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	<title>racconti in quarantena Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>racconti in quarantena Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Racconti in quarantena – IL PRIMO MARE NON SI SCORDA MAI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 08:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="277" height="289" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/4FC95D0D-2517-4431-823A-BC6E9FD0EF39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>L’AQUILA – La prima volta che vidi il mare fu uno stordimento. Sensazione analoga avevo provato solo con le influenze stagionali che mi coglievano, con febbri altissime, all’improvviso, così come&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’AQUILA –</strong> La prima volta che vidi il mare fu uno stordimento. Sensazione analoga avevo provato solo con le influenze stagionali che mi coglievano, con febbri altissime, all’improvviso, così come all’improvviso sparivano lasciandomi in uno stato di deliquio estatico, una sorta di euforia sottile, lo sguardo fisso al soffitto bianco che s’animava di ronzii come un alveare e di immagini fatte di segmenti e macchie che diventavano volti d’uomini e di animali e paesaggi sconosciuti.</p>
<p>Avevo sentito nominare il mare da mia madre, che lo attraversò per un mese a dieci anni, di ritorno dall’America, dove era nata insieme ad altri quattro fratelli da genitori emigrati. Ma quello era un oceano, vasto da paura, le onde altissime sollevate da raffiche di vento poderose che s’acquietavano al ritorno della bonaccia. Sole da fornace in coperta dove stavano ammassati come chicchi di melagrana, ma senza il colore dell’ottimismo perché il ritorno, per molti, altro non era che una denuncia di fallimento.</p>
<p>Avevo otto anni, forse nove ma non di più. Allora s’andava al mare con le colonie della POA, la pontificia opera di assistenza che subito dopo la guerra soccorreva i meno abbienti e organizzava colonie marine perché il sole rincorasse anche i bambini gracili e il respiro dello iodio alleviasse l’asma incipiente. La rivelazione mi colpì a <strong>Francavilla a mare</strong>. Stordimento come da febbre alta. Il fruscio dell’acqua che giungeva a riva e se ne tornava via con la risacca.</p>
<p>Io me ne stavo ritto sulla sabbia a contemplare l’immenso, là fino a dove la linea d’orizzonte del mare si congiungeva con quella del cielo, in un subisso di sole accecante che mi riportò il ronzio di un alveare nella testa, tra piccole vele lontane, opposte alle instabili telature della colonia che ci facevano da riparo nell’ora della più forte calura, sulla spiaggia libera. “<em>Noce di cocco, cocco fresco</em>” si udì, sottile come bisbiglio, una voce lontana, sempre più robusta mano a mano che ci veniva incontro.</p>
<p>“<em>Cocco fresco</em>”, ripeté invitante e forte l’omino che ci si parò davanti, con un secchio d’acqua in una mano ricolmo di liste di cocco, e noci intere di riserva in un borsone. Era l&#8217;unico venditore di allora quando erano lontanissimi i tempi dei &#8220;<em>vu cumbrà</em>&#8221; carichi di accendini, pareo e bigiotteria. Qualche spicciolo lo avevamo un po’ tutti. “<em>Non si sa mai, potrebbero servire</em>”, m’aveva detto mio padre alla partenza facendomi scivolare in tasca poche lire.</p>
<p>Lo sguardo accondiscendente delle giovani assistenti ci permise gli arditi acquisti, anche se ci fu possibile gustare ogni cosa solo dopo il bagno che, dentro un costumino di lana che appena in acqua si sbrillentava tutto, poteva aver luogo nelle ore rituali, prima della merendina delle undici: pane e formaggino di rigore, un profumo ed un desiderio che ancora mi porto dentro al punto da gustarne ancora quando voglio reimmergermi con voluttà nel sole dell’infanzia.</p>
<p>Con l’omino del cocco un giorno passò sulla spiaggia anche un piccolo coro folcloristico diffondendo una canzone che ancora mi porto dentro: “<em>E’ Francavilla le più belle site</em>”. E&#8217; Francavilla il posto più bello del mondo. E per noi lo era davvero, anche se non si alloggiava in un villaggio turistico, ma in una chiesa sconsacrata dove erano state disposte brandine militari per la notte e tavoli con sedie per la refezione. Tra le attese del bagno che avveniva sotto l’occhio vigile delle assistenti, canti e giochi di gruppo per occupare il tempo. Gli animatori dei villaggi turistici sono stati un’invenzione successiva perché il mestiere lo avevano già creato le giovani assistenti di allora.</p>
<p>Seppi anni dopo l’importanza della cittadina che ci aveva accolto, del Conventino di <strong>Michetti</strong>, pittore e fotografo, grande amico di <strong>D’Annunzio</strong>, dove si riunivano in cenacolo i più bei nomi della cultura dell’epoca, da <strong>Francesco Paolo Tosti</strong> a <strong>Edoardo Scarfoglio</strong> e <strong>Matilde Serao</strong>. Non si tratta di soli ricordi, per quanto profondi possano essere e per quanto terreno abbiano dato ai miei sogni. Si tratta di molto di più, di uno spazio immenso che si apriva nella mente di un ragazzo pronto a cogliere gli stupori della vita e a lasciarsene trasportare, come vela bianca da vento leggero sulla calma piatta di acque insondabili.</p>
<p>Verranno altre spiagge e verranno anche gli oceani, non più solcati da bastimenti come quello che riportò in patria mia madre, ma sorvolati in poche ore, il tempo di un pasto e di un film, nella frenesia di un mestiere che ha avuto la ventura di farmi stringere il mondo tra le mani.<br />
Ma il primo mare non si scorda mai e ne sento le onde nell’anima, oggi, solo a riascoltare un cammeo poetico e musicale come quello di Tosti e D’Annunzio nella dolcissima “<em>A vucchella</em>”, che per me, decenni più tardi, prese volto d&#8217;amore: “<em>Sì, comm&#8217;a nu sciorillo/ Tu tiene na vucchella/ Nu poco pocorillo appassuliatella./ Dammillo e pigliatillo/ Nu vaso piccerillo/ Comm&#8217;a chesta vucchella/ Che pare na rusella/ Nu poco pocorillo appassuliatella</em>”.</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright" src="http://www.paeseitaliapress.it/img/articoli/11452902665671" alt="" width="338" height="230" />Mario Narducci </strong>è nato nel 1938 a L&#8217;Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di <strong>Paolo VI</strong> nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di <strong>Giovanni Paolo II</strong>, poi raccontati nel volume, esaurito, <em><strong>Le ragioni dell&#8217;anima </strong></em>(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige <em><strong>Novanta9</strong></em>, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E&#8217; presidente dell&#8217;<strong>Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia </strong>e promotore del <strong>Premio L&#8217;Aquila</strong> intitolato ad <strong>Angelo Narducci</strong>, direttore storico del quotidiano Avvenire. E&#8217; componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l&#8217;altro i seguenti testi di poesia: <em><strong>La Ragazza di un mese</strong></em> (Ceti, Teramo), <em><strong>Se insiste la speranza</strong></em> (Cannarsa, Lanciano), <em><strong>Il deserto e i giorni</strong></em> (IAED, L&#8217;Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, <em><strong>Le offese stagioni</strong></em> (Confronto, Fondi), <strong><em>Tempo di Passione</em></strong> (IAED, L&#8217;Aquila).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Racconti in quarantena – MASTRU  PEPPE PAZZO&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 06:50:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="968" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-300x113.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1024x387.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-768x290.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1536x581.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-2048x774.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1170x442.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1920x726.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-585x221.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>La prima cosa che si avvertiva di lui, era il calpestio pesante degli scarponi chiodati e sciabordanti, che si trascinavano dietro stringhe luride, mai allacciate per inettitudine più che per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s8" style="text-align: left;"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">La prima cosa che si avvertiva di lui, era il calpestio pesante degli scarponi chiodati e sciabordanti, che si trascinavano dietro stringhe luride, mai allacciate per inettitudine più che per comodità, insieme a una muta di ragazzi che gli facevano allegramente il verso. Era un rumore secco e strisciante, effetto di un passo pesante e traballante per dimestichezza di vino. Con quel passo e con quell’odore addosso, come un orso marsicano, egli aveva marcato il proprio territorio, circoscritto nel </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">quarto di Santa Giusta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, con puntate a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Piazza del Duomo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, al </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Grand</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Hotel</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> e a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Via Venti Settembre</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, come per dire: questa è casa mia.<img decoding="async" class="wp-image-5539 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/1C909864-B710-4537-AB5B-EDA779C3F4B9-300x200.jpeg" alt="" width="222" height="148" /></span></span></p>
<p class="s8" style="text-align: center;"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Ed in realtà altra casa sembrava non avere, se non quella che lo vedeva, assai di rado, nella bottega del fratello maniscalco a reggere le zampe delle bestie da ferrare. Perché </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, che mutuava un titolo improprio, visto che egli era solo un garzone di bottega, un lavoro ce l’aveva, anche se <img decoding="async" class="alignright  wp-image-5542" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-300x225.jpeg" alt="" width="238" height="179" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-585x438.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886.jpeg 640w" sizes="(max-width: 238px) 100vw, 238px" />l’occupazione sua principale era quella di fare il giro delle cantine, con un fiasco in mano che svuotava e riempiva a piacimento, fino a che qualche anima buona non lo riportava all’ovile. Tra sbornie e smaltimenti, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> trascorreva i suoi giorni, passando dal vino al vino senza soluzione di continuità, come una giostra che si arresta appena il tempo di scaricare e ricaricare i cavalli fermi e dondolanti. Per riprendersi almeno un po’ dalle sbornie, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> si ubriacava d’acqua al pilone della fontana addossata al lato destro della facciata di Santa Giusta, poi si allontanava giurando a se stesso di andare in latteria, mentre in realtà andava a riempire nuovamente il fiasco di vino che, con arguzia non comune, chiamava “latte bruciato” con l’intenzione di rassicurare chi lo commiserava.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il risultato era che tra latte bruciato e vino, l’abbondante sorsata d’acqua al fontanile non gli era mai sufficiente a ristabilirlo in un minimo d’e</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">quilibrio. Donde l’aggiunta di </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Pazzo&#8217;</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> al nome che ne dichiarava il lavoro. Il fiasco era il suo compagno pe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">rmanente, u</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">na bustina grigioverde sempre calcata sul capo, con le bande laterali sulle orecchie come un cocker, un pastrano d’inverno, la sola </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">parnanza</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> di cuoio unta e bisunta nella buona stagione, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> vagava entro il recinto del suo territorio nella tranquillità che gli assicuravano tutti coloro che lo conoscevano e per i quali era diventato più che un famigliare, anche se da tenere non proprio in dimestichezza</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Era il tempo in cui al </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Grand</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Hotel dell’Aquila</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> s’erano stabiliti gli occupanti americani che si vedevano a spasso per la città in compagnia di signorine compiacenti dalla gonna sopra al ginocchio, la blusa svolazzante e i sandali altissimi di sughero.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Era anche il tempo in cui il comando alleato, per agevolare la circolazione di moneta in un momento di lira inesistente, aveva diffuso le </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Am</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">-lire</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, una moneta stampata con carta di poco pregio, che dopo qualche passaggio di mano si sciupava fino a lacerarsi. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> aveva escogitato un metodo tutto suo per venirne in possesso. Si avvicinava alla gente e biascicando per vino profferiva la sua formula magica: </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Té</span></span> <span class="s11"><span class="bumpedFont15">gnende</span></span> <span class="s11"><span class="bumpedFont15">ruttu</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">?</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">(Hai niente rotto? &#8211; in senso figurato </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Hai qualche spicciolo?).</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Una richiesta che non andava delusa</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> tanto che a sera poteva contare sempre su un discreto gruzzolo. Accadde una mattina, sul tardi, che rivolgesse la stessa domanda a una signora al braccio di un facoltoso romano all’Aquila per diporto, il quale prese la richiesta per offesa grave alla moglie e lo portò in Pretura. Non ci volle molto al magistrato per rendersi conto di che pasta fosse l’imputato e dell’equivoco che s’era generato. Anche la coppia di romani comprese e dovette farsi forza per non profanare l’aula con grasse risate. L’udienza si chiuse con la raccomandazione a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> di non ripetere mai più l’espressione equivoca. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> assentì, voltò le spalle al magistrato e strascinando gli scarponi chiodati si avviò verso l’uscita. Prima di guadagnarla, tuttavia, si girò verso il banco dei giudicanti, tese la mano senza pudore alcuno e dalla sua bocca partì la domanda inesorabile tra una risata generale che rischiò di tirar giù il soffitto: “</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Signor </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Preto</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">’, </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">t</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">é</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">gnente</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">ruttu</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">?”</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Quando tornai all’Aquila, dopo anni di “esilio”</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> tra i primi luoghi della mia infanzia che andai a riscoprire ci fu, manco a dirlo, la </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Piazzetta di Santa Giusta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> con il pilone rettangolare addossato alla facciata della chiesa. Quante volte, nei giorni di calura, avevo atteso che se ne distaccasse </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, nelle sue rade sbornie d’acqua, per salirvi cauto e abbeverarmi alla cannella tra una partita e l’altra di </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Zirè</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, sotto il muro della canonica di </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">don Ernesto</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Ma </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> non comparve, come non comparve più nel resto del suo territorio marcato a scarponi e a vino. Anche la bottega di maniscalco era diventata un buco cieco, né c’erano più ragazzi nella piazzetta occupata da auto in sosta. Con </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> era scomparso tutto un mondo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> le cui tracce nessuno mai dovrebbe mettersi a cercare. Perché il cuore frantuma nel saperlo sparito per sempre.</span></span></p>
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		<title>Racconti in quarantena – LIBERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 17:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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<p>Fosse stato il vento, lo avremmo detto di tramontana. Come quello si annunciava, soffiando, ancor prima di apparire, asciutto fisicamente e portatore di sereno, qualunque fosse il cielo. Non veniva&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="526" height="651" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg 526w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86-242x300.jpeg 242w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></p><p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fosse stato il vento, lo avremmo detto di tramontana. Come quello si annunciava, soffiando, ancor prima di apparire, asciutto fisicamente e portatore di sereno, qualunque fosse il cielo. Non veniva neanche dal mare ma da un’altura di periferia, macinando chilometri a piedi come un maratoneta. Chi, come me, lo ricorda da quando portavo il grembiulino nero delle elementari, lo vedeva sempre uguale, anche se erano passati decenni e le tante primavere gli avevano appena appena incanutito il capo. Si chiamava semplicemente </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Senza cognome</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Giungeva sbuffando dunque, di primo pomeriggio, giusto in tempo per l’apertura dei cinema che allora, all’Aquila, erano quattro e tutti in centro: il </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Rex</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> ai Q</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">uattro cantoni, dove confluiscono, nella direttrice più lunga, Corso Federico II e Corso Vittorio Emanuele e nel segmento più breve Via San Bernardino e Corso Umberto, che costeggia i portici del Liceo per</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> raggiungere Piazza Palazzo; l’</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Imperiale</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> a Via tre Marie, inondato dagli odori del ristorante omonimo e dei bignè alla crema di </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Cullù</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, il pasticcere venuto dal teramano; l’Olimpia verso la Fontana Luminosa, a fianco alla Standa dove i ragazzi delle Superiori andavano ad ammirare le belle commesse in camice turchese; il </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Massimo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> da ultimo, l’unico a resistere all’insidia delle multisale di periferia e spodestato infine dal disastroso terremoto del 2009, Domenica delle Palme, come si conviene ad una Città già rasa al suolo dal terremoto del 1703, o della Candelora.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> era insieme una presenza discreta ed invasiva, galante e “saggio”, sensibile al fascino femminile come solo possono esserlo i bambini che si innamorano della maestra e se ne fanno un sogno. Le ragazze che non lo conoscevano ancora avrebbero potuto anche spaventarsi al suo approccio brusco e innocente, come accadde a mia sorella che uscita dal Rex dove proiettavano “</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Biraghin</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un film anni quaranta, protagonisti un industriale milanese, un giornalista e una ballerina di famiglia povera, si sentì gridare in uno slancio di ammirazione, il fiato sul collo, “che bella”. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Quelle che invece sapevano chi era, si limitavano a sorridergli, anche perché lui, dopo la galanteria, volgeva loro subito le spalle.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Segaligno, perso in un completo grigio di taglia generosa, leggermente curvo in avanti come chi va sempre di corsa, bocca serrata e macinante sotto il taglio dei baffi che lo facevano sembrare malinconicamente arcigno nel volto rugoso e scavato, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> era nei fatti un solitario che, le palpebre a fessura, osservava tutto senza vedere nulla, per poi lanciare, scuotendo il capo, il suo giudizio icastico che era una sentenza inappellabile: “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">C</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">he mondo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”! Non aggiungeva di più. E quello che era un intercalare inconsapevole, nel sentimento comune diventava una profezia, come spesso accade ai profeti veri e non solo biblici, che prefigurano sciagure e mutamenti epocali senza nemmeno, a volte, rendersene conto.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, in fondo, apparteneva a questa categoria, anche se con una infinita innocenza in più.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incominciava dunque la visione dei film dall’Olimpia, il cinema la cui mastodontica macchina di proiezione era collocata in uno sgabuzzino che dava sul Corso e che l’operatore teneva sempre aperto per dargli aria. Poi faceva il giro degli altri, fino al Rex, dove assisteva all’ultimo spettacolo, per uscirne a mezzanotte scotendo a commento il capo con il suo immancabile “</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Che mondo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”. Sostava un poco davanti al bar a lato, incurvava ancor più la schiena, sbuffava e mimava la messa in moto di un motorino che solo lui vedeva, dava gas ruotando la mano sull’inesistente manubrio, e partiva di volata verso la periferia donde era </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">venuto, per rinchiudersi in casa fino al pomeriggio del giorno successivo. &#8220;</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Vaio de fretta</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">&#8220;, rispondeva rifiutando a chi, pensoso della notte, gli offriva un passaggio in auto. Gli bastava un baleno per sparire sopra quelle gambe magre e veloci come il vento libero che era, mentre il rumore del “motorino” si affievoliva lontano fino a naufragare nella notte.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Mi chiedo, oggi, che fine avrebbe fatto la sua libertà, il suo essere vento che nessuno può fermare, la sua saggezza insana che ne fece un profeta innocente e inconsapevole, mentre imperversa questa pandemia che ha fatto del mondo un grande reclusorio, un bagno penale dal quale è impossibile evadere, o forse, a stento, solo con la fantasia, i cui orizzonti, malati di malinconia, vanno restringendosi sempre di più. Ma i profeti, anche minimi, hanno un tempo per esserci e poi scomparire a missione conclusa. Per cui ogni risposta è inutile, se non quella dettata dall’assenza. Perché in fondo le città le costruiscono i potenti, ma vivono assai spesso di gente che conta poco o punto, e che le fertilizza con il calore tenue di un’eterna primavera.</span></span></p>
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		<title>Racconti in quarantena – RIZIERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 15:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci racconti in quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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<p>Era fragile come un filo d’erba delle sue montagne e candido come un bambino. Tutto il contrario del nome che gli era stato imposto al battesimo e che nell’originale nordico&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="473" height="349" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/D4E5BBE6-CFE4-40C3-8470-3CAE95E9CE37.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/D4E5BBE6-CFE4-40C3-8470-3CAE95E9CE37.jpeg 473w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/D4E5BBE6-CFE4-40C3-8470-3CAE95E9CE37-300x221.jpeg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></p><p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era fragile come un filo d’erba delle sue montagne e candido come un bambino. Tutto il contrario del nome che gli era stato imposto al battesimo e che nell’originale nordico lo indicava come “potente in battaglia”. </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Riziero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> toccava sì e no il metro e venti di altezza. Girava per la città come una nuvola bianca e ballerina, un camice da dottore stretto in vita da uno spago, coppola lisa in testa e ampi occhiali da presbite sul minuscolo naso, che gli gonfiavano gli zigomi come una lente d’ingrandimento.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Una voce potente e stridula lo annunciava da lontano, e appariva come portato dal vento, non si sa da quale direzione, per le vie del centro, una radiolina a transistor incollata all’orecchio destro ad ascoltare musiche raschiate. La gente gli faceva largo oramai distrattamente, abituata com’era a quella presenza usuale. Solo i ragazzini gli si facevano attorno per giocare con lui, che riconoscevano dalla purità dell’anima che somigliava alla loro, e dalla semplicità dei gesti, più innocenti dei loro. Scherzavano insieme come fossero a cerchio sopra l’erba di un prato anche se stavano ai Quattro Cantoni, e le risate si spargevano come onde morbide al soffio di vento di ponente.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lo vedevano da anni, ma sapevano poco di lui, che era sempre uguale a se stesso ad ogni cambio di generazione.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Veniva da un paesino del circondario, dove non tornava più dalla prima giovinezza e da dove lo avevano tratto per internarlo nel manicomio del Capoluogo. In quegli anni </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Collemaggio</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, più che la Basilica di </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Papa Celestino</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e della </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Perdonanza</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, stava ad indicare la casa della follia, dove non solo i “matti” erano rinchiusi, ma anche coloro dei quali ci si voleva sbarazzare, fosse solo per una bocca in meno da sfamare. Forse quest’ultimo fu proprio il caso di Riziero, che da quel momento in poi altra casa non ebbe, nemmeno quando la</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> legge</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Basaglia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> svuotò i manicomi, gettando a volte gli ospiti per strada.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Riziero </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">era nato nel 1915. Era l’anno di inizio della </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Grande Guerra</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Ma era anche l’anno del </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">terremoto della Marsica</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> con i suoi trentamila morti. E aveva tre anni soltanto quando incominciò a diffondersi l’</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">epidemia Spagnola </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">che costò tra i cinquanta e i cento milioni di morti nel mondo su una popolazione di circa due miliardi: più della peste nera del quattordicesimo secolo che ispirò il Decamerone a Boccaccio.</span></span></p>
<p class="s7">Non era nato sotto una buona stella, Riziero. Che attraversò indenne tutte le tragedie dell’epoca, curvo sulla colonna della iattura ad assorbire sulla schiena, che mai ebbe refrigerio, i colpi del flagello di una vita. Che in realtà era un eletto da Dio, come lo sono i matti per taluni popoli, perché preservato da tutte le brutture del mondo.</p>
<p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ma lui, tutte queste cose non le sapeva. Sanno forse gli innocenti del male che li circonda e che li graffia? E riconosce forse il vento, i volti che accarezza o gli alberi che scuote? Riziero era insieme vento e volto, ed era pianta, alfine sradicata per legge da quell’asilo di malati di mente cui in realtà non era mai appartenuto ma al quale si era affezionato, perché l’unico che lo aveva custodito come in grembo materno.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La Città divenne la sua casa nuova. Con le sue piazze dove sostava in festa in cerchi improvvisati di ragazzi, con le sue vie che percorreva con la radiolina a transistor sempre più gracidante, con i suoi portici dove levava la voce alta e stridula al canto, con la sua cerchia di </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">monti dove invano gettava lo sguardo miope, con la felicità inconsapevole del candore mai perso.</span></span></p>
<p class="s7">Egli appariva e spariva come una nuvola. Era vento che giungeva da ogni direzione e per ogni direzione si disperdeva. Era voce che stava su tutto e che taceva a notte, per risorgere al mattino con il primo sole. Era risata che navigava nell’aria come un aquilone, che non si perdeva nel cielo perché voleva restare sulla terra, retto da un filo invisibile. Era un’anima persa ma mai sparita in una città che lo teneva nelle mani a coppa dove, minuscolo, lui si dissetava, riempiendola, grato, delle sue risa infantili.</p>
<p class="s7"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era novembre quando a notte alta, in una desolata periferia, un’auto lo colse nell’attraversamento improvviso della strada, scaraventando lontano la radiolina a transistor che in un singulto si spense per sempre.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Sono un ciuccio, disse un famoso professore</span></span><a name="_GoBack"></a><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> ai funerali, ho imparato ben poco da Riziero. Altrimenti avrei dovuto trasformare profondamente la mia vita</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”. Cosa impossibile, se non si diventa nuvola, se non si diventa vento.</span></span></p>
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		<title>RACCONTI IN QUARANTENA.IL VECCHIO PAPA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 20:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="627" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3-300x294.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3-585x573.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Il vecchio Papa attraversò il selciato livido di San Pietro come fosse una sua personale Via Crucis, sotto un cielo di piombo che pioveva a scroscio. Era barcollante a tratti,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio Papa attraversò il selciato livido di San Pietro come fosse una sua personale Via Crucis, sotto un cielo di piombo che pioveva a scroscio. Era barcollante a tratti, per la zoppia che lo affliggeva da tempo. Non un ombrello pietoso a ripararlo, non vestiva mantelli rubei che pure gli spettavano, non camauri sul capo che pativa il freddo della sera inoltrata. Procedette malfermo ma deciso verso la scalinata della Basilica, e la salì solitario, appena sorretto da un improvviso cireneo, come fosse il suo Calvario. Sedette esausto, il volto dolente e smarrito come mai, e fu come si distendesse sulla Croce. </span></span></p>
<p class="s9">La Piazza era vuota. La gente se ne stava rintanata nelle case come se da un momento all’altro dovessero passare i caccia a bombardare la città. Non un cardinale a fargli corona. Si è sempre soli nell’ora del patibolo. E Lui si stava offrendo per l’umanità intera, invisibile davanti agli schermi dei continenti. Sopra la piazza ora la pioggia diluviava. Il selciato ed il cielo diventavano sempre più neri. Poi al termine di una lunga e silenziosa immobilità, Lui si scosse per riemergere al tempo come da abissi di interiore, spirituale angoscia.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Io ripensavo, guardandolo, a papa Montini, quando le Brigate Rosse uccisero Aldo Moro. Egli aveva pregato fortemente per la sua salvezza, senza averne risposta. “Tu o Dio non mi hai ascoltato”, gridò al cielo e sulle sue labbra apparve come un rimprovero disperato, un pianto irrefrenabile, singhiozzi che squarciavano il petto.</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">No, non veniva meno la fede, se a vincere fu allora la delusione. Non si crede in Dio perché egli ci sovviene nelle nostre urgenze, si crede in lui perché si è consapevoli del suo amore, i cui percorsi non sempre seguono i nostri.</span></span></p>
<p class="s9">Il vecchio papa ora si alzava a parlare. E sulla sua bocca, come fosse una fioritura di speranza, comparve la barca di Pietro e di altri apostoli in preda alla tempesta, mentre Gesù dormiva. La tempesta cresceva e cresceva la paura dei discepoli che se ne uscirono nel grido che ciclicamente ripete l’umanità di ogni tempo di fronte al dolore: Signore salvaci. E il Signore si levò, e gridò alla tempesta di placarsi e quando la bonaccia tornò, con dolce rimprovero disse loro: perché avete avuto paura? Non avete ancora la fede?</p>
<p class="s9">Ma la fede non toglie la paura. La paura è nella natura umana. Egli stesso in preda alla paura sudò sangue tra gli ulivi del Getsemani e pregò il Padre perché non gli facesse bere il calice amaro della crocifissione. Anche la paura è un diritto. Quando però Cristo si avvicina agli uomini, la paura si tramuta in affidata speranza. Che è frutto del suo amore.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio papa levò l’ostensorio sopra gli invisibili quattro angoli della terra. E tornai bambino al tempo delle “rogazioni” di primavera, quando, tra i campi attorno alle pievi, parroci in cotta e stola lanciavano benedizioni sopra le messi in divenire perché abbondante fosse il raccolto. E quando i contadini erigevano croci di sterpi tra le distese ancora acerbe di grano perché non venissero compromesse da nembi tumultuosi. Allora </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">c’era il sole, sulle messi, e attorno al prete si affollavano i contadini lieti di mettersi nelle mani di Dio.</span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio papa, invece, era solo. Si avvertiva l’assillo dell’invisibile che aveva fatto chiudere gli usci delle case e </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">azzeppare</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> gli ospedali, che aveva serrato le fabbriche, chiuso gli uffici e i negozi, rese deserte le piazze ed i vicoli, inutili le fontane dei parchi se non c’erano più ragazzi a bere alle cannelle, che aveva fatto sciogliere le nevi, senza prima vederle solcare da frotte di sciatori.</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">La pioggia anziché cessare veniva ora giù a raffica. I lampioni della piazza sembravano inariditi e bui. Il selciato si confondeva con il cielo. La primavera sembrava essersi mutata in tregenda. I getti della fontana erano una sola cosa con il diluvio.</span></span></p>
<p class="s9">Poi, mentre il vecchio papa si allontanava per il ritorno a casa, improvvisamente uno spiraglio piccolissimo di cielo si aprì e prese forma umana. Come un refolo bianco con le braccia aperte ad accogliere le pene degli uomini e del tempo. La piazza deserta parve trasalire dei battiti di una folla enorme e invisibile che raccoglieva il soffio angoscioso delle case. In basso, sul sagrato, era rimasto solo il Cristo Crocifisso di San Marcello al Corso, che aveva salvato i romani dalla peste del millecinquecento.</p>
<p>***<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-5025" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-480x480.jpeg 480w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p class="s16"><span class="s11">Mario Narducci</span><span class="s12"> </span><span class="s13">è</span><span class="s13"> nato nel 1938 all&#8217;Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di </span><span class="s12">Paolo VI</span><span class="s13"> nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di </span><span class="s12">Giovanni Paolo II</span><span class="s13">, poi raccontati nel volume, esaurito, </span><span class="s14">Le ragioni dell&#8217;anima </span><span class="s13">(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige </span><span class="s14">Novanta9</span><span class="s13">, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E&#8217; presidente dell&#8217;</span><span class="s12">Istituto di </span><span class="s12">Abruzzesistica</span><span class="s12"> e Dialettologia </span><span class="s13">e promotore del </span><span class="s12">Premio L&#8217;Aquila</span><span class="s13"> intitolato ad </span><span class="s12">Angelo Narducci</span><span class="s13">, direttore storico del quotidiano Avvenire. E&#8217; componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l&#8217;altro i seguenti testi di poesia: </span><span class="s14">La Ragazza di un mese</span><span class="s13"> (Ceti, Teramo), </span><span class="s14">Se insiste la speranza</span><span class="s13"> (</span><span class="s13">Cannarsa</span><span class="s13">, Lanciano), </span><span class="s14">Il deserto e i giorni</span><span class="s13"> (IAED, L&#8217;Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, </span><span class="s14">Le offese stagioni</span><span class="s13"> (Confronto, Fondi), </span><span class="s15">Tempo di Passione</span><span class="s13"> (IAED, L&#8217;Aquila).</span></p>
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