il ricordare nel rimorso rimpianto, non è gli uomini in nero e le donne con lo scialle sardo o i paesaggi isolani. Non è da leggere attraverso questi parametri. È una concezione della letteratura come altro e oltre la letteratura stessa.<br />
D’altronde “Cosima” è la sintesi di tutto, ma è anche il raggruppamento di tutti i personaggi in uno solo, ovvero: Cosima.<br />
Un brano consistente racconta la scrittrice e la donna.<br />
Ecco: “L’editore mandò cento copie del volume, per tutto compenso dell’opera: il valore non superava quello dell’olio e del vino rubati in cantina; e il grosso pacco piombò in casa come un bolide sconquassatore. La madre ne fu atterrita, la sera gli girò attorno con la diffidenza spaventata di un cane che vede un animale sconosciuto: per fortuna Cosima ricordò che un suo cugino in terzo grado aveva una bottega di barbiere e spacciava giornali e riviste. Era un intellettuale anche lui, a modo suo, perché mandava la corrispondenza locale al Giornale del capoluogo: e la proposta di Cosima, di spacciare qualche copia del romanzo fu da lui accolta con disinteresse completo.</p>
<p>Ma per la scrittrice fu un disastro morale completo: non solo le zie inacidite, e i benpensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere ma considerano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine: la voce del Battista che, dalla prigione opaca della sua selvaggia castità urlava contro Erodiade era meno inesorabile. Lo stesso Andrea era scontento: non così aveva sognato la gloria della sorella, della sorella che si vedeva minacciata dal pericolo di non trovare marito.</p>
<p>Il tutto è qui. Il meno è qui. Il Novecento delle civiltà travestite di transizioni antropologiche è tra le pagine di “Cosima”. Grazia Deledda è Cosima al di là del bene e del male in una visione hegeliana con la presenza di echi di Nietzsche, in cui il viaggio d’esistere è dentro una griglia di archetipi. Il suo tempo è il mondo e il mondo è la rappresentazione vichiana di una ciclicità del primitivo che vuole abbandonare il “selvaggio” del mito e del rito per focalizzarsi come, appunto, archetipo del ritorno.</p>
<p>La Deledda vive nell’abisso del ritorno metaforico e mai metastorico. Dove è la storia? È una parvenza. Dove è il naturalismo? È una crepa dell’esistenzialismo che resta esistenziale della memoria. Dove il realismo? È una simbolica forma manierista per andare oltre don Gesualdo. Deledda è la provvidenza manzoniana della definizione dei personaggi nel tempo e non nella storia.</p>
<p>Già l’incipit di “Cosima” è il narrato nel narrabile profeticamente tra letteratura e vita: “La casa era semplice, ma comoda: due camere per piano, grandi, un po’ basse, coi pianciti e i soffitti di legno; imbiancate con la calce; l’ingresso diviso in mezzo da una parete: a destra la scala, la prima rampata di scalini di granito, il resto di ardesia; a sinistra alcuni gradini che scendevano nella cantina. Il portoncino solido, fermato con un grosso gancio di ferro, aveva un battente che picchiava come un martello, e un catenaccio e una serratura con la chiave grande come quella di un castello.</p>
<p>La stanza a sinistra dell’ingresso era adibita a molti usi, con un letto alto e duro, uno scrittoio, un armadio ampio, di noce, sedie quasi rustiche, impagliate, verniciate allegramente di azzurro: quella a destra era la sala da pranzo, con un tavolo di castagno, sedie come le altre, un camino col pavimento battuto. Null’altro. Un uscio solido pur esso e fermato da ganci e catenacci, metteva nella cucina. E la cucina era, come in tutte le case ancora patriarcali, l’ambiente più abitato, più tiepido di vita e d’intimità”.</p>
<p>Quanta confessione come genere letterario insiste nella Deledda? Maria Zambrano avrebbe detto che la sua confessione è semplicemente un “sapere dell&#8217;anima”.<br />
Dunque? Siamo alla fenomenologia della apparenza, ovvero dello spirito. L’importanza delle “cose” può essere fondamentale? Non direi cose, ma fatti. Fatti tra eventi e destini. Arriva sempre il giorno cercato.</p>
<p>Così: “Finalmente arrivò il giorno tanto atteso…”, in “Elias Portolu”. Perché occorre sempre “frugare nel camino” per chiedere alla cenere di restituire dal nascosto l’oblio. “L’incendio nell’oliveto” è vento dell’anima che pone l’immaginario come immaginazione. Ascoltare il vento è sentire il ritmo della voce della madre: “…il rumore del vento accompagnato dal mormorio degli alberi” è il cadenzato del suono de “La madre”.</p>
<p>In “Memorie infantile” da “Azzurro” dirà: “Infanzia!… È forse questa una parola magica e misteriosa, un geroglifico orientale, inteso indistintamente dall’anima, dalla mente, dal cuore, nei quali desta ricordi soavi, dolcissimi, benché sfumati tra le nebbie del passato, e sorrisi vagolanti e dolci come quei ricordi, e sussulti di rimpianto e dimenticanze del presente?”.</p>
<p>Il cerchio non si chiude dunque. Ma cerchio resta. È l’infinito che diventa tramite dell’impossibile verso il possibile. Si riaffaccia così “Cosima”. Ovvero l’autocoscienza, ovvero ancora la rousseauniana fenomenologia dell’infanzia dell’uomo che scava nel sottosuolo dei popoli e del primitivo che è dentro la stanza degli uomini: “Anche questa lezione le servì per la scuola della vita…”. Dunque. Dalla fenomenologia alla metafisica c&#8217;è la visione di un tempo che non crea comparazioni con la storia. Bensì con la memoria. Il tempo è sempre un labirinto nel quale non si è stanziali. Si viaggia. Deledda ha viaggiato tra i personaggi e una geografia che incontra una vera e propria &#8220;ragione poetica&#8221;.</p>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong>, rappresentante della nostra cultura a livello nazionale ed internazionale è nato in Calabria.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-111761 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-300x188.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-768x480.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-585x366.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2.jpg 817w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F11%2F30%2Fa-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica%2F&amp;linkname=A%20cento%20anni%20dal%20Nobel%20a%20Grazia%20Deledda.%20%20Una%20hegeliana%20tra%20Zambrano%20e%20Proust.%20Dalla%20fenomenologia%20alla%20metafisica" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F11%2F30%2Fa-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica%2F&#038;title=A%20cento%20anni%20dal%20Nobel%20a%20Grazia%20Deledda.%20%20Una%20hegeliana%20tra%20Zambrano%20e%20Proust.%20Dalla%20fenomenologia%20alla%20metafisica" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/30/a-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica/" data-a2a-title="A cento anni dal Nobel a Grazia Deledda.  Una hegeliana tra Zambrano e Proust. Dalla fenomenologia alla metafisica"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/30/a-cento-anni-dal-nobel-a-grazia-deledda-una-hegeliana-tra-zambrano-e-proust-dalla-fenomenologia-alla-metafisica/">A cento anni dal Nobel a Grazia Deledda.  Una hegeliana tra Zambrano e Proust. Dalla fenomenologia alla metafisica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Nel centenario della morte di Marcel Proust tra tempo perduto e nostalgia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2022 21:56:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1536x1536.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-2048x2048.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1920x1920.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Cosa è stato Marcel Proust nella letteratura del Novecento? Domanda impertinente e lapidaria. Non il tempo perduto o il ritrovato tempo della malinconia. È stato l&#8217;oltre metafisico dilemma &#8211; dialogo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/01/31/nel-centenario-della-morte-di-marcel-proust-tra-tempo-perduto-e-nostalgia/">Nel centenario della morte di Marcel Proust tra tempo perduto e nostalgia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1536x1536.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-2048x2048.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1920x1920.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/87F77F5D-5EC3-4B87-ACDC-5A841A082C73-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p><p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Cosa è stato Marcel Proust nella letteratura del Novecento? Domanda impertinente e lapidaria. Non il tempo perduto o il ritrovato tempo della malinconia. È stato l&#8217;oltre metafisico dilemma &#8211; dialogo tra l&#8217;essere e il tempo stesso. È stato l&#8217;implacabile scrittore che ha consegnato alla parola la nostalgia. Ovvero la consapevolezza reale che il tempo perduto è un immaginario archetipico di ciò che abbiamo vissuto. Per dimenticarlo però abbiamo bisogno della nostalgia.<br />
&#8220;La realtà si forma soltanto nella memoria (…). I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto. …I ricordi non si spartiscono“. É Marcel Proust che ci racconta l’estetica del tempo e la metafora della memoria. Mi ha accompagnato per tutta la mia vita. Proust o la memoria. Proust e l’antirealismo. Il sentimento del tempo che cammina tra le pieghe dei giorni e si fa, appunto, memoria. Un sentimento che ha attraversato la letteratura del Novecento caratterizzandola in quelle metafore di straordinaria valenza estetica ed esistenziale. Ovvero nel senso del “perduto” e nell’orizzonte del “ritrovato”.<br />
Di Proust, il cui nome completo è Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust, si celebra il centenariodella morte. Uno scrittore che segna uno spartiacque tra l’ideologia del realismo e la desertificazione di una letteratura rappresentazione – duplicazione della cronaca con una letteratura mistero, sogno, tempo, destino.<br />
Il tempo perduto che si libera dalle cesoie dei ricordi – nostalgie per farsi dimensione onirica del ritorno.<br />
È su queste traiettorie che l’opera di Marcel Proust ha offerto delle indicazioni non solo letterarie ma anche epistemologiche e “politiche” intorno alla visione di tempo e di memoria. Lo scrittore Guido Morselli nel 1943 aveva pubblicato da Garzanti un saggio con delle riflessioni attente e delle indicazioni metodologiche significative proprio su Proust. Un saggio che puntava immediatamente ad un Proust antirealista. Un titolo semplice ma suggestivo “Proust o del sentimento”.<br />
Era il 1943.  La lettura che fa di Proust va proprio all’insegna di una letteratura antiideologica cesellando quegli aspetti che appartengono alla tradizione, al valore della tradizione, al linguaggio come espressione di sentimenti. Morselli scrive: “L’arte è rivelazione della memoria, un risorgere in noi del passato. Ma la rivelazione non può aver fuoco che in coloro che abbiano rinunciato a vivere attivamente”.<br />
Morselli indica dei tracciati che risultano importanti anche ad una analisi successiva agli studi che verranno dopo il 1943, e spazzeranno via il modello di una dialettica progressista che girava intorno a Proust, e non sono pochi. Il rapporto tra tempo e morte è ben considerato e tale rapporto è parte integrante del sentimento della memoria che trova, appunto, nella letteratura un intaglio di notevole tensione esistenziale.<br />
È la letteratura – sogno che scava nell’anima. La realtà è ben altra cosa. Così Morselli: “La realtà in sé, esterna, non interessa Proust, e in arte il realismo non gli pare preferibile alla letteratura intellettuale, e a quella didascalica e programmatica. Non merita il nome di artista chi si contenta di ‘décrire les choses’, ‘de donner un misérable relevé de leurs lignes et de leur surface’. La realtà per lui altra cosa che il ‘déchet d’expérience’ a cui si fermano i realisti”.<br />
La letteratura non è descrizione, non è rappresentare il reale e non è giustamente un “residuo di esperienza”. Un concetto chiave. Morselli individua immediatamente il cuore e l’anima di quelle metafore che sono la chiave di tutto.<br />
Morselli sottolinea: “La memoria in Proust ha un valore particolare. Non gli serve per una pedissequa ricostruzione autobiografica: essa è, a suo modo, altrettanto creatrice in lui che presso altri la fantasia”.<br />
In Proust non c’è una letteratura verità. Non può esserci. Non deve esserci. “Ricordare è rimpiangere”. Perché, per non dimenticare Oscar Wilde, ben citato da Morselli, è necessario capire che “L’arte non rispecchia la vita, ma lo spettatore della vita”. Nella letteratura del ritorno è la nostalgia che diventa anima e incontra quella vita che si distanzia e si avvicina grazie all’interpretazione di una poetica. La poetica della grazia. Ma bisogna andare anche oltre.<br />
Infatti l’anima della letteratura del tempo e del viaggio si muove tra due giganti: Proust e Joyce.  C’è una tradizione nella letteratura del Novecento che parte da due presupposti estetici. Il tempio e il viaggio. Proust e Joyce costituiscono indubbiamente i due scrittori la cui visione narrativa è un viaggio tra due mondi: quello della metafora e quello del destino. Un unico percorso che si individua nell’avventura del personaggio. Ed è proprio il personaggio che rappresenta la centralità di un narrare teso tra il raccontare e l’uomo al di là della storia ma nel di dentro di una memoria che è soprattutto vissuto. Il destino del personaggio è l’avventura dell’iter narrante.<br />
Occorrerebbe riparlare, dunque, di questi due scrittori attraverso l’anima dell’essere e dell’esistere in un raccordare la vita alla letteratura e il personaggio all’uomo. Un testo fondamentale e interessante resta il saggio di Giacomo Debenedetti. Titolo emblematico che ha, comunque, una sua storia e vive all’interno del dibattito culturale italiano: “Il personaggio uomo”. Un testo che spesso ritorno nei dibattiti sul ruolo dello scrittore e della scrittura.<br />
Così afferma: “… in principio di ogni fase culturale si pone un’immagine informe e scontornata, suggestiva e perentoria, qualcosa come lo spettro di un’immagine, un suo ectoplasma trascendentale, che prescrive alla scienza e alle arti il loro cammino, inteso a ritrovare la collimazione tra il mondo dell’esperienza e quella intuitiva immagine del mondo, anteriore a qualsiasi esperienza”.<br />
Proust e Joyce vengono presi come modelli da Debenedetti ma è tutta una realtà letteraria che ha un suo senso. E lo ha non in termini di collocazione soltanto ma in termini di valutazione storico – letteraria di un processo culturale che resta prioritario per capire i linguaggi, le espressioni, i simboli, la capacità della memoria nell’intreccio tra tempo e nuove identità.<br />
Sia in Proust che in Joyce gioca una metafora ad intreccio il sentimento del viaggio. Un viaggio tra i personaggi ma soprattutto un percorso che si dichiara con la sua tensione ora onirica ora ironica ora chiaramente letteraria. Debenedetti dialoga con i personaggi. I suoi personaggi uomini. Ma il personaggio non è soltanto uomo in letteratura. È uomo che riscopre di essere identità nel fascino dell’avventura, la quale avventura è ritrovare il destino di quell’uomo della crisi che recupera nell’essenza del tempo il tempo della memoria.<br />
Ciò si verifica certamente in Proust e in Joyce ma si riscontri anche in scrittori come Mann, come Pasternak, come Pirandello. Il discorso si sposta sul rapporto tra romanziere e personaggio stesso. Infatti Debenedetti sostiene: “E’ risaputo che il romanzo, come lo conoscevamo dagli esemplari che nel secolo scorso ne hanno fondato la fortuna, era una piena assunzione di responsabilità del romanziere di fronte ai personaggi e alle loro vicende”.<br />
Nel romanzo contemporaneo la psicanalisi ha giocato una partita importante e condizionante tanto da sviluppare un serio dibattito proprio in campo letterario. Voglio qui riferirmi a Jung. La maschera di Jung è tuttora presente. E trattasi di una metafora che vive nella contemporaneità dei nostri giorni. Secondo Debenedetti questa maschera non è “nient’altro che la faccia incollata sui nostri documenti di identità”.<br />
Mi pare comunque che una delle riflessioni più mature e più fortemente dibattute ancora oggi è il dialogo tra personaggi e destino. Certamente il destino qui assume le sembianze piuttosto metaforiche. C’è una distinzione di fondo che ci giunge direttamente dalla concezione dell’ “epica della realtà” e dell’ “epica dell’esistenza”. Debenedetti preferisce l’ “epica della realtà”. Chiaramente è l’ “epica dell’esistenza” che trova una sua interpretazione nel dibattito che viviamo oggi.<br />
Molte cose che scriveva Debenedetti hanno una loro chiarezza e si presentano a tutto tondo ad un dibattito sia letterario che storico ma è necessario che la letteratura si riconosca, nella nostra contemporaneità, nella problematicità di un tempo che pone appunto lo scrittore come il disegnatore di una profezia.<br />
In un contesto di lacerazioni e di conflitti lo scrittore è costantemente afflitto da lacerazioni esistenziali che si dichiarano in quel mal di vivere che ha caratterizzato un’epoca. Un male di vivere che è dentro la coscienza certamente di un secolo ma indubbiamente è dentro la formazione dello scrittore o del poeta.<br />
Debenedetti pone una questione che è fondamentale. Discuterne significa aprire una stagione di confronti sia in campo storico-letterari sia in termini estetici. Un percorso inevitabile dentro il vissuto proustiano che, conoscendolo, ci ricorda: “I veri libri non devono essere figli della piena luce della conversazione, ma dell’oscurità e del silenzio“. Il mio libro su Proust è previsto per il centenario della morte. Era nato il 10 luglio del 1871 a Auteuil-Neuilluy-Passy in Francia e morto a Parigi il 18 novembre del 1922. Marcel Proust ha accompagnato tutta la mia vita alla ricerca del tempo perduto in un viaggiare in quella memoria che ha raccolto i ricordi distribuendoli tra sensazioni ed emozioni. Proust è stato ed è ancora un colloquio in cui il percepire è l&#8217;enigma di una esistenza tra una tazza di the e gli amori abitati per viverne uno solo lungo la via degli anni. Uno dei maggiori insegnamenti proustiani lo si trova nel Giuseppe Berto di &#8220;Anonimo veneziano&#8221;. Nostalgia e morte non sono soltanto un incontro. Sono un incrocio. Una vera e propria intermittenza o forse un cortocircuito. Ma restiamo tutti anonimi alla fine del tempo che ci è toccato vivere? Impercettibile e impeccabile. Ciò che ci permette di lasciare l&#8217;anonimo è semplicemente la nostalgia. Bisogna avere il coraggio di non farsi uccidere dalla nostalgia, ovvero dal tempo perduto. Ma neppure &#8220;pugnalarla&#8221; perché sarebbe come pugnalare una colomba (Pietro Citati) restando in un volo in tragedia d&#8217;attese.</p>
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		<title>Proust dimenticato a 150 anni dalla nascita?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jul 2021 05:46:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-1536x1536.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-2048x2048.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-1920x1920.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/A9F13B9E-EFA6-4CAF-8A56-11EE02129DD9-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>È uno scrittore spietato e vero nel mistero.  Fa tremare l&#8217;inattuale Perché abbiamo dimenticato Proust. Nasceva il 10 luglio 1871. Si dimentica ciò può dar fastidio, ciò che turba  ciò&#8230;</p>
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<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Perché abbiamo dimenticato Proust. Nasceva il 10 luglio 1871. Si dimentica ciò può dar fastidio, ciò che turba  ciò che è spietato. Anzi, si cerca di dimenticare. Si tenta!<br />
Perché? Perché ci conduce lungo il cammino del tempo e ciò vuol dire che ci &#8220;impone&#8221; l&#8217;immagine e l&#8217;immaginario della memoria con tutti i suoi dettagli tra passato, ricordo e nostalgia.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">
<p>Questo fa paura. Soprattutto in un contesto dove il pensiero non solo è debole bensì è, anche, non pensiero, ovvero sparse chiome di idee, Proust porta la nostra vita, le nostre vite, a confrontarsi sia con lo specchio, ovvero con lo specchio infranto di Dorian, sia con la maschera del teatro senza realtà di recita, ma di una realtà che rischia il consenso con la verità che tutto esiste per diventare inesistente e crudele nella verità della ricordanza.</p>
<p>Scavare il sapere di Proust significa, tra l&#8217;altro,  smobilitare l&#8217;impalcatura dell&#8217;infanzia giovinezza, che si fa dissolvenza, come abbiamo sostenuto in &#8220;Il sottosuolo dei demoni&#8221; (Solfanelli), nel quale dedichiamo importanti pagine proprio a Proust. Proust deve restare nella soffitta? Certo. Non per me. Non per noi. Ma per tutta una cultura, dico cultura non letteratura, che ha timore di resistere alla memoria e al tempo, ha il tremore della svalutazione dell&#8217;età.</p>
<p>Due strutture di vita diventano inossidabili iniziazioni di trasparente antropologia della conoscenza della gnosi.  Il tempo siamo noi perché siamo stati tempo e lo siamo. La memoria è un radicarsi sempre più dentro questo tempo che si realizza come sottosuolo.</p>
<p>Il sottosuolo riporta Dostoevskij chiaramente, ma è una temperie del dolore che affligge la vita e scalfisce i giorni nello scavo dell&#8217;essere vivi ed esistenti e ancora spietati. Proust ci educa non alla religiosità della memoria.  Errato. Ma ad essere esistenti nell&#8217;essere vivi nel tempo, come avrebbe detto Franco Califano, piccolo, &#8220;tempo piccolo&#8221; che ci rende grande. Appunto.</p>
<p>Uno degli eredi più potenti del nostro contemporaneo sradicamento dei linguaggi e delle filosofie impossibili resta Franco Califano. Opportuno? Inopportuno? Semplicemente vero! Il tempo piccolo e la noia sono epiincastri della parola. Cosi come il suo sottoscala della memoria, sottoscala degli occhi e delle ciglia,  che è sprofondamento nel sottosuolo dell&#8217;anima.</p>
<p>Proust dentro Franco Califano? Certamente sì. I poeti sono anime in transito quando abitano il cielo infinito oltre l&#8217;oblio. Il Califano della noia di Leopardi è il Proust del Leopardi che strizza l&#8217;anima alla matita sotto le ciglia del tempo stanco in un tempo piccolo, che recita il ritorno di un tempo impossibile.</p>
<p>In fondo Proust neutralizza il tempo teatralizzandolo nella memoria finita nell&#8217;infinito di un immaginario che non muore. Questo è un grande compito della ricerca del tempo perduto e ritrovato di Proust di cui la nostalgia non è malinconia, ma consapevolezza della perdita. La nostalgia è il vero specchio &#8211; maschera che tutto si dissolve e resiste soltanto una ricordanza discordanza tra la contemporaneità delle esistenze.</p>
<p>Certo che Proust fa paura. Perché costringe a guardare le rughe e &#8220;ordina&#8221; di riflettere su quella goccia di pioggia che batte sul vetro della finestra di Thomas Mann. Il tutto per dirci che siamo viventi, ma siamo anche morenti nello spazio che Bachelard ha distratto alla dimenticanza. Se il ricordo è un assillo e un esilio la dimenticanza è la morte di tutto. Che significa la fine compiuta nella incompiutezza della morte stessa.</p>
<p>Proust è incantevole tragico  incalzante incancellabile. Proust ci lasciava il  18 novembre 1922. Ora sono 150 anni dalla nascita. Dimenticato? Si dimentica sempre ciò che sfilaccia l&#8217;anima e la rende trama di fili della favola bella e inesistente di Alice.</p>
<p>Un paese delle meraviglie che è un sogno. Proust non è un sogno. È la deriva del sognare. È una eredità e le eredità non sono passioni, ma vita e vissuti, esistenza e presente. Uno scrittore non è solo la sua vita. È la fantasia mistero di vite sopravvissute e di profezie che il tempo non sconfiggerà mai.</p>
</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dimenticato? Sì. Perché è troppo vero nel mistero e diventa crudele e resta spietato. Gli amanti gli amori la madre la nonna le maddelinine le passeggiate i lusso l&#8217;eleganza la bellezza, in un contesto di barbarie,  come quello attuale, sono il terribile dell&#8217;equivoco e l&#8217;enigma della verità. Proust è un Re nella</div>
</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"></div>
</div>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F07%2F11%2Fproust-dimenticato-a-150-anni-dalla-nascita%2F&amp;linkname=Proust%20dimenticato%20a%20150%20anni%20dalla%20nascita%3F" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F07%2F11%2Fproust-dimenticato-a-150-anni-dalla-nascita%2F&#038;title=Proust%20dimenticato%20a%20150%20anni%20dalla%20nascita%3F" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2021/07/11/proust-dimenticato-a-150-anni-dalla-nascita/" data-a2a-title="Proust dimenticato a 150 anni dalla nascita?"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/07/11/proust-dimenticato-a-150-anni-dalla-nascita/">Proust dimenticato a 150 anni dalla nascita?</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La dolce attesa irrevocabile dell&#8217;alba che muore nel nostro tempo:  da Proust a Magritte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 13:11:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="470" height="367" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier.jpg 470w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier-300x234.jpg 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></p>
<p>Quando una cultura un popolo perdono il rito i riti smarriscono l&#8217;identità. L&#8217;identità vive dentro la tradizione che tramanda, attraverso segni simboli atteggiamenti comportamentali, il rito. Il quale, servendosi del mito,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/04/19/la-dolce-attesa-irrevocabile-dellalba-che-muore-nel-nostro-tempo-da-proust-a-magritte/">La dolce attesa irrevocabile dell&#8217;alba che muore nel nostro tempo:  da Proust a Magritte</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="470" height="367" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier.jpg 470w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/pier-300x234.jpg 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></p><p>Quando una cultura un popolo perdono il rito i riti smarriscono l&#8217;identità. L&#8217;identità vive dentro la tradizione che tramanda, attraverso segni simboli atteggiamenti comportamentali, il rito. Il quale, servendosi del mito, riporta tutto ad un incipit di civiltà come se fosse sempre una vita nuova che si ripete rinnovandosi. La consuetudine è un elemento preciso, il quale venendo meno viene meno un modello di atteggiamento. Qui inizia la fine di tutto o addirittura sigla la fine di un atto &#8211; fatto cominciato tanto tempo fa. Il tempo è una dimensione ancestrale nell&#8217;intreccio tra rito e mito.<br />
Si racconta un tempo non un fatto o una storia. Prende il sopravvento come spazialità del e nel vissuto in un immaginario immobile ma cangiante. Nel tempo si assiste alla contraddizione e contrapposizione del pensiero. Il tempo nel mito è sempre una visione in cui domina il vissuto, ovvero la memoria. Perché tanto tempo fa?<br />
Perché soltanto se vissuto, per un periodo lungo o lungo medio, si stabilisce la &#8220;sonorità&#8221; della tradizione e del &#8220;velo di ragno&#8221; che persiste nel tempo giusto del fatto. La consuetudine cessa nel momento in cui la tradizione non ha più senso e quella storia, la storia dalla quale si era partiti, non ha, appunto, più senso. Il senso ha in sé la sensualità circolare della mano che accarezza il ventre. Una simbologia che trova negli archetipi della trasparenza del velo la appartenenza della maternità e della passione.<br />
Il rito termina quando la storia è già finita, quando una civiltà è morta, quando un popolo ha dimenticato perché quel fatto non ha più alcuna importanza. È questione di sensibilità di emozione di percezione. Ancora una volta, sempre il c&#8217;era una volta, questi aspetti sono tasselli nella trasparenza del velo dell&#8217;antico ritorno come volontà di potenza o di apparenza.<br />
Sensibilità emozione e percezione. Tre codici ricettivi che vengono meno quando quel pathos che si credeva in inizio non c&#8217;è più. Se non c&#8217;è più significa che lo stesso significante dell&#8217;alchimia ha perso lo sfogliare il canto della magia in una intercettazione di sostanzialità sciamanica. Il rito è archetipo sciamanico oltre il tempo mitico. Quando si perde il contatto con il tempo ritmico si perde la magia. Non serve insistere nel tentare di ricostruirlo. Si è  rotto in tanti frammenti, impossibile di rimetterli sulla scacchiera del mosaico e il solo rammentare ricordare non ha più alcun valore. È come se non si ascoltasse più la sonorità stessa della musica dentro le parole del tempo. Il tempo rituale è il tempi magico.<br />
Il ricordare è la componente fondamentale della nostalgia, ma non restituisce nulla se non la malinconia. Le culture i popoli come gli uomini non possono vivere di nostalgia e tanto meno convivere con la nostalgia. Muoiono le culture e non c&#8217;è da aver timore. Morendo creano il tempo tragico. Come nei popoli. Come negli uomini. Si consuma un tempo. Ovvero quel tempo non esiste più.</p>
<p>Ecco perché si ha bisogno della trasparenza del velo. Soltanto la trasparenza ci permette di superare il dipinto di Oscar Wilde. È questione dunque di percezione.  Siamo Esseri tragici oppure ridicoli. Non comici. Ridicoli in un teatro appesi al silenzio imponente di Munch o alla icona di un Magritte senza sguardo apparente.<br />
Il vero nichilismo, in fondo, nasce dalla disperazione di un tempo che una volta c&#8217;è stato e che non c&#8217;è più. Si cerca di afferrarlo e oltre alla nostalgia e al tempo perduto, che sono ombre, insiste una perdurante e perturbante inquietudine impalpabile e vera che conduce alla disperazione. Disperante inquietudine che corre alla ricerca del nulla. Ciò che si è perso non c&#8217;è più e niente potrà farlo ritornare come momento centrale di una vita. La memoria custodisce soltanto il ricordo fino al giorno in cui nulla resterà.<br />
La consapevolezza di questo nulla è l&#8217;alba bruna del nichilismo. L&#8217;effetto tragico si consuma tra l&#8217;essere impeccabili come gli antichi sciamani di Castaneda o essere tragici e magici come lo Zaratustra di Nietzsche. Circolarità o infinito? Il dilemma del dubbio porta alla verità indissolubile della incertezza.<br />
Vivere in un cono di ombre è la sicurezza. Dà sicurezza perché soltanto l&#8217;ombra e il buio resteranno nascondimento della vita. Il velo è inappuntabile e inseparabile dalla trasparenza nella morte che ci raggiunge nella nostra invocabile vulnerabilità. Il nichilismo vorrebbe nascondere semplicemente la luce e i riflessi di essa. Il nascondiglio è l&#8217;anima vagante oltre il riveder le stelle della profezia. Ciò però porta all&#8217;annientamento, perché la consapevolezza del nulla recuperabile in vita è disperazione.</p>
<p>Nulla è recuperabile nel momento in cui il &#8220;memento d&#8217;attimo&#8221; svanisce. Lo svanire è la terribilità del velo. Ed è così che la consapevolezza della irripetibilità del rito convince nel fatto &#8211; dato che quel tutto è possibile se è trasformato in un nulla che non è più ritornabile. Così l&#8217;antico ritorno è soltanto illusione. L&#8217;illusione è una chiarezza insostenibile persino nella luce. La morte di Dio è proprio nel cerchio in cui Dio è morto, e infatti il ritorno é un immaginario che resta empiricamente e metaforicamente nella propria visione con la conoscenza, comunque, che la visionarietà è non finzione, ma semplicemente l&#8217;anticamera della follia.</p>
<p>La perdita del rito porta le civiltà alla indifferenza e alla noia. L&#8217;indifferenza se non si trasforma in una dimensione altra rispetto al vuoto conduce, dunque, alla onnipotenza del vuoto. Le culture proprio per questo cercano di autoproteggersi con la includenza della trasmissione di graffianti icone di mito. Il mito è un segreto legato alla inclusione del mistero. Se prendessimo in una mano il mistero il segreto si rivelerebbe. Arriverebbe anche la morte dell&#8217;anima.</p>
<p>La religiosità del mito include. Non esclude. Il mito è la vera forza del tutto anche quando il tutto è diventato nulla. Ma il mito si inventa la letteratura. La religiosità è metafisica della confessione tra le ombre e il velo. Il tempo si attraversa. Non si uccide. Si abita soltanto nella bella stagione del viaggio inseparabile indecifrabile pur nella dolce attesa dell&#8217;alba che muore nella morte del nostro tempo. Un&#8217;attesa. Irrevocabile.</p>
<p>Il segno della fine è sempre lo scardinamento di un viaggio. Che sia nel mezzo o oltre ha poca attrazione. Ci sono intermittenze che portano alla consapevolezza di una vita vissuta in ribellione di libertà. Un tempo inequivocabile che appartiene agli uomini che non hanno mai accettato compromissioni e la rivolta è la tangenziale che oltrepassa il caos. Anche la fine ha i suoi simboli. Bisogna cercare di convivere con la consapevolezza della fine per terminare nella vestizione di impeccabile ribelle. La verità è che Dio è morto veramente. È stato ucciso dalla corruzione tra civiltà e potere e dalla miseria degli uomini che legandosi ad una chiesa si sentono dei e demoni. La fine è un tempo irresistibile che la bellezza ha suicidato. Dio che si considerava un Immenso è semplicemente il Nulla.</p>
<p>La bellezza è lo scandalo di Dio. Ha il mistero dell&#8217;ignoto e il segreto dell&#8217;enigma. Non si afferra. È indecifrabile perché ha il volo dell&#8217;assurdo gabbiano che muore nel momento in cui si ferma su una maschera d&#8217;acqua tracciata da una onda dubbia. Pur non temendo il tempo la bellezza è attraversata dal tempo rendendola vulnerabile come gli amanti di Magritte che non hanno volto. A proposito di ciò. I simboli sono surreali perché cercano di mantenere in vita ciò che è morto. Ma hanno la bellezza di non temere. Il surrealismo ha bisogno dei simboli perché rende tutto metafisico. Come in de Chirico o in Proust. Se si ha paura del tempo che possa uccidere l&#8217;enigma del mistero ha la corruzione nell&#8217;anima.</p>
<p>La bellezza è anche l&#8217;errore di Dio. Perché creandola ha permesso alla bruttezza di esistere. Se la bellezza c&#8217;è è perché c&#8217;è la bellezza. Quando si permette di uccidere la bellezza si uccide sempre Dio perché gli abbiamo permesso non solo di crearla e farla assurgere a distinzione ma perché ci lasciamo corrompere da essa. Rincorrere il tempo passato e volendolo ritrovato non si fa altro che tentare di superare Dio. Sembra che nel tempo ritrovato viva la bellezza consegnata al tempo passato. Sembra. Tutto può essere consolazione e ribellione.  La consolazione è la morte di tutto. La ribellione vivrà negli uomini liberi impeccabili profetici che conoscono la sfida di Dio.</p>
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