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	<title>survey Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<description>la velocità dell&#039;informazione</description>
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	<title>survey Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Cuore: il 20% degli italiani si sente &#8220;non a rischio&#8221; e rinvia i controlli</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/07/cuore-il-20-degli-italiani-si-sente-non-a-rischio-e-rinvia-i-controlli/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=cuore-il-20-degli-italiani-si-sente-non-a-rischio-e-rinvia-i-controlli</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 12:57:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Salute e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[doctolib]]></category>
		<category><![CDATA[malattie cardiovascolari]]></category>
		<category><![CDATA[Prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[survey]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="580" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-1.png 1000w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-1-300x174.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-1-768x445.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-1-585x339.png 585w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Nel mese della salute cardiovascolare la survey Doctolib.it su 2.700 cittadini tra i 18 e i 70 anni rivela un gap significativo tra consapevolezza e azione: la prevenzione si scontra con&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/07/cuore-il-20-degli-italiani-si-sente-non-a-rischio-e-rinvia-i-controlli/">Cuore: il 20% degli italiani si sente &#8220;non a rischio&#8221; e rinvia i controlli</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Nel mese della salute cardiovascolare la survey Doctolib.it su 2.700 cittadini tra i 18 e i 70 anni </em></strong><strong><em>rivela un gap significativo tra consapevolezza e azione: la prevenzione si scontra con la vita quotidiana</em></strong></p>
<p>La cardiologa Santagostino: &#8220;Donne frenate da carichi familiari e tempo, uomini da costi e attese&#8221;</p>
<p style="font-weight: 400;"> <strong>Un italiano su cinque (20%)</strong> non si sente a rischio di malattie cardiache, <strong>più del 40%</strong> si dichiara poco o per nulla informato e <strong>oltre un terzo</strong> <strong>(35%) </strong>dei nostri connazionali ammette difficoltà pratiche nell’adottare concretamente comportamenti salutari. Nonostante <strong>il 74% dei cittadini</strong> sia consapevole che le <strong>malattie cardiovascolari</strong> rappresentino la <strong>prima causa di morte</strong> nel nostro Paese, una parte consistente della popolazione continua a sottovalutarne i rischi e a rimandare i controlli restando su un livello di conoscenza parziale, che spesso non si traduce in azioni coerenti.<img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-117255 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-2-150x150.png" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-2-150x150.png 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-2-585x580.png 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">È quanto emerge dalla <strong>survey</strong> condotta da <strong>Doctolib.it</strong>, l’app gratuita che aiuta i cittadini nella gestione della propria salute, su <strong>oltre 2.700 persone tra 18 e 70 anni</strong>, in occasione di febbraio, mese dedicato alla sensibilizzazione sui rischi cardiovascolari, proprio per misurare il livello di consapevolezza degli italiani.</p>
<p style="font-weight: 400;">“<em>Dall&#8217;indagine emerge chiaramente che le principali barriere alla prevenzione, al di là della mancanza di informazione, sono le difficoltà pratiche e le differenze di genere sostanziali</em>” &#8211; afferma <strong>Andreina Benedetta Santagostino, cardiologa</strong> <strong>di Doctolib.it</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tra i motivi che frenano dall’adottare comportamenti corretti di prevenzione cardiovascolare, le <strong>donne</strong> lamentano <strong>mancanza di tempo </strong>e <strong>carichi familiari</strong> mentre gli <strong>uomini</strong> citano più spesso <strong>costi</strong> e <strong>tempi di attesa</strong> delle visite, insieme alla <strong>mancanza di sintomi </strong>dalla quale deriva la percezione di non essere a rischio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure, la consapevolezza su cosa serva per proteggere il cuore c’è: <strong>alimentazione sana</strong>, <strong>attività fisica</strong>, <strong>controlli periodici</strong>, <strong>stop al fumo</strong> e <strong>riduzione dell’alcol</strong> sono riconosciuti come fattori chiave della prevenzione dalla maggioranza degli intervistati.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema nasce nel momento in cui queste buone intenzioni si scontrano con la quotidianità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sul fronte dei controlli, la survey rileva che, <strong>negli ultimi 6 mesi</strong>, il <strong>59%</strong> dei partecipanti ha effettuato <strong>esami del sangue</strong> per controllare <strong>colesterolo e glicemia</strong> mentre l’<strong>80%</strong> ha misurato la <strong>pressione arteriosa</strong>, un dato trainato soprattutto dalla fascia<strong>over 55</strong> che soffre maggiormente di ipertensione.</p>
<p style="font-weight: 400;">“<em>I dati mostrano un trend incoraggiante</em>” &#8211; commenta Santagostino &#8211; “<em>ma spesso legato soprattutto a uno stato di ansia per la propria salute. Per <strong>trasformare questa spinta emotiva in una corretta routine clinica</strong>, è raccomandabile che <strong>dopo i 30 anni</strong> venga effettuato almeno una volta un <strong>check-up ematico completo </strong>(comprensivo di emocromo, funzionalità renale ed epatica, profilo glicemico, lipidico e tiroideo) così da avere un quadro di screening completo e non frammentario<strong>. </strong>Per quanto riguarda poi la <strong>pressione arteriosa</strong>, per non limitarsi all&#8217;eventuale monitoraggio casalingo, l’ideale sarebbe promuovere campagne di <strong>misurazione gratuita presso farmacie e ambulatori</strong>, rendendo il controllo accessibile anche a chi non possiede strumenti propri o non ne ha l&#8217;abitudine consolidata</em>”.<img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-117252 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-4-150x150.png" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-4-150x150.png 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-cs-cardio-Doctolib-4-585x580.png 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il <strong>78%</strong> degli interpellati afferma, poi, di aver eseguito almeno una volta, anche grazie alla pratica di attività sportive, l&#8217;<strong>elettrocardiogramma (ECG) a riposo</strong>, il <strong>43%</strong> l&#8217;<strong>ecocardiogramma</strong> (o ecocolordoppler cardiaco) e il <strong>34%</strong> il test da sforzo (o elettrocardiogramma sotto sforzo).</p>
<p style="font-weight: 400;">Tuttavia, il <strong>9%</strong> non ha mai effettuato alcun esame cardiologico, percentuale che sale tra le <strong>donne (11%)</strong> e le persone con un<strong> livello di istruzione più basso (14%)</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">&#8220;<em>Per colmare questo divario</em>” &#8211; conclude la cardiologa di Doctolib.it &#8211; “<em>è necessario un approccio su più livelli. Da un lato, serve <strong>risolvere la mancanza d’informazione</strong>, con campagne di sensibilizzazione più ampie, per avvisare dei rischi cardiovascolari ai quali si va incontro se non si segue uno stile di vita sano e per insegnare a riconoscere i campanelli d&#8217;allarme. Dall&#8217;altro, per rispondere alle difficoltà pratiche, è fondamentale istituire <strong>visite di screening cardiovascolare a basso costo, oppure offerte dallo Stato</strong>, con percorsi preferenziali. Inoltre, per <strong>sostenere l&#8217;universo femminile schiacciato tra lavoro e famiglia</strong>, la soluzione passa attraverso il <strong>welfare aziendale </strong>e l&#8217;introduzione di permessi lavorativi specifici per la salute, permettendo così anche alle donne lavoratrici di trovare il tempo per la prevenzione</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>***I DATI CHIAVE DELLA SURVEY DOCTOLIB***</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> </strong><strong><u>Campione</u></strong>: oltre 2.700 persone, 18-70 anni, tutta Italia</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Periodo di realizzazione della survey</u></strong>: gennaio 2026</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Consapevolezza e percezione del rischio</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>20% degli italiani non si percepisce a rischio di malattie cardiache</li>
<li>74% sa che le malattie cardiache sono la prima causa di morte in Italia</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Informazione sulla prevenzione</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>Estremamente informato: 1%</li>
<li>Molto: 9%</li>
<li>Abbastanza: 47%</li>
<li>Poco: 37%</li>
<li>Per nulla: 6%</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Comportamenti e ostacoli</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>35% segnala difficoltà pratiche nell’adottare abitudini salutari</li>
<li>27% ritiene di non essere sufficientemente informato</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Differenze di genere nelle difficoltà</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>Donne: mancanza di tempo, carichi familiari, pigrizia</li>
<li>Uomini: costi, tempi di attesa, assenza di sintomi</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Controlli sanitari</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>59% ha effettuato colesterolo e glicemia negli ultimi 6 mesi</li>
<li>80% ha misurato la pressione negli ultimi 6 mesi (dato trainato dagli over 55)</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Esami strumentali cardiologici</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>78% ha effettuato elettrocardiogramma a riposo</li>
<li>43% si è sottoposto a ecocardiogramma</li>
<li>34% ha fatto test da sforzo</li>
<li>9% non ha mai effettuato alcun esame (11% donne, 14% con titolo di studio inferiore)</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong><u>Stile di vita considerato importante per la prevenzione</u></strong>:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>Alimentazione sana ed equilibrata</li>
<li>Attività fisica regolare</li>
<li>Periodicità di controlli/visite/esami</li>
<li>Eliminazione del fumo</li>
<li>Riduzione del consumo di alcolici</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong> </strong></p>
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		<title>SMART WORKING: IN ITALIA IL 56% DELLE AZIENDE ECCELLENTI SCEGLIE IL MODELLO IBRIDO PER RENDERE FELICI E PRODUTTIVI I DIPENDENTI</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/10/30/smart-working-in-italia-il-56-delle-aziende-eccellenti-sceglie-il-modello-ibrido-per-rendere-felici-e-produttivi-i-dipendenti/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=smart-working-in-italia-il-56-delle-aziende-eccellenti-sceglie-il-modello-ibrido-per-rendere-felici-e-produttivi-i-dipendenti</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 20:09:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[smart working]]></category>
		<category><![CDATA[survey]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="970" height="543" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5019.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5019.png 970w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5019-300x168.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5019-768x430.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5019-585x327.png 585w" sizes="(max-width: 970px) 100vw, 970px" /></p>
<p>A 4 anni dall’emergenza Covid-19 le aziende s’approcciano allo smart working in modi diversi, passando dal full remote a un ritorno completo in ufficio, generando così una varietà d’accordi coi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/10/30/smart-working-in-italia-il-56-delle-aziende-eccellenti-sceglie-il-modello-ibrido-per-rendere-felici-e-produttivi-i-dipendenti/">SMART WORKING: IN ITALIA IL 56% DELLE AZIENDE ECCELLENTI SCEGLIE IL MODELLO IBRIDO PER RENDERE FELICI E PRODUTTIVI I DIPENDENTI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b><i><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">A 4 anni dall’emergenza Covid-19 le aziende s’approcciano allo smart working in modi diversi, passando dal full remote a un ritorno completo in ufficio, generando così una varietà d’accordi coi propri collaboratori. Great Place to Work Italia ha realizzato una ricerca sul tema, ascoltando il parere espresso da quasi 21mila lavoratori di 33 eccellenti ambienti di lavoro italiani. Questi ultimi in quasi 6 casi su 10 (56%) adottano un modello ibrido, con una differenza del +37% nel confronto con la media italiana, dove domina ancora il lavoro in presenza (74%). “Per le aziende la scelta tra il lavoro full-smart e il lavoro ibrido rappresenta una decisione che può influenzare profondamente la produttività, la soddisfazione dei collaboratori e la cultura aziendale”, dichiara Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia</span></i></b></p>
<p style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">All’aumentare dei giorni di lavoro trascorsi in smart working migliora anche l’esperienza lavorativa vissuta dai collaboratori di un’organizzazione</strong>.Con una singolare eccezione, in negativo, per le realtà che adottano un modello di quasi full remote, concedendo ai dipendenti la possibilità di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">lavorare per</strong> <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">4 giorni alla settimana lontano dall’ufficio</strong>. È questo uno dei trend principali che emergono dal <strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Report Smartworking 2024”</em></strong>, la ricerca realizzata da <a href="https://email.mediaddress.espressocommunication.it/c/eJxMzzFuxCAQheHTQImGwTZQUKTZa6wwDLujGGMZEks5feQqqV73P305wOyxzJKCtgbQeuespBp5e_aDMv9w2yngumijy4KLmKD214KqUuaY80m9Kx7yHVyyAGQhR0MuQkEzzzTpuHpTSk5ZckDASYMB8NqBVbOfsltWQihxzcXd7X9V6se9LbVav3ZOcXDb768tvMc4ujAfAh8CH9d1qddJcRxbTDTa1c5PxUPgQ55hi-WklDhetIoJXjdNpVblH-_JOSCC9l6OIL8D_gYAAP__5k5Zbw" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://email.mediaddress.espressocommunication.it/c/eJxMzzFuxCAQheHTQImGwTZQUKTZa6wwDLujGGMZEks5feQqqV73P305wOyxzJKCtgbQeuespBp5e_aDMv9w2yngumijy4KLmKD214KqUuaY80m9Kx7yHVyyAGQhR0MuQkEzzzTpuHpTSk5ZckDASYMB8NqBVbOfsltWQihxzcXd7X9V6se9LbVav3ZOcXDb768tvMc4ujAfAh8CH9d1qddJcRxbTDTa1c5PxUPgQ55hi-WklDhetIoJXjdNpVblH-_JOSCC9l6OIL8D_gYAAP__5k5Zbw&amp;source=gmail&amp;ust=1730375436095000&amp;usg=AOvVaw1eNNtjQ-Ov4KK9eJer8W30"><strong><em><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Great Place to Work Italia</span></em></strong></a> con l’obiettivo d’indagare il <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">rapporto tra smart-working, soddisfazione lavorativa e produttività aziendale</strong>, redatta ascoltando il parere espresso da <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">quasi 21mila collaboratori</strong> di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">33 organizzazioni</strong> che hanno partecipato alla survey <strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Great Place to Work</em></strong>, attive in <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">10 settori merceologici</strong>. Lo smart working, in forme come telelavoro o lavoro flessibile, esisteva in Italia già prima della pandemia, ma era limitato solo a specifiche categorie. Il Covid-19 ha accelerato drasticamente l’adozione di questa modalità d’organizzazione del lavoro, spesso senza dare alle aziende il tempo di sviluppare buone pratiche. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nel 2023, i lavoratori da remoto nel Bel Paese erano pari a 3,58 milioni</strong>, in leggera crescita rispetto ai 3,57 milioni del 2022, ma ben il <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">+541% in più rispetto al dato pre-Covid</strong>; <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">nel 2024</strong>, invece,<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> si stima che saranno 3,65 milioni gli smart worker attivi in Italia</strong>. Entrando nel dettaglio dell’indagine promossa dalla realtà mondiale leader per la cultura organizzativa, emerge come il <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">37% del campione non benefici dello smart working</strong> ed il modello più diffuso tra le organizzazioni risulti essere quello ibrido che offre la possibilità di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">lavorare da remoto per 2 </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">20%</strong>)<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> o 3 giorni </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">18%</strong>) <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">alla settimana</strong>; mentre solo <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">in meno di un caso su 10</strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">7%</strong>)<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> i collaboratori lavorano in full remote per l’intera settimana lavorativa</strong>. Mettendo a confronto gli ambienti di lavoro d’eccellenza italiani con il campione nazionale che emerge dall’indagine <strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Europe Workforce Survey 2024</em></strong> si evince come le realtà più virtuose del Made in Italy sposino un modello di lavoro ibrido in più della metà dei casi (<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">56%</strong>), con <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">una differenza del +37% rispetto al dato della media nazionale (19%)</strong>,<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> dove a dominare è ancora il lavoro in presenza (74%).</strong>Tra le generazioni al momento attive nel mondo del lavoro <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">la Generazione X </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">tra 45 e 54 anni</strong>)<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> e i Baby Boomer </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">over 55</strong>)<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> preferiscono la collaborazione in presenza,</strong> percependo isolamento e ridotta efficacia nel lavoro completamente da remoto. Al contrario, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">i più giovani gestiscono meglio la collaborazione a distanza</strong> ma <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">soffrono la mancanza di socializzazione in ufficio</strong>, un aspetto importante per i programmi d’inserimento della Gen Z (under 25). <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La resistenza al cambiamento</strong> <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">verso il lavoro ibrido</strong>può essere dunque <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">maggiore tra Baby Boomer, Gen X e Millennial</strong>, rendendo fondamentale <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">l’implementazione di una cultura aziendale solida che supporti lo smart working</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">La survey realizzata da <strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Great Place to Work Italia</em></strong> ha preso in considerazione una serie di dimensioni a partire dalle <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">politiche organizzative</strong> con queste ultime che si devono adattare allo smart working. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Le persone maggiormente positive rispetto al tema delle politiche organizzative atte a favorire lo smart working sono le persone che lavorano per 5 giorni a settimana da remoto</strong>. In seconda battuta, anche chi lavora in smart per 3 giorni riporta percezioni molto elevate. Da notare invece come per <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">chi lavora per 4 giorni a settimana da remoto vi sia un calo rispetto alla dimensione delle politiche organizzative</strong>, quasi a significare che nel passaggio tra lavoro ibrido e “quasi full remote” i bisogni e le percezioni delle persone rispetto al proprio lavoro cambino radicalmente. Un trend che si conferma anche rispetto al <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">tema delle tecnologie, degli strumenti e degli spazi di lavoro messi a disposizione dalle organizzazioni</strong> per svolgere al meglio le proprie mansioni: chi lavora 4 giorni a settimana in smart working è più negativo, trovandosi in una zona grigia tra lavoro ibrido e full remote. Passando invece all’analisi dello <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">stile adottato dai leader e dal management aziendale nei confronti dello smart working</strong> la ricerca mostra come <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">chi lavora 4 giorni da remoto percepisca più negativamente la leadership</strong>, suggerendo che la transizione da ibrido a full remote comporti per il management sfide comunicative e di gestione. Questo “limbo” tra ibrido e full remote impatta negativamente sulla leadership, poiché i responsabili, spesso meno abituati allo smart working, faticano ad adattarsi a questa nuova modalità di lavoro tanto che, secondo una ricerca condotta dall’<strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Osservatorio Smart Working</em></strong> del <strong><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Politecnico di Milano</em></strong>, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">meno di un quarto degli impiegati </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">22%</strong>)<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> ritiene di avere un capo smart</strong>.</p>
<p><strong style="font-weight: 400;"> </strong>Le analisi di <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><b style="font-weight: 400;">Great Place to Work </b>evidenziano</em> una quinta dimensione cruciale, quella della <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">comunicazione e della cultura aziendale</strong>. Per lo smart working e il lavoro ibrido, infatti, è essenziale mantenere una comunicazione efficace e una cultura coesa. I dati mostrano che <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">chi lavora 4 giorni in smart working percepisce meno la possibilità di assentarsi</strong>(<strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">85%</strong>) rispetto a chi <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">lavora da remoto per 3 o 5 giorni </strong>(<strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">90%</strong>). Anche il <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">bilanciamento tra lavoro e vita privata è percepito meno positivamente in chi lavora per 4 giorni in smart </strong>(<strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">77%</strong>), ma le differenze nel confronto con chi è impiegato in full remote (<strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">79%</strong>) sono minori. Passando all’<strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">orgoglio</strong>, quest’ultima è <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">l’area tematica meno influenzata dal numero di giorni medi trascorsi in smart working</strong>. L’analisi suggerisce, infatti, che <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">il numero di giorni trascorsi in smart working non ha impatto sulla percezione dell’orgoglio verso il proprio lavoro</strong>, sui risultati ottenuti insieme o sull’intenzione di restare in azienda a lungo termine. Questo è significativo, poiché <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">sfida l’idea che maggiore distanza dall’azienda riduca l’orgoglio lavorativo</strong>. Inoltre, non vi è alcun impatto sulla <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">retention</strong>, suggerendo che la <strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">volontà di rimanere in azienda dipenda più da dinamiche come relazioni, fiducia e leadership</strong>, piuttosto che dal numero di giorni di lavoro in smart working. “L’analisi che abbiamo condotto per analizzare quello che è lo stato dell’arte in Italia sul tema dello smart working parte come sempre dall’ascolto dei collaboratori, la voce delle persone è stata molto chiara, c’è un discrimine evidente tra lavoro ibrido e quello full remote. Cambiano le logiche organizzative, le capacità manageriali, gli strumenti, le tecniche di coinvolgimento e di comunicazione. La scelta va presa quasi a livello del modello di business che si vuole mettere a terra poi organizzativamente – spiega <img decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-95406" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5020-150x150.png" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5020-150x150.png 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_5020-585x585.png 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><strong style="font-weight: 400;" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Alessandro Zollo</strong>, CEO di <strong style="font-weight: 400;"><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Great Place to Work Italia</em></strong> – Il modello ibrido rimane comunque vincente, soprattutto oggi che si sentono eco di restaurazione abbastanza tipici dell’incapacità di adattamento ad un mondo che cambia, e lo fa molto velocemente”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Spostando il focus <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">sull’innovazione</strong>, le analisi mostrano che <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">all’aumentare dei giorni di smartworking aumenta anche nei collaboratori la percezione delle possibilità d’innovazione</strong>, con una leggera flessione registrata sempre in chi trascorre 4 giorni alla settimana in smart working. Una via di mezzo, quest’ultima, considerata meno vantaggiosa e che offre dunque ai dipendenti minori possibilità d’innovare rispetto al modello ibrido (3 giorni in presenza e 2 in smart) e alla soluzione full remote. Infine, rispetto alla <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">percezione di equità del salario,</strong> i dati mostrano <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">una crescita nella percezione positiva del compenso che va di pari passi all’aumento del numero di giorni trascorsi in smart working</strong>. La flessibilità offerta dal modello di lavoro da remoto è in grado di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">migliorare la soddisfazione economica dei collaboratori</strong> e il senso di equità nella distribuzione della ricchezza aziendale, garantendo <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">un migliore equilibrio vita-lavoro</strong>, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">la riduzione dei costi di spostamento</strong> e una <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">maggiore autonomia</strong>. In sintesi, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">l’introduzione dello smart working migliora in modo lineare la percezione del salario</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>VIOLENZA DI GENERE, UN ADOLESCENTE SU DUE HA SUBITO CONTATTI FISICI INDESIDERATI DA COETANEI: I DATI SHOCK DI FONDAZIONE LIBELLULA</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/26/violenza-di-genere-un-adolescente-su-due-ha-subito-contatti-fisici-indesiderati-da-coetanei-i-dati-shock-di-fondazione-libellula/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=violenza-di-genere-un-adolescente-su-due-ha-subito-contatti-fisici-indesiderati-da-coetanei-i-dati-shock-di-fondazione-libellula</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 03:53:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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		<category><![CDATA[Fondazione libellula]]></category>
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		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza genere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-2048x1152.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-1920x1080.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/B1D8B80A-9D67-4B09-A42A-61378DF0A43C-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Sono allarmanti i dati emersi dalla survey “Teen Community” condotta da Fondazione Libellula per indagare la percezione della violenza di genere tra i giovani di età compresa tra 14 e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/26/violenza-di-genere-un-adolescente-su-due-ha-subito-contatti-fisici-indesiderati-da-coetanei-i-dati-shock-di-fondazione-libellula/">VIOLENZA DI GENERE, UN ADOLESCENTE SU DUE HA SUBITO CONTATTI FISICI INDESIDERATI DA COETANEI: I DATI SHOCK DI FONDAZIONE LIBELLULA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><em><span data-originalfontsize="13pt" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Sono allarmanti i dati emersi dalla survey “Teen Community” condotta da Fondazione Libellula per indagare la percezione della violenza di genere tra i giovani di età compresa tra 14 e 19 anni e presentata in un luogo emblematico quale la Casa dei Diritti a Milano. Basti pensare che il 48% ha subito contatti fisici indesiderati da parte di coetanei, mentre il 43% ha ricevuto richieste sessuali e attenzioni non desiderate. Queste situazioni sembrano riguardare di più le ragazze, che hanno una maggiore percezione delle forme di violenza e che sono anche più disposte a parlarne. “I dati sottolineano l&#8217;importanza di intervenire tempestivamente per sensibilizzare i giovani sulle complesse dinamiche della violenza di genere, promuovendo valori fondamentali come rispetto, consenso ed equità”, ha commentato Debora Moretti, Fondatrice e Presidente di Fondazione Libellula Impresa Sociale.</span></em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em> </em></strong>Diversi studi scientifici dimostrano che avere esperienze dirette o indirette di violenza può interferire sul proprio benessere psichico e sulle relazioni, soprattutto se questo accade in una fase delicata come quella dell’adolescenza. Queste esperienze, associate a sentimenti di paura, insicurezza, scarsa autostima e rifiuto, si traducono infatti spesso in difficoltà relazionali e comportamentali. Nasce dunque l’urgenza di educare le nuove generazioni a una cultura del consenso e del rispetto, come strumenti per prevenire e contrastare la violenza di genere. La survey “<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Teen Community</em>” realizzata da Fondazione Libellula e presentata in un luogo emblematico quale la Casa dei Diritti a Milano, che ha coinvolto quasi 400 ragazze e ragazzi di età compresa tra i 14 e i 19 anni in tutta Italia, ha cercato di indagare la percezione che in adolescenza si ha circa la violenza contro le donne e le complesse dinamiche tra i generi. I dati emersi dal sondaggio certamente non sono rassicuranti, a partire dalle esperienze dirette di violenza: <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">il 48% degli intervistati ha dichiarato di aver subito spesso o a volte contatti fisici indesiderati da parte di coetanei</strong>. Allo stesso tempo <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">il 43% afferma di aver ricevuto spesso o a volte richieste sessuali e attenzioni non desiderate</strong>: si tratta di situazioni di cui sono<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> vittime perlopiù le ragazze </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">55%</strong>), <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">rispetto ai ragazzi </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">25%</strong>). “I dati sottolineano l’urgenza di intervenire per sensibilizzare le nuove generazioni sulle complesse dinamiche della violenza di genere. Il fatto che le ragazze siano in prevalenza vittime di episodi di molestie ci fa ben capire quanto questo problema sia radicato nella nostra cultura e quanto quindi sia necessario promuovere una riflessione attiva tra i giovani, responsabilizzando in primo luogo scuole e famiglie”, ha commentato <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Debora Moretti, Fondatrice e Presidente di <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Fondazione Libellula Impresa Sociale</em></strong>.</p>
<div id="attachment_78946" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-78946" class="wp-image-78946 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/0B3E7CD6-3229-4098-B076-D2E0A3CFE659-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/0B3E7CD6-3229-4098-B076-D2E0A3CFE659-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/0B3E7CD6-3229-4098-B076-D2E0A3CFE659-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/0B3E7CD6-3229-4098-B076-D2E0A3CFE659-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-78946" class="wp-caption-text">Debora Moretti</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">Sono le ragazze ad avere una maggiore percezione delle forme di violenza e ad essere più aperte a parlarne. Differenza di percezione che si traduce in numeri preoccupanti: per esempio, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">solo il 33% dei ragazzi tra i 18 e i 19 anni ritiene inaccettabile che un ragazzo diventi violento in seguito a tradimento, contro il 79% delle ragazze</strong>, o ancora, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">solo il 29% degli adolescenti non è d’accordo sul fatto che il controllo non è sinonimo d’amore (contro il 48% delle ragazze)</strong>. In generale, dunque, le dinamiche alla base di una relazione affettiva sana sembrano non essere sempre chiare: gelosia, possesso, aggressività e invasione vengono considerate come espressione d’interesse e attenzione da parte del partner. Infatti sono ritenute <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">poco o per niente forme di violenza il controllare di nascosto il cellulare o i profili altrui </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">39%</strong>), <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">impedire al partner di accettare amicizie online </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">33%</strong>),<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> chiedere al partner con chi e dove è quando è fuori </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">33%</strong>),<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> dire al partner quali vestiti può o non può indossare </strong>(<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">26%</strong>). Ugualmente i concetti di responsabilità individuale e di consenso sembrano non essere chiari: <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">solo il 53% delle persone intervistate ritiene infatti che baciare qualcuno senza il suo consenso sia decisamente una forma di violenza, mentre per il 15% lo è per nulla o poco. </strong>Spesso questi comportamenti sono normalizzati e radicati come tali nella nostra cultura, che contribuisce quindi all’ideale dell’amore romantico basato su una pulsione alla fusione, all’annullamento dei confini tra partner e al possesso come indice della passione e dell’intensità della relazione, contribuendo alla definizione di ruoli ben codificati e alla creazione di rapporti di potere. “Normalizzare questi atteggiamenti non potrà che perpetuare e quasi autorizzare episodi di violenza di genere: ricordiamoci che i giovani di oggi saranno gli adulti di domani! Non a caso dalla survey «<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">LUI</em>», realizzata qualche mese fa, emergeva il dato allarmante secondo cui un uomo su due ritiene che la violenza sulle donne sia un problema che non lo riguardi. È evidente dunque la necessità di un cambiamento strutturale che ci insegni il rispetto dell’altro, della propria individualità e dei propri spazi, a prescindere dal genere”, continua <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Debora Moretti</strong>.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">Ma allora quanto impattano gli stereotipi di genere che le nuove generazioni hanno ereditato dalla società? Sembrerebbe molto, a giudicare dai risultati del sondaggio: le ragazze infatti tendono a parlare di più delle esperienze di violenza vissute direttamente o indirettamente con familiari, amici o comunque persone adulte. Invece i ragazzi sembrano essere più propensi a non avere una rete di confronto emotivo, gestendo spesso da soli queste situazioni, probabilmente perché esternare le proprie emozioni è ritenuto “non da uomo”.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">&#8220;«Il vero cambiamento, quello duraturo, avviene un passo alla volta»: le parole di Ruth Bader Ginsburg giurista magistrata e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, paladina dei diritti delle donne, sono uno sprone ad agire con perseveranza e lungimiranza. E grazie anche a questa ricerca riusciremo ad agire con più efficacia e consapevolezza nel contrastare la violenza sulle donne di tutte le età, con un impegno capillare e condiviso di educazione al rispetto per prevenire i maltrattamenti e gli abusi anche in adolescenza”, ha commentato <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">la Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti civili Diana De Marchi</strong> durante la presentazione.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">Parole cui fanno eco quelle di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Elena Lattuada, Delegata del Sindaco di Milano alle Pari Opportunità</strong>: “È sempre fondamentale parlare di violenza sul corpo delle donne, per non dimenticare e rendere giustizia. Importante, in questo caso, conoscere il punto di vista degli e delle adolescenti, così come l’aver presentato l’indagine in un luogo simbolico di Milano, come la Casa dei Diritti”.</span></p>
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