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		<title>Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 10:48:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Milano, Torino, Bologna. Oltre gli scontri e la violenza, le voci dei ragazzi interrogano una società capace di connettere, ma non sempre di costruire relazioni e futuro Prima delle vetrine&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/22/dietro-lo-schermo-il-bisogno-di-appartenere/">Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p><strong>Prima delle vetrine infrante c’erano dei ragazzi.</strong></p>
<p>Prima delle immagini degli scontri, delle cariche della polizia, dei negozi devastati, c’erano giovani che avevano deciso di uscire di casa e raggiungere una piazza. Alcuni per protestare contro il costo della vita, altri per esprimere una rabbia difficile da contenere, altri ancora, forse, semplicemente perché lì avrebbero incontrato qualcuno con cui condividere un’esperienza.</p>
<p>Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno. E sarebbe profondamente sbagliato attribuire a tutti le responsabilità di chi ha scelto la violenza.</p>
<p>Ma quanto accaduto a Milano, Torino e Bologna il 17 ottobre 2026 ci consegna una domanda che rischia di rimanere sepolta sotto le macerie della cronaca.</p>
<blockquote><p>Che cosa cercano quei ragazzi quando decidono di appartenere a una piazza?</p></blockquote>
<p>E soprattutto: che cosa non hanno trovato altrove?</p>
<h2>Le piazze e le domande rimaste senza risposta</h2>
<p>Le manifestazioni contro il carovita, diffuse anche attraverso i social dalla mobilitazione «Italia in Piazza», hanno coinvolto migliaia di persone.</p>
<p>A Milano gli scontri più gravi, con danneggiamenti e saccheggi, hanno interessato il centro cittadino. A Torino alcuni organizzatori hanno tentato di contenere gruppi che assumevano comportamenti aggressivi. A Bologna si sono verificati violenti confronti con le forze dell’ordine nell’area della stazione.</p>
<p>Tra le persone fermate e arrestate figurano numerosi minorenni. È uno degli elementi che maggiormente interrogano, al di là della gravità delle singole azioni.</p>
<p>Le responsabilità individuali dovranno essere accertate dalla magistratura, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.</p>
<p>La risposta istituzionale si è concentrata sulla sicurezza e sull’accertamento delle responsabilità. Proteggere le persone, tutelare chi lavora e garantire il diritto a manifestare pacificamente sono compiti irrinunciabili.</p>
<p>Ma una società non può limitarsi a intervenire quando il disagio si trasforma in violenza. <strong>Dovrebbe anche domandarsi che cosa accade prima.</strong></p>
<p>Le proteste nascevano da rivendicazioni riconoscibili: il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, le condizioni della scuola, i servizi pubblici, le prospettive di lavoro.</p>
<p>Non sappiamo quanto queste difficoltà abbiano inciso sui comportamenti dei singoli protagonisti degli scontri. Sappiamo però che le nuove generazioni crescono osservando il mondo degli adulti: ne ascoltano le preoccupazioni, ne percepiscono le contraddizioni, ne sperimentano le aspettative. E spesso devono trovare da sole il linguaggio per raccontare ciò che vivono.</p>
<h2>Le voci dei ragazzi: essere ascoltati, trovare un posto</h2>
<p>Ci sono testimonianze che aiutano ad andare oltre le immagini della violenza. Il 20 ottobre, il giornalista Youssef Taby ha raccolto per il Fatto Quotidiano le parole di alcuni giovani presenti nelle piazze milanesi.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Y. / 14 anni</strong>Il ragazzo, nato in Italia da una famiglia di origini egiziane, racconta di aver visto su TikTok i video delle convocazioni e di essersi avvicinato alla manifestazione anche per curiosità, per cambiare la routine quotidiana e condividere qualche video. Nel suo racconto emerge anche il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, insieme ad altri ragazzi.&nbsp;</p>
</div>
<p>È una testimonianza, non la spiegazione di ciò che hanno vissuto tutti i partecipanti. Ma aiuta a comprendere che in una stessa piazza possono incontrarsi motivazioni economiche, desideri di partecipazione, curiosità e ricerca di riconoscimento.</p>
<p>Un’altra prospettiva arriva da Gaia, sedici anni, tra le organizzatrici milanesi di «Italia in Piazza», intervistata da Open il 21 ottobre.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Gaia / 16 anni</strong>Gaia racconta come l’iniziativa abbia preso forma attraverso una comunità costruita sui social e come i giovani abbiano individuato rivendicazioni comuni: costo della vita, condizioni scolastiche, accesso alla sanità, stipendi e affitti. La giovane distingue la mobilitazione pacifica dalle violenze che hanno coinvolto altri gruppi.&nbsp;</p>
</div>
<p>Le due testimonianze non raccontano la stessa esperienza, ma mostrano qualcosa che merita attenzione: la piazza può rappresentare contemporaneamente uno spazio di partecipazione civile e un luogo nel quale cercare riconoscimento.</p>
<p>Ridurre tutto alla violenza significherebbe cancellare questa complessità. Ignorare la violenza significherebbe, invece, non rispettare chi l’ha subita.</p>
<h2>Il bisogno di appartenere non è un problema giovanile</h2>
<p>L’appartenenza è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Non riguarda soltanto gli adolescenti. Attraversa tutte le età e accompagna la nostra esistenza.</p>
<p>Abbiamo bisogno di riconoscerci negli occhi di qualcuno, di sapere che la nostra presenza conta, che la nostra voce può essere ascoltata, che esiste un luogo nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di meritare attenzione.</p>
<p>Gli psicologi Roy Baumeister e Mark Leary, nello studio «The Need to Belong», pubblicato nel 1995 sulla rivista Psychological Bulletin, hanno esaminato il bisogno di costruire e mantenere relazioni interpersonali stabili, positive e significative come motivazione umana fondamentale.</p>
<p>Non basta stare fisicamente insieme. L’appartenenza richiede continuità, reciprocità e riconoscimento.</p>
<p>Una folla può offrire immediatamente sensazioni intense: la forza del numero, il riconoscersi in uno slogan, il muoversi insieme, il percepire una separazione tra un «noi» e un «loro».</p>
<p>Per un adolescente, soprattutto quando sta costruendo la propria identità, queste esperienze possono assumere un significato particolare. Ma sentirsi parte di una folla non significa necessariamente aver trovato un luogo nel quale essere conosciuti, accolti e accompagnati.</p>
<blockquote><p>Si può essere insieme a migliaia di persone e continuare a sentirsi profondamente soli.</p></blockquote>
<p>È questo il paradosso che merita di essere esplorato.</p>
<h2>La rete ci connette. Ma chi ci riconosce?</h2>
<p>Le convocazioni delle manifestazioni sono circolate attraverso piattaforme come TikTok. Un video, un messaggio condiviso, un invito a raggiungere una piazza possono oggi mobilitare persone che non si conoscono e che non appartengono ad alcuna organizzazione tradizionale.</p>
<p>Non è necessariamente un fenomeno negativo. La rete può ampliare la partecipazione, offrire voce a chi ne ha poca, consentire ai giovani di organizzarsi e promuovere iniziative sociali importanti.</p>
<p>Ma la facilità della connessione non garantisce la profondità della relazione.</p>
<p>La studiosa Sherry Turkle, nel libro «Alone Together», ha approfondito le contraddizioni tra connessione tecnologica e vita relazionale, interrogandosi su come la disponibilità continua di contatti possa convivere con esperienze di solitudine.</p>
<p>La questione non è contrapporre il mondo digitale a quello reale. Le relazioni che nascono online possono essere autentiche e profonde.</p>
<p>Il problema emerge quando la connessione viene scambiata per riconoscimento e quando la visibilità diventa il principale metro del valore personale.</p>
<blockquote><p>Essere visualizzati non significa essere visti.</p></blockquote>
<p>Ricevere una reazione non significa necessariamente essere ascoltati. Avere migliaia di contatti non equivale a possedere relazioni capaci di sostenerci nei momenti difficili.</p>
<p>In questo contesto, anche l’adesione a una mobilitazione può rispondere a bisogni differenti. C’è chi vuole cambiare una situazione ingiusta. Chi cerca uno spazio di espressione. Chi desidera condividere un’esperienza collettiva. E chi può lasciarsi trascinare da dinamiche di gruppo che finiscono per prevalere sulle intenzioni iniziali.</p>
<p>Non sono condizioni equivalenti e non devono essere confuse. Ma ci aiutano a comprendere perché una piazza possa diventare qualcosa di più di un luogo fisico. Può diventare uno spazio nel quale cercare un’identità.</p>
<h2>Quando il gruppo diventa più importante della persona</h2>
<p>La psicologia sociale ci ricorda che il comportamento individuale può modificarsi all’interno di un gruppo. Non perché le persone perdano inevitabilmente la capacità di scegliere, ma perché l’identità collettiva può influenzare ciò che viene percepito come accettabile, desiderabile o necessario.</p>
<p>Il bisogno di essere riconosciuti può portare ad assumere atteggiamenti che, individualmente, non avremmo scelto. La ricerca di approvazione può trasformarsi in conformismo. Il desiderio di partecipare può diventare paura di essere esclusi.</p>
<p>In alcune circostanze, il gruppo può persino attribuire un significato positivo a comportamenti distruttivi.</p>
<p>La psicologa e psicoanalista Laura Pigozzi, intervistata da Open il 20 ottobre, ha proposto di leggere parte delle violenze giovanili alla luce di un sentimento di impotenza. Distruggere può apparire, in questa interpretazione, un modo disfunzionale per sperimentare un potere che nella vita quotidiana si percepisce di non avere.</p>
<p>È una possibile chiave di lettura, non una diagnosi dei ragazzi coinvolti.</p>
<p>Questo non elimina la responsabilità personale. La violenza non diventa giustificabile perché viene commessa insieme ad altri.</p>
<p>Ma comprenderne i meccanismi significa riconoscere che l’educazione alla responsabilità non si costruisce soltanto attraverso divieti e sanzioni. Si costruisce anche offrendo esperienze nelle quali sia possibile appartenere senza dover rinunciare alla propria coscienza.</p>
<p>È questa la differenza tra un gruppo che ingloba e una comunità che accoglie. Il primo può chiedere di adeguarsi. La seconda dovrebbe permettere di esistere nella propria unicità.</p>
<h2>Dove sono gli adulti?</h2>
<p>Davanti alle immagini degli scontri, una delle reazioni più immediate è chiedersi dove fossero i genitori. È una domanda comprensibile, ma rischia di diventare una scorciatoia.</p>
<p>Le famiglie hanno responsabilità educative importanti. Tuttavia, nessuna famiglia educa da sola.</p>
<p>L’identità di un adolescente si costruisce attraversando ambienti differenti: la casa, la scuola, gli amici, lo sport, le associazioni, i quartieri e gli spazi digitali. Ognuno di questi luoghi può contribuire a creare appartenenza oppure alimentare esclusione.</p>
<p>Per questo la domanda dovrebbe essere più ampia.</p>
<p>Dove sono gli adulti capaci di ascoltare senza giudicare immediatamente? Dove sono gli spazi nei quali i ragazzi possono esprimere la propria rabbia senza essere abbandonati alla rabbia stessa? Dove possono sperimentare che il conflitto non deve necessariamente trasformarsi in distruzione?</p>
<p>E dove possono incontrare persone capaci di riconoscere le loro domande, anche quando vengono espresse in modo confuso, provocatorio o difficile?</p>
<p>Non si tratta di idealizzare i giovani né di attribuire agli adulti ogni responsabilità. Si tratta di riconoscere che l’educazione è una responsabilità condivisa.</p>
<p>E che una comunità educante non nasce per intervenire soltanto quando qualcosa si rompe. <strong>Dovrebbe esserci anche prima.</strong></p>
<h2>La differenza tra essere accolti ed essere utilizzati</h2>
<p>C’è un rischio che merita particolare attenzione. Quando il bisogno di appartenenza non trova risposte significative, può diventare terreno fertile per chi offre identità semplici, contrapposizioni assolute e appartenenze costruite contro qualcuno.</p>
<p>Non significa che questo sia necessariamente accaduto nelle tre città. Servirebbero elementi specifici per sostenerlo.</p>
<p>Ma il meccanismo è conosciuto: sentirsi parte di un gruppo può diventare più importante delle finalità per le quali quel gruppo esiste.</p>
<p>L’appartenenza, allora, non viene costruita attorno a un progetto, ma attorno a un nemico. Non si sta insieme per realizzare qualcosa, ma per opporsi a qualcuno.</p>
<p>È una differenza che riguarda i movimenti sociali, ma anche le comunità, la politica, le organizzazioni e persino le relazioni quotidiane.</p>
<p>Una vera appartenenza non dovrebbe richiedere la rinuncia al pensiero critico. Dovrebbe invece rendere possibile il confronto, accogliere il dissenso, aiutare le persone a riconoscere la propria responsabilità.</p>
<p>Perché un gruppo che offre riconoscimento soltanto a condizione di obbedire non sta necessariamente costruendo una comunità. Può semplicemente sostituire una forma di solitudine con una nuova dipendenza.</p>
<h2>Non basta condannare. Non basta comprendere.</h2>
<p>Di fronte ai fatti di Milano, Torino e Bologna, condannare le violenze è necessario. Chi ha danneggiato, aggredito o saccheggiato deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge, nel rispetto delle garanzie previste anche per i minorenni.</p>
<p>Ma sarebbe insufficiente pensare che la sola risposta repressiva possa affrontare tutte le questioni emerse. Dall’altra parte, comprendere il disagio non significa trasformarlo in una giustificazione.</p>
<p>Tra queste due posizioni esiste uno spazio educativo e sociale che merita di essere abitato. È lo spazio nel quale possiamo chiedere responsabilità senza rinunciare all’ascolto. Nel quale possiamo riconoscere la sofferenza senza negare il danno provocato agli altri. Nel quale possiamo intervenire sulle conseguenze e, contemporaneamente, cercare di comprenderne le condizioni.</p>
<p>Le piazze non raccontano soltanto ciò che alcuni giovani hanno fatto. Ci obbligano anche a interrogarci sulle opportunità di partecipazione che la società mette loro a disposizione. E su quanto siano realmente accessibili, credibili e significative.</p>
<h2>Una società capace di connettere, ma sa ancora costruire comunità?</h2>
<p>Forse è questa la domanda più profonda che attraversa gli avvenimenti di questi giorni. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare. Possiamo raggiungere chiunque, quasi ovunque, in qualsiasi momento.</p>
<p>Ma non sempre abbiamo sviluppato con la stessa attenzione la capacità di ascoltarci, di accompagnarci e di riconoscerci reciprocamente.</p>
<p>Non possiamo dedurre dagli scontri che un’intera generazione sia priva di relazioni. Sarebbe una generalizzazione ingiusta, soprattutto verso i moltissimi giovani che ogni giorno costruiscono esperienze positive di partecipazione, solidarietà e cittadinanza.</p>
<p>Proprio queste esperienze dovrebbero diventare parte del racconto. Le scuole che aprono spazi di confronto. Le associazioni che restituiscono protagonismo ai ragazzi. Gli educatori che attraversano i quartieri. Le comunità che non aspettano l’emergenza per incontrare i giovani.</p>
<p>Sono realtà spesso meno visibili di una vetrina infranta, ma altrettanto importanti per comprendere il Paese.</p>
<p>Milano, Torino e Bologna ci hanno mostrato immagini di violenza che non possiamo ignorare. Ma sarebbe una sconfitta del giornalismo, prima ancora che della politica, lasciare che quelle immagini occupassero tutto lo spazio della nostra attenzione.</p>
<p>Perché dietro ogni schermo c’è una persona. Dietro ogni appartenenza c’è una storia. E dietro ogni ragazzo, anche quando compie scelte sbagliate, esiste una possibilità di futuro che non possiamo smettere di interrogare.</p>
<blockquote><p>La vera domanda non è soltanto perché alcuni ragazzi abbiano scelto di scendere in quelle piazze. È anche quali luoghi, relazioni e comunità siamo capaci di costruire affinché possano sentirsi parte della società senza dover gridare per essere riconosciuti.</p></blockquote>
<section class="nota">
<h2>Nota editoriale | Francesco Mazzarella</h2>
<p>Quando guardo le immagini delle piazze di Milano, Torino e Bologna non riesco a fermarmi alle vetrine infrante.</p>
<p>Vedo la violenza, che non giustifico. Vedo la paura di chi si è trovato coinvolto, il lavoro delle forze dell’ordine, i commercianti che hanno subito danni.</p>
<p>Ma sento anche il bisogno di interrogarmi su ciò che quelle immagini non riescono a mostrarci.</p>
<p>Mi domando che cosa significhi, oggi, per un ragazzo, sentirsi parte di qualcosa. Dove trovi ascolto. Chi gli restituisca il valore della sua presenza. Quali adulti siano disposti a condividere con lui un pezzo di strada, anche quando diventa faticoso.</p>
<p>Da anni mi occupo di comunicazione e relazioni. E continuo a convincermi che il nostro problema non sia la mancanza di strumenti per comunicare, ma la difficoltà di trasformare la comunicazione in incontro.</p>
<p>Abbiamo imparato a essere raggiungibili. Molto meno, forse, a essere disponibili.</p>
<p>A mostrare ciò che facciamo. Non sempre a raccontare ciò che viviamo.</p>
<p>A cercare consenso. Non necessariamente a costruire fiducia.</p>
<p>Eppure nessuna persona cresce davvero soltanto perché qualcuno la segue su uno schermo.</p>
<p>Cresciamo quando qualcuno ci riconosce, quando possiamo sbagliare senza essere identificati per sempre con il nostro errore, quando incontriamo relazioni capaci di chiederci responsabilità senza negarci la possibilità di cambiare.</p>
<p>Non è una questione che riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi.</p>
<p>Perché <strong>una società nella quale le persone devono fare rumore per sentirsi viste è una società che deve interrogarsi sulla qualità del proprio ascolto.</strong></p>
<p>E forse il compito più urgente non è insegnare ai ragazzi soltanto come stare insieme. È tornare, adulti e giovani, a costruire luoghi nei quali sia possibile appartenere senza smettere di essere sé stessi.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
<em>Giornalista e facilitatore relazionale</em></p>
<article class="fm-editoriale">
<section class="fonti">
<h2>Fonti e riferimenti</h2>
<p>Le testimonianze riportate provengono dalle testate indicate e non sono interviste realizzate direttamente da lafrecciaweb.it</p>
<ul>
<li><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/17/a-milano-lancio-di-sassi-e-cariche-della-polizia-feriti-e-fermati.-scontri-a-torino_a783ef65-c2c2-4fb9-8d99-7c64d791f43c.html">ANSA, 17 ottobre 2026 — Cronaca delle manifestazioni</a></li>
<li><a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/10/scontri-a-milano-bologna-e-torino-tensioni-ai-cortei-italia-in-piazza-76170fe9-277f-4e9e-8949-dd573cafa67d.html">RaiNews — Proteste nelle tre città</a></li>
<li><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/20/scontri-milano-giovani-periferia-notizie/8543655/">Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre — Voci dei ragazzi</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/21/milano-proteste-generazione-precariato-smantellamento-servizi-italia-in-piazza-scontri-rivendicazioni-violenza/">Open, 21 ottobre — Intervista a Gaia</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/20/scontri-milano-violenze-giovani-intervista-psicologa-pigozzi/">Open, 20 ottobre — Laura Pigozzi</a></li>
<li><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/7777651/">Baumeister e Leary, The Need to Belong, 1995</a></li>
<li>Sherry Turkle, Alone Together, Basic Books, 2011.</li>
</ul>
</section>
</article>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/22/dietro-lo-schermo-il-bisogno-di-appartenere/">Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Crepet al Privacy Day Forum: urgente tutelare i minori dagli effetti negativi dei social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2023 17:33:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="900" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D.png 900w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/3EBBF1EC-CAB4-40B0-A159-86852400ED7D-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>Lo psichiatra Paolo Crepet, che parteciperà al Privacy Day Forum di Federprivacy: &#8220;Siamo arrivati all&#8217;apice degli effetti negativi di un uso smodato e incontrollato dei social. È ora di mettere un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/03/26/crepet-al-privacy-day-forum-urgente-tutelare-i-minori-dagli-effetti-negativi-dei-social/">Crepet al Privacy Day Forum: urgente tutelare i minori dagli effetti negativi dei social</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">Lo psichiatra Paolo Crepet, c</b></i></span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">he parteciperà al Privacy Day Forum di Federprivacy</i></span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">: &#8220;Siamo arrivati all&#8217;apice degli effetti negativi di un uso smodato e incontrollato dei social. </b></i></span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">È ora di mettere un argine&#8221;.</i></span></span></p>
<p><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">Firenze, 21 marzo 2023 &#8211; Nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione da parte delle istituzioni per incoraggiare gli utenti a utilizzare i social network in modo responsabile e a proteggere la loro privacy nelle loro relazioni online, e benché sia ormai risaputo che la condivisione dei propri dati personali sul web esponga a seri pericoli come furto d&#8217;identità, cyberbullismo, e altri fenomeni che fomentano odio e discriminazioni, la maggior parte delle persone, soprattutto i giovani, continuano spensieratamente a sbandierare online selfie e informazioni che li riguardano senza curarsi troppo di proteggere la propria sfera privata. </span></span></p>
<p><span> </span></p>
<p><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">E gli effetti derivanti da un uso irresponsabile dei social media potrebbero essere ancora più preoccupanti di quanto si pensasse fino a poco tempo fa, perché nei giorni scorsi il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) </span></span><a href="https://www.cdc.gov/nchhstp/newsroom/fact-sheets/healthy-youth/sadness-and-violence-among-teen-girls-and-LGBQ-youth-factsheet.html" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.cdc.gov/nchhstp/newsroom/fact-sheets/healthy-youth/sadness-and-violence-among-teen-girls-and-LGBQ-youth-factsheet.html&amp;source=gmail&amp;ust=1679667466924000&amp;usg=AOvVaw0Voup-9nghpap_79l9irMY"><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">ha pubblicato un rapporto</span></span></a><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">in cui l&#8217;agenza federale del Dipartimento della salute degli Stati Uniti ha evidenziato che quasi tre ragazze adolescenti statunitensi su cinque (57%) si sono sentite costantemente tristi o senza speranza negli ultimi due anni, e quasi una giovane su tre (30%) ha preso seriamente in considerazione il tentativo di suicidio. </span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">E anche in Italia i dati forniti dall&#8217;ospedale pediatrico Bambino Gesù non sono meno allarmanti con un aumento del 75% dei tentativi di suicidio trai giovanissimi nel periodo della pandemia.</b></span></span></p>
<p><span> </span></p>
<p><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">Commentando queste preoccupanti tendenze riguardo il possibile collegamento con l&#8217;uso dei social media, il </span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">Prof. Paolo Crepet, psichiatra, educatore, saggista e opinionista, </b></span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">spiega:</span></span></span></span></p>
<p><span> <img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-68095" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/1F03751C-7698-49FF-AE25-FD9301BB6786-300x222.png" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/1F03751C-7698-49FF-AE25-FD9301BB6786-300x222.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/1F03751C-7698-49FF-AE25-FD9301BB6786-585x434.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/1F03751C-7698-49FF-AE25-FD9301BB6786.png 599w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">&#8220;Siamo arrivati all&#8217;apice degli effetti negativi di un uso smodato e incontrollato dei social. Se una ragazzina si fa un selfie e lo posta perché il mondo lo veda, a contare è solo la sua rappresentazione visiva, tutto il resto passa in secondo piano. Il punto è che si è perso il senso del limite. Si sta assecondando il cinismo di certe aziende che fatturano trilioni di dollari sfruttando l&#8217;immagine dei nostri figli. È ora di mettere un argine. I social in realtà dovrebbero chiamarsi a-social, visto che predicano assoluta solitudine&#8221;.</i></span></span></p>
<p><span> </span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">Sotto il profilo legale, il GDPR provvede tutele specifiche per i minori, e anche se in Italia l&#8217;età minima per accedere ai social è attualmente 14 anni, nelle scorse settimane il Garante per l&#8217;infanzia </span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><a href="https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2023-03/03-03-23%20Accesso%20ai%20social%2C%20Garlatti%20%E2%80%9CBene%20la%20proposta%20francese%20di%20alzare%20l%E2%80%99et%C3%A0%2C%20ma%20l%E2%80%99Italia%20scelga%2016%20anni%E2%80%9D.pdf" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2023-03/03-03-23%2520Accesso%2520ai%2520social%252C%2520Garlatti%2520%E2%80%9CBene%2520la%2520proposta%2520francese%2520di%2520alzare%2520l%E2%80%99et%C3%A0%252C%2520ma%2520l%E2%80%99Italia%2520scelga%252016%2520anni%E2%80%9D.pdf&amp;source=gmail&amp;ust=1679667466924000&amp;usg=AOvVaw0cs1UX7VOgkXqAwIPtVi8z" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">ha </a><a href="https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2023-03/03-03-23%20Accesso%20ai%20social%2C%20Garlatti%20%E2%80%9CBene%20la%20proposta%20francese%20di%20alzare%20l%E2%80%99et%C3%A0%2C%20ma%20l%E2%80%99Italia%20scelga%2016%20anni%E2%80%9D.pdf" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2023-03/03-03-23%2520Accesso%2520ai%2520social%252C%2520Garlatti%2520%E2%80%9CBene%2520la%2520proposta%2520francese%2520di%2520alzare%2520l%E2%80%99et%C3%A0%252C%2520ma%2520l%E2%80%99Italia%2520scelga%252016%2520anni%E2%80%9D.pdf&amp;source=gmail&amp;ust=1679667466924000&amp;usg=AOvVaw0cs1UX7VOgkXqAwIPtVi8z" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">sollecitato il governo italiano</a></span><span style="font-family: Arial, Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">&#8220;a trovare il coraggio di alzare a 16 anni l&#8217;età minima per il consenso digitale al trattamento dei dati dei minorenni senza l&#8217;intervento dei genitori&#8221;.</i></span></p>
<p><span> </span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">Anche se la proposta potrebbe essere  un passo avanti, secondo <b>Nicola Bernardi</b>, presidente di <b>Federprivacy</b>, neanche l&#8217;innalzamento dell&#8217;età a 16 anni potrebbe costituire una misura sufficiente per mettere pienamente al riparo i giovani dai rischi che corrono sui social:</span></span></p>
<p><span> </span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">&#8220;Ovviamente, raggiunto un maggiore di livello di maturità l&#8217;utente sarà maggiormente in grado di proteggersi, ma in realtà quella con i social network è una battaglia impari, perché essi si avvalgono di potenti mezzi di persuasione, come ad esempio i dark pattern, che di fatto ingannano gli utenti invogliandoli a fornire con un semplice click i loro consensi e a prendere decisioni dettate dall&#8217;impulso che, se si prendessero il tempo per riflettere, probabilmente non prenderebbero con la stessa facilità. Non a caso i garanti europei di recente hanno pubblicato delle </i></span></span><a href="https://www.federprivacy.org/informazione/primo-piano/attenzione-ai-modelli-ingannevoli-che-violano-la-privacy-nelle-interfacce-dei-social-media-pubblicate-le-linee-guida-03-2022" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.federprivacy.org/informazione/primo-piano/attenzione-ai-modelli-ingannevoli-che-violano-la-privacy-nelle-interfacce-dei-social-media-pubblicate-le-linee-guida-03-2022&amp;source=gmail&amp;ust=1679667466924000&amp;usg=AOvVaw0-MY-3nish1re41Qcyu5vD"><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">linee guida per aiutare gli utenti</i></span></span></a><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;"><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="13.333333">a riconoscere questi trabocchetti e ad evitarli. Come fu fatto a suo tempo per le sigarette relativamente ai danni sulla salute che può comportare il fumo, così una soluzione efficace sarebbe che, prima di postare un contenuto sensibile, gli utenti visualizzassero un avviso sui concreti rischi che corrono se decidono di procedere con la pubblicazione&#8221;.</i></span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span> </span><span><span style="font-family: Arial, Helvetica, Verdana;">La generalizzata rinuncia alla privacy sui social network da parte della maggior parte degli utenti, ai quali paradossalmente sembra non interessare che si tratta di un diritto fondamentale e una norma di buon senso per chiunque si affacci su internet, sarà al centro del dibattito al prossimo <b>Privacy Day Forum</b> in programma il <b>25 maggio </b>con la partecipazione di <b>Paolo Crepet</b>.</span></span></p>
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		<title>USA: responsabilizzazione o limitazione dei social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 14:36:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="834" height="437" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/FE9AC95E-E54A-4623-90A0-652057BED4A9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/FE9AC95E-E54A-4623-90A0-652057BED4A9.jpeg 834w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/FE9AC95E-E54A-4623-90A0-652057BED4A9-300x157.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/FE9AC95E-E54A-4623-90A0-652057BED4A9-768x402.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/FE9AC95E-E54A-4623-90A0-652057BED4A9-585x307.jpeg 585w" sizes="(max-width: 834px) 100vw, 834px" /></p>
<p>Trump contro la sezione 230 del Communications Decency Act Negli USA, in base alla sezione 230 del Communications Decency Act, le aziende informatiche, e quindi i social network, non sono&#8230;</p>
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<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Negli USA, i</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">n base alla sezione 230 </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">del Communications Decency Act</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">, le aziende informatiche, e quindi i social network, non sono responsabili legalmente dei contenuti che gli utenti pubblicano, dato che sono “piattaforme” e non giornali, che invece sono direttamente responsabili dei contenuti degli articoli. Secondo Trump, che ha deciso di muoversi apparentemente per vendicarsi contro Twitter, quando i social network si comportano come giornali – decidendo cosa possa o non possa essere pubblicato dagli utenti – dovrebbero essere trattati alla stregua dei giornali anche legalmente e quindi essere ritenuti responsabili di ciò che viene pubblicato dai loro iscritti.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Il 28 maggio,</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">un ordine esecutivo</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> che ha l’obiettivo di ridurre le protezioni di cui godono i social network, e più in generale i forum online, rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. L’ordine esecutivo fa riferimento in particolare alla sezione 230 del Communications Decency </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Act</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> emanata</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> nel 1996 per regolamentare le responsabilità dei fornitori di accesso a Internet (provider).</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">I</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">ntrodotta nel 1996</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">, quando Internet iniziava a diffondersi in tutto il mondo, e in particolare negli Stati Uniti, nelle sue forme prettamente commerciali. Ha avuto origine da due cause intentate nei confronti di due servizi attivi all’epoca: CompuServe e Prodigy. Entrambi offrivano ai loro utenti forum in cui potevano esprimersi liberamente, ma mentre CompuServe aveva deciso di non moderarne i contenuti, Prodigy aveva </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">un gruppo</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> di moderatori che dovevano approvare o meno i messaggi pubblicati.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Entrambe le società furono querelate per alcuni contenuti pubblicati dagli utenti, ma mentre CompuServe non fu ritenuta responsabile per non aver moderato i messaggi, Prodigy fu considerata al pari di un giornale, data la moderazione che effettuava, e per questo ritenuta direttamente responsabile. Dopo questa decisione, le società di Internet fecero pressioni per avere una legge che riempisse il vuoto normativo, e da lì nel 1996 il Congresso inserì la Sezione 230 nel Communications Decency Act, che faceva parte di una più ampia legislazione sulle telecomunicazioni.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">La decisione di Trump è arrivata un giorno dopo che Twitter aveva </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">segnalato</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> un suo tweet come fuorviante: senza cancellarlo, ma aggiungendo in coda un link per apprendere i fatti. È stata la prima volta che Twitter ha preso un provvedimento del genere, dopo che per anni esperti e osservatori avevano criticato il fatto che non avesse un protocollo per occuparsi delle notizie false o fuorvianti pubblicate da personaggi con milioni di follower. La decisione era stata fortemente contestata da Trump, che già in passato </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">aveva accusato</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> Twitter di volere «interferire» con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020, che aveva quindi annunciato che avrebbe presto preso provvedimenti contro il social network.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Il tweet di Trump riguardava il voto via posta, di cui si sta molto discutendo negli Stati Uniti per via della pandemia da coronavirus. Trump sostiene con sicurezza che il voto postale sarebbe «falsato» perché un sacco di schede finirebbero per essere rubate, e che il governatore della California (un Democratico) sta inviando «milioni» di schede, anche a chi non dovrebbe riceverla, e condizionerà gli elettori nello spiegare loro come votare. Tutte queste informazioni sono false: diversi stati americani usano già il voto per posta con vari strumenti di controllo e non esistono prove di brogli; il governatore della California non ha inviato nessuna scheda elettorale ai cittadini.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">L’ordine esecutivo firmato da Trump</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">, comunque, </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">non rimuove la Sezione 230</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">, ma chiede che il Dipartimento del Commercio e il procuratore generale, William Barr, propongano una modifica della legge alla Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa di telecomunicazioni. La FCC, che è un organo indipendente dal governo ed è composta da tre Repubblicani e due Democratici, dovrà </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">decidere se modificare la sezione e considerare i social network al pari dei giornali e di altri contenuti editoriali: in particolare, si chiede alla FCC di giudicare se i social network possano perdere le tutele concesse dalla Sezione 230 nel caso in cui rimuovano o blocchino contenuti “in malafede”.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">L’ordine esecutivo di Trump è stato fortemente criticato da chi pensa che possa essere una limitazione all’esercizio del libero pensiero su Internet. Ajit Pai, presidente della FCC, ha detto in un comunicato che </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">l’agenzia «</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">considererà attentamente ogni richiesta di modifiche delle regole da parte del Dipartimento del Commercio», ma secondo diversi esperti difficilmente la FCC darà un parere positivo alla modifica della legge.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Twitter ha risposto a Trump dicendo che quest’ordine esecutivo è un affronto reazionario e politicizzato a una legge di grande importanza. «La Sezione 230 protegge l’innovazione e la libertà di espressione americana ed è sostenuta da valori democratici. I tentativi di eroderla unilateralmente minacciano il futuro del dibattito online e delle libertà su Internet».</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Anche Facebook ha commentato negativamente la proposta di Trump dicendo che «crediamo nella protezione della libertà di espressione sui nostri servizi, proteggendo al contempo la nostra comunità da contenuti pericolosi, compresi i contenuti ideati per impedire agli elettori di esercitare il loro diritto di voto. Tali regole si applicano a tutti. L’abrogazione o la limitazione della sezione 230 avrà l’effetto opposto».</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Al di là dell’ordine esecutivo emesso da Trump, il tema sul ruolo delle grandi piattaforme di Internet è dibattuto da molto tempo e non solo negli Stati Uniti, uno dei pochi paesi che se ne occupò già a metà degli anni Novanta prevedendo apposite norme. Il Web dell’epoca era molto diverso da quello attuale e i contenuti venivano pubblicati dagli utenti sui forum e sui loro siti personali, realizzati solitamente in modo piuttosto artigianale. Oggi la gran parte delle interazioni e della condivisione dei contenuti avviene invece su social network controllati da poche e potenti aziende, come appunto Facebook e Google tramite YouTube.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Queste aziende hanno introdotto quasi da subito attività di moderazione sui loro social network, per lo più per rimuovere i messaggi d’odio, mentre fino a qualche anno fa non erano quasi mai intervenute nel merito dei contenuti condivisi. Le cose sono cambiate intorno al 2016 con l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti condizionata dalla presenza di campagne organizzate per diffondere notizie false, sfruttando i vari canali di comunicazione offerti dai social network. La vicenda portò a un grande dibattito e confronto sulle cosiddette “fake news”, ad audizioni al Congresso e all’assunzione di qualche responsabilità da parte delle grandi aziende di Internet.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Oggi i contenuti condivisi sui social network sono sottoposti a maggiori controlli, con limitazioni più puntuali o l’aggiunta di avvisi che indicano agli utenti la presenza di informazioni false o fuorvianti. Secondo alcuni osservatori, questa attività di controllo – effettuata più pesantemente da Twitter negli ultimi tempi e con approcci più sfumati da Facebook e YouTube – rende di fatto le grandi piattaforme paragonabili agli editori e quindi distanti da ciò che prevedono la sezione 230 negli Stati Uniti e leggi simili in altri paesi.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Facebook e le altre respingono da sempre questa visione e sostengono di non potere essere equiparate agli editori, perché offrono comunque un servizio diverso e non teso alla produzione di propri contenuti. Il confine è però estremamente labile e lo è diventato sempre di più man mano che Facebook si è dotato di redazioni, per fare aggregazione e scelta dei contenuti, o YouTube ha iniziato a produrre propri video da offrire sulla sua piattaforma.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">D</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">opo la pubblicazione dell’ordine esecutivo, Twitter ha preso un nuovo provvedimento nei confronti di Trump, questa volta per un tweet in cui il presidente statunitense definisce “criminali” le persone che </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">stanno manifestando da alcuni giorni a Minneapolis per la morte dell’afroamericano George Floyd.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> Nel tweet Trump dice di aver parlato con il governatore del Minnesota, Tim Walz, e di avergli detto che «l’esercito è con lui fino alla fine» e che «quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare». Twitter ha aggiunto un avviso prima </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">del tweet, in cui è scritto che le parole di Trump violano le regole del social network sull’esaltazione della violenza, specificando però di aver deciso di non oscurarle perché “potrebbero essere di pubblico interesse”.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Il mondo del web è sempre stato un luogo in cui i grandi</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">VIP</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">, e le grandi aziende hanno cercato di mettere le mani, cercando di regolarne i flussi, ed a volte di indirizzarne i dati. Una regolamentazione del flusso di dati che avviene attraverso il web non può essere decis</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">a</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> da una legge nazionale, se p</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">ur</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> degli USA, ma è anche vero che sempre più emerge l’esigenza di una sorta di regolamentazione, potremmo dire un uso più etico della rete. L’idea però di creare sovrastrutture, o sistemi di repressione, non credo porti ad un miglioramento, ma </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">potrebbe stimolare la parte Hacker di ognuno di noi. Forse </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">un’educazione</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"> all’uso degli strumenti, ed una educazione al senso della notizia potrebbe essere utile, ed in questa visione le agenzie di stampa ed i giornalisti potrebbero avere un ruolo importantissimo, nell’aiutare il web e gli utenti a fare un salto in avanti… questo però se anche “l’informazione” utilizzasse standard etici…. Ma questo è </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">già </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">un altro argomento…</span></span></p>
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