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	<title>Scrittura Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Scrittura Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>La  letteratura è finita. Resta la dialettica che si fa polemica. Siamo in un tempo senza estetica</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/11/la-letteratura-e-finita-resta-la-dialettica-che-si-fa-polemica-siamo-in-un-tempo-senza-estetica/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-letteratura-e-finita-resta-la-dialettica-che-si-fa-polemica-siamo-in-un-tempo-senza-estetica</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 11:37:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>In un tempo come il nostro la letteratura ha perso due caratteristiche fondamentali. Il disincanto e l&#8217;evocazione. La morte della letteratura comincia quando lo scrittore non è più lo scrittore,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/11/la-letteratura-e-finita-resta-la-dialettica-che-si-fa-polemica-siamo-in-un-tempo-senza-estetica/">La  letteratura è finita. Resta la dialettica che si fa polemica. Siamo in un tempo senza estetica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>In un tempo come il nostro la letteratura ha perso due caratteristiche fondamentali. Il disincanto e l&#8217;evocazione. La morte della letteratura comincia quando lo scrittore non è più lo scrittore, ma il razionale decifratore di immagini, di cronache, di strutture…</p></blockquote>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>In un tempo &#8220;volgare&#8221; che ha smarrito l&#8217;eleganza della scrittura e la parola come segno di stile e estetica della bellezza la letteratura vera può avere ancora un senso?<br />
La letteratura è morta. La scrittura della letteratura è morta. La morte della letteratura comincia quando lo scrittore non è più lo scrittore, ma il razionale decifratore di immagini, di cronache, di strutture. Oggi la letteratura alla Bevilacqua, alla Sgorlon, alla Berto, alla Morselli, alla Salvalaggio, alla Saviane, alla Grisi… (per restare alla generazione ultima degli scrittori veri) è morta. Sono rimasti pochi, ma molto pochi, scrittori che solcano questa via… ma non amano il clamore… Restano a vivere il mistero della parola… La letteratura premiata non è letteratura… La letteratura vive tra le maglie dell&#8217;estetica del disincanto.<br />
In un tempo come il nostro la letteratura ha perso due caratteristiche fondamentali. Il disincanto, appunto, e l&#8217;evocazione. Non sono categorie espressive ma costituiscono due sentieri dell&#8217;anima. Ovvero sono i luoghi dell&#8217;essere e della recitazione interiore. La crisi dello scrittore non è soltanto crisi di scrittura. E&#8217; molto più profonda e tocca dimensioni della coscienza che rappresentano i veri intervalli tra la parola e l&#8217;immagine.</p>
<p>Se oggi si parla spesso che la letteratura ha perso il suo senso, in termini puramente letterari, è anche vero che lo scrittore è diventato altro rispetto alla sua funzione. Uno scrittore pensante o un poeta pensante. Non è su questi aspetti che si possa confrontare l’essere dello scrittore e la parola. Lo scrittore se non resta un alchimista e se non viaggia tra le ragnatele di una magia onirica assume una sua vestale di &#8220;operatore&#8221; del realismo.</p>
<p>Lo scrittore è altro da sé. Non l&#8217;investigatore. Ma il magico intagliatore di anime. Il grido del silenzio. Il silenzio che si fa meraviglia. E&#8217; Kierkegaard: &#8220;…Semplicemente persi nell&#8217;intervallo fra il grido della nascita e la ripetizione di questo grido…&#8221;. Solo un poeta poteva decifrare i codici dell&#8217;esistenza che segnano la nascita e la morte. Ma i poeti sono i navigatori dell&#8217;esistenza della memoria. E viaggiano nel tempo. Un tempo come se fosse mare. Come se fosse vento. Come se fosse terra. E non hanno maschere perché recitano sempre se stessi. Si portano dentro un atlante. La geografia dell&#8217;anima. Ogni luogo è un sogno e una tristezza. Ogni luogo è una partenza e un ritorno. L&#8217;estetica della vocazione è nei luoghi che si ascoltano nelle metafore.</p>
<p>Quanti viaggi immaginari. Quanti silenzi abbandonati nelle parole. quante agonie. Il poeta è il navigatore che non dimentica. E non ha bisogno di bussole. Ci sono le stelle. Basta guardarle. La bellezza delle stelle. Un punto che illumina. Abbiamo bisogno di punti che illuminano il cammino.</p>
<p>Tante volte ho osservato la stella e mi ha sempre raccontato i destini del mistero. Mi ha raccontato i segni della provvidenza. La stella è un punto che guida. Il faro per i marinai. Quel faro che misura distanze. Ma la stella non misura distanze. Ci siamo addormentati con la stella negli occhi mentre il mare tagliava la roccia. E ci siamo svegliati all&#8217;alba quando la stella non c&#8217;era più e le onde continuavano a sbattere la roccia. Il poeta quante immagini riesce a dipingere ascoltando una stella.</p>
<p>La poesia è fatta di parole ma sono le parole che sono impregnate di altro. Già, la stella nel solo guardarla crea poesia. Ma poi bisogna pronunciarla. Pronunciamo la parola stella. Nazareth. Il deserto. Verso la terra promessa. Siamo antichi come i sogni di Omero e come le leggi di Mosè. Il viaggio mitico il viaggio nel sacro.</p>
<p>Ci perdiamo come Ulisse in un mare colore del vino ma abbiamo l&#8217;attesa dei Magi che seguono la stella cometa. Sulla battigia non ci sono più i nostri passi. Siamo andati via con un tempo che non ritorna e con i nostri anni. Ma è impossibile arrenderci fino a quando i ricordi affolleranno i nostri dubbi.</p>
<p>I tuoi occhi avevano il silenzio delle streghe. E la mia inquietudine era una pazzia senza consolazione.Chiedere altro. Ma cosa? I poeti viaggiano e sanno portarsi dentro agonie e disperazioni ma sanno anche capire la bellezza. Un amore che finisce non è solo tristezza. Conserva dentro di sé l&#8217;armonia di un amore vissuto anche se non c&#8217;è più. E questa armonia è una straordinaria bellezza.</p>
<p>Cosa direbbe Sthendal? Il rosso e il nero. Quando non si ha paura d&#8217;amare è la bellezza che prende il sopravvento. Le storie che finiscono non devono straziare. Paura della morte? Anonimo veneziano di Giuseppe Berto: &#8220;E&#8217; la paura della morte che mi fa paura. Non è un gioco di parole. se accadesse senza che me ne accorgessi, non me ne importerebbe niente… Terrore e attrazione…&#8221;.</p>
<p>Il poeta disperato è l&#8217;uomo che ha paura di non amare più. E non di non essere amato. La bellezza era nel suo sorriso e la tenerezza era nel perdersi tra le foglie dei suoi capelli. La passione è il dilungarsi di una notte d&#8217;amore quando la pazzia invade l&#8217;anima e l&#8217;attrazione è una penetrazione di corpi. Ma perché i poeti sono i navigatori dell&#8217;esistenza? Amore e morte. Le parole sono nella conchiglia e recitano la vita. L&#8217;immenso desiderio di vivere. Il tempo tocca gli anni. Gli amori abbandonati lungo le strade sono appuntamenti falliti. Il vento riporta echi.</p>
<p>Se non ci fossero le parole avrebbe più senso guardarci negli occhi? La stella del viandante è un riflesso di sguardi. Ci si perde e ci si ritrova. Proprio come tanto tempo fa. La bellezza di Nausicaa è impareggiabile di fronte a quella di Penelope.</p>
<p>Ma cosa è la bellezza? Ciò che sento? Ciò che vedo? Gesù che parla nell&#8217;Orto degli Ulivi è un esplodere della bellezza. Arriva il tempo che il viaggio sembra compiuto ma è soltanto un infinito desiderio di capire. Non riusciremo mai a capire fino in fondo.</p>
<p>La morte che incombe in una tragica Venezia mentre la musica imperterrita tocca le corde del sogno. E la storia non c&#8217;è. Non può fermarsi nella tragica Venezia che suona una viola di morte.</p>
<p>Ancora Berto nel finale del veneziano anonimo: &#8220;…nell&#8217;antico concerto che dice la rassegnata disperazione per la morte di un uomo, e forse d&#8217;una città, e forse anche di tutto ciò che è già vissuto abbastanza&#8221;. Solo il tempo è un lento bussare mentre le porte si aprono senza insistere. I poeti non restano nella storia. E&#8217; buffo. Può anche essere un mistero buffo. I poeti non sono ciarlatani. Né attori inconsolabili.</p>
<p>Te ne sei andata in una notte di bugia e la tua assenza è un costante ascoltare frammenti di vuoto. Avrei voluto raccontare la nostra storia d&#8217;amore ma la parola storia è terribile, mi fa tremare le vene, mi fa incattivire. Ma quale storia raccontare? La storia di un&#8217;emozione o di una passione. Storia. Tra noi nulla si è storicizzato. Un amore non si storicizza. Resta nella memoria dell&#8217;indefinibile.</p>
<p>Libero Bigiaretti in Disamore: &#8220;…il nostro amore fu dunque una vacanza nel bel mezzo della vita?&#8221;. I poeti inventano destini. Si scaldano intorno alla cenere spenta dei falò e scrivono poesie con i bagliori della stella. Non sono né testimoni né protagonisti di quel tempo che vivono. Si lasciano vivere dal tempo e cercano la durata nella bellezza.</p>
<p>&#8220;La tenni appena contro di me. I corpi si sfioravano. La guardavo dentro gli occhi verdi e vi vidi l&#8217;amore: chiedeva aiuto&#8221;, Giorgio Saviane in Eutanasia di un amore. La bellezza di quegli occhi, i sogni che lasciavano il mare, il desiderio che diventava immenso. La bellezza di rincontrarsi.</p>
<p>La bellezza. Ma se i poeti non cercano la bellezza perché dovrebbero scrivere? Quale orizzonte attraversare? L&#8217;estetica dell&#8217;evocazione è anche l&#8217;estetica del silenzio. e il poeta &#8211; scrittore non può che navigare tra le maree di queste immagini che vivono dentro di noi e ci portano altrove pur restando sempre con noi. Gli scrittori dell&#8217;evocazione nell&#8217;estetica del disincanto.</p>
<p>Tu che mi stavi accanto e mi parlavi della stella. Poi il silenzio. ci siamo svegliati all&#8217;alba, con le voci dei marinai che spingevano le barche sulla riva.</p>
<p>Ma i poeti sono i navigatori… Appunto. Verso quale letteratura? Le dimensioni dell&#8217;essere non sono strutture. Sono luoghi. Ma la letteratura che vive nei luoghi dell&#8217;essere si serve dell&#8217;immaginario dell&#8217;utopia. Un segno che potrebbe farci riscoprire il viaggio grande del mistero della parola e del mistero dei linguaggi. Quando la letteratura muore resta la dialettica che si fa polemica. Ovvero abbiamo a che fare con la bruttezza. E poi i tempi volgari si testimoniano anche dai &#8220;vestimenti&#8221;. Cosa vuol dire? È vero che l&#8217;abito non fa il monaco. Ma è anche vero che il monaco fa l&#8217;abito che indossa. È questione appunto di estetica. Ma di quella vera!</p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-117414" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1-640x640.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1.jpeg 1440w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lingua italiana: tradizione, innovazione e i codici delle parole. LA CONFESSIONE DELLO SCRITTORE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 14:19:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-3.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-3-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-3-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-3-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>La lingua italiana “è completamente mutata rispetto agli anni Cinquanta del ’900” e oggi non esiste più “una lingua ufficiale tradizionale”. Dalla tradizione che va “dalla Vita nova a Poliziano,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/20/lingua-italiana-tradizione-innovazione-e-i-codici-delle-parole-la-confessione-dello-scrittore/">Lingua italiana: tradizione, innovazione e i codici delle parole. LA CONFESSIONE DELLO SCRITTORE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i>La lingua italiana “è completamente mutata rispetto agli anni Cinquanta del ’900” e oggi non esiste più “una lingua ufficiale tradizionale”. Dalla tradizione che va “dalla Vita nova a Poliziano, Leopardi, Ungaretti e Pavese” si passa a una pluralità di codici influenzati da media,ma anche dalle canzoni e  dalle lingue degli immigrati. La modernità linguistica si riflette nelle scritture di Camilleri, Gadda e Pasolini. Agli autori spetta il compito di custodire la lingua senza tradirne l’eredità.</i></p>
<p>Se Dante resta ancora fondamentale è chiaro che quella tradizione che parte con la Vita nova è da riconsiderare tra Poliziano, Leopardi, Ungaretti e Pavese.</p>
<p>Il dibattito aperto da Manzoni non si è mai chiuso. Così quel grande pensiero che vive nel De Vulgare di Dante. Bisognerà dare un ruolo consistente alla lingua italiana soprattutto partendo dalla letteratura del Novecento. È in essa che si sono moltiplicate le forme e le metodologie di linguaggio che hanno guidato la storia della lingua nella modernità, attraversando epoche ed opere già con San Francesco d’Assisi sino ad Angelo Poliziano, dal Rinascimento alle ‘etichette’ illuministiche, che hanno cercato di formulare un inciso rivoluzionario, ma che hanno consegnato la lingua stessa a Manzoni, e da questo alle avanguardie di Pascoli e D’Annunzio, filtrando notevolmente il Futurismo sino alla lingua post realista, alla quale la letteratura si è agganciata e alla quale soprattutto il cinema si è aggrappata.<br />
Dopo gli anni Sessanta del 900 si è verificata una vere e propria modifica dei canoni e se si vuole di un vocabolario. Dagli anni Sessanta ad oggi la lingua ha assunto precise chiavi di lettura.<br />
Quella codificata da una norma dei vocabolari che hanno assorbito i cambiamenti anche sintattici e le forme dialettali, oltre alla assunzione di comparazioni con la lingua inglese, lingua che in molti termini ha preso il sopravvento, ma che è la lingua italiana ufficiale.<br />
Quella correntemente parlata che, se pur in una forma corretta, ha innesti modulari rispetto a quella scritta perché ha tagli favoriti da un linguaggio piuttosto discorsivo.<br />
Quella cosiddetta “bastarda” che è dovuta all’intreccio tra una scrittura giornalistica, televisiva, telematica con ulteriori innesti che sono distanti dalla tradizione degli anni Settanta. La lingua non è mai ideologia.<br />
C’è una quarta chiave di lettura, non inclusa in un discorso ufficiale ma insiste, che è quella che proviene dai testi delle canzoni.<br />
I giovani usano come forme direzionali della comunicazione l’incrocio delle due ultime chiavi per confrontarsi, per dialogare, per definire un qualcosa e anche per definirsi.<br />
Io addirittura aggiungerei ancora una quinta chiave che è quella portata dalla presenza delle lingue degli immigrati. Non sarebbe da sottovalutare considerato il fatto che sono detentori di un loro linguaggio comunicante ma sono anche depositari di una loro lingua. Non sempre il loro linguaggio comunicante, che potrebbe essere inteso come una caratterizzante formula dialettale, si pensi agli albanesi o agli arabi tunisini ed eritrei, è fedele alla lingua della loro Nazione. Anzi non lo è quasi mai.<br />
Tutti questi aspetti riguardano l’importanza di dare un senso storico alla tutela della lingua italiana. È naturale che non c’è più una lingua ufficiale tradizionale. La tradizione nelle lingue è un fatto soltanto di consapevolezza di eredità, di ricostruzione identitaria, di analisi dei processi sia letterari sia storici stessi sia prettamente linguistici, ma si scende in una dimensione che è antropologica.<br />
Discutere di una lingua corretta, oggi, significa ripristinare delle griglie che però, dobbiamo essere consapevoli, non corrispondono alla realtà dei parlanti e degli scriventi. Il parlante già di per sé, pur mantenendo fede, alla consueta formula della grammatica e della sintassi, usa sempre un vocabolario innovativo: innovativo, oggi, è anche il ripescaggio di termini obsoleti, ovvero una parola usata da Tommaseo è innovativa ma anche “arcaica”.<br />
Lo scrivente, che dovrebbe usare la lingua come estetica e correttezza dell’ufficialità e dell’esempio, potrebbe essere lo scrittore. Dante e Manzoni sono esempi e testimonianze che rispecchiano un tempo linguistico che non c’è più.<br />
Noi parliamo, in questo nostro tempo, il linguaggio di Andrea Camilleri, che ha una interpretazione prettamente etno-antropologica (ne parlo in senso non negativo: attenzione), il linguaggio di Carlo Emilio Gadda con le varie sfaccettature, anche sul piano della punteggiatura, (lo dico senza voler entrare nella rivoluzione linguistica futurista che ha stravolto la lingua italiana: si può accettare o meno ma è così), il linguaggio di Alberto Bevilacqua con delle sfaccettature anche discutibili, ma che io accolgo con piacere, il linguaggio di una scrittura puramente giornalistica trasportata come una nuova impostazione narrante in testi che si fanno passare per narrativa, il linguaggio attento di Pasolini che soltanto ora trova una sua interessante ottimizzazione.<br />
Sono solo pochi esempi. Si pensi a Luigi Meneghello o a Lucio Mastronardi o ad Alberto Moravia o alla poesia di Giorgio Caproni. Noi viviamo in questa età e non tra Dante e l’Illuminismo o tra il Romanticismo e Ada Negri.<br />
Poi c’è la presenza degli scrittori stranieri che, se pur tradotti, vengono ben recepiti sul piano della sintassi ma soprattutto su quello della punteggiatura. Uno scrittore tra i tanti: Garcia Màrquez. Il romanzo che gli ha dato la notorietà vira qualsiasi forma di punteggiatura e quella standardizzazione di concetti ha influito notevolmente nella lingua letteraria contemporanea. Il fatto, invece, è un altro. Il vocabolario ha un suo compito specifico che instrada verso una direzione ben definita. Il linguaggio è ben altra cosa. Non si può imporre allo scrittore, pensate al poeta contemporaneo, di impostarsi secondo i canoni del vocabolario della lingua. Sarebbe un omicidio ma sarebbe anche un suicidio della stessa lingua.<br />
Bisognerebbe una buona volta convincersi che la tradizione del dibattito delle lingue, sviluppatosi intorno al De Vulgari e anche prima, non interessa e non tocca la comunicazione della letteratura dei nostri giorni e tanto meno i “lucchetti” parlanti dei nostri figli e delle piccole macchine parlanti che usiamo tutti per comunicare. E se Dante non interessa, è storia e deve restare tale, non interessa neppure il rapporto linguistico tra Manzoni<br />
sino a Carducci e a un certo Pascoli.<br />
Dobbiamo convincerci che la lingua italiana è completamente mutata rispetto agli anni Cinquanta del ‘900. E’ mutata rispetto agli anni ’70 – ’90. Chi si ricorderà la lingua usata nei volantini delle Brigate Rosse negli anni Settanta si renderà conto la tipologia sintattica (non parlo delle minacce o dei codici terroristici ma della grammatica o di altre scorrettezze morfologiche) che si innervava nella nostra società. In che termini linguistici, mi sono spesso chiesto, comunicavano le Brigate Rosse con l’attento e forbito Aldo Moro?<br />
I cambiamenti delle società trasformano anche la lingua. I cantautori degli anni Sessanta capirono questa trasformazione e a loro si deve molto nell’aver mantenuto fede ad un codice sostanzialmente in linea con la tradizione. La cinematografia è andata su un altro versante. Bisogna affrontare tale questione e credo che una scuola dentro i mutamenti delle società dovrebbe avere un ruolo predominante. Ma molte volte dipende dai docenti e soprattutto dai testi adottati. Un altro problema dolente.<br />
Gli scrittori oggi, comunque, hanno un compito fondamentale che non è quello di strapazzare la lingua. Se Dante resta ancora fondamentale è chiaro che quella tradizione che parte con la Vita nova è da riconsiderare tra Poliziano, Leopardi, Ungaretti e Pavese.</p>
<p>*****</p>
<p><strong><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-112993" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4148-300x219.jpeg" alt="" width="300" height="219" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4148-300x219.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_4148.jpeg 335w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Quando la mente dimentica, la mia anima continua a scrivere&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 04:40:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1261" height="1342" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428.jpeg 1261w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-282x300.jpeg 282w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-962x1024.jpeg 962w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-768x817.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-1170x1245.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-585x623.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1261px) 100vw, 1261px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1261" height="1342" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428.jpeg 1261w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-282x300.jpeg 282w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-962x1024.jpeg 962w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-768x817.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-1170x1245.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9428-585x623.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1261px) 100vw, 1261px" /></p><p><b>di Krishan Chand Sethi </b></p>
<p>Ci sono scrittori che scrivono per ricordare, e ce ne sono altri che scrivono per elaborare. Io scrivo per sentire. Non sempre ricordo ciò che ho scritto in passato. Continuo semplicemente a scrivere. Proprio come respirare o sognare, non è qualcosa che faccio volontariamente per ricordare, ma qualcosa che faccio per lasciar andare. Scrivere diventa vivere. Il passato si trasforma in inchiostro, e la penna è l’anima. E anche quando perdo le mie stesse parole, sono le mie parole a ricordarsi di me. In un’epoca così ossessionata dal conservare fotografie archiviate nel cloud, ricordi trasformati in megabyte, traguardi esibiti per ottenere “mi piace”, c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel disancorarsi. Non ricordare ogni parola che ho scritto non è una perdita; è un ritorno. Un ritorno al fatto che scrivere non è sempre trattenere, ma espirare. Quando scriviamo dall’esperienza, dal cuore, dal ritmo del momento, non scriviamo necessariamente per ricordare. Scriviamo per diventare.</p>
<p><b>L’anima che scrive senza aspettative<br />
</b>Scrivere senza ricordare non significa dimenticare. Significa lasciar andare. Significa avere fede che le parole destinate a restare, resteranno &#8211; non nei libri o nei diari, ma nella sostanza. Quando mi siedo a scrivere, non consulto i miei archivi. Non cerco di ripetere ciò che è già stato detto. Attingo al pozzo dentro di me, e ciò che emerge è sempre nuovo, come la prima pioggia su terra arida. In quei momenti, non sono uno scrittore. Sono un tramite. Le parole non provengono dalla mente calcolatrice ma dall’onestà emotiva. Non sono costruzioni artificiali; sono frasi viventi. Respirano, invecchiano, crescono proprio come me. Questo è un atto sacro. Un musicista improvvisa a occhi chiusi, sentendo ogni nota più che scrivendola. Io scrivo intuitivamente. Nessuna paura, solo flusso. Non si tratta di produzione. Si tratta di versare fuori. L’autenticità risiede lì.</p>
<p><b>Quando la memoria non è l’obiettivo<br />
</b>La memoria, per quanto forte, non è necessariamente l’alleata più affidabile delle arti creative. La memoria condiziona, struttura, ripete il passato. Ma se invece scrivere non avesse nulla a che fare con il ripetere, ma con l’inventare? Non con il conservare, ma con il dire? E se la voce più autentica che possediamo fosse quella che emerge quando la memoria viene messa a tacere? I grandi poeti lo sapevano. Mi è capitato di leggere potenti citazioni di Rainer Maria Rilke (mistico poeta del XX secolo), una delle quali recita: &#8220;Quando le parole si ricordano di me&#8221;, proprio sul tema della scrittura, della dimenticanza e del ricordo. “Lascia che tutto ti accada: la bellezza e il terrore. Continua ad andare avanti. Nessuna sensazione è definitiva.&#8221; In quei versi c’è il permesso di andare oltre il ricordo e di entrare nel sentimento grezzo e non filtrato. Lì vive la verità.</p>
<p><b> Il paradosso del dimenticare e dell’essere ricordati<br />
</b>Spesso inciampo in versi miei che non ricordo. Una poesia scritta anni fa, una frase sepolta in un vecchio quaderno. A volte, mi sorprende che quelle parole siano mie. Ma in quello stupore, rivedo una parte di me che avevo superato o abbandonato. Mi incontro nella mia scrittura, anche se non ricordo di averla creata. C’è un paradosso al centro di tutto ciò. Io dimentico ciò che dico, ma le parole non dimenticano me. Portano le mie impronte, il mio respiro, i miei pianti silenziosi e i miei canti non cantati. Sono lo specchio che ho creato inconsapevolmente, dove i miei sé passati mi vengono incontro senza giudizio.</p>
<p><b>Una libertà che pochi comprendono<br />
</b>La maggior parte delle persone teme il dimenticare. Temono di perdere ciò che hanno scritto, detto, creato. Invece, io ho scoperto una libertà silenziosa nel non trattenere la memoria delle mie parole. Quando le rileggo, sono libere dal sentimento di nostalgia o dal bisogno di avere ragione. Si presentano come pezzi autonomi, liberi dai turbamenti dell’ego attuale; piuttosto, sono manufatti d’emozione, frammenti di me stesso. Posso apprezzarli o criticarli, ma non tento di possederli. Perché non sono mai stati possedimenti. Erano doni da offrire.</p>
<p>Scrivere senza dover ricordare è vivere nel presente. È permettere al sé di crescere senza portare con sé il peso del passato. Questo non significa che il passato sia inutile. Significa soltanto che il significato non è intrappolato nella memoria. Il significato è ciò che le parole ancora sussurrano quando le incontriamo di nuovo. E c’è qui anche una lezione buddhista: l’arte del non attaccamento. Così come i monaci costruiscono mandala di sabbia elaborati per poi spazzarli via, anche noi dobbiamo lasciare andare le nostre parole una volta che hanno compiuto il loro effetto. La bellezza sta nel fare, non nel trattenere.</p>
<p><b>Un dialogo vivente con sé stessi<br />
</b>Dico spesso alle persone che scrivo per la mia anima, non per lo scaffale. Quando scrivo, non mi preparo per un pubblico. Sto avendo una conversazione con il me stesso che ancora non conosco. Ecco perché il processo significa più del prodotto. Che le parole siano ricordate o perse, pubblicate o tenute segrete, esse soddisfano lo scopo più profondo dell’espressione di sé. Questa conversazione mi ha salvato innumerevoli volte. Nei momenti di disperazione, la mia penna è stata la mia amica fidata. Nei momenti di gioia, è stata la mia celebrazione. E nei periodi di confusione, è stata la mia mappa. Anche quando dimentico ciò che ho scritto, ricordo la chiarezza o la purificazione che ne è seguita. A volte, i lettori citano versi che ho scritto, e io sorrido, perplesso. Non perché dubiti della bellezza di quelle frasi, ma perché semplicemente non le ricordo. Eppure, quando le sento pronunciare, ne riconosco il ritmo, l’essenza. È come sentire il proprio battito nel cuore di una canzone che non si sapeva di aver composto.</p>
<p><b>Echi che restano, anche quando non li ascolti più<br />
</b>C’è un aspetto sacro in tutto ciò. Forse le parole che dimentichiamo non sono perse, ma assimilate. Sono integrate nel nostro DNA emotivo. Come il profumo di un luogo visitato spesso, come il gusto di un cibo amato da bambini, le nostre parole restano. Potremmo non esserne consapevoli, ma influenzano il nostro tono, le nostre decisioni, le nostre verità. Il filosofo greco Eraclito, noto per la sua dottrina del cambiamento come essenza dell’universo, scrisse: &#8220;Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché non è lo stesso fiume e non è lo stesso uomo.&#8221; Ma lo stesso non si può dire della scrittura. Anche quando dimentico, lo scrittore che ero si riversa nello scrittore che sto diventando. Ogni poesia dimenticata, ogni paragrafo abbandonato, è come un seme sotterrato. Forse non crescerà mai nella stessa forma, ma la sua presenza sotto la superficie plasmerà la prossima fioritura.</p>
<p><b>Fidarsi del processo<br />
</b>Quando scriviamo con l’obiettivo di ricordare, rischiamo di perdere la gioia della spontaneità. Ma quando scriviamo fidandoci del momento, del messaggio, del misterioso funzionamento della creatività, otteniamo qualcosa di più ricco. Impariamo a lasciar andare. Lasciare andare non è arrendersi. È fare spazio. Spazio per nuove intuizioni, per emozioni non toccate, per lo sviluppo. Più dimentico ciò che ho scritto, più sono fresco per scrivere di nuovo. Ogni pagina bianca è come un nuovo foglio, libero da confronti o pesi. Ogni frase è una scoperta. Il celebre autore Jack Kerouac, famoso romanziere e poeta americano, credeva nel “primo pensiero, miglior pensiero.” Sconsigliava agli scrittori di modificare troppo, di dubitare. C’è qualcosa di onesto, persino sacro, nel credere alla prima bozza del cuore. Non ricordare ciò che abbiamo scritto può essere il modo dell’universo di assicurarci che cominciamo sempre da capo. È legato al mio ricordo di una camminata mattutina vicino al mare, che ha riempito i miei pensieri di “ossigeno inchiostrato” e si è trasformata in una poesia e un articolo impressionante.</p>
<p><b>La vera eredità non è nella frase, ma nella luce<br />
</b>Per coloro che temono che dimenticare possa cancellare la loro eredità, voglio proporre una prospettiva diversa. L’eredità non è una lista di frasi ricordate. È la fiamma che quelle frasi accendono negli altri. Puoi dimenticare le parole che hai scritto, ma se hanno aiutato qualcuno a guarire, a interrogarsi, a sentire o a sognare, allora hanno avuto successo. Anche se lo scrittore dimentica, il lettore può ricordare. E questo è sufficiente. A volte, più che sufficiente. Mi è capitato di leggere della straordinaria Maya Angelou, autrice, poetessa e attivista per i diritti civili americana, che scrisse: “La gente dimenticherà ciò che hai detto, ma non dimenticherà mai come l’hai fatta sentire.” Credo che lo stesso valga per la scrittura. La vitalità delle parole va oltre le parole stesse.</p>
<p>A 73 anni, sento che la memoria si affievolisce, ma quando rileggo i miei scritti, tutto riaffiora. Mi ricorda una mia frase: “Posso dimenticare le mie parole, ma so che le mie parole non dimenticheranno mai me.”</p>
<p><b>Conclusioni: lo scrittore come fiume<br />
</b>Alla fine, non sono il custode delle parole, ma il fiume attraverso cui scorrono. Non sono il loro proprietario, ma il loro canale. Entrano, escono. Alcune restano. Alcune ritornano. Alcune si perdono nel mare della memoria collettiva. Eppure, sono grato. Grato di poter scrivere. Grato che, anche quando dimentico, le mie parole si ricordano di me. Quindi, se sei uno scrittore che dimentica ciò che ha scritto, non temere. Non stai perdendo nulla. Stai semplicemente vivendo la realtà della scrittura: che non riguarda il ricordare il passato, ma il servire il presente. Perché, alla fine, le parole più belle non sono quelle che ricordiamo. Sono quelle che ci ricordano.</p>
<p>Dr. Sethi K.C. &#8211; Autore, Daman, India / Auckland, Nuova Zelanda</p>
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		<title>Discorso sulla vita e la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2024 09:15:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1.webp 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1-300x300.webp 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1-150x150.webp 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1-768x768.webp 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1-585x585.webp 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/4EA401AD-9DC8-4C51-B6CB-5E77F1B6512F-1-640x640.webp 640w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>di Carlo Di Stanislao “La vita deve essere vissuta come un gioco”  Platone   Chi ci riesce? Probabilmente chi è elevato come Platone, che ha preferito parlare del maestro più&#8230;</p>
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</span></b><br />
“La vita deve essere vissuta come un gioco” </i></div>
<div dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;"><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Platone</b></span></div>
<div dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;"> </span></div>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Chi ci riesce? Probabilmente chi è elevato come <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Platone</b>, che ha preferito parlare del maestro più che di se stesso. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il mondo non fa che ingannarci. Ogni volta mostra all’uomo un guadagno e alla fine questo non ha nulla. Possiamo vedere coi nostri occhi che la maggior parte della gente lavora e si affanna per giorni e anni e quando infine va a fare i conti non gli resta in mano nulla. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">E perfino chi raggiunge la ricchezza viene strappato ad essa. Questa è la regola: non possono convivere. O la ricchezza viene tolta all’uomo o l’uomo è tolto alla sua ricchezza.</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;">Da tutto ciò può salvarci la poesia. Ma esiste oggi ancora la poesia?</span></p>
<div dir="auto">
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Delle varie forme di manifesta decadenza di cui soffre attualmente l’arte poetica, nulla colpisce con maggior violenza la nostra sensibilità quanto il preoccupante declino dell’armoniosità del metro, quella che adornava i versi dei nostri immediati avi. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Un pensatore antico come <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dionigi di Alicarnasso</b> e un filosofo moderno come <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Hegel</b> hanno affermato che la versificazione non è semplicemente un necessario attributo, ma il fondamento stesso della poesia. Hegel, in effetti, pone la metrica al di sopra dell’immaginazione metaforica come essenza della creazione poetica.</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ma oggi esistono solo metafore piatte e sbiadite e la vita si priva anche di questa ricchezza. E sopratutto non esiste più metro&#8230;</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Come ieri certe opere intellettualistiche e decadentistiche erano la prova patente di un depotenziamento ideologico, oggi certe opere all’insegna dell’erotismo sono la prova di una impotenza o di una deviazione sessuale, e l’una e l’altra sono la riprova di una carenza plenaria e unitaria dell’uomo. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Questa è la triste verità.</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ma esiste un altro tipo di poesia: la poesia di ciò che è a portata di mano, la poesia dell’immediato presente. In questo immediato presente non c’è perfezione, niente si consuma, nulla è finito né definitivo. La materia vibra in modo indicibile, inala il futuro, esala il passato, vive in entrambi eppure da entrambi non è interamente posseduta. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il vile letterato, quello che sforna “pentole” per il resto della vita, risparmi tempo e ignori questo articolo. Non contiene accenni agli archivi dei manoscritti, ai vezzi da matita blu, né all’innata, perversa pervasività di avverbi e aggettivi. Scrittori che trottate con la penna: via di qua! Questo articolo è per lo scrittore che nutre ambizioni e ideali.</span></p>
<div dir="auto">
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ricordo che nel 1976 il linguista <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Tullio De Mauro</b>, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno.</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;">È un problema? </span><b style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">SI</b><span style="font-family: georgia, serif;">, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato </span><b style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Heidegger</b><span style="font-family: georgia, serif;">, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.</span></p>
<p dir="auto"><span style="font-family: georgia, serif;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">E se non si sa pensare non esiste poesia e il gioco della vita si fa molto triste. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">E se mancano le basi linguistiche minime grammaticali e semantiche tutto diventa scambio adatto ai social e non nutrimento per lo spirito e il sorriso. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L&#8217;<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">intelligenza artificiale </b>potrà scrivere usando molte parole, grammaticalmente e semanticamente corrette, ma mancheranno almeno due cose: anima e creatività.<br />
</span></p>
<p dir="auto"><img decoding="async" class="wp-image-96411 size-thumbnail alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_3011-2-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_3011-2-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_3011-2-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/IMG_3011-2-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
</div>
</div>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F11%2F20%2Fdiscorso-sulla-vita-e-la-scrittura%2F&amp;linkname=Discorso%20sulla%20vita%20e%20la%20scrittura" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F11%2F20%2Fdiscorso-sulla-vita-e-la-scrittura%2F&#038;title=Discorso%20sulla%20vita%20e%20la%20scrittura" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2024/11/20/discorso-sulla-vita-e-la-scrittura/" data-a2a-title="Discorso sulla vita e la scrittura"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/11/20/discorso-sulla-vita-e-la-scrittura/">Discorso sulla vita e la scrittura</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La bulimia numerica saccheggia il sapere</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/07/la-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Di Stanislao]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Aug 2024 19:20:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>I libri andrebbero scritti non quando si vuol dire qualcosa, ma quando si ha qualcosa da dire&#8221; Francis Bacon   &#8220;Non è difficile scrivere un libro, difficile è leggerlo&#8221; Luigi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3376-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><div dir="auto"><i><span style="color: #000000;">I libri andrebbero scritti non quando si vuol dire qualcosa, ma quando si ha qualcosa da dire&#8221;</span></i></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"><b>Francis Bacon</b><br />
</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><i><span style="color: #000000;">&#8220;Non è difficile scrivere un libro, difficile è leggerlo&#8221;</span></i></div>
<div dir="auto"><b><span style="color: #000000;">Luigi Malerba </span></b></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Parafrasando <b>Calvino</b>, su Gulliver nel 1982, oggi si scrivono e si ricercano troppe cose inutili, sia in campo umanistico (dove ogni libro è un masticato di seconda mano di cose precedenti), sia sia scientifico. Penso che buona parte della ricerca che si fa, in ogni campo,  sia del tutto inutile, sia dal punto di vista applicativo che fondamentale, e non solo per quando riguarda il mondo dei teorici, ma anche per gli sperimentali. <span style="color: #000000;"><br />
</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto">L’argomento è naturalmente già stato affrontato, specie negli ultimi tempi, nefandi per l’increscioso dilagare dell’uso (e dell’abuso) dei cosiddetti social. Il grande <b>Umberto Eco</b> sentenziò, a tal proposito: <i>“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.</i>”</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Su facebook e dintorni, schiere di “esperti” (imbecilli, Eco docet) dispensano giudizi sui più disparati argomenti del giorno. Moltitudini si sentono in diritto/dovere di sentenziare sulla dinamica del disastro del Mottarone, presumibilmente tutti laureati su youtube in ingegneria, specializzazione teleferiche e cabinovie; subito dopo, i dottorati acquisiti all’Università della Vita (cit.) in medicina generale, virologia e chimica consentono alle medesime schiere di deliziarci con illuminati consigli medici e analisi del CV 19, di solito urlati scrivendo in caps lock con mezza dozzina di punti esclamativi; recentemente le lauree acquisite su fb hanno prodotto schiere di esperti di geopolitica e scienze militari che trattano della nota crisi est europea (ma anche della situazione nell’Indo-Pacifico) al pari, anzi, meglio del direttore di Limes.</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Non è finita. Nei social esistono blog più o meno seri ove si pubblicano centinaia di citazioni (di letterati, filosofi, ma anche artisti del rock o del cinema) e legioni di navigatori si industriano a riportarli, per intero o con adatto link, nella propria pagina fb; ovviamente oltre non si spingono, non sia mai detto che riportare una frase di <b>Nietzsche</b> comporti averne letto un’opera, o quantomeno conoscere per sommi capi il suo pensiero. Verrebbe da consigliare agli appassionati di<b> Kant</b> o<b> Leopardi </b>l’acquisto dell’opera omnia dell’autore da leggere in poltrona, magari con sottofondo di classica o di new age, con un buon bicchiere da meditazione sul tavolino.</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Poi, l’italiano (eufemismo) usato per la bisogna dai novelli <b>Quasimodo</b> è generalmente quello che in prima elementare usavamo per scrivere i pensierini, tipo “la mamma cucina bene. Punto. A me piace il mare. Punto.”; il passo successivo, una serie di frasi più complesse, che costruivano il “tema”, pare ormai caduto in disuso. Due parole, punto. Tre parole, punto. E magari condite con l’aggettivo scoperto di recente e usato in quantità industriale, sicché tutto è “prezioso”; un post, un affetto, un amico, un risotto, uno spritz. Per non dire della terrificante usanza importata dall’uso dello smartphone, di scrivere tagliando le parole, come se il risparmio di decimi di secondi nello scrivere “tt” in luogo di “tutto” o “xkè” allungasse la vita; oltre alla scoperta del “K”, usato in luogo della C, sicché leggo (fresca di giornata) “qualkosa” e qui non c’è nemmeno, a scusante, l’accorciamento del vocabolo, siamo alla follìa. Naturalmente esistono anche moltitudini di cosiddetti analfabeti funzionali, tecnicamente in grado di leggere, ma difficilmente in grado di scrivere qualcosa di senso compiuto, non avendo più preso in mano una penna dopo la scuola dell’obbligo (sono però fruitori compulsivi dei tasti dello smart con l’italiano di cui sopra).</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Si scrive troppo. E qua viene in soccorso un libriccino scritto nel 1771, dunque in epoca non sospetta: “Si scrivono cose inutili. (…) Si scrive su argomenti che bisognerebbe evitare quando non se ne ha il compito (…). Voi direte che sono autori: hanno scritto un libro. Dite, piuttosto che hanno sprecato della carta oltre ad aver perso il loro tempo. Diciamo tutt’al più – per non sembrare troppo critici – che sono rimasti gli stessi di prima. E’ questa la condizione dei fabbricanti di romanzi, di aneddoti, di racconti, di versi burleschi e licenziosi, eccetera. Rimarrà loro almeno il piacere di credersi autori” (<b>Abate Dinouart</b>, <i>L’arte di tacere</i>).</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Annota ancora <b>Dinouart</b> in fondo al libretto, i “Principi necessari per esprimersi nei libri”, dei quali vanno ricordati almeno i primi due:</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">– E’ bene trattenere la penna, se non si ha da scrivere qualcosa che valga più del silenzio</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">– Esiste un momento per scrivere come esiste un momento per trattenere la penna</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Il secondo principio fa ovviamente riferimento al noto versetto biblico “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (Ecclesiaste, 3,1).</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">L’esortazione biblica è citata già nella prima parte del libriccino, nei “Principi necessari per tacere”, con i primi due che recitano:</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">– E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">– Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.</span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;">Qualcuno obietterà che, in fondo, anche lo scritto presente e gli altri miei non sono  strettamente necessari. E’ vero, ma me ne rendo conto; è un vezzo e lo so. E confesso candidamente che a volte anch’io copio-incollo, di solito per burlarmi degli imbecilli di <b>Umberto Eco</b>, il quale, per sua fortuna ora diversamente occupato ed è esentato dall’irritarsi per le nefandezze umane. </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000;"> </span></div>
<div dir="auto"><span style="color: #000000; font-family: arial, sans-serif;">Esce proprio mentre scrivo queste cose una ennesima biografia su <b>Bill Gates</b>: Billionaire, Nerd, Savior, King: Bill Gates and his quest to shape our world’ ,  scritto dalla giornalista del New York Times <b>Anupreeta Das</b>, che racconta i dettagli intimi delle relazioni del miliardario con le donne. L’agenda di <b>Bill Gates</b> sarebbe stata piena di “impegni” senza spiegazione e la moglie Melinda avrebbe almeno una volta cambiato l’intero staff di sicurezza del consorte perché non si fidava di loro. Ma la decisione di lasciarlo sarebbe stata presa per un altro motivo: la rivelazione dei dettagli del suo legame con <b>Epstein</b> il pedofilo. Ora mi chiedo: c&#8217;era bisogno di un nuovo libro per ciò che da tempo è più che chiaro? </span></div>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F08%2F07%2Fla-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere%2F&amp;linkname=La%20bulimia%20numerica%20saccheggia%20il%20sapere" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F08%2F07%2Fla-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere%2F&#038;title=La%20bulimia%20numerica%20saccheggia%20il%20sapere" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/07/la-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere/" data-a2a-title="La bulimia numerica saccheggia il sapere"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/07/la-bulimia-numerica-saccheggia-il-sapere/">La bulimia numerica saccheggia il sapere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Ritrovare la bella parola nella scrittura: dalla letteratura al giornalismo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/08/06/ritrovare-la-bella-parola-nella-scrittura-dalla-letteratura-al-giornalismo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=ritrovare-la-bella-parola-nella-scrittura-dalla-letteratura-al-giornalismo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Aug 2023 10:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Estetica]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Parola]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-2048x1152.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1920x1080.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Dalla letteratura al giornalismo. Occorre ritrovare la bella parola. &#160; L&#8217;uso della parola entra direttamente in un linguaggio che diventa veicolo di immagini, di significanti e significati. Come bisognerebbe entrare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/08/06/ritrovare-la-bella-parola-nella-scrittura-dalla-letteratura-al-giornalismo/">Ritrovare la bella parola nella scrittura: dalla letteratura al giornalismo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-2048x1152.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1920x1080.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/11792D3D-BDA1-44AF-89B1-848B74F4342F-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p><p><strong><i>Dalla letteratura al giornalismo. Occorre ritrovare la bella parola.</i></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;uso della parola entra direttamente in un linguaggio che diventa veicolo di immagini, di significanti e significati. Come bisognerebbe entrare in contatto con la parola? In un tempo lontano era immediatamente diretta e quindi comunicante. In un tempo meno lontano si faceva ricorso, prima che la parola in sé comunicasse direttamente, ad un linguaggio intriso di metafore ma anche di retorica. Civiltà che restano come tradizione.<br />
Oggi la parola è superata dal comportamento, dalla gestione del corpo, dai segni, dalla figura fisica che si mostra con il suo modello di vestimento. Penso alla comunicazione social-mediatica. Una volta, in uno dei tempi detti, c&#8217;era l&#8217;estetica non solo come forma filosofica- letteraria. Oggi invece insiste la &#8220;desestetica&#8221;, ovvero sconfiggere l&#8217;uso della parola ricerca nella sua forma prima di essere scritta o pronunciata.<br />
Viviamo in un linguaggio &#8220;coatto”. Fatto ormai non di ricerca o di pensiero ma di rottura con uno stile tradizionale. Di ciò chiaramente ne risente il giornalismo e tutta la pratica comunicativa parlata e scritta. Ci sono alcuni aspetti (non so dire problemi) di fondo. Il primo è lo studio parziale della grammatica vera e propria che consiste anche nello studio della storia della parola che è molto precaria. Il secondo riguarda uno &#8220;specifico&#8221; della comunicazione diretta di una parola in una collocazione vocabolarizzante. Ovvero, una parola più volte ripetuta (dai rapper ai conferenzieri) viene inserita subito nei nuovi vocabolari.</p>
<p>Ciò è un male. Perché un fatto del genere lacera la storia della parola e del linguaggio. Si lasciano passare terminologie giornalistiche come forme di nuovi linguaggi. Per esempio la tanto abusata &#8220;far quadrare il cerchio&#8221; presenta una incapacità di parole significanti cedendo il passo ad un immaginario metaforico, allusivo, che esprime l&#8217;impossibile. Siamo dentro questa scia dolorante. Credo che il giornalismo potrebbe far ritornare alla estetica quella parola che crea il linguaggio di una comunicazione che resta come educatrice.<br />
Il giornalismo, in questo senso,  ha una pedagogia che tramanda fatti, eventi, storie attraverso l&#8217;uso di un vocabolario di parole. Quindi ha un compito precipuo in un quadro di interazione tra generazioni. In una società in transizione è naturale che si muta. Ma è naturale anche sostenere che noi siamo il linguaggio che parliamo e il giornalismo è nella misura e definizione di un suo vocabolario tra esercizio linguistico e &#8220;scenografia&#8221; di un impatto tra la cronaca e la tradizione.</p>
<p>Il bel parlare e lo scrivere connotano. Il coraggio di un giornalismo che non traduca la società e il reale, ma che abbia la forza di dare delle indicazioni precise proprio nell&#8217;uso della parola nel descrivere, nel rappresentare, nel raccontare. Dalla letteratura al giornalismo. Occorre ritrovare la bella parola.</p>
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