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	<title>tradizioni Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Il mio Natale di ieri. Il mio Natale di oggi.  La religiosità che si fa festa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 14:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="945" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-1024x473.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-768x354.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-1536x709.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-1920x886.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-1170x540.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/9ac1de33-d486-4e2b-992e-9cb0f5926219-585x270.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Natale era il tempo della Nascita come Gioia. Mi sono chiesto in questi giorni cosa possa significare ancora questo sentimento. Ieri era il sorriso tra papà mamma e mia sorella.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/12/23/il-mio-natale-di-ieri-il-mio-natale-di-oggi-la-religiosita-che-si-fa-festa/">Il mio Natale di ieri. Il mio Natale di oggi.  La religiosità che si fa festa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Natale era il tempo della Nascita come Gioia. Mi sono chiesto in questi giorni cosa possa significare ancora questo sentimento. Ieri era il sorriso tra papà mamma e mia sorella.<br />
Il panettone atteso con l&#8217;uvetta e lo zucchero sulla crosta con mandorle. Il torrone necessariamente duro con difficoltà a farlo sciogliere mentre si gustava a pezzetti.Tutto ha la favola bella e dovrebbe affidarci al tempo e non alla storia. Soprattutto in questi attraversamenti tristi di guerra tra terre massacrate e egoismi imperturbabili. Non si distruggono soltanto luoghi e città in macerie che non si ricomporranno mai. Si lacerano le civiltà e l&#8217;uomo muore nella miseria della perdita della misericordia.<br />
Resta una memoria indelebile più sacra della sacralità del Giorno. Porta il tempo di un vissuto dentro il vivere del presente”</p></blockquote>
<p style="padding-left: 200px;"><b>    Pierfranco Bruni</b></p>
<p>Una volta il Natale era anche l&#8217;attesa della neve. Il sacro nella natura. Ero ragazzo. La festa era il vestito nuovo. Il pranzo grande e la cena lunga. Era la famiglia riunita intorno a una tavola imbandida in rosso e alberelli verdi. Non si dimenticano ii riti che diventano miti e archetipi in una religiosità in cui il sacro aveva un senso.<br />
Natale era il tempo della Nascita come Gioia. Mi sono chiesto in questi giorni cosa possa significare ancora questo sentimento. Ieri era il sorriso tra papà mamma e mia sorella.<br />
Il panettone atteso con l&#8217;uvetta e lo zucchero sulla crosta con mandorle. Il panettone classico. Il torrone necessariamente duro con difficoltà a farlo sciogliere mentre si gustava a pezzetti.<br />
Era il restare a casa con la tombola e i pisellini o fagiolini come pedine. Il tempo è passato. Il tempo passa sempre. Resta una memoria indelebile che resta più sacra della sacralità del Giorno. Porta il tempo di un vissuto dentro il vivere del presente.<br />
La Tradizione non è mai un ricominciare. È sempre un continuare dando senso a ciò che oggi si percepisce soltanto. Si diventa oltre il fatto dell&#8217;essere figli sempre e ora anche padri e nonni. Non misuro il tempo. Ma il cammino lento e paziente degli anni tra i simboli e i gesti, tra la dolcezza e il rispetto.<br />
Ogni Natale era anche baciare la mano a mio padre e mia madre nel segno della devozione. Baciavo la mano di mio padre come fedeltà a una antica famiglia. A mia madre come regina e dea della casa.<br />
Un tempo indelebile nel cuore dell&#8217;umanità. Della piccola umanità di ogni famiglia. Il religioso che si porta dentro è come se si risvegliasse oltre le notti che viviamo lungo i giorni dell&#8217;anno tra le ombre la luce e la pazienza.<br />
Natale è la consapevolezza della pazienza nella accoglienza di una promessa antica tra i Re Magi che hanno l’Oriente nella pace e costruiscono lentamente il tempo nuovo dell&#8217;Avvento. C&#8217;erano i dolci fatti in casa. Rigorosamente. Il miele le palline lo zucchero caldo e le mani delle donne che avevano radici popolari nel canto del Tu scendi dalle stelle.<br />
Non rimpiango. Non ha senso rimpiangere alla mia età. Tutto ha la favola bella e dovrebbe affidarci al tempo e non alla storia. Soprattutto in questi attraversamenti tristi di guerra tra terre massacrate e egoismi imperturbabili. Non si distruggono soltanto luoghi e città in macerie che non si ricomporranno mai. Si lacerano le civiltà e l&#8217;uomo muore nella miseria della perdita della misericordia.<br />
L&#8217;uomo muore nonostante la pietà. L’uomo sfida nonostante la sua nascita e le sue eredità. L&#8217;uomo ha il suo focolare nonostante i labirinti attraversati e da attraversare. Siamo in un tempo di guerra nella quale la giustizia è non solo quella delle trincee.<br />
Natale nei venti di guerra è un paradosso e un assurdo che si abita nonostante le bombe e i droni che sfidano le stelle. Una volta il Natale era Attesa. La messa a mezzanotte e i canti liturgici. Riporto in me un immaginario che resta depositato tra le ricordanze. Ci sono le assenze. È naturale.<br />
Le generazioni sono profezia lungo il cammino degli Elfi. Sfoglio i miei libri. La bella Rebecca è la gioia assoluta. L&#8217;albero è pieno di luci colorate. Il presepe ha la grotta con tutti i suoi personaggi. La Tradizione è il vero volto della vita.<br />
Dai apriamo il panettone.<br />
È festa. Non folclore. È Cristo che nasce nonostante la devastazione della realtà.<br />
C&#8217;è sempre un dono inaspettato. Poi arriverà la Benatana.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-111979" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni_2fdb1-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni_2fdb1-300x191.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni_2fdb1-768x488.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni_2fdb1-585x372.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni_2fdb1.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando il Natale sapeva aspettare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella La Mantia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 13:31:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="896" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700.jpeg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-1024x573.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-768x430.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-1536x860.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-1170x655.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1700-585x328.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Un viaggio emotivo tra il Natale degli anni ’90 e quello del 2025, dove la lentezza della memoria incontra la consapevolezza del presente. Due modi diversi di vivere la festa,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un viaggio emotivo tra il Natale degli anni ’90 e quello del 2025, dove la lentezza della memoria incontra la consapevolezza del presente. Due modi diversi di vivere la festa, uniti dallo stesso bisogno di calore, attesa e appartenenza</em></p>
<p>C’è stato un tempo in cui il Natale arrivava senza annunci, insinuandosi lentamente nelle giornate più corte. Negli <strong>anni ’90</strong> non si parlava di conto alla rovescia digitale: l’attesa era fatta di <strong>gesti ripetuti</strong>, di <strong>segni discreti</strong>, di una trasformazione quasi impercettibile dell’atmosfera. Il freddo più pungente, le luci accese prima del tramonto, il profumo degli agrumi che riempiva le stanze. Il Natale non irrompeva: <strong>maturava</strong>.</p>
<p>Quel Natale aveva una forte <strong>dimensione materiale</strong>. Gli addobbi venivano recuperati da scatole segnate dal tempo, le lucine erano spesso capricciose, l’albero non aspirava alla perfezione. Eppure, in quell’insieme irregolare, si riconosceva una <strong>continuità affettiva</strong>. Ogni oggetto portava con sé una storia, ogni difetto era una traccia del passato che trovava spazio nel presente.</p>
<p>Il <strong>Natale del 2025</strong> nasce invece in un mondo più veloce, ma anche più consapevole. Arriva prima, è vero, ma lo fa perché oggi sentiamo il bisogno di <strong>anticipare la festa</strong>, di dilatarne i confini per renderla più accogliente. Le luci sono studiate, gli spazi armonizzati, le tavole curate nei dettagli. Non è solo estetica: è il tentativo di costruire <strong>un rifugio visivo ed emotivo</strong> in un tempo che cambia rapidamente.</p>
<p>Negli anni ’90 i regali erano pochi e densi di attesa. Non sempre centravano il desiderio, ma colpivano l’immaginazione. Il tempo che separava l’idea dal dono ne aumentava il valore simbolico. Oggi il regalo è spesso <strong>più preciso</strong>, più aderente a ciò che si vuole davvero. Non nasce meno dal sentimento, ma da una diversa forma di <strong>attenzione</strong>: ascoltare, ricordare, scegliere con cura. È un’altra lingua dell’affetto, più diretta, meno intuitiva, ma non per questo meno sincera.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" class="wp-image-100213" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/piantine-candele-1024x682.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/piantine-candele-1024x682.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/piantine-candele-300x200.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/piantine-candele-768x512.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/piantine-candele.jpg 1280w" alt="" width="1024" height="682" /></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche la <strong>famiglia</strong> ha cambiato volto. Negli anni ’90 era una presenza compatta, talvolta rumorosa, inevitabile. Si condividevano spazi stretti e conversazioni sovrapposte, con la sensazione che il tempo fosse sospeso. Oggi la famiglia è <strong>più plurale</strong>, più mobile. Ci si ritrova, ma portando con sé frammenti di vita esterna, connessioni, schermi. Questo non annulla la vicinanza: la <strong>ridefinisce</strong>. Stare insieme, nel 2025, significa spesso scegliere di esserci, non darlo per scontato.</p>
<p>L’attesa resta il punto di incontro tra le due epoche. Negli anni ’90 era <strong>lenta e inconsapevole</strong>, quasi inevitabile. Nel 2025 è <strong>costruita</strong>, talvolta guidata, ma anche più intenzionale. Non si subisce il tempo: lo si organizza per far spazio a ciò che conta. L’emozione non nasce più solo dall’assenza, ma dalla <strong>cura</strong> con cui si prepara il momento.</p>
<p>La nostalgia, allora, non è una critica al presente. È un <strong>ponte</strong>. Guardando al Natale degli anni ’90 riconosciamo un modo diverso di vivere il tempo; osservando quello del 2025 scopriamo nuove possibilità di <strong>condivisione</strong>, nuove forme di calore, nuovi linguaggi della festa. Non c’è una versione migliore: c’è un <strong>filo continuo</strong> che lega ciò che siamo stati a ciò che siamo diventati.</p>
<p>In fondo, il Natale non appartiene a un’epoca precisa. Vive nelle <strong>memorie che conserviamo</strong> e nei <strong>gesti che scegliamo di rinnovare</strong>. Cambiano i ritmi, cambiano gli strumenti, ma resta lo stesso desiderio: fermarsi, riconoscersi, sentirsi parte di qualcosa che va oltre il tempo.</p>
<p>Questo, ieri come oggi, è il suo vero significato.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F12%2F23%2Fquando-il-natale-sapeva-aspettare%2F&amp;linkname=Quando%20il%20Natale%20sapeva%20aspettare" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F12%2F23%2Fquando-il-natale-sapeva-aspettare%2F&#038;title=Quando%20il%20Natale%20sapeva%20aspettare" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2025/12/23/quando-il-natale-sapeva-aspettare/" data-a2a-title="Quando il Natale sapeva aspettare"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/12/23/quando-il-natale-sapeva-aspettare/">Quando il Natale sapeva aspettare</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Rosa, la passione religiosa come passione civile Una santa nel cielo di Viterbo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/20/rosa-la-passione-religiosa-come-passione-civile-una-santa-nel-cielo-di-viterbo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=rosa-la-passione-religiosa-come-passione-civile-una-santa-nel-cielo-di-viterbo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Maccaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 09:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[MAcchina di Santa Rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Viterbo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/Untitled-design.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/Untitled-design.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/Untitled-design-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Tutte le città, grandi e piccole, della nostra Penisola sono legate ai tradizionali festeggiamenti dei loro santi patroni, risalenti a tradizioni antichissime, che si svolgono annualmente con un rituale particolarmente&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/20/rosa-la-passione-religiosa-come-passione-civile-una-santa-nel-cielo-di-viterbo/">Rosa, la passione religiosa come passione civile Una santa nel cielo di Viterbo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Tutte le città, grandi e piccole, della nostra Penisola sono legate ai tradizionali festeggiamenti dei loro santi patroni, risalenti a tradizioni antichissime, che si svolgono annualmente con un rituale particolarmente ricco, emotivo e coinvolgente, fatto di processioni, coreografie, musiche e canti, dolci tipici e molto altro. Si tratta di feste e celebrazioni dedicate ai santi, ai beati, alla </span><a href="https://www.holyart.it/articoli/statue-madonna.php" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.holyart.it/articoli/statue-madonna.php&amp;source=gmail&amp;ust=1724081164510000&amp;usg=AOvVaw1V5cLjrAKe2SiPoTUQlzTF"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Madonna</span></a><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> e al </span><a href="https://www.holyart.it/it/occasioni-speciali/pasqua-e-quaresima/cristo-risorto-e-sacerdote-re" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.holyart.it/it/occasioni-speciali/pasqua-e-quaresima/cristo-risorto-e-sacerdote-re&amp;source=gmail&amp;ust=1724081164510000&amp;usg=AOvVaw2gUBG5g5xJXsppRZF5Vzo9"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Redentore</span></a><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">.<b> </b>Sono diffuse in tutta Italia, le più scenografiche e imponenti si tengono nel centro-sud Italia e coinvolgono nei preparativi la città per quasi tutto l’anno. Un’espressione di cultura popolare e folklore che, in certi casi, richiama migliaia, perfino milioni di partecipanti. Basti pensare alla festa patronale per <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">sant’Agata a Catania</strong>, una delle più importanti in assoluto, con la</span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"> spettacolare processione delle reliquie, la quale ha ottenuto il riconoscimento Unesco </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">come Bene Immateriale Patrimonio dell’Umanità</span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">È la terza festa religiosa per importanza al mondo, pari solo alla Settimana Santa di Siviglia e alla Festa del Corpus Domini di Cuzco in Perù. Da attenzionare anche la festa di santa Rosalia a Palermo, La Vara a Messina, e moltissime altre. </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Le feste patronali non sono solo semplici cerimoniali in onore di un santo o di una santa, ma un momento di gioia collettiva in cui fede e folklore s’intrecciano, consentendo a giovani e adulti di vivere e riscoprire riti e tradizioni che risalgono a secoli fa.</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-91774" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3669-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p><b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il Trasporto della Macchina di Santa Rosa</span></b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> a Viterbo è un evento unico al mondo, al quale nel corso degli anni hanno assistito molti personaggi illustri: papi, re, politici, rappresentanti del mondo della cultura e dello spettacolo, soprattutto tanta gente comune, fedeli, viterbesi e non.  <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">La Macchina di Santa Rosa fa parte della rete delle grandi macchine a spalla italiane. Il prestigioso riconoscimento da parte dell’Unesco è avvenuto nel 2013,</b> <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">insieme</b> <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">alla Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi e la Discesa dei Candelieri di Sassari</b></span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">. La sua torre illuminata è la più alta di tutte, misura 30 metri. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La nuova Macchina, vincitrice del concorso pubblico indetto dal Comune di Viterbo, si chiama <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Dies Natalis</i></b>, per i santi il giorno della nascita al cielo, il giorno della morte. </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il bozzetto è stato presentato il 17 settembre 2023 al<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Teatro dell’Unione di Viterbo</b> alla presenza delle autorità cittadine. </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Dal 3 settembre 2024 la nuova Macchina sfilerà per i prossimi cinque anni. <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Come la precedente, <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Gloria</i>, anche <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Dies Natalis</i> è stata ideata dall’architetto Raffaele Ascenzi</b>. <i>Il corpo morto di Rosa</i> &#8211; ha sottolineato <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Ascenzi </b>&#8211; <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">dà un messaggio molto forte in un giorno che siamo abituati a vivere come di festa. È il nome stesso della Macchina: il giorno della morte è quello della nascita in cielo per la Chiesa</i>.<b><i>Dies Natalis</i></b> recupera la storia delle Macchine dalla prima risalente all’anno 1695 fino al cambiamento epocale che avvenne nel 1967, con <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">il Volo d’Angeli</i></b>, quando la statua di santa Rosa venne posta fuori la macchina, sulla sua sommità. In questa Macchina invece essa collocata è all’interno, e sopra torna la croce. Grande attenzione è stata riservata all’illuminazione. <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Sarà fondamentale</i> – ha dichiarato <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Ascenzi</b> <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">-. Lo è per tutte le Macchine ma per questa ancora di più. Il suo colore grigio, che richiama quello del peperino, raccoglierà la luce e la rifletterà. L&#8217;interno sarà, inoltre, riempito di fogliette in alluminio che sono molto riflettenti e genereranno un mix tra rifrazioni per rendere compatta l&#8217;illuminazione</i>.  Più di un migliaio i punti luce. <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Le fiaccole, </i>– ha detto <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Ascenzi</b> &#8211;<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"> a fiamma viva, saranno settecento. I trecento candelieri, invece, sono dotati di una tecnologia che possiamo definire orientale, che riproduce l&#8217;effetto della fiamma viva. Così si evita che durante il trasporto si spengano</i>.</span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Nel <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Trasporto</b> sono impegnati 113 facchini che </span><strong><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">si dividono in varie categorie, in funzione della posizione che hanno e dei compiti che svolgono: i “ciuffi”, le “spallette fisse”, le “stanghette”, le “spallette aggiuntive”. </span></strong><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Durante il trasporto gli stessi e le altre figure che assicurano i necessari appoggi per le soste, sono coordinati dal capofacchino che impartisce i comandi. Essi sono ben noti, sia ai viterbesi, sia a quanti solo di passaggio abbiano assistito ad almeno un trasporto: alla partenza, la &#8220;mossa&#8221;, &#8220;Ciuffi di Santa Rosa, accapezzate il ciuffo&#8221;, &#8220;Semo tutti d&#8217;un sentimento?&#8221;, &#8220;Facchini di Santa Rosa, sotto col ciuffo e fermi&#8221;, &#8220;Sollevate e fermi&#8221;, &#8220;Per Santa Rosa, avanti!&#8221; e &#8220;&#8230;Posate piano, adagio&#8230;&#8221;. I facchini si stanno preparando al meglio. <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">I ragazzi sono tutti galvanizzati per la nuova Macchina</i>– ha dichiarato <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Massimo <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Mecarini, Presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa </strong></b>– <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Quest’anno faremo il percorso classico, dato che, essendo nuova la Macchina, non ce la sentiamo di eccedere. Per il prossimo anno, invece, in occasione del Giubileo, sicuramente faremo qualcosa in più</i>.</span>  <span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Nella città di Viterbo il ruolo del <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">facchino</b> <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">si tramanda di padre in figlio. </strong>Da sempre ed ancora oggi è possibile che i figli divengano facchini quando ancora i padri sono in attività; ci sono attualmente esempi numerosi.</span> <strong><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Fede, forza e volontà</span></strong><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"> sono le tre caratteristiche del facchino di santa Rosa. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">La fede nella santa, la forza fisica e morale e la volontà</strong><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">,</b> elemento basilare per un’associazione che si compone di soli volontari; e il rispetto per gli altri, per i facchini più anziani, per la divisa e per se stessi. </span><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Dopo <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">cinque soste,</strong> i facchini devono compiere il grande sforzo finale, percorrere una ripida via in salita che conduce al Santuario: essa viene effettuata quasi a passo di corsa, con l’aiuto di corde anteriori in aggiunta e di travi dette “leve” che spingono posteriormente. Quanta bellezza e spettacolarità! L’emozione è sempre grandissima!</span><br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-91773 size-medium alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-138x300.jpeg" alt="" width="138" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-138x300.jpeg 138w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-473x1024.jpeg 473w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-768x1664.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-709x1536.jpeg 709w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668-585x1268.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3668.jpeg 945w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" /></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Tra le personalità più illustri che hanno assistito al <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Trasporto</b>, ricordiamo in particolare <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">papa Giovanni Paolo II</b>, che durante il suo pontificato viaggiò più di tutti i precedenti papi messi assieme, e non poteva mancare certamente nella Città dei Papi; egli fu il quarto papa a venire a Viterbo per ammirare <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">la Macchina di Santa Rosa</b>, all’epoca si chiamava </span><b><i><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Spirale di Fede</span></i></b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">. Prima di Lui, ci furono Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX. Per <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">papa Wojtyla</b> fu fatto un trasporto straordinario, il 27 maggio 1984, era un giorno di pioggia, le autorità volevano sospenderlo, i facchini invece erano determinati a rendere omaggio al Santo Padre, e così fecero, con la strada sdrucciolevole e la Macchina appesantita dalla pioggia. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Quando arrivarono finalmente a Piazza del Comune, stremati dalla fatica, accadde qualcosa di straordinario, la pioggia di colpo cessò. Papa Giovanni Paolo II che era affacciato alla finestra della Sala delle Bandiere del Comune di Viterbo, alla vista della Macchina con l’entusiasmo di un bambino esclamò: <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Evviva santa Rita!,</i> anziché santa Rosa. Resosi conto di aver sbagliato il nome della santa si affrettò a scusarsi, e, contravvenendo alle regole del protocollo che non consentiva di uscire dal Palazzo Comunale, scese tra la folla, per congratularsi con i facchini, e li salutò con queste parole: <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">V<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">aleva la pena di venire a Viterbo!.</strong></i>   </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il Trasporto della Macchina avviene il 3 settembre di ogni anno, all’interno del programma della <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Festa di Santa Rosa</b> che <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">va dal 22 agosto al 15 settembre con una nutrita serie di celebrazioni nelle diverse parrocchie della città. Nel programma spiccano <i></i>su tutti tre giorni, il 2, il 3 e il 4 settembre</strong><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">.<i> </i>Lunedì 2 settembre 2024</b>, alle ore 12:00 in Piazza del Plebiscito, la Sindaca di Viterbo, dott.ssa Chiara Frontini, consegna la “Mazza argentea” simbolo del potere temporale del Papato, ai dignitari del 1700 del Corteo Storico. <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">In questo giorno, come da <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">tradizione, il Cuore di Santa Rosa viene portato in processione per le vie della città affinché lei continui ad intercedere presso il Padre. </em></i><em>Alle ore 17:30</em> nella Cattedrale di San Lorenzo<em> la </em><strong><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“Venerazione del Cuore di Santa Rosa”</i></strong><i> </i>e Liturgia della Parola presieduta da <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Sua Ecc. Rev.ma Mons. Orazio Francesco Piazza,</strong><b> </b>Vescovo della Diocesi di Viterbo. La partenza dal Santuario del Corteo Storico per raggiungere la <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-91775" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-585x585.jpeg 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Cattedrale. Esso percorrerà: Via Santa Rosa, Piazza Giuseppe Verdi, Corso Italia, Piazza delle Erbe, Via Saffi, Piazza Fontana Grande, Via delle Fabbriche, Via San Pietro, Via San Pellegrino, Piazza S. Carluccio, Via Card. La Fontaine, Piazza della Morte, Via San Lorenzo, Piazza San Lorenzo.  Alle <strong><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">o</i></strong><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">re 18<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">:</i>00 dalla Cattedrale <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">la Solenne Processione</i> con <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">l’urna contenente il cuore di Santa Rosa</i> </strong>che, portato dai Facchini di S<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">anta</i> Rosa sarà preceduto dal Corteo Storico <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">composto da trecento figuranti e </i>percorrerà le seguenti Vie: Piazza San Lorenzo, Via San Lorenzo, Via Card. La Fontaine, Via Annio, Via Cavour, Piazza del Plebiscito, Via Ascenzi, Piazza del Sacrario, Via Marconi, Piazza Giuseppe Verdi, Via Santa Rosa<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">. </i><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">La Processione si concluderà nel Santuario con il saluto e la Benedizione del Vescovo.</strong></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-91778" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3620-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3620-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3620-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3620-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p><b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Martedì 3 settembre 2024, </span></b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">alle ore 17:00 l’incontro dei Facchini con Sua Ecc. Rev.ma Mons. Orazio Francesco Piazza, alle ore 18:00 la Celebrazione dei Primi Vespri presieduti da don Luigi Fabbri, Vicario Generale della Diocesi di Viterbo, e, alle ore 21:00, il Trasporto della Macchina di Santa Rosa, <strong><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">D</i></strong><em><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">ies Natalis. </b></em><em>Quest’anno in Piazza del Comune non verranno collocate tribune, solo sedie, e sono previsti spazi dedicati per le categorie più fragili. </em></span></p>
<p><em><b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Mercoledì </span></b></em><strong><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">4 settembre 2024, </span></strong><b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">giorno della Festa della Patrona,</span></b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">è scandito da una serie di funzioni religiose.</b> La Celebrazione Eucaristica alle ore 7:30 presieduta dai Padri Conventuali di San Francesco, quella delle ore 8:00, presieduta da don Nicola Migliaccio, e, un’altra, alle ore 9:00, presieduta da don Luca Scuderi. <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Alle ore 10:30, la</b> <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Solenne Celebrazione presieduta da Sua Ecc. Rev.ma Mons. Orazio Francesco Piazza, </strong>animata dall’Unione Musicale Viterbese “A. Ceccarini”. Alle ore 12:00 la Celebrazione Eucaristica presieduta da don Roberto Mingolla, alle ore 16:00 la Celebrazione con la partecipazione dei mini facchini, presieduta da don Alfredo Cento, un’altra, alle ore 17:00, presieduta da don Elio Forti, e, infine, alle ore 18.00, la Celebrazione e i Secondi Vespri presieduti da don Luigi Fabbri, Vicario Generale della Diocesi di Viterbo. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Ricordiamo anche che dal 5 al 15 settembre</strong> durante il tempo di permanenza della “Macchina” sul sagrato, il Santuario sarà sempre aperto, anche la sera, dalle ore 21:00 alle ore 23:00, per dare la possibilità ai pellegrini e ai tanti devoti della santa, di entrare e sostare in preghiera. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Altri due eventi sono previsti al Santuario: </strong>venerdì 23 agosto ore 17:30, l’inaugurazione della mostra “Fra le mura del chiostro: la vita quotidiana in un monastero di clausura”; e, venerdì 6 settembre, alle ore 10:30, Sua Ecc. Rev.ma Mons. Orazio Francesco Piazza celebrerà la Santa Messa in ospedale e con il Cuore di Santa Rosa benedirà i fratelli e le sorelle ricoverati.   <strong>Un appuntamento di rito sono le cene di solidarietà con i facchini in Piazza San Lorenzo, nei giorni dal 27 al 30 agosto, con la novità dell’allestimento di uno stand per celiaci. </strong>Tra le altre novità di quest’anno, il docufilm realizzato del Comune sulla costruzione di <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Dies Natalis</i></b>, e, il ritorno dopo quarant’anni <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">della tombola,</strong> che si svolgerà <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">mercoledì 4 settembre,</strong> i<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">n Piazza della Repubblica, a partire dalle ore 19:00.</strong> </span></p>
<p><b><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Chi era santa Rosa? Qual è il messaggio che da lei deriva e in che modo si è diffuso?</span></b> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La vita di santa Rosa rimane in gran parte avvolta nel mistero, in un’assenza di informazioni illuminata solo dall’ultimo anno della sua esistenza, quando la <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Vita </i></b>inizia a raccontarci in modo più dettagliato la sua vicenda. I documenti ad oggi noti non tramandano la data della nascita di santa Rosa; conosciamo solo l’anno di nascita, il 1233. Rosa nasce sette anni dopo la morte di san Francesco d’Assisi e muore due anni prima della morte di santa Chiara. Nella sua famiglia si respira amore e devozione verso san Francesco, e, davanti alla sua casa, è situato il Monastero della Clarisse. Rosa chiede di entrarvi, ma viene respinta perché povera, non avendo una dote da portare, è gracile e malata; la sua vera malattia non si conosce subito, solo più avanti. Decide allora di immergersi tra le vie di Viterbo come terziaria francescana, conducendo una vita di penitenza e di carità verso i poveri ed i malati. La piccola Rosa nasce con una rarissima malformazione fisica, caratterizzata dall’assoluta mancanza dello sterno; tale malattia oggi è chiamata “agenesia totale dello sterno” e porta la persona ad una morte precoce entro i primi tre anni di vita; ma per Rosa non fu così. Rosa cresce in una famiglia di modesta estrazione sociale, il padre Giovanni e la madre Caterina erano lavoratori e piccoli possidenti, educano la bambina nell’amore e nel rispetto di Dio; abitano in una casetta dentro le mura di Viterbo, non lontano dalla Chiesa di Santa Maria in Poggio. Ancora oggi è visibile una parte della casa paterna. Possiamo immaginare che Rosa trascorra i suoi primi diciassette anni tra i giochi e i piccoli lavori in casa, contribuendo come poteva, a causa della sua malattia, ai servizi per la famiglia e alimentando al contempo la sua fede nella parrocchia di Santa Maria in Poggio, venendo a contatto con le prime esperienze di vita religiosa dei frati Minori e delle monache Damianite di Santa Maria a Viterbo. Nel 1250, dopo una visione della Vergine, veste gli abiti della penitente. Da quel momento porta sempre con sé un’effige di Cristo. Da laica Rosa inizia un’esortazione penitenziale per le strade di Viterbo, esorta tutti all’amore per Gesù e Maria, alla fedeltà verso la Chiesa, raccogliendo intorno a sé grande consenso e ammirazione. Viterbo era una florida città che, pur essendo sotto il potere temporale dei papi, già nell’XI secolo si era costituita in Comune, in una ricerca insieme all’autonomia economica anche di quella politica. Il XIII secolo, in cui nasce Rosa, rappresenta l’epoca di maggiore prosperità per la capitale della Tuscia. Al suo interno Viterbo era però segnata dalla lotta tra le fazioni di parte guelfa, fedeli al pontefice romano, e quelle di parte ghibellina, fedeli all’imperatore Federico II di Svevia. Tra le due fazioni divampano le battaglie, mentre si alimentano nuovi movimenti religiosi non sempre ortodossi ed allineati alla gerarchia ecclesiastica di quell’epoca. Rosa, in una realtà fortemente segnata dai contrasti fra il potere dell&#8217;impero e il Papato, scelse con coraggio e fedeltà di difendere i diritti del Pontefice predicando, pubblicamente, il Vangelo e la difesa dei suoi ideali. In questa sua opera, come san Domenico, predicò contro l’eresia catara e si scagliò contro ogni ingiustizia sociale. Questa fu la causa dell’allontanamento di Rosa e dei suoi genitori dalla città: esiliata dal podestà di Viterbo, insieme alla sua famiglia, con animo sereno ed abbandonato a Dio lasciò la città d’origine raggiungendo dapprima Soriano del Cimino e poi, in un secondo tempo, la località di Vitorchiano. Qui seminò la bellezza del suo animo e della sua fedeltà a Dio e a san Francesco di Assisi. Con la morte di Federico II, nel dicembre 1250, Rosa e i suoi possono rientrare a Viterbo, dove nella primavera muore; la tradizione vuole che Rosa muoia il 6 marzo 1251. Viene sepolta, senza cassa, nella nuda terra del cimitero della sua Parrocchia di Santa Maria in Poggio, detta oggi Crocetta.  Dopo diciotto mesi le autorità e il clero chiedono a papa Innocenzo IV il Processo di canonizzazione. Quando Alessandro IV trasferisce provvisoriamente la Curia papale a Viterbo, sogna per tre volte la santa che gli dice di traslare il suo corpo nella Chiesa delle Clarisse. Molti i miracoli a lei attribuiti, dei quali cinque mentre era ancora in vita, e numerosi i pellegrinaggi a lei dedicati. Il corpo fu ritrovato integro, e il 4 settembre del 1258, dopo la terza apparizione, il papa Alessandro IV si rese definitivamente conto che la figura sognata che gli parlava era davvero Rosa. Decise quindi di trasferire il corpo incorrotto di Rosa nella vicina Chiesa delle Clarisse, ove oggi sorge il Santuario della santa, in Santa Maria delle Rose in Viterbo, affidandone a loro la <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-91777" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3619-1-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3619-1-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3619-1-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3619-1-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />custodia ed il culto. Nel 1357, a causa di una candela caduta, scoppiò un incendio all’interno della cappella dove era custodito il corpo della giovane. L’urna venne completamente consumata dalle fiamme, come pure le vesti di Rosa e tutti i documenti e gli ornamenti che erano lì conservati, ma il suo corpo rimase assolutamente indenne, solo annerito.  </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Sono ben conservati il cuore, gli organi interni, le masse muscolari e lo scheletro con ossa tutte in connessione anatomica.  Nel 1252 papa Innocenzo IV pensa di farla santa, e ordina un processo canonico, che forse non comincia mai.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-91775 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3667-585x585.jpeg 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /> </span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La sua fama di santità cresce però ugualmente, e, nel 1457, Callisto III ordina un nuovo processo, regolarmente svolto: ma nel frattempo egli muore, e Rosa non verrà mai canonizzata con il consueto rito solenne.  Il suo nome però si trova elencato, alcuni secoli dopo, tra i santi, nell’edizione 1583 del Martirologio romano. Nel tempo si dedicano a lei chiese, cappelle e scuole in tutta Italia, e anche in America Latina. Dopo più di otto secoli dalla morte, è ancora possibile vederla incorrotta.  Rosa, terziaria di san Francesco, è Patrona della Gioventù francescana. L’età di diciotto anni della giovane è stata confermata anche dalla ricognizione scientifica condotta sul corpo della santa ed eseguita nel 1995 dal <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">prof. Luigi Capasso</b>.  <img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-91774 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3669-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /></span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Quando leggiamo la vita di un santo, troviamo sempre al suo interno la narrazione della conversione, ossia di un cambiamento di rotta, una cesura sul percorso della sua esistenza. Ci sono poi cambiamenti più eclatanti di altri, come la conversione di Paolo di Tarso, di Agostino d’Ippona o quella dello stesso Francesco d’Assisi. Tuttavia troviamo anche conversioni più “comuni”, più quotidiane, come quella di Rosa. Una conversione annunciata da una visione, avvenuta mentre giace malata a letto, che la fanciulla pur in gravi condizioni di salute, senza esitare, si appresta a trasformare in azione. La descrizione della conversione di Rosa è contenuta nella pergamena duecentesca. L’incontro con Gesù per Rosa non è qualcosa di straordinario, avviene nell’ordinario letto del suo dolore, prostrata nelle lacrime, nell’accettazione completa di quello che lei è, compresa la sua condizione di malattia, e persino nell’impossibilità di recarsi da sola nella chiesa più prossima alla casa paterna. La conversione di Rosa è segnata dalla sua consacrazione a penitente con la benedizione dei propri genitori e delle donne sue vicine di casa. Dando ascolto alla Vergine, esce di casa, inizialmente per un piccolo pellegrinaggio in alcune chiese di Viterbo, ma in seguito questo suo percorso si amplia, divenendo un’attitudine, uno stile di vita. Rosa è una donna nuova, libera, non ha paura della sua malattia, del suo essere donna, che in quest’epoca non era certo una condizione privilegiata, e inizia ad annunciare la Parola di Dio usando non parole, ma gesti: percorreva continuamente la città di Viterbo, sorreggendo in mano la croce e lodava il nome del Signore nostro Gesù Cristo e la beatissima Vergine Maria. La sua predicazione rammenta quella di san Francesco quando si rivolgeva ai suoi frati. Con semplicità di cuore, predicava ogni giorno al popolo Gesù Cristo, annunziando ai buoni beni eterni, e, ai cattivi, supplizi sempiterni. Rosa è stata un modello di pacificazione tra gli uomini: piccola, innamorata di Dio, generosa verso gli altri, portatrice di un messaggio di speranza e di gioia. Il suo servizio fu come una forma di “nuova evangelizzazione che raggiunge anche le persone più lontane e più deboli”; ed è stata anche un grande esempio di solidarietà. Il gesto straordinario che si ricorda in questo senso di lei, è quello di mettere nel grembiule le poche cose che il papà le aveva lasciato per il pranzo, delle quali si privò distribuendole ai poveri. Questa solidarietà diventa un modo per rendere bella e gioiosa la vita. Di lei si raccontano molti miracoli e prodigi. La sua fama di santità si è, da subito, diffusa nel mondo. La popolarità e la devozione per la giovane Rosa è cresciuta nel tempo e nello spazio. Viterbo si trovava sulla via Francigena e molti romei, i pellegrini diretti a Roma, venivano e ancora oggi vengono a contatto con la reliquia del corpo della santa. Il culto e la popolarità di santa Rosa si sono in questo modo propagati in tutta l’Europa. Per tale ragione <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">fu canonizzata da papa Callisto III nel 1457</b>. <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">La sua memoria liturgica ricorre il 6 marzo, ma la sua festa si celebra, con solennità, nella città di Viterbo il 4 settembre, giorno della traslazione del suo corpo. </b></span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Ricordiamo infine un’iniziativa di evangelizzazione francescana, tenutasi in piena pandemia di Covid-19, che ha riguardato proprio la patrona viterbese. Si tratta della<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"> <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">peregrinatio </i>della Reliquia ed Icona di santa Rosa</b> che, partite dalla città di Rieti il 13 ottobre 2019, ha visto coinvolte le novanta <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">fraternità francescane</i> secolari del Lazio. Per quanto riguarda la Diocesi di Civita Castellana, quattro sono state le fraternità interessate, in sequenza di itinerario: le località di Capranica, Civita Castellana, Orte e Bracciano. Ad Orte Scalo, venerdì 28 febbraio 2020 alle ore 17:30, la Celebrazione di Accoglienza con la Fraternità francescana di Sant’Antonio e San Bernardino presso la Parrocchia dei Santi Giuseppe e Marco (la Chiesa di Sant’Antonio), dove vi fece sosta per più di un anno, per poi ripartire verso la tappa finale, Bracciano.</span></p>
<p><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Rosa <em>ha amato la Chiesa e la Città di Viterbo, se ne è presa cura sfidando le convenzioni del tempo, per cui non era lecito ad una donna, per di più povera e laica, parlare in pubblico e girare per la città a predicare. </em>Tutti noi<i> </i><em>battezzati in Cristo, anche sul suo esempio, dobbiamo prenderci cura delle nostre Comunità cristiane, ritrovare tutti un rinnovato senso di solidarietà e condivisione, ascoltare il desiderio, inconscio ma presente, dell’incontro con Cristo, con la sua Parola, con il suo amore, con la promessa dell’immortalità futura</em></span><em><span data-originalfontsize="10pt" data-originalcomputedfontsize="13.333333">.</span></em></p>
<p>@riproduzione riservata</p>
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		<title>A Monte Scuderi la Festa della Montagna 2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2023 20:22:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Festa della montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976-300x179.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976-585x348.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Successo per l’appuntamento annuale della festa della Montagna a Monte Scuderi. A Monte Scuderi 1253 metri s.l.m. i camminatori in festa erano numerosi. Piero Cozzo presidente dell’associazione Anello del Nisi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976-300x179.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/55B7286D-51FD-4242-9079-2E6E77AF3976-585x348.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p>Successo per l’appuntamento annuale della festa della Montagna a Monte Scuderi.</p>
<p>A Monte Scuderi 1253 metri s.l.m. i camminatori in festa erano numerosi. Piero Cozzo presidente dell’associazione Anello del Nisi ha dichiarato “sono state tante le emozioni vissute ieri dai numerosi appassionati di trekking che si sono inerpicati sulla cima di Monte Scuderi, in occasione della Festa Montagna e poi si sono fermati al rifugio Puntale Puzzo a quota 900 metri s.l.m., per partecipare alla santa messa, pranzare e godersi momenti di sana allegria”. L’atteso evento ha visto la partecipazione del Gruppo Alpini di Messina, dell’associazione Isotopi del Mela, del sindaco di Alì Natale Rao e altri amministratori dei comuni di Itala e Fiumedinisi, compresa Maria Elena Carbone dirigente dell’I. C. di Alì Terme, che con la loro presenza hanno dato valore all’evento. L’evento è stata una bella esperienza anche grazie ai tanti bambini presenti, che ha permesso di vivere momenti intensi di gioia e spiritualità. Al ritorno dei camminatori dalla cima di Monte Scuderi, padre Domenico Manuli, ha celebrato la Santa Messa al campo che è stata vissuta in modo molto partecipato. Subito dopo è seguito un momento di convivialità tra i partecipanti, che hanno avuto la possibilità di degustare prodotti tipici locali, accompagnati da musiche, canti e balli della tradizione popolare siciliana. I partecipanti sono stati letteralmente trascinati da tanta allegria e rilassanti momenti dedicati ad assaporare i profumi e i silenzi della montagna. L’evento ha ancora una volta creato tra tutti i partecipanti una simbiosi nei confronti dell’ambiente dei Monti Peloritani e della particolare natura della Riserva Naturale Orientata di Fiumedinisi e Monte Scuderi.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F10%2F09%2Fa-monte-scuderi-la-festa-della-montagna-2023%2F&amp;linkname=A%20Monte%20Scuderi%20la%20Festa%20della%20Montagna%202023" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F10%2F09%2Fa-monte-scuderi-la-festa-della-montagna-2023%2F&#038;title=A%20Monte%20Scuderi%20la%20Festa%20della%20Montagna%202023" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/09/a-monte-scuderi-la-festa-della-montagna-2023/" data-a2a-title="A Monte Scuderi la Festa della Montagna 2023"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/09/a-monte-scuderi-la-festa-della-montagna-2023/">A Monte Scuderi la Festa della Montagna 2023</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>IL DIALETTO DI ASSERGI E QUELLO DI CAMARDA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Apr 2022 08:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Assergi]]></category>
		<category><![CDATA[Camarda]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[dialetto]]></category>
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		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1708" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-1536x1025.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-2048x1366.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-1920x1281.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/9E3952E0-D122-4B4E-BCB8-A686360CD7DD-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>La storiella dei due cani Nella valle del fiume Raiale, ai piedi di Pizzo Cefalone, sul versante meridionale del Gran Sasso, si racconta ina storiella la cui origine si perde&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 40px; text-align: left;"><b><i>La storiella dei due cani</i></b></p>
<div id="attachment_51842" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-51842" class="wp-image-51842 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/11CFCEB6-3F09-4E75-AE71-F4BB9D83F1E1-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /><p id="caption-attachment-51842" class="wp-caption-text">Camarda</p></div>
<p>Nella valle del fiume Raiale, ai piedi di Pizzo Cefalone, sul versante meridionale del Gran Sasso, si racconta ina storiella la cui origine si perde nella notte dei tempi: quella  del cane di Assergi e del cane di Camarda. <b>Assergi</b> e</p>
<div id="attachment_51843" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-51843" class="size-thumbnail wp-image-51843" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/8A1C346D-331E-4018-9319-B2EB6241D645-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /><p id="caption-attachment-51843" class="wp-caption-text">Assergi</p></div>
<p><strong>Camarda</strong> &#8211; per chi non fosse pratico della zona &#8211; sono due antichi borghi a poco più di due chilometri di distanza; eppure in essi si parla in dialetto assai diverso, ciò che è da sempre fonte di reciproca ironia tra gli abitanti dei due  villaggi. La pronuncia nella parlata assergese è stretta e chiusa, mentre nella vicina Camarda è larga e aperta. La storiella dei due cani illustra assai bene questa singolare diferenza idiomatica.<br />
Possiamo  immaginare che il cane di Assergi, affamato e in cerca di cibo, a circa metà tragitto tra i due  paesi, poco sotto la “curva del brigante” (cosiddetta perché in quel posto, poco più di 150 anni fa, fu ucciso un brigante) si imbatté in quello di Camarda, che portava in bocca un bell’osso. Il cane assergese, con fare da “gatta morta ”, gli chiese a bocca stretta: “<b>D’ do scì</b>?” (Di dove sei?), al che il cane di Camarda rispose ingenuamente: “<b>So’ dde Camarda</b>” (Sono di Camarda), aprendo la bocca e lasciando cadere per terra la preda, che fu subito afferrata dal cane di Assergi. Il cane di Camarda, appena riavutosi dal colpo, volendo rifarsi, chiese a sua  volta al suo interlocutore: “<b>E tu de ddo sci</b>? (E tu di dove sei?). “<b>So’ d’Assirgi</b>” (Sono di Assergi), rispose l’altro a denti stretti e tenendo quindi ben saldo in bocca l’agognato osso sottratto al concorrente.<br />
La favoletta, simpatica ma per la verità anche un po’ malignetta, è stata sicirauente inventata da un assergese. Lo scaltro quadrupede di Assergi in apparenza sembra farci bella figura, ma in realtà è il cane di Camarda, più aperto e per questo buggerato, a riscuotere la nostra simpatia. La storiella vuole  mettere in evidenza due  aspetti, la diversità dell’idioma e quella  del carattere, ritenuti tra di loro in stretto rapporto. Riguardo alla pronuncia del dialetto assergese, un illustre camardese del passato, <b>Vincenzo Moscardi</b> (Camarda, 1861 – Ivi, 1933), sacerdote, e per lunghi anni professore al seminario diocesano dell’Aquila, scriveva che essa “è stretta e cupa; e, fenomeno curiosissimo, mentre a Camarda abbondano i suoni vocali aperti, ad Assergi, che non dista più che poche centinaia di passi, prevalgono i chiusi” (1).<br />
Circa l’idioma camardese lo stesso autore scriveva che esso “come in genere quello Abruzzese, è piuttosto dolce che aspro; vi si sente il ritmo melodioso delle località marine a preferenza del sibilo stridente delle montagne. Il che appare chiaro nei [&#8230;] canti rozzi, ricchi, più che di rime, di assonanze; rozzi sì, ma spesso altamente espressivi. In brevi motti sono non di rado slanci di amore e gridi di angoscia, delicatezza di sentimenti e furia di passioni, gemiti e sospiri, lagrime e sorrisi (2). La descrizione è assai poetica e appropriata al carattere dei camardesi. In queste righe del Moscardi si coglie che le ragioni del cuore &#8211; il legame sentimentale con le sue  radici &#8211; hanno finito per prevalere su ogni altra considerazione.<br />
Senonché, defnire “fenomeno curiosissimo” la differenza  di pronuncia tra il dialetto di Assergi e quello di Camarda (“stretta e cupa” la prima, caratterizzata da “suoni vocali aperti” la seconda) e parlare, riguardo all’idioma camardese, di “ritmo momento che è una città di mare, non può non avere un dialetto più dolce e musicale di quello dell’Aquila, città di montagna: conclusione, questa, che l’esperienza contraddice in pieno. E tanti altri esempi si potrebbero fare a sentire la tesi del pur valente Moscardi.</p>
<p>L’Abruzzo, come del resto l’intera penisola italiana, possiede una grande varietà di dialetti, e non potrebbe essere diversamente in una regione dal territorio molto accidentato e con al suo interno vie di comunicazione che nel passato erano poco agevoli. Come in tutto il territorio italiano, in Abruzzo ogni comune, anzi ogni frazione, ha la sua  particolare parlata. Tra le componenti di una lingua  (e di un dialetto, che, a suo modo , è a tutti gli efetti una lingua) la fonetica, vale a dire tutto ciò che ha a che fare con i suoni e con la pronuncia, è quella più caratteristica e la più imperturbabile ai cambiamenti , anche se anch’essa tende a modificarsi alla luce di mutamenti  sociali come la scolarizzazione e lo sviluppò dei mezzi di comunicazione di massa (la pronuncia dialettale dei vecchi di Assergi nel secolo scorso non è la stessa dei ragazzi di oggi quando si esprimono nell’idioma locale) ( 3).<br />
Sulla diversità dei dialetti di Assergi e di Camarda, tuttavia, oltre ai motivi generali dianzi accennati, c’è da rilevare che il “fenomeno curiosissimo” si spiega con una differenza per così dire “paradigmatica”. I due antichi borghi della valle del Raiale, per uno di quei tanti scherzi della storia e della geografa che caratterizza la nostra Penisola, benché distanti l’uno dall’altro quanto &#8211; come suol dirsi &#8211; in tiro di fucile, al pari di altre località contigue come &#8211; per rimanere nel nostro territorio &#8211; Bazzano e San Gregorio, Pianola e Roio, Filetto e Barisciano, segnano la fine e l’inizio di due differenti aree linguistiche del “sistema centro-meridionale”, uno dei cinque  raggruppamenti linguistici dell’intero territorio nazionale, secondo una classifcazione, fatta propria ornai dalla maggior parte degli studiosi, del celebre linguista <b>Giovan Battista Pellegrini</b> (1921-2007) (4).<br />
Nel contesto linguistico abruzzese, il dialetto assergese appartiene alla famiglia dei dialetti “vestini”, ed è da considerarsi, come la maggior parte dei dialetti abruzzesi (5), già un dialetto <strong>meridionale</strong> o, se si vuole , alto-meridionale (della stessa famiglia del napoletano, per intenderci), mentre quello camardese, al pari di quello aquilano e dei dialetti dell’alta Valle del fiume Aterno, nonché della parte orientale della Marsica (Tagliacozzo e Carsoli, volendo semplificare), è in dialetto “sabino”, vale a dire “<strong>centrale</strong>” o “mediano” che dir si voglia (la stessa famiglia dei dialetti iubro-sabini, pur in una variante assai originale). La valle del fiume Raiale, nel territorio settentrionale aquilano, segna grosso modo la linea di demarcazione tra le due aree centro-meridionali.<br />
Il carattere sostanzialmente “vestino” del dialetto assergese, ciò che lo diferenzia da quello camardese e più in generale da quello degli altri paesi della valle (tutti, più o meno, “sabini”, sia pure con talune caratteristiche fonetiche proprie) non deve stupire più di tanto. La spiegazione può essere forse ricercata nel fatto che nei secoli passati l’influenza  del vicino capoluogo aquilano, decisamente “sabino”, come si accennava dianzi, può non essere giunta fno al più remoto Assergi; o, più verosimilmente, Assergi, nei secoli passati paese di fiorente pastorizia, a motivo della “transumanza” (l’abitudine di condurre gli ovini, nella stagione invernale, in terra di Puglia ) ha mantenuto  contatti assai forti con il contiguo territorio vestino. Le dinamiche sociali ed economiche sono un fattore molto importante in riferimento alla lingua di una comunità.<br />
Caratteristica saliente dell’idioma assergese, come di tutti i dialetti alto-meridionali, è una  vocale, che s’incontra in fnale di parola o di sillaba, che è una  ‘e’ “unita” o “indistinta” che sarebbe più corretto defnire “vocale centrale media” o schwa (6): è in suono che non esiste nell’alfabeto della lingua  italiana: esiste nella lingua francese (è la vocale dell’articolo determinativo ‘le’, o del pronome personale corrispondente al nostro “io”, vale a dire “Je”, termini  dove la ‘e’ non si legge, è unita ); ed esiste nella lingua napoletana, alla cui famiglia , come  dianzi accennato, il dialetto assergese in qualche modo appartiene. Non sarebbe del tutto sbagliato, per rendere questo suono, omettere di scriverlo (es.: A ddo scì stàt? Que scì fàtt?: Dove sei stato? &#8211; Che hai fatto?). Il suono, convenzionalmente (secondo il dizionario fonetico internazionale) si rappresenta con un segno che corrisponde ad una ‘e’ capovolta (ə) o con una ‘e’ con la dièresi (<b>ë</b>); e così la frase ‘A ddo scìr stat?’ è corretto scriverla: ‘A ddo sci statə?’. Di certo non è corretto, anzi è fuorviante dal punto di vista fonetico, rappresentarlo, come spesso si legge nelle trascrizioni delle poesie dialettali, con la ‘e’ semplice.<br />
Ciò che a Camarda  si pronuncia con la ‘i’ fnale ad Assergi si pronuncia con la predetta ‘e’ unita; e così, a titolo esemplificativo, termini come ‘corteju’, ‘tavulinu’, ‘piattu’ , ad Assergi si pronunciano ‘cortejə’, ‘tavəlinə’, ‘piattə’. Altre caratteristiche si potrebbero evocare ad indicare le differenze tra i due  dialetti, ma lo scrivente conta di tornare sul  tema, Deus adiuvante, con altro più esauriente ed articolato scritto. C’è poi, legata alla fonetica, la prosodia, quel ritmo che accompagna la frase e spesso punteggia le singole parole, un andamento della voce che nella parlata aquilana, assai musicale,  richiama, come è stato detto con felice immagine, il movimento  di una ruota sconnessa, mentre nel dialetto camardese assume la forua di una dolce cantilena.<br />
Trattando di materia linguistica, al pari di altre materie, l’aspetto tecnico non si puo’  evitare, a meno che non si voglia improvvisare; e chi scrive, che non ama improvvisare, a costo di apparire noioso, oltre che pedante, non lo ha evitato: lo richiedeva la chiarezza espositiva, che mal si concilia con la eccessiva semplificazione. Ma l’espressione linguistica non è, evidentemente, solo una questione tecnica: è un fenomeno che ha molto a che fare con la storia sociale di una comunità  e, più in generale, con il modo in cui si percepisce e si giudica la realtà esterna, vale a dire con i valori culturali della comunità stessa. Il dialetto poi, assai più dell’idioma letterario, è lingua del cuore, cioè ha a che fare col sentimento, come testimoniano le osservazioni di <b>Vincenzo Moscardi</b> sopra riportate.<br />
Torniamo, dunque, ai nostri due vicini villaggi dell’alta valle del Raiale: Assergi e Camarda. Io che scrivo queste note, nato e cresciuto ad Assergi, ricordo di memorabili  partite di calcio giocate nella bella stagione tra i ragazzi dei due paesi in una  località chiamata L’ Are ’lla torre (L’aia della torre), un piccolo altopiano fuori  del centro abitato di Camarda che negli anni precedenti era utilizzato  coue aia in cui raccogliere il grano da trebbiare. Il sito era così scosceso che se il pallone calciato forte da uno dei giocatori superava la linea &#8211; si fa per dire &#8211; laterale del campo di gioco, bisognava fare una scarpinata per andare a recuperarlo, mentre le porte erano contrassegnate da grosse pietre.<br />
Al termine di uno dei tanti incontri, svoltosi in un pomeriggio di domenica e terminato con la vittoria di noi assergesi per un solo gol di vantaggio (in rigore trasformato dal sottoscritto con un tiraccio calciato forte e di punta verso l’angolo che il portiere aveva intuito non riuscendo però ad intercettare in tempo la palla col piede) si stava, come d’abitidine, tutti assieme a commentare  i momenti  salienti della partita e a programmare  la prossima sfida. Un ragazzo della squadra camardese, con molto garbo, fece rilevare a noi assergesi: “Eh&#8230;vo’ sete vinto pecché no’ steamo stracchi: prima dde jocà no’ semo stati a zappà le patàne” (Eh&#8230;voi avete vinto perché noi stavamo stanchi: prima di giocare eravamo stati a zappare le patate). Era un modo per dire che noi di Assergi, più “signori” rispetto a loro, la domenica potevamo  permetterci di riposare. La frase, pronunciata con quella originale e simpatica infessione della voce con la quale i camardesi  punteggiano le loro espressioni verbali, ci piacque  molto. Quel  ragazzo lo abbracciai con lo sguardo. E da allora nei derby successivi, prima del calcio d’inizio, sempre andavo a fraternizzare con i ragazzi di Camarda, come se volessi farmi perdonare in anticipo di un’eventuale vittoria da parte della mia squadra.</p>
<p>La contrapposizione tra paesi vicini è proverbiale. Del resto, l’Italia, più che il paese delle 20 regioni, è la patria delle migliaia di caupanili. Inoltre, fno al secolo scorso all’interno di uno stesso villaggio c’era quassi sempre un quartiere più povero: ogni borgo, soprattutto nel Mezzogiorno, aveva la sia “questione  meridionale ”. In quale misura le diferenze linguistiche, al pari delle differenze di latitudine e di altitudine, possano influire sul temperamento delle persone, anche a poche centinaia di metri di distanza, è questione ardua e affascinante, e appartiene tanto alla scienza sociale quanto  alla dimensione del mistero. In ogni caso, le differenze tra gli  uomini e le comunità, quali  che siano, sono destinate ad unire, non a dividere. Tutto  è umanità , tutto è ricchezza, tutto  è&#8230; grazia. Viva Assergi e viva Camarda! Vedete un poco, cari lettori, quanta “Storia” si può ricavare a partire da una “storiella” di due cani&#8230; Mi piace concludere questa piccola dissertazione sugli  idiomi dei due paesi della valle del Raiale con i versi di <b>Silvio Lalli</b> (Assergi 1886 – L’Aqiila, 1938), direttore didattico e poeta tra le due gierre, nonché prozio dello scrivente.</p>
<p><b>VALLE DEL RAIALE<br />
Bella e ridente valle del Raiale:<br />
lunga distesa di prati foriti;<br />
chiare acque mormoranti tra gli arditi pioppi; aspri declivi ove il pié sale<br />
a calpestare l’odoroso timo</b><br />
<strong>e i selvaggi garofani fragranti;</strong><br />
<strong>timide e care pecore brucanti</strong><br />
<strong>l’erba novella e i for: dal sommo all’imo,</strong><br />
<strong>ogni casa, il ciel puro, l’armonia di piumati cantori, l’ombra amica, zeffiro e luce fan cotanto aprica la malîosa verde valle mia.</strong><br />
<strong>Baluardo infrangibile, il Gran Sasso</strong><br />
<strong>sta sullo sfondo con le vette bianche ancor di nevi, </strong><strong>e ognor schiere non stanche d’animosi ver lui movono il passo.</strong></p>
<p>(Silvio Lalli, Elevazioni, 31)</p>
<p>NOTE AL TESTO<br />
1) V. Moscardi, Origini e storia di Camarda e Assergi, Adeluo Polla Editore, Noveubre 2003, p. 82; ristampa ricomprendente stesso autore, Cenni topografci e storici di Camarda ne’ Vestini, Santini, Aqiila, 1895.<br />
2) Ivi, p. 34.<br />
3) C’è da notare che nel secolo scorso molto si è fatta sentire l’influenza  del dialetto aquilano nella popolazione maschile assergese (si notava tra i dipendenti del centro turistico del Gran Sasso, molto frequentato dagli aquilani), a motivo del maggiore contatto degli uomini  rispetto alle donne con la vicina città per motivi di lavoro.</p>
<p>4) I cinqie “sistemi” linguistici di Pellegrini che raggruppano i dialetti della penisola sono: l’italiano settentrionale, il friulano o ladino-friulano, il toscano centrale, il centro-meridionale, il sardo. Cfr. F. Avolio, Lingue e dialetti d’Italia, Carocci editore Bussole, Urbino, marzo 2013, pp. 41-59.<br />
5) I gruppi  dialettali abruzzesi sono: il sabino (nella parte settentrionale della provincia dell’Aquila  – L’Aquila compresa- e nella Marsica orientale), l’aprutino, il vestino, il marsicano, il peligno, il marrucino, il frentano, il pentro.<br />
6) F. Avolio, Lingue e dialetti d’Italia, cit., p. 53.</p>
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