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		<title>Mafia, sbarco e compromessi: la guerra sporca che nessuno vuole ricordare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 15:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221; di Massimo Reina, per Giornalisti Senza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221;</em></p>
<p>di <strong>Massimo Reina</strong>, per <em>Giornalisti Senza Frontiere</em></p>
<p>C’è una storia che non troverete nei libri di testo scolastici. Una storia che <strong>non nega la Liberazione</strong>, non disonora i soldati alleati, né i partigiani, né i cittadini italiani che hanno pagato con la vita. Ma una storia che – se davvero siamo una democrazia matura – va raccontata. Anche se sporca. Anche se fa male.<br />
È la storia dell’<strong>Operazione Underworld</strong>, della <strong>collaborazione tra governo USA e mafia americana</strong> durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua evoluzione.<br />
Una collaborazione non scritta che, col tempo, <strong>si allargò anche all’Italia</strong>. In particolare <strong>alla Sicilia</strong>, diventata pedina strategica durante l’Operazione Husky, il famoso sbarco angloamericano del 1943 dove Cosa Nostra non aiutò gli Alleati ad approdare sulle spiagge dell’isola,  ma fornì appoggi locali utili per stabilizzare e “pacificare” l’isola dopo la caduta del regime.<br />
<strong>Luciano, il patriota. O forse no.</strong><br />
Il protagonista ha un nome da gangster hollywoodiano: <strong>Lucky Luciano</strong>. Il re di Cosa Nostra newyorkese, boss della famiglia Genovese,all’epoca in galera per sfruttamento della prostituzione. Ma anche uno che – <strong>secondo fonti ufficiali dell’OSS</strong>, l’Office of Strategic Services (antenato della CIA) – <strong>poteva garantire l’ordine nei porti americani</strong>, dove il governo temeva sabotaggi dai simpatizzanti nazisti o da qualche temerario U-boot.<br />
In tal senso, la <strong>U.S. Navy</strong>, allarmata dopo l’incendio della nave Normandie nel porto di New York nel febbraio del 1942 – avvenuto probabilmente per negligenza durante i lavori di conversione a imbarcazione da guerra, ma scambiato per un atto doloso – chiese aiuto ad <strong>Albert Anastasia</strong> e Meyer Lansky,  che si fecero quindi intermediari tra mafia e governo (U.S. National Archives – Navy Records – Office of Naval Intelligence (ONI) reports)). I vertici della Marina ottennero così che <strong>Joseph “Socks” Lanza</strong>, legato a <strong>Lucky Luciano</strong>, <strong>usasse la sua influenza sul sindacato dei pescatori e dei portuali</strong>.<br />
<strong>Tim Newark</strong>, nel suo documentatissimo <em>“Mafia Allies: The True Story of America’s Secret Alliance with the Mob in World War II”</em> (2010), spiega che fu proprio grazie a <strong>Charles “Lucky” Luciano</strong> se <strong>i moli di New York e i lavoratori portuali rimasero “tranquilli” e collaborativi</strong>. In cambio, Luciano ottenne <strong>la scarcerazione anticipata</strong> e, soprattutto, <strong>l’esilio in Italia</strong> nel 1946. Patria d’origine. E paradiso mafioso.<br />
<strong>Sicilia, la chiave. E il patto col diavolo.</strong><br />
Secondo lo <strong>storico Salvatore Lupo</strong>, uno dei massimi esperti di storia della mafia, <strong>non ci fu mai un “patto scritto” tra OSS e mafia siciliana</strong>. Ma esistono <strong>numerose evidenze che dimostrano una convergenza di interessi</strong>.<br />
Lo stesso Newark spiega che, quando l’Operazione Husky fu lanciata (10 luglio 1943), gli alleati avevano bisogno di tre cose: <strong>strade sicure, popolazione non ostile, canali di informazione sul territorio. </strong>Chi meglio della mafia locale poteva offrirli, <strong>conosceva i percorsi di montagna, i sentieri, i capi villaggio e i “silenzi” giusti da pagare</strong>?<br />
<strong>Calogero Vizzini</strong>, boss di Villalba e amico di fiducia di Lucky Luciano, noto anche come “don Calò”, <strong>fu messo a capo della polizia locale</strong> nel dopoguerra dagli stessi americani. Lo irportano documenti d’epoca e perfino <strong>John Dickie</strong> nel su “<em>Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana”</em>. Come se Al Capone fosse stato nominato sindaco di Chicago. <strong>Giuseppe Genco Russo</strong>, altro uomo di fiducia del potente boss della famiglia Genovese, divenne sindaco di Mussomeli.<br />
Il <strong>rapporto segreto dell’OSS</strong> (Office of Strategic Services), desecretato negli anni ’70 e riportato in parte nel volume <em>“The Mafia and the Allies”</em> di Charles H. Brower, parla chiaro: <strong>“Don Calò fu utile nel garantire la stabilità a Villalba e nel mantenere l’ordine”</strong>. Documenti relativi all’amministrazione alleata in Sicilia (AMGOT) e alla riorganizzazione dei municipi siciliani nel ’43–’44 confermano che diversi mafiosi furono nominati sindaci o incaricati nei Comitati di Liberazione.<br />
Ma fu utile solo quello? O fu anche un <strong>uomo di fiducia per assicurarsi che l’occupazione fosse digerita dalla popolazione locale</strong>, stremata da bombardamenti e miseria?<br />
<strong>Il silenzio degli innocenti</strong><br />
Nessuno lo dice mai, ma <strong>l’occupazione alleata non fu un pic-nic per tutti</strong>. I rapporti dell’epoca – compresi alcuni cablogrammi interni dell’Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT) – <strong>parlano di saccheggi, stupri, esecuzioni sommarie, violenze</strong>. Non ovunque, certo. Ma abbastanza da <strong>alimentare rabbia, sfiducia, e nostalgia per il regime appena crollato</strong>. In molti paesi siciliani, la mafia fu <strong>la chiave per “sedare” questa rabbia</strong>, per gestire la fame, i bisogni, la paura.<br />
Come scrive lo storico <strong>Alfio Caruso</strong> in <em>“Arrivano i nostri”</em> (Longanesi, 2003), l’alleanza con la mafia <strong>fu una scorciatoia</strong>, usata dagli americani anche per “evitare problemi inutili in un territorio sconosciuto e ostile”. Il risultato? La mafia, <strong>che il regime fascista aveva in parte ridotto con l’opera repressiva di Mori</strong>, tornò più forte, più protetta, e – soprattutto – <strong>più legittimata</strong>.<br />
Diciamolo chiaro: <strong>nessuno vuole negare la gratitudine per chi ci ha liberati dal nazifascismo</strong>. Ma tra liberatori e santi c’è di mezzo l’oceano. Letteralmente. <strong>Gli eserciti agiscono per strategia, non per sentimentalismo.</strong> E quando la strategia prevede il controllo di un territorio in fretta e senza opposizione, <strong>il fine giustifica i mezzi</strong>. Anche quando i mezzi si chiamano <strong>Luciano, Russo, o “don Calò”</strong>.</p>
<p><em><strong>POSTILLA FINALE: </strong>Chi scrive </em><strong><em>non mette in discussione la Liberazione</em></strong><em>, né disonora la memoria dei soldati alleati, dei partigiani, degli italiani che hanno perso la vita </em><strong><em>per la libertà</em></strong><em>. Questo articolo </em><strong><em>non è contro di loro</em></strong><em>. È contro </em><strong><em>le scorciatoie, le complicità, le ipocrisie</em></strong><em>.</em><br />
<em>Perché la verità, come la libertà, </em><strong><em>non si negozia</em></strong><em>.</em><br />
Nemmeno <strong>con una lupara</strong>.</p>
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		<title>Rivolta nel ghetto di Varsavia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 13:24:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Gjetto di Varsavia]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/FF9FDD2B-B60B-49A5-8088-715E81BA72DB.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/FF9FDD2B-B60B-49A5-8088-715E81BA72DB.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/FF9FDD2B-B60B-49A5-8088-715E81BA72DB-300x179.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/FF9FDD2B-B60B-49A5-8088-715E81BA72DB-585x348.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di Elzbieta Cywiak Il più grande sollevamento armato degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e allo stesso tempo la prima rivolta urbana nella Europa occupata. Fondamentale per la coscienza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/30/rivolta-nel-ghetto-di-varsavia/">Rivolta nel ghetto di Varsavia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><br />
<b>di Elzbieta Cywiak</b></em></p>
<p><em>Il più grande sollevamento armato degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e allo stesso tempo la prima rivolta urbana nella Europa occupata. Fondamentale per la coscienza ebraica al punto da essere commemorata durante la Pasqua ebraica (Pesach) e divenuta il giorno di Yom HaShoa (Giorno della Shoah) in Israele. Il 19 aprile 1943, alla vigilia di Pesach dell’anno ebraico 5703, i combattenti del ghetto di Varsavia passarono allo scontro armato con i nazisti.  Gli insorti non potevano avere speranza di vincere.  Mossi dal desiderio di vendetta sui tedeschi, sceglievano di morire con l’arma in mano.  Di fronte alla prospettiva di una inevitabile fine non volevano morire passivamente…</em></p>
<p>L’insurrezione del ghetto di Varsavia, una data indimenticabile nella storia della Seconda Guerra Mondiale, fondamentale per la coscienza ebraica al punto da essere commemorata durante la Pasqua ebraica (Pesach) ed è diventata il giorno di Yom HaShoa (Giorno della Shoah) in Israele. E in Polonia, l’anno scorso il Senato con una votazione unanime , ha deciso di nominare il 2023 l’anno di Memoria degli Eroi del Ghetto di Varsavia. Si è trattato del più grande sollevamento armato degli ebrei durante il conflitto e allo stesso tempo della prima rivolta urbana nella Europa occupata.</p>
<p>Il 19 aprile 1943, alla vigilia di Pesach dell’anno ebraico 5703, i combattenti del ghetto di Varsavia sono passati allo scontro armato con i nazisti.  Gli insorti non potevano avere speranza di vincere.  Erano mossi dal desiderio di vendetta sui tedeschi, di provocare perdite le più grandi possibili al nemico. In primo luogo però sceglievano di morire con l’arma in mano.  Di fronte alla prospettiva di una inevitabile fine non volevano morire passivamente.</p>
<p>Varsavia, prima del settembre 1939 rappresentava il più grande centro ebraico in Europa e il secondo, dopo New York, nel mondo .Vi abitavano circa 380 mila ebrei.  Secondo le stime degli storici un abitante su tre di Varsavia era ebreo. E dopo poco più di un anno dall’inizio dell’ occupazione tedesca, dopo varie norme vessatorie, tra cui l’obbligo di portare il bracciale con la stella di David, il 16 novembre 1940  i nazisti rinchiusero gli ebrei nel ghetto circondato da mura che iniziarono a costruire già prima, a giugno.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-54101" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/2A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0791-29A_Polen_Ghetto_Warschau_Ghettomauer.jpg" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/2A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0791-29A_Polen_Ghetto_Warschau_Ghettomauer.jpg 796w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/2A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0791-29A_Polen_Ghetto_Warschau_Ghettomauer-300x190.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/2A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0791-29A_Polen_Ghetto_Warschau_Ghettomauer-768x487.jpg 768w" alt="" width="796" height="505" data-id="54101" /></figure>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" class="wp-image-54102" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0782-24_Polen_Ghetto_Warschau_Markt-2.jpg" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0782-24_Polen_Ghetto_Warschau_Markt-2.jpg 800w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0782-24_Polen_Ghetto_Warschau_Markt-2-300x199.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3A-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0782-24_Polen_Ghetto_Warschau_Markt-2-768x510.jpg 768w" alt="" width="800" height="531" data-id="54102" /></figure>
</figure>
<p><em>( Costruzione muro)</em> (<em>Mappe)</em> <em>(Sequenze vita nel Ghetto)</em></p>
<p>Il ghetto fu diviso in due parti – ghetto grande e ghetto piccolo. Il ghetto piccolo fu distaccato nell’agosto 1942 durante la grande azione di deportazione e fu inserito nella Varsavia “ariana”. La parte nord, cioè il ghetto grande, rimase fino all’insurrezione del 1943.</p>
<p>L’apice demografico, quando il maggior numero di ebrei – 450 mila circa – fu stipato nel ghetto su di una superficie all’incirca di 4 km quadri, fu nell’estate 1941. Al ghetto arrivarono infatti ebrei dalla zona intorno a Varsavia , ma anche dalla città di Lodz. Erano molto più numerosi che gli ebrei che abitavano Varsavia prima della guerra.</p>
<p>In una così enorme concentrazione di gente gli abitanti del ghetto erano soprattutto tormentati dalla fame e dalle malattie. Possiamo dire che fino al 22 luglio 1942 , cioè l’inizio della grande deportazione (la Grosse Aktion), vi fu il periodo di sterminio indiretto. La gente nel ghetto moriva  “per cause naturali”, per via delle terribili condizioni sanitarie, della fame, delle malattie. Vi furono nel ghetto anche due grandi epidemie di tifo.</p>
<p>La svolta nella storia del ghetto di Varsavia avvenne il 22 luglio 1942 quando comincia lo sterminio diretto.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54110" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3D-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0766-20_Polen_Ghetto_Warschau_Juden_auf_LKW.jpg" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3D-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0766-20_Polen_Ghetto_Warschau_Juden_auf_LKW.jpg 800w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3D-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0766-20_Polen_Ghetto_Warschau_Juden_auf_LKW-300x192.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3D-Bundesarchiv_Bild_101I-134-0766-20_Polen_Ghetto_Warschau_Juden_auf_LKW-768x492.jpg 768w" alt="" width="800" height="512" data-id="54110" /></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54109" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3O-Janusz-Korczak.jpg" sizes="(max-width: 568px) 100vw, 568px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3O-Janusz-Korczak.jpg 568w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3O-Janusz-Korczak-217x300.jpg 217w" alt="" width="568" height="785" data-id="54109" /></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54108" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3F-IWM.jpg" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3F-IWM.jpg 800w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3F-IWM-300x200.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/3F-IWM-768x513.jpg 768w" alt="" width="800" height="534" data-id="54108" /><figcaption class="wp-element-caption">THE WARSAW GHETTO, OCTOBER 1940-MAY 1943 (HU 60621) A starving man (father ?) and two emaciated children begging on the street in the ghetto. Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205394135</figcaption></figure>
</figure>
<p>300 mila ebrei furono scacciati attraverso il ghetto sull’Umschlagplatz e trasportati direttamente alle camere a gas di Treblinka. (tra cui personaggi eminenti come Janusz Korczak che, pur potendo salvarsi, non volle abbandonare i suoi bambini dell’orfanotrofio).       <em>(Foto – 3O Korczak)</em></p>
<p>Il ghetto parziale che rimase dopo questa azione fu radicalmente ridimensionato . Vi erano rimasti circa 60 mila ebrei di cui 30 mila autorizzati legalmente, possedevano i cosiddetti numeri per la vita e potevano lavorare nelle officine tedesche di produzione, chiamate szopy. Quasi uguale fu il numero degli ebrei che continuavano a vivere nel ghetto illegalmente e si nascondevano.</p>
<p>In queste condizioni, quando non vi era ormai più nulla da perdere, tra la gioventù ebrea nacque il pensiero della resistenza armata.</p>
<p><strong>Żydowska Organizacja Bojowa  Organizzazione Ebraica di Combattimento</strong></p>
<p>Ancora durante la grande azione di deportazione, il 28 luglio 1942, i militanti dei movimenti sionisti di sinistra fondarono lo ŻOB, l’Organizzazione Ebraica di Combattimento. Vi aderirono in seguito socialisti e comunisti.</p>
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<figure class="alignright size-medium"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54117" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/4-A1-Mordechaj-Anielewicz-1-196x300.jpg" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/4-A1-Mordechaj-Anielewicz-1-196x300.jpg 196w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/4-A1-Mordechaj-Anielewicz-1-668x1024.jpg 668w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/4-A1-Mordechaj-Anielewicz-1.jpg 720w" alt="" width="196" height="300" /></figure>
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<p>Al suo capo vi era Mordechaj Anielewicz dell’Hashomer Ha Tsair, un 24-enne di umili origini, con studi liceali ma con spiccate doti di comando e, tra gli altri leader più noti, vi erano Icchak Cukierman dal Dror, e in seguito Marek Edelman dalla Lega dei lavoratori di tendenza  socialista, Bund che finalmente si unì allo ŻOB nel dicembre del 1942,  per nominare solo alcuni.</p>
<p>Un’altra organizzazione clandestina nel ghetto di Varsavia fu la ŻZW, l’Unione Militare Ebraica, sorta a cavallo tra il 1942 e il 1943 nell’ambiente dei sionisti di destra del movimento Betar di Vladimir Żabotyński. A suo capo furono  Paweł  Frenkel , Leon Rodal e Dawid Wdowinski, uno dei pochi sopravvissuti. (Frenkel tra l’altro frequentò la scuola di Marina di Civitavecchia 1937 -38)</p>
<p>Quando il 18 gennaio 1943 i nazisti iniziarono la successiva azione di deportazione si scontrarono con la spontanea resistenza armata dei combattenti dello ŻOB.</p>
<p>Questi ultimi, guidati da Mordechaj Anielewicz s’inserirono nella colonna di ebrei condotti verso l’Umschlagplatz per essere caricati sui treni, e iniziarono a sparare contro i tedeschi e lanciare  granate. Mordechaj Anielewicz fu tra i pochi a salvarsi, ma quel giorno nacque la coscienza di potersi opporre e combattere.</p>
<p>“Ebrei! L’occupante passa al secondo atto del vostro sterminio! Non andate passivamente alla morte! Difendetevi!” avvertiva il volantino dello ŻOB.</p>
<p>Cambiò anche  l’atteggiamento della popolazione civile che in vari nascondigli cominciò a cercare salvezza dalla deportazione. L’azione di autodifesa durata 4 giorni fece nascere la fede che una resistenza sia passiva sia attiva dava qualche chance di salvarsi. Dopo gennaio 1943 nel ghetto si cominciò febbrilmente a costruire bunker ed altri nascondigli. Lo scontro di gennaio costituì per lo ZOB un punto di svolta psicologico e aumentò anche notevolmente il suo prestigio. Anche se i combattenti non trascinarono dietro a sé tutto il ghetto, furono in grado  di fermare l’azione dei tedeschi, togliere ai nazisti le loro armi e soprattutto causare  loro perdite. Dimostrarono a sé stessi e ai tedeschi che non erano “pecore che vanno supinamente al macello”. Gli ebrei si convinsero che la resistenza aveva un senso. E quindi, come aveva riassunto Icchak Cukierman “senza la rivolta di gennaio, non ci sarebbe stata quella di aprile”.</p>
<p><strong>Lo scoppio dell’insurrezione nel ghetto     </strong></p>
<p>Quando il 19 aprile 1943, i reparti tedeschi sostenuti da alcuni blindati e comandati dal colonnello Ferdinand von Sammern-Frankenegg  entrarono di nuovo nel ghetto per distruggerlo definitivamente, insorsero contro di loro circa 300-500 membri dello ZOB divisi in 22 gruppi di combattimento sotto il comando di Anielewicz e circa 250 combattenti del ZZW ed anche gruppi armati sciolti che non appartenevano alle principali organizzazioni di resistenza. Da parte tedesca nelle azioni di lotta giornaliere partecipavano circa due mila soldati della Waffen-SS, della Wehrmacht  con formazioni ausiliarie di ucraini, lettoni, lituani e poliziotti.</p>
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<figure class="alignright size-medium"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54118" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2A-Flags_over_the_Ghetto_Israel_stamp_marking_70_years_since_the_Warsaw_Ghetto_Uprising-246x300.jpg" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2A-Flags_over_the_Ghetto_Israel_stamp_marking_70_years_since_the_Warsaw_Ghetto_Uprising-246x300.jpg 246w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2A-Flags_over_the_Ghetto_Israel_stamp_marking_70_years_since_the_Warsaw_Ghetto_Uprising.jpg 382w" alt="" width="246" height="300" /></figure>
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<p>La prima resistenza ai tedeschi venne dai combattenti dello ŻOB agli incroci tra le vie Gęsia e Nalewki ed anche Miła e Zamenhofa , dove da posizioni sui piani alti dei palazzi sparavano contro le colonne tedesche in entrata e gettavano su di loro bottiglie con benzina. Dopo alcune ore dello stesso giorno rientrarono reparti tedeschi, questa volta sotto il comando di Juergen Stroop e presero forza i combattimenti sulla piazza Muranowski difesa dal gruppo ŻZW (Unione Militare Ebraica) sotto il comando di Paweł Frenkel. Durarono per i successivi 3 giorni. Diventarono simbolo della rivolta le due bandiere – una, sionista con la stella di David e l’altra polacca bianco-rossa, issate dai combattenti di questo gruppo sull’alto palazzo della piazza.     (<em>Francobollo Frenkel</em>)</p>
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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54119" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2C-EmanuelRingelblum_1900-1944.jpg" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2C-EmanuelRingelblum_1900-1944.jpg 410w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/5-2C-EmanuelRingelblum_1900-1944-205x300.jpg 205w" alt="" width="231" height="338" /></figure>
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<p>Ciò è stato riportato anche negli scritti dello storico ebreo polacco, Emanuel Ringelblum, a cui si deve l’iniziativa della creazione della straordinaria documentazione sulla realtà del ghetto, sotterrata per preservarla, e dopo la guerra in gran parte recuperata. (6 mila documenti per un totale di circa 35 mila pagine).</p>
<p>Dal 20 aprile sul terreno dello Spazzolificio le lotte erano condotte dai combattenti dello ŻOB sotto il comando di Marek Edelman. Riuscirono nel fermare per un po’ di  tempo i tedeschi, facendo esplodere nei pressi dell’ingresso alle officine di produzione delle spazzole una mina speciale.  (Da registrare tentativi di azioni da parte di AK e GL per far esplodere il muro del ghetto e attaccare i tedeschi che sparavano sulle le posizioni degli insorti).</p>
<p>Le lotte regolari nel ghetto durarono per appena qualche giorno dall’inizio della rivolta. Continuare la resistenza fu reso difficile per mancanza di munizioni e dagli incendi provocati deliberatamente dai tedeschi che spingevano gli insorti verso i bunker e le cantine. Gli insorti vi si nascondevano in mezzo alla popolazione civile organizzando spedizioni e trappole nei confronti dei tedeschi che stavano penetrando il ghetto. Gli scontri assunsero un carattere sempre più convulso. Dalla fine di aprile gli insorti durante il giorno si nascondevano nei bunker. Uscivano durante la notte e allora avvenivano scambi di fuoco con le pattuglie tedesche. Gli scontri con i tedeschi capitavano anche quando i bunker venivano scoperti. Una tra le battaglie maggiori di questo genere è stata svolta dal gruppo di Marek Edelman nei giorni 1 – 3 maggio.</p>
<p>Le poche centinaia di insorti rappresentavano appena una frazione della popolazione del ghetto che nell’aprile del 1943 contava 45 – 50 mila persone. Ed è stato proprio l’atteggiamento della popolazione civile che non volle sottomettersi agli ordini tedeschi di deportazione e con testardaggine rimaneva nei bunker e nei nascondigli ad aver determinato che l’azione della liquidazione del ghetto ad opera dei nazisti durasse fino a 4 settimane.</p>
<p>L’obiettivo dei tedeschi era deportare i lavoranti nelle officine verso i campi di lavoro nella zona di Lublino mentre i cosiddetti ebrei “selvaggi”, cioè non impegnati nel lavoro – verso la morte a Treblinka. La generale resistenza passiva della popolazione fu per loro sorprendente. Furono costretti a districare un isolato dietro l’altro. Per scacciare gli ebrei dai nascondigli, incendiavano casa per casa usando benzina e lanciafiamme. Dentro i bunker scoperti buttavano fumogeni e li distruggevano con esplosivi. I civili catturati venivano forzati verso l’Umschlagplatz da dove partivano i trasporti (dal 12 maggio solo per Treblinka), ma molti insorti e persone civili venivano uccise sul posto.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54113" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report-1024x787.jpg" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report-1024x787.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report-300x231.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report-768x590.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report-80x60.jpg 80w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/6-A-Stroop-Report.jpg 1200w" alt="" width="482" height="370" /></figure>
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<p>Nascondersi nei bunker sotterranei era un’esperienza estrema: affollamento, mancanza d’aria, di acqua e di cibo, il caldo e il fumo che arrivava dagli incendi che infuriavano intorno, continua tensione, necessità di rimanere senza muoversi e nel silenzio per non svelare la posizione del bunker alle pattuglie tedesche. Le persone rinchiuse nei bunker spesso non avevano alcun contatto col mondo esterno per vari giorni. Ancora più atroce fu la sorte di chi si nascondeva sui piani più alti dei palazzi incendiati. Molti, intrappolati in questo modo, si decidevano di fare salti suicidi sul selciato – nel rapporto di Stroop abbiamo foto che lo documentano.  Negli incendi, sotto le rovine dei palazzi che cadevano, nei bunker fatti esplodere o sotterrati morirono migliaia di persone.</p>
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<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54111" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/7-Stroop-Grzywaczewski-1.jpg" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/7-Stroop-Grzywaczewski-1.jpg 250w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/7-Stroop-Grzywaczewski-1-203x300.jpg 203w" alt="" width="250" height="370" /></figure>
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<p><strong>Qui non si può fare a meno di far vedere una foto scattata da uno dei pompieri polacchi,  Leszek Grzywaczewski,</strong> coinvolti dai tedeschi per impedire che gli incendi si propagassero all’infuori del ghetto. L’autore della foto, appartenente ad una sequenza di cui recentemente è stata scoperta un’altra parte, ha aggiunto sul retro una sua descrizione: “I tedeschi incendiano i palazzi lasciati dagli ebrei. Dal balcone dell’ultimo piano una famiglia composta da 5 o 6 persone si prepara  ad un salto suicida. Non hanno eseguito l’ordine dei tedeschi di uscire e ora non possono più scappare. Noi, non li abbiamo aiutati, anche se ciò sarebbe stato tecnicamente possibile”.</p>
<p>Vorrei anche riportare un ricordo scritto dal mio amico Jakub Gutenbaum  che all’età di 13 anni fu scoperto dai tedeschi durante la rivolta nel ghetto nel rifugio in cui si nascondeva con la madre e il fratello e condotto verso l’Umschlagplatz per essere deportato.</p>
<p>“Lo scenario intorno a noi era incredibile. Su entrambi i lati della strada le case erano in fiamme, nell’aria si innalzava il fumo  e la fuliggine, tirava un forte vento causato dalle correnti d’aria.  Esiste una foto molto nota di un gruppo di ebrei con le mani in alto;   <em>(Foto – 8 Bambino mani in alto) </em>  in primo piano si vede un ragazzo, più o meno della mia età. La realtà si presentava esattamente così. Tutto il gruppo al quale sono state aggiunte ancora altre persone è stato composto in colonne e condotto al centro della strada verso l’Umschlagplatz. Qualcuno ha provato a fuggire di lato ma è stato falciato da una salva di pistola. Sparavano anche a coloro che per strada cadevano.</p>
<p>La nostra marcia non durava a lungo: avevamo da percorrere appena 200-300 m.</p>
<p>Sul posto ci hanno condotto in una sala grande, completamente vuota e buia al primo piano in cui prima, nei tempi normali, c’era una scuola. I signori della vita e della morte, ora in senso letterale, erano gli Ucraini in divise tedesche delle SS Galizien che non solo erano sordi alle nostre suppliche di avere un po’ d’acqua ma di tanto in tanto irrompevano con grossi bastoni in mano con i quali arrecavano colpi mortali alle teste delle vittime da loro scelte. Erano ubriachi, ma abbastanza consci per chiedere oro, preziosi, orologi.  Si dava a loro qualcosa, più probabilmente soldi, il che portava sollievo per un po’ di tempo. Uscire e anche alzarsi non era permesso. I bisogni si facevano addosso. Eravamo seduti nel terrore stringendoci a vicenda e coprendo la testa con le mani appena appariva qualcuno dei boia. Queste ore sull’ Umschlagplatz appartengono alle peggiori che ho vissuto durante l’occupazione…”</p>
<p>Jakub fu deportato  al campo di Majdanek dove perirono nella camera a gas sua madre e il fratellino. Egli fu in seguito mandato al campo di Skarżysko-Kamienna dove svolgeva un estenuante lavoro in una fabbrica di munizioni.  Dopo l’evacuazione le successive tappe furono Buchenwald, Schlieben e Terezin, dove fu liberato nel 1945. Rientrato in Polonia, fu accolto da un orfanotrofio e poi andò a stare con suo zio a Mosca e terminò gli studi all’Istituto Energetico. Tornato a Varsavia, fece una brillante carriera all’Accademia Polacca delle Scienze nell’ambito della matematica e dell’automatismo. Fondò in Polonia l’associazione “Figli dell’Olocausto” di cui fu per diversi anni presidente.</p>
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<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54124" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/Jurgen-Stroop-wikipedia.jpg" alt="" width="170" height="245" /></figure>
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<p>Jurgen Stroop, il comandante delle forze tedesche aveva scritto nel suo rapporto sulla repressione della rivolta del ghetto che i suoi reparti catturarono e uccisero più di 56 mila ebrei e scoprirono 631 bunker. Secondo questo rapporto i nazisti deportarono ai campi di lavoro nella zona di Lublino 36 mila persone, gli altri ebrei morirono sul posto o nelle camere a gas di Treblinka. I dati forniti da Stroop sono senza dubbio esagerati ma non disponiamo di altri. Allo stesso tempo i tedeschi intensificarono nella “parte ariana” al di là del muro l’azione di ricerca degli ebrei che si nascondevano, offrendo per la loro cattura premi in denaro.</p>
<p><strong>Fine della rivolta e liquidazione del ghetto di Varsavia</strong></p>
<p>L’8 maggio 1943 i tedeschi scoprirono il bunker del comando del ŻOB in via Miła 18.  Circa 100 combattenti, tra cui Mordechaj Anielewicz e la sua ragazza Mira Fuchrer, furono soffocati dal fumo o si suicidarono non volendo cadere nelle mani dei tedeschi.</p>
<p>Appena poche decine d’insorti riuscirono ad abbandonare il ghetto in fiamme attraverso canali o tunnel sotterranei. La più nota di queste operazioni fu condotta da Simcha Rotem- Ratajzer, “Kazik”    <em>(Foto – 9 e 9A)</em>   e permise di uscire dal ghetto in fiamme  a decine di combattenti tra cui Marek Edelman e Cywia Lubetkin.  La maggior parte di loro trovò in seguito la morte o per effetto di una delazione o nelle lotte partigiane. Alcuni presero parte nella successiva insurrezione generale di Varsavia nel  1944.</p>
<p>Il 12 maggio 1943, Szmul Zygielbojm,   <em>(Foto – 10)</em>   del partito Bund,  il rappresentante degli ebrei polacchi presso il governo in esilio a Londra, si tolse la vita in segno di protesta contro l’inazione degli Alleati  di fronte all’annientamento tedesco degli ebrei europei e soprattutto per la ormai chiara sconfitta della rivolta  del ghetto di Varsavia in cui perse la moglie e il figlio maggiore.</p>
<p>Continuarono ancora scontri con singoli gruppi d’insorti che rimanevano nascosti nel ghetto. Il 16 maggio avendo constatato che il numero di ebrei catturati stava diminuendo, Stroop decise di concludere la sua azione. Quella sera, in segno di vittoria, i tedeschi fecero esplodere  la Grande Sinagoga sulla piazza Tłomackie, situata oltre il terreno del ghetto rimanente; grande, splendido edificio solennemente inaugurato nel 1878. Questa sinagoga era il simbolo dell’ebraismo reform, il luogo in cui si radunavano gli ebrei che vedevano la Polonia come loro terra. Vi si pronunciavano drashot (sermoni) in lingua polacca, si svolgevano canti religiosi, ma anche concerti di musiche di Bach e Vivaldi. E’ stata fatta esplodere come segno dello sterminio e della cancellazione definitiva del ghetto di Varsavia.</p>
<p>Stroop scrisse nel suo rapporto:</p>
<p>“Il quartiere ebraico di Varsavia non esiste più!”</p>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54112" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-1024x786.jpg" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-1024x786.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-300x230.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-768x589.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-1536x1178.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church-80x60.jpg 80w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/12-Warsaw_Ghetto_after_the_war_and_St_Augustine_Church.jpg 1813w" alt="" width="511" height="391" /></figure>
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<p>Ma nelle case bruciate e nei bunker non scoperti rimasero ancora alcuni superstiti, sia civili che insorti. Rapporti di polizia tedeschi, così  come la stampa della resistenza polacca riportarono che ancora a giugno sul terreno del ghetto si sentivano spari. Alcune persone si nascosero tra le macerie fino alla fine del 1943.</p>
<p>Straordinario fu il ruolo delle donne nella rivolta del ghetto di Varsavia. Svolsero funzioni molto importanti come diffusione della stampa clandestina, aiuto infermieristico ai feriti, ogni giorno più numerosi, assicurarono servizi di collegamento in quanto erano facilitate negli spostamenti rispetto agli uomini per la loro maggiore integrazione nella cultura polacca e il fatto che non potevano essere individuate come ebree, non essendo circoncise. Ma lottarono anche con le armi in mano sia all’interno dello stesso ghetto che in seguito fuori le mura. Una per tutte, Tosia Altman.</p>
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<figure class="alignright size-medium"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-54114" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-222x300.jpg" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-222x300.jpg 222w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-758x1024.jpg 758w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-768x1037.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-1137x1536.jpg 1137w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-1516x2048.jpg 1516w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/11-Tosia_Altman-scaled.jpg 1895w" alt="" width="222" height="300" /></figure>
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<p>Impegnata nel movimento giovanile di Haszomer Hacair, leader stimolante e capace. I suoi capelli biondi e il polacco fluente la facevano facilmente passare per una gentile polacca. Ciò l’ha agevolata nel compiere i viaggi tra i vari ghetti in Polonia. Aiutava i gruppi di resistenza a riunirsi e, vivendo nella parte ariana facilitava  gli ebrei a fuggire dai ghetti e nascondersi nella parte polacca.  Quando fu formato lo ŻOB Tosia Altman fu inviata a contattare l’AK e l’AL per ricevere armi e sostegno. (AK riconosce lo ŻOB solo  nell’ottobre 1942 e inizia a fornire armi solo a dicembre).</p>
<p>Ritornò nel ghetto il 18 gennaio 1943 , quando è iniziata l’Azione tedesca. Portata all’ Umschlagplatz , fu salvata da un poliziotto ebreo. Il 18 aprile si trasferì nel bunker di via Mila 18 da dove svolse missioni di collegamento e di soccorso ai feriti intrappolati tra le macerie. Riuscì a salvarsi nonostante le ferite in un difficoltoso passaggio attraverso le condotte delle fogne. Nascosta assieme ad un gruppo di combattenti nella parte ariana, si ustionò gravemente durante un incendio accidentale.</p>
<p>La sua fine fu tragica. Gettatasi in strada fu raccolta dalla polizia polacca che la consegnò ai tedeschi.  Non solo non le furono somministrate cure , ma vi è il sospetto che morì sotto tortura.</p>
<p>Vorrei concludere cercando di capire i motivi per i quali l’insurrezione nel ghetto di Varsavia scoppiò così tardi.</p>
<p>Il grande giornalista ebreo polacco, Marian Turski, presidente del Comitato  Internazionale di Aischwitz,  nel suo ultimo intervento al Parlamento Europeo il 29 marzo scorso ne elenca quattro.</p>
<ol type="1">
<li>Gli ebrei a Varsavia non potevano in effetti prevedere la loro fine, se gli stessi nazisti come Heydrich, nel 1938 affermavano che “forse ci vorranno ancora 10 anni prima di liberare la Germania dagli ebrei”. L’azione di sterminio fu accelerata dopo l’operazione Barbarossa e la Conferenza di Wannsee nel gennaio 1942.</li>
<li>La malattia delle fame, studiata dai medici nel ghetto di Varsavia le cui ricerche furono pubblicate dopo la guerra nel 1946. I risultati di questi studi dimostrano come la fame porta alla graduale scomparsa di reazioni vitali, all’esaurimento dell’energia, alla lentezza dei movimenti, alla sonnolenza, all’addormentamento della psiche. (“Noi ad Auschwitz odiavamo i membri del Sonderkommando, ma solo loro, più forti con le loro più abbondanti razioni di cibo, furono in grado di organizzare una rivolta).</li>
<li>Fondamentale fu la questione della mancanza d’armi.  Se ne rese conto lo stesso Jan Karski, l’emissario della Resistenza polacca AK che per due volte entrò nel ghetto e volle, col suo rapporto sulla persecuzione nazista degli ebrei in Polonia trafugato in Occidente, fermare la Shoah. Il capo della Resistenza polacca, Grot Rowecki , l’aveva convinto che l’azione armata degli ebrei del ghetto di Varsavia non aveva alcuna chance e quindi , di fronte alla scarsità di armi nella stessa AK, non vi era motivo di fornire loro numerose munizioni.</li>
<li>Per ultima la responsabilità verso i propri cari. Si potevano esporre al maggior pericolo, effetto del sollevamento armato, i familiari, coloro che costituivano ancora la maggiore consolazione?</li>
</ol>
<p>Infatti, la rivolta scoppiò per merito d quei giovani che non avevano più nulla da perdere, che potevano misurarsi solo con la propria vita.</p>
<p><b>Il video della conferenza con l’intervento di Elzbieta <em>Cywiak,  di Olek  Mincer  e il successivo dibattito </em></b></p>
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		<title>Messina, StoricaMEnte1943 BCsicilia docufilm: 80° Anniversario dello sbarco Alleato in Sicilia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/02/26/messina-storicamente1943-bcsicilia-docufilm-80-anniversario-dello-sbarco-alleato-in-sicilia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=messina-storicamente1943-bcsicilia-docufilm-80-anniversario-dello-sbarco-alleato-in-sicilia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2023 07:51:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Sbarco alleati Messina]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/E4E41F23-9966-4177-86FA-3027211579A5.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/E4E41F23-9966-4177-86FA-3027211579A5.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/E4E41F23-9966-4177-86FA-3027211579A5-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/E4E41F23-9966-4177-86FA-3027211579A5-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>di Maria Chiara Luca Immagini e racconti di guerra a Messina 1943. Per la regia di Sabrina Patania. Tra le testimonianze riprese dal corto, quella del giornalista Domenico .Interdonato: la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><b>di Maria Chiara Luca</b></em></p>
<p><em>Immagini e racconti di guerra a Messina 1943. Per la regia di Sabrina Patania. Tra le testimonianze riprese dal corto, quella del giornalista Domenico .Interdonato: la sua esperienza militare. Il nonno, i ricordi e la guerra…</em></p>
<p>Messina – Nell’ambito dell’80° Anniversario dello sbarco Alleato in Sicilia, al Cinema Lux a Messina,  svolto un incontro culturale sulla secondo conflitto mondiale. Un docufilm e racconti di guerra. Un filo rosso nell’attualità della guerra Russia- Ucraina.</p>
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<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52416" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Screenshot_20230224-220115_Gallery-224x300.jpg" alt="" width="176" height="234" /></figure>
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<p>La comunità profuga Ucraina a Messina e la loro storia…Un momento di riflessione e vicinanza solidale per un simbolico contributo di 5 euro richiesto per lo spettacolo culturale che, andrà in beneficenza a Padre Giovanni Amante della Chiesa Ortodossa di San Giacomo Maggiore. Il fondo devoluto servirà all’acquisto di prodotti alimentari e farmaci necessari ad anziani, donne e bambini accolti nella sede pastorale Ortodossa.</p>
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<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52401" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-300x169.jpeg" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-300x169.jpeg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-1024x576.jpeg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-768x432.jpeg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-1536x864.jpeg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-2048x1152.jpeg 2048w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0039-678x381.jpeg 678w" alt="" width="219" height="124" /></figure>
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<p>Tra le testimonianze della prima parte del filmato, il giornalista Domenico Interdonato. La sua esperienza militare. Il nonno e i ricordi di guerra .</p>
<p>Alla presentazione  sono intervenuti Sabrina Patania regista dei due documentari e presidente BCsicilia Sede di Messina, di Padre Giovanni Amante, della Chiesa Ortodossa San Giacomo Maggiore di Messina, di Basilio Maniaci, presidente dell’Università della Terza Età di Messina e di Angelo Caristi direttore del Museo del Novecento di Messina.</p>
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<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52421" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Screenshot_20230224-220229_Gallery-300x215.jpg" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Screenshot_20230224-220229_Gallery-300x215.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Screenshot_20230224-220229_Gallery-768x551.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Screenshot_20230224-220229_Gallery.jpg 876w" alt="" width="208" height="149" /></figure>
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<p>A coordinare l’incontro Katia Buonasera del CNR. A cura di Simonetta Pisano le letture tratte dai fronti di guerra ucraino e della Seconda guerra mondiale accompagnata dal violino di Lucia Grasso direttore d’orchestra al Teatro Vittorio Emanuele a Messina.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52405" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0041-1024x391.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0041-1024x391.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0041-300x115.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0041-768x293.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/IMG-20230224-WA0041.jpg 1508w" alt="" width="1024" height="391" /></figure>
<p>Partner <em>BCsicilia – Biblioteca regionale – Istituto del Nastro Azzurro – Museo Etnoantropologico – UniTre – Museo del Novecento – Anfcdg – Comune di Messina </em></p>
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		<title>Alan Turing, l&#8217;enigma di un genio</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2020/06/07/alan-turing-lenigma-di-un-genio/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=alan-turing-lenigma-di-un-genio</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sebastiano Catte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2020 15:57:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alan Turing]]></category>
		<category><![CDATA[Enigma]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="417" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark-300x179.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark-585x348.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Le sue idee hanno gettato le basi dell’informatica moderna e contribuito a vincere la seconda guerra mondiale, ma subì gli anacronistici pregiudizi del suo tempo. Un ricordo dello scienziato a&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/06/07/alan-turing-lenigma-di-un-genio/">Alan Turing, l&#8217;enigma di un genio</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="417" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark-300x179.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/turing_bletchipark-585x348.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p><p><strong><span style="font-size: large;">Le sue idee hanno gettato le basi dell’informatica moderna e contribuito a vincere la seconda guerra mondiale, ma subì gli anacronistici pregiudizi del suo tempo. Un ricordo dello scienziato a 66 anni dalla morte.</span></strong></p>
<p>Il <strong>7 giugno 1954</strong> moriva a Manchester <strong>Alan Turing</strong> (Londra 1912), uno dei più importanti scienziati del secolo scorso, forse il più grande se pensiamo alle implicazioni sociali, economiche e politiche delle sue scoperte. Ma solo in occasione del centenario dalla nascita è arrivato dal governo inglese un riconoscimento – sia pure tardivo – alla grandezza di un genio eccentrico che ha posto le basi per lo sviluppo dell’informatica a partire dall’immediato dopoguerra e che durante la Seconda Guerra mondiale riuscì nell’impresa di violare il <strong>codice Enigma</strong>, il sistema di crittografia che permetteva ai militari nazisti lo scambio di informazioni e ordini, contribuendo così a cambiare in maniera decisiva le sorti della II guerra mondiale. Lo fece come membro della sezione comunicazioni del Foreign Office con sede a <strong>Bletchley Park</strong> nel Buchingamshire dove erano riunite schiere di esperti di enigmistica, scacchi e dama, matematici, fisici e stravaganti di ogni genere, tutti tesi al medesimo scopo: attaccare il codice delle forze armate naziste. Fu un successo di enorme portata, ritenuto fondamentale per l’entrata in guerra degli americani al fianco degli inglesi.</p>
<p>Ma Turing è stato anche un uomo molto tormentato, solitario e fragile: secondo la biografia ufficiale morì suicida a soli 41 anni dopo essere stato osteggiato a lungo come un pericoloso criminale dalle autorità inglesi per via della sua omosessualità, fino ad essere sottoposto alla crudeltà della castrazione chimica.</p>
<p>È facile pertanto spiegare i motivi per cui in tanti siano rimasti affascinati dalla sua figura. Turing è stato celebrato di recente con tutti gli onori in convegni internazionali a lui dedicati, francobolli, mostre, opere teatrali e persino opere cinematografiche: la sua vicenda umana e scientifica ha ispirato nel 2014 il film di Morten Tyldum<strong> “The Imitation Game”</strong>, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley. Nel corso di una visita a Londra, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha collocato Turing in un pantheon planetario di innovazione e scoperta, affermando: <em>“Da Newton e Darwin a Edison e Einstein, da Alan Turing a Steve Jobs, abbiamo guidato il mondo nel nostro impegno per la scienza e la ricerca avanzata”.</em></p>
<p>Il contributo scientifico che rivelò il genio di Turing si trova in una sua pubblicazione del 1936 che scrisse nel periodo in cui risiedeva al King’s College di Cambridge: <i><strong>On computable number</strong>. </i>Si può ben affermare che senza le intuizioni contenute in quel testo forse oggi non avremmo a disposizione quegli strumenti tecnologici che sono entrati prepotentemente nella nostra vita di tutti giorni. In altri termini arrivò a a concepire quello che può essere definito il primo modello di calcolatore universale (o <strong>Macchina di Turing</strong>, come venne chiamata più avanti da un professore di Logica dell’Università di Princeton, Alonzo Church), che è ancora oggi il prototipo di riferimento di ciò che possa essere calcolato (e non) da qualsiasi tipo computer: una macchina capace di eseguire algoritmi e provvista di un nastro, suddiviso in celle, in cui è possibile scrivere dei simboli appartenenti a un alfabeto predefinito.</p>
<p>Grazie a Turing si materializza così, almeno in parte, il grande sogno che aveva accarezzato Leibniz duecentocinquanta anni prima: l’invenzione di un calcolo simbolico con cui risolvere in maniera automatica ogni genere di problemi. “Si può dimostrare – scriverà Turing nel 1947 – che è realizzabile una speciale macchina di questo tipo capace di fare da sola il lavoro di tutte; potremmo addirittura farla funzionare da modello di qualsiasi altra. Questa macchina speciale può essere chiamata «universale».” In quegli anni infatti Turing aveva compreso perfettamente quanto fosse determinante il connubio tra teoria del calcolo e tecnologia elettronica. Queste sue idee furono già anticipate dal progetto del calcolatore EDVAC americano del 1945, basato sull’architettura logica ideata dal grande matematico di origine ungherese John von Neumann.</p>
<p>In quegli anni Turing scrisse il primo progetto di un computer con programma memorizzabile, che fu poi realizzato e denominato ACE (Automatic Computing Engine). Grazie a questi successi nel 1948 il grande scienziato venne nominato direttore del Computing Laboratory dell’Università di Manchester: un incarico di grande prestigio in quanto l’obiettivo di questo laboratorio era quello di progettare il computer con la più potente memoria del mondo, il MADAM (Manchester Automatic Digital Machine).</p>
<p>Nel 1950 Turing pubblicò sulla rivista Mind il saggio<strong><em> “Computing Machinery and Intelligence”</em></strong>, ritenuto una pietra miliare nel campo degli studi sull’intelligenza artificiale. Propose un esperimento, oggi noto come<i> test di Turing</i>, con l’obiettivo di definire i criteri per stabilire se una macchina possa essere in grado di pensare. In questo suo lavoro Turing arrivò a predire che entro la fine del secolo si sarebbe arrivati a creare dei programmi di calcolatore capaci di sostenere una conversazione con una disinvoltura tale che nessuno sarebbe stato in grado di stabilire se quello con cui stava conversando fosse una macchina o un essere umano. Il test è stato successivamente più volte rielaborato ma ancora oggi non c’è alcuna macchina che abbia dimostrato di poterlo superare.</p>
<p>Anche un profano sarebbe in grado di capire l’altissimo valore scientifico delle scoperte di Turing, che avrebbe senz’altro meritato di essere celebrato dal governo inglese con tutti gli onori, come un eroe nazionale. Ma non fu così e fino a pochi anni fa la sua fama di grande scienziato era nota quasi esclusivamente in ambito accademico. Il motivo è legato a quanto accadde nel 1952, quando Alan chiamò la polizia per denunciare un furto avvenuto nella propria casa, probabilmente ad opera di un giovane che aveva ospitato, confessando così candidamente di aver avuto con lui una relazione omosessuale. Gli agenti arrivarono in casa e finirono per arrestare lo stesso Turing sulla base della cosiddetta “blackmailer’s charter” che perseguiva tutti gli “atti di palese indecenza” tra uomini, in pubblico come in privato. Alan non aveva fatto i conti con le contraddizioni della pur civilissima Inghilterra e forse non si capacitava che si potesse arrivare a privare un individuo (e nel suo caso specifico di una persona che aveva dato tantissimo alla nazione) della propria libertà solo sulla base dei personalissimi orientamenti sessuali. <i>“Se la società nella quale viveva criminalizzava l’omosessualità, era la società a sbagliare</i> – David Leavitt in un&#8217;altra biografia dello scienziato – <i>e non certo gli uomini e le donne che della società erano vittime”.</i> Per evitare il carcere Turing accettò di sottoporsi a una pena alternativa che consisteva di iniezioni a base di estrogeni con conseguenze devastanti per il suo corpo: una tortura di stato in piena regola. Due anni dopo, l’8 giugno 1954 fu ritrovato senza vita nella sua stanza, avvelenato da una mela intrisa di cianuro.</p>
<p>Ma davvero si è trattato di suicidio? Il dubbio è stato avanzato di recente dal matematico inglese Andrew Hodges nella nuova edizione di una monumentale biografia pubblicata tre anni fa (<i>Alan Turing, storia di un enigma</i>, Boringhieri). L’autore del libro non esclude che Turing, custode di segreti di vitale importanza dai tempi in cui collaborava con l’intelligence britannica, avrebbe potuto rappresentare una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale per via delle sue frequentazioni omosessuali e per i suoi frequenti viaggi all’estero, quindi potenzialmente vulnerabile ai ricatti e a possibili tentativi di seduzione da parte di agenti stranieri.</p>
<p>Per decenni sulla figura del grande scienziato cadde l’oblio assordante e imbarazzato delle massime autorità politiche del Regno Unito, che non hanno mosso alcun passo verso la depenalizzazione dell’omosessualità fino al 1967. La svolta decisiva vi è stata nel 2009, quando il premier laburista inglese Gordon Brown rilasciò una dichiarazione ufficiale di scuse (ma solo dopo un’accesa e ostinata campagna di sensibilizzazione sul web) per il trattamento omofobico a cui venne sottoposto Alan Turing: “Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un’Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio.”</p>
<p>Una riabilitazione in piena regola, anche se certo non sufficiente per ridare a pieno titolo l’onore perduto a un uomo che ha dato un contributo eccezionale alla causa per la libertà e per il progresso scientifico. Ci fu quindi un appello pubblicato dal Daily Telegraph (<i>Pardon for Alan Turing</i>) in cui alcuni dei più autorevoli scienziati inglesi come il cosmologo Stephen Hawking e il premio Nobel per la Medicina Paul Nurse sollecitarono il premier David Cameron a concedere la grazia postuma per Turing. Grazia che arrivò nel 2013 – a 59 anni dalla morte – con la firma della Regina Elisabetta II. Meglio tardi che mai: <em>“Era un tesoro nazionale, e lo abbiamo perseguitato fino alla morte”</em>, ha detto John Graham-Cumming, un informatico che ha promosso una campagna per la grazia al grande matematico inglese.</p>
<p><em>Nella foto : la statua di Alan Turing a Bletchley Park (Corbis Images)</em></p>
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