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	<title>Ugo Foscolo Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Ugo Foscolo Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>LA GRECITÀ DI FOSCOLO COME PATRIA PERDUTA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 16:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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<p>Da Leonida di Taranto a Ibico, da Zacinto alla Magna Grecia. Il mito, il distacco e le sponde che non si toccano più di Pierfranco Bruni La grecità di Foscolo&#8230;</p>
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<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>La grecità di Foscolo passa inevitabilmente non solo attraverso i poeti lirici greci e l&#8217;impalcatura omerica del nostos e dei nostoi, ma ha riferimenti precisi nella poesia della Magna Grecia che sono essenziali. Da Taranto a Reggio Calabria. Come per dire da Leonida di Taranto a Ibico di Reggio. Oltre la geografia c&#8217;è il mito. Foscolo è dentro il mito con gli archetipi e una griglia simbolica. È chiaro che Zacinto diventa fondamentale.</p>
<p>C&#8217;è da considerare che Leonida di Taranto venne tradotto da un altro poeta magno-greco più contemporaneo come Salvatore Quasimodo e Ibico divenne specchio metaforico per Pavese durante i mesi di confino a Brancaleone Calabro, mare dalle greche. La grecità in Foscolo fu dunque Patria. Una eredità che ha nel suo interno un linguaggio onirico certamente, ma profondamente tragico. La passione del tragico come condizione d&#8217;esistere è dentro questo percorso.</p>
<p>La passione del tragico è una condizione d&#8217;esistere. Sia in Leonida che lascia Taranto in modo dolorante. Sia in Ibico che traccia i tramonti rossi del Mediterraneo calabro. Sia in Foscolo che fa della sua grecità peloponnesiaca l&#8217;isola-radice del non ritorno. Tra Leonida e Foscolo c&#8217;è il _topos_ del distacco dalla terra straniera e della morte distante da dove sono nati.</p>
<p>Leonida offre uno spaccato singolare in questi versi che è necessario citare integralmente: &#8220;Lontano dalla terra d&#8217;Italia io giaccio / e dalla mia Taranto: questo mi è più amaro / della stessa morte. / Tale è la sorte dei nomadi, triste. / Ma le Muse mi amarono&#8230;&#8221;.  Siamo nell&#8217;Antologia Palatina, VII, 736.</p>
<p>Nomadi triste! È un concetto di una pregnanza simbolica malinconica e fortemente metaforica. Come pure la lontananza dalla terra natia. Così in Foscolo. Lo scenario è emblematico nella sua Zacinto. Un colpo potentemente drammatico con il quale Foscolo trafigge il tempo che vive. Si legge: &#8220;Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell&#8217;onde / del greco mar da cui vergine nacque / Venere, e fea quelle isole feconde / col suo primo sorriso, onde non tacque / le tue limpide nubi e le tue fronde / l&#8217;inclito verso di colui che l&#8217;acque / cantò fatali, ed il diverso esiglio / per cui bello di fama e di sventura / baciò le sue petrose irto Ulisse, / Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra; a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura.&#8221;</p>
<p>A Zacinto. Siamo sempre alle sponde. A quelle sponde che legano, separano e creano rimembranze di fuoco. Le sponde che non si rivedranno più. Anzi, non si toccheranno più. Né più mai toccherò. È verbo tattile, carnale. Non è vedere. È toccare. La grecità di Foscolo è tutta in quel tatto negato.</p>
<p>Zacinto e Taranto. Non sono modelli. Il mito nato tale si trasforma in ierofania, per dirla con Mircea Eliade. In mezzo serpeggia il labirinto. Ma non giungerà alcuna Arianna a riportare il tempo dell&#8217;infanzia e della giovinezza nella terra delle radici. Ecco dunque la diversità con Ulisse. Ulisse ritorna. Leonida e Foscolo no. Il loro _nostos_ è impossibile. Per questo è più tragico di quello omerico.</p>
<p>Il tempo, le Muse e le illusioni forti sono una dimensione dell’esistere. Ma c&#8217;è di più. Perché è la poesia che va oltre il tempo e la morte. Quando Leonida annota: &#8220;Il nome di Leonida non è morto. / I doni delle Muse lo tramandano / per ogni tempo&#8221; Ancora dall&#8217;Antologia Palatina, VII, 715, Foscolo sembra riflettere con questo inciso dai Sepolcri: &#8220;E me che i tempi ed il desio d&#8217;onore / fan per diverse genti ir fuggitivo, / me ad evocar gli eroi chiamin le Muse&#8230; / E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, / ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà sulle sciagure umane.&#8221;</p>
<p>Dei Sepolcri, vv. 226-231. Il concetto di tempo e il tempo tra finitezza e infinito costruiscono il vero senso archetipale. Dunque gli archetipi costruiscono il legame tra la perdita, il ricordo, la memoria e la poesia. Ai versi di Leonida: &#8220;Infinito fu il tempo, uomo, prima che tu venissi alla luce, e infinito sarà quello dell&#8217;Ade. E quale parte di vita qui ti spetta, se non quanto un punto&#8230;?&#8221; (VII, 472). Foscolo intensifica una componente pienamente filosofica proprio sul tempo. Infatti ci sono le &#8220;cose&#8221; che la memoria restituisce come visione onirica e intoccabile, però se non attraversi l&#8217;immaginario della memoria. Ed è così che Foscolo incide per sempre nel marmo: &#8220;Ma perché pria del tempo a sé il mortale / invidierà l&#8217;illusion che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite? / Non vive ei forse anche sotterra, quando / gli sarà muta l&#8217;armonia del giorno, / se può destarla con soavi cure / nella mente de&#8217; suoi? Celeste è questa / corrispondenza d&#8217;amorosi sensi&#8230;&#8221;.<br />
E ancora, prima: &#8220;E quando il tempo con sue fredde ali / vuota i silenzi della notte, e il fango / copre i relitti delle umane cose, / e l&#8217;oblio preme le memorie erette&#8230;&#8221;.</p>
<p>Le umane cose restano relitti. Ovvero tendenti a diventare macerie. Siamo dentro le macerie del tempo che ci conduce alla fine. Ma le Muse, per Leonida e per Foscolo, sono ciò che salva dal fango. L&#8217;illusione forte.</p>
<p>La presenza di Ibico è nell&#8217;eros mentre il paesaggio-anima crea atmosfere. In questa grecità profonda Ibico dalle sponde greche della Calabria insiste con la sua propendente voce fatta di echi di vento e di vento sulla schiuma di onde sugli scogli. Legando così il paesaggio all&#8217;eros, al tormento che si esplica nel tragico. La grecità è tragica e ci invita lungo questo sentiero.</p>
<p>Da un Frammento di Ibico si può notare:  &#8220;In primavera, i meli cidoni / irrorati dalle correnti dei fiumi, / là dov&#8217;è il giardino incontaminato / delle Vergini &#8211; e i fiori della vite, / che crescono sotto i tralci ombrosi, / ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros / in nessuna stagione si posa: / ma come il tracio Borea, / avvampante di folgore, / balza dal fianco di Cipride con brucianti / follie e tenebroso, intrepido, / custodisce con forza, saldamente, / il mio cuore&#8221;.</p>
<p>È certo che Ibico crea l&#8217;atmosfera. E si tratta di paesaggio ad anima. Atmosfera greca in Magna Grecia. Ma non c&#8217;è il tragico. Non c&#8217;è la diaspora. L&#8217;esilio. La fuga. Mentre Leonida e Foscolo sono la terra perduta. Anzi, sono terra-delirio. La differenza c&#8217;è. Ma si ha bisogno anche di atmosfere per entrare nel tragico. Leonida e Foscolo sono aggrediti dal tragico. Ibico dall&#8217;eros.  Ed è qui la lezione per Pavese. A Brancaleone Calabro, Pavese legge Ibico e capisce che la grecità magno-greca non è archeologia, è eros che diventa paesaggio. Il mare greco di Calabria è lo stesso mare di Zacinto. Ma mentre Ibico può ancora cantare l&#8217;eros nella primavera, Leonida e Foscolo non possono più cantare che la perdita. Perché il loro tempo è finito. Il loro è un tempo di tramonto, non di primavera.</p>
<p>Il tempo è il centro di tutto. In Foscolo la grecità non è vita. È patria perduta. È il luogo dove il destino e la coerenza coincidono. Zacinto non è un&#8217;isola. È l&#8217;infanzia che non si tocca più. Taranto non è una città. È la madre che non ti seppellirà. E tra queste due sponde, tra Leonida e Foscolo, tra Quasimodo che traduce e Pavese che trascrive, c&#8217;è il filo rosso della Magna Grecia come metafora dell&#8217;uomo moderno: nomade triste, con le Muse come unico pane quotidiano. E le Muse, come dice Leonida, ci tramandano per ogni tempo. Ciò crea una tradizione. Senza la quale non ci sarebbe l&#8217;amor di patria e tanto meno la nostalgia.  Tanto meno la fedeltà alle radici e il senso di appartenenza..</p>
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		<title>Ugo Foscolo. La Patria perduta e l&#8217;esilio come virtù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 09:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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<p>L’esilio di Foscolo: la Patria come fedeltà interiore &#160; Pierfranco Bruni La Grecia. Il Peloponneso. Venezia. Tre riferimenti che danno a Ugo Foscolo non solo il senso delle origini ma&#8230;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>La Grecia. Il Peloponneso. Venezia. Tre riferimenti che danno a Ugo Foscolo non solo il senso delle origini ma anche l&#8217;onor di Patria. O meglio il senso vero della Patria. La Patria perduta. La Patria di un uomo che vive di viaggi e di fughe, di ribellione e di impavido anticonformismo. La Patria di un esiliato. Ha fatto della Patria la sua vita. A volte è una metafora della propria biografia. Direi autobiografia vera e propria perché è fortemente presente un crogiolo di emozioni e di sentimenti.</p>
<p>Foscolo non ha mai avuto una Patria in pace. Ovvero serena. Se può essere il termine giusto. L&#8217;ha avuta in guerra. L&#8217;isola di Zacinto è Patria, perché è nascita e mito, è greco-veneta, è la madre dialettica tra Ellenismo e Cristianità. Lo dice lui stesso, esule a Londra, con il verso più puro della nostra letteratura di esilio: “Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell&#8217;onde / del greco mar da cui vergine nacque” (Ugo Foscolo, A Zacinto, 1803, vv. 1-4). Le sponde e la nascita. Le radici forti oltre la storia. Nel tempo.</p>
<p>Ma Patria è anche l&#8217;Italia. Anzi, è soprattutto l&#8217;Italia come invenzione morale. Un&#8217;Italia che non esiste ancora come Stato e che proprio per questo esiste come dolore. Un&#8217;Italia che è profezia. La rottura del 1797 è sangue che scorre. Il Trattato di Campoformio con il quale si lacera un&#8217;identità. Venezia venduta da Bonaparte all&#8217;Austria come merce. Lì Foscolo comprende che la modernità può essere tradimento. La Francia rivoluzionaria che aveva promesso libertà diventa potenza che mercanteggia popoli. È la prima grande delusione della sua virtù. Scrive a Bonaparte giovane generale con l&#8217;ingenuità del credente e poi ne annota il tradimento: la libertà venduta. È il tragico dell&#8217;uomo libero.</p>
<p>Da quella ferita nasce l&#8217;Ortis. Le ultime lettere di Jacopo Ortis, prima edizione nel 1802, definitiva Londra 1817, non sono solo un romanzo d&#8217;amore. Sono il romanzo della Patria negata. Dove si intrecciano la perdita dell&#8217;amore per Teresa e lo squarcio della Patria. Lo dichiara Jacopo stesso nella lettera più politica di tutte che resta nell&#8217;anima : “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia” (Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, 11 ottobre 1797). Sciagure e infamia per una Patria lacerata.</p>
<p>Con un ulteriore squarcio che è il pugnale che Jacopo si conficca nel petto. Suicidio d&#8217;amore? Non solo. Suicidio politico. È l&#8217;uomo virtuoso che non accetta di vivere nella servitù di un&#8217;Italia occupata. Jacopo non muore per amore, muore perché non può vivere senza Patria. Il suo gesto è machiavelliano nella sua disperazione: meglio la morte libera che la vita serva. Come già annota: “Io sento che la mia patria non esiste più per me” (Ibidem, 1798). Può esistere come fatto esterno o esteriore ma non ha la spiritualità cui parla Ugo.</p>
<p>Nel 1807 i Sepolcri ricostruiscono un percorso che è memoria e recupero degli uomini illustri che hanno fatto la Patria con la storia e l&#8217;identità patriottica nel disegno di una visione nazionale. Dei Sepolcri, carme composto tra il 1806 e il 1807, è il suo testamento civile. Se i vivi sono schiavi, saranno le tombe a parlare. Ed è lì che chiama a raccolta le nostre ombre tutelari. La sua terzina è una genealogia dell&#8217;Italia che cerca di rivivere: “Ma più beata allor che le ceneri / di Machiavelli e Michelangelo / e di Galileo&#8230;” e poi “&#8230;A egregie cose il forte animo accendono / l&#8217;urne de&#8217; forti” (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 154-158 e v. 151). I Padri della Patria Nazione.</p>
<p>Non è una enumerazione retorica. È una genealogia. Machiavelli, Michelangelo, Galileo Galilei riportano sulla scena l&#8217;idea della Patria se pur nella memoria come Rinascimento del pensiero e della visione di struttura geografica. Sono le tre Italie che fanno l&#8217;Italia. La politica con Machiavelli, la bellezza con Michelangelo, la scienza con Galileo. Contro i rapinanti e gli invadenti. Contro i francesi e gli austriaci, contro i servi interni e i padroni esterni. E aggiunge, definendo la sua poetica delle tombe come illusione necessaria e singolare: “&#8230;e a queste il nome / che le fa forti contro il fato / &#8230; / celeste è questa / corrispondenza d&#8217;amorosi sensi” (Ibidem, vv. 23-30 passim). Gli amorosi sensi sono nella coscienza della conoscenza della vita e della ribellione.</p>
<p>Un modello di identità nazionale contro i rapinanti e gli invadenti. Un riferimento per Mazzini che farà dell&#8217;italianità una giovinezza primordiale dalle radici profonde. L&#8217;Italia giovane per riscattarsi dal nemico. Mazzini lo riconoscerà come maestro: Foscolo è il riferimento fondante di tutto ciò. Senza Foscolo non c&#8217;è Mazzini. Senza il sepolcro vuoto di Santa Croce non c&#8217;è la Giovine Italia. Mazzini scriverà nel 1842 che Foscolo “ha incarnato l&#8217;Italia futura”. Quell&#8217;Italia risorgimentale che non finirà completamente il suo cammino.</p>
<p>Il conflitto con Napoleone è la testimonianza fondamentale. Quello che è stato giacobino non riconosce più alcuna Francia rivoluzionaria non accettandola per le sue tragiche ambiguità e l&#8217;Austria distruttrice di civiltà libera. Foscolo rompe con l&#8217;Imperatore nel 1811 con l&#8217;Ajace, tragedia rappresentata alla Scala e subito censurata perché allusiva alla tirannide napoleonica. E Napoleone lo capisce e lo colpisce. Lo esilia dalla cattedra di eloquenza a Pavia, dove aveva pronunciato la celebre prolusione Dell&#8217;origine e dell&#8217;ufficio della letteratura del 22 gennaio 1809 che costituisce un manifesto identità: “Italiani, vi esorto alle storie” (Ugo Foscolo, Prolusione pavese, 1809). Alle storie che sono appartenenza di una comunità.</p>
<p>Foscolo vive l&#8217;esilio come riscatto per una Patria completamente italiana. Dal 1815 in poi, prima a Firenze, poi a Londra dal 1816 fino alla morte nel 1827 a Turnham Green, è l&#8217;esule per eccellenza. Ma il suo esilio non è fuga, è testimonianza. È la condizione esistenziale dell&#8217;uomo libero che non può tornare perché tornare significherebbe patteggiare con il servo. Scriveva in Inghilterra, nella sua ultima illusione in cui terra e figlio sono il vero legame: “Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra” (Dei Sepolcri, v. 11). La terra materna è il cerchio più fondante del vissuto.</p>
<p>È tutto Foscolo in questo verso. Non ha altro da darti, Patria, che il canto. Ma il canto è più forte degli eserciti. Come dirà nelle Grazie incompiute, cercando nella classicità greca l&#8217;ultima patria possibile, quella della bellezza che salva: “&#8230;le Grazie&#8230;” come armonia perduta che ritorna. Il perduto non è mai dimenticato. Infatti Foscolo è l&#8217;anti servo per eccellenza. Non ha mai chiesto protezione a un potente. Ha rifiutato pensioni austriache, ha rifiutato compromessi, è morto povero a Londra, perseguitato dai debiti, sepolto in terra straniera nel cimitero di Chiswick prima che nel 1871, per decreto di una Italia finalmente unita, le sue ossa tornassero finalmente in Santa Croce, accanto a quel Machiavelli che aveva invocato e a quel Michelangelo che aveva amato e che non smetterà di custodire.</p>
<p>La sua modernità è questa: aver compreso che la Patria non è un confine, non è una carta geografica, non è una amministrazione. La Patria è una fedeltà interiore. È virtù che resiste quando tutto è crollato. È l&#8217;uomo che resta italiano quando l&#8217;Italia non c&#8217;è. Per questo ancora oggi ci parla. Perché ci insegna che l&#8217;esilio non è una sconfitta se lo vivi con dignità. Che la Patria perduta può diventare Patria ritrovata solo se la si porta dentro come ferita aperta e come promessa. Come attesa. Oltre le illusioni stesse.</p>
<p>Credo Foscolo sia il primo italiano moderno proprio perché è un esule antico. Greco di nascita, veneziano di sangue, italiano per scelta tragica. In lui si ricongiungono Zacinto e Santa Croce, il Peloponneso e Venezia, l&#8217;Illiade e l&#8217;Ortis. È l&#8217;uomo che ha fatto della vita una lettera d&#8217;amore alla Patria che non c&#8217;era. Una epistola con la quale si inizia una confessione. Confessione della storia umana nel tempo individuale. Forse questo è il Foscolo che individua il tracciato di una tradizione che occorre recuperare.</p>
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		<title>FOSCOLO TRA LA PASSIONE LE PASSIONI E L&#8217;ESILIO. LUNGO IL BICENTENARIO DELLA MORTE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[bicentenario dalla morte]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Foscolo]]></category>
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<p>Passioni, Passione e Esilio. Tre coordinate nella vita di Ugo Foscolo per un Bicentenario che ci aspetta. Dunque. L&#8217;esilio in Foscolo è una rappresentazione profonda e radicale ma anche volontaria.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/17/foscolo-tra-la-passione-le-passioni-e-lesilio-lungo-il-bicentenario-della-morte/">FOSCOLO TRA LA PASSIONE LE PASSIONI E L&#8217;ESILIO. LUNGO IL BICENTENARIO DELLA MORTE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1920" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d-200x300.jpeg 200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d-683x1024.jpeg 683w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d-768x1152.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d-1170x1755.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/47421ef9-b35d-4bab-9c6f-6b881bff1b2d-585x878.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>Passioni, Passione e Esilio. Tre coordinate nella vita di Ugo Foscolo per un Bicentenario che ci aspetta. Dunque. L&#8217;esilio in Foscolo è una rappresentazione profonda e radicale ma anche volontaria. Per troppa fedeltà alla Patria e alla sua Venezia. L&#8217;esilio è sempre una trasgressione al tempo del vissuto. Foscolo si trovò dentro la passione per la Patria e dentro le passioni degli amori. Fu rivoluzionario anche in questo. E capì che il legame tra passioni, Passione e Illusione era strettissimo. Versi lancinanti che restano ferita aperta e dicono già la Passione come destino:</p>
<p>&#8220;Né più mai toccherò le sacre sponde<br />
ove il mio corpo fanciulletto giacque,<br />
Zacinto mia, che te specchi nell&#8217;onde<br />
del greco mar da cui vergine nacque</p>
<p>Vergine nacque Venere e a que&#8217; climi<br />
non ridarà mai il fato, ohimè, il mio canto,<br />
né di mia cara madre in seno io pongo<br />
le mie membra, ma a noi prescrisse<br />
il fato illacrimata sepoltura&#8221;.</p>
<p>Zacinto come destino lacerato. Come ferita eterna. Come un nostos greco che non si compie. L&#8217;esilio è il frantumarsi dell&#8217;anima. Il resto è sepolcro. Ma la morte non può essere strappo. È consapevolezza e ancora di più vicinanza. L&#8217;esilio è uno strappo. Come lo fu per Ovidio sul Mar Nero. Per Dante lungo le scale altrui. Come lo fu per Cioran a Parigi. Come lo fu per Maria Zambrano che fece dell&#8217;esilio una metafisica dell&#8217;anima.</p>
<p>La passione non si descrive. Può rappresentarsi? Foscolo dirà con lucidità tagliente: &#8220;Sente assai poco la propria passione, o lieta o triste che sia, chi sa troppo minutamente descriverla&#8221;. Ma cos&#8217;è la passione per Foscolo? La Patria fu l&#8217;identità di una passione identitaria esistenziale. Questa fu Passione patriottica che diventa illusione con il suo esilio. Quindi il contrasto tra Passione e Illusione è potente. È l&#8217;anima che si innalza e cade. Ma l&#8217;anima può cadere? Certo. Metaforico convetto del cielo e delle macerie avrebbe detto il mio Cioran.</p>
<p>Camus dirà, nel tempo della peste che è anche tempo dell&#8217;esilio interiore e della passione spezzata: &#8220;Tutti avevano sofferto insieme, sia nella carne che nell&#8217;anima, d&#8217;una difficile vacanza, d&#8217;un esilio senza rimedio e di una sete mai appagata&#8221;. Dante considera l&#8217;esilio come profezia e condanna. Cacciaguida annuncia:</p>
<p>&#8220;Tu lascerai ogne cosa diletta<br />
più caramente; e questo è quello strale<br />
che l&#8217;arco de lo essilio pria saetta.<br />
Tu proverai sì come sa di sale<br />
lo pane altrui, e come è duro calle<br />
lo scendere e &#8216;l salir per l&#8217;altrui scale…&#8221;</p>
<p>Così Dante Alighieri in Paradiso XVII, versi 55-60. È lo stesso sale che Foscolo assaggerà a Londra, povero, malato, dimenticato. Resta fondamentale un incipit che è emblema di patria e di esilio e di passione tradita. È l&#8217;inizio delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo epistolare scritto dopo il Trattato di Campoformio del 1797 con cui Napoleone cedette Venezia all&#8217;Austria: &#8220;Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia&#8221;.</p>
<p>Sciagure e infamia. Dunque. La fine delle illusioni e con esse il morire delle Passioni. Qui si chiude la fase politica delle illusioni di Foscolo. Qui finisce il giacobino e nasce l&#8217;esule metafisico. L&#8217;esilio vissuto come condanna metafisica. La Patria tradita è uno dei temi fondamentali di Foscolo. Così sempre in Jacopo Ortis: &#8220;Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia straniere e le mie ossa poseranno su la terra de&#8217; miei padri&#8221;.</p>
<p>Il tradimento ha in sé il senso del tragico. Una trasfigurazione che lo conduce a meditare su Ulisse. Ma Ulisse ritorna a Itaca e Foscolo sa che non ritornerà. Sperava di morire in patria e invece il fato gli prescrisse illacrimata sepoltura, come canta nel sonetto A Zacinto.</p>
<p>Teresa in Jacopo Ortis è una delle passioni amorose che intreccia amor patrio e amore sensuale. La Patria e la donna sono la stessa Passione. Infatti Jacopo a Teresa confessa con carnalità disperata: &#8220;Preparami un migliaio di baci, ch&#8217;io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste&#8221;. Passione e carnalità. Passione e patria. Lo stesso incendio.</p>
<p>La sua saggezza nasce dalla sua riflessione filosofica e l&#8217;intreccio tra letteratura e filosofia si compie sulla sconfitta delle illusioni e la perdita delle passioni o viceversa. Appunto affermerà nella sua antropologia del disincanto: &#8220;Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita&#8221;. Anche se scriverà ad Antonietta Fagnani Arese, la donna che fu la sua passione più lacerante e mondana: &#8220;Io non so né come io t&#8217;ami, né quanto; so che il mio amore è l&#8217;unica mia vita&#8221;.</p>
<p>Sarà la poesia a mettere insieme il tutto perché è sempre convinto nonostante tutto che: &#8220;Un uomo che non ha passioni non ha calore nel cuore, né forza nell&#8217;anima, né luce nell&#8217;ingegno&#8221;. Ma anche qui il destino diventa una certezza. Infatti: &#8220;Il mondo è una foresta di destini&#8221;. È il tempo comunque che sempre domina. Il timore? Probabilmente sì. Perché è proprio nei Sepolcri che annida la risposta alla passione che muore e all&#8217;esilio che resta: &#8220;E quando il tempo con sue fredde ali<br />
spazza fin le rovine, le Pimplee<br />
fan lieti di lor canto i deserti,<br />
e l&#8217;armonia vince di mille secoli il silenzio&#8221;.</p>
<p>La poesia fa da contrasto all&#8217;oblio del tempo e quindi anche alle Illusioni e alle passioni e alla Passione. La poesia è l&#8217;unica patria che non tradisce. Ecco perché Foscolo non è innovativo. Ma porta con sé novità. Anche perché Foscolo non credeva alle innovazioni e tanto meno alle rivoluzioni intese come moda. Un passaggio che riporta a Schopenhauer e che è la sua poetica: &#8220;L&#8217;arte non consiste nel rappresentare cose nuove, ma nel rappresentarle con novità&#8221;.</p>
<p>In fondo la Patria, questa passione antica, resta dentro il cuore, l&#8217;anima, il corpo, la fatica d&#8217;esistere in quanto la si porta sempre con sé. La sua definizione è metafisica: &#8220;La patria è là dove l&#8217;anima è ferma&#8221;. Foscolo era in esilio volontario dal 1816. Non aveva voluto fare atto di fedeltà e giuramento al regime austriaco che era subentrato a Milano dopo la caduta del Regno Italico. Aveva scelto la fedeltà alla propria coscienza piuttosto che la sicurezza di una cattedra. I suoi ultimi anni li visse in una situazione di estrema povertà, inseguito dai creditori, umiliato, costretto a dare lezioni private di italiano per sopravvivere. La morte lo colse a Turnham Green, sobborgo di Londra, il 10 settembre 1827, all&#8217;età di 49 anni, ammalato di idropisia, con l&#8217;acqua nei polmoni che è anche simbolo dell&#8217;acqua del mare di Zacinto che non poté più toccare. Vi era accanto la figlia Floriana.</p>
<p>La metafora delle ultime parole di Jacopo a Teresa restano emblematiche di tutto il Foscolo esule e appassionato e dicono già la sua morte londinese: &#8220;Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto! Perdonami, Teresa, se mai&#8230; ah consolati, e vivi per la felicità de&#8217; nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri. Ora tu accogli l&#8217;anima mia&#8221;. Un gesto finale che sembra raccogliere le finite illusioni e il tragico in disperazione. Teresa come ultimo colloquio? Teresa come Patria impossibile? Teresa come Zacinto che non si tocca più? Teresa come Passione che non muore ma si fa sepolcro?</p>
<p>In Foscolo l&#8217;esilio non è solo geografia. È ontologia della Passione. È il modo di stare al mondo di chi ha amato troppo la Patria e troppo le donne per accettarne la servitù. È eresia civile e eresia amorosa. È quella che Maria Zambrano chiamerà l&#8217;esilio come patria dell&#8217;anima, dove il vero esule non perde la patria ma la porta con sé come ferita sacra e come passione incancellabile. Per questo Foscolo è nostro contemporaneo. Perché ci insegna che l&#8217;esilio e la passione non sono una punizione inflitta da un potere. Sono una scelta di chi non vuole tradire la propria anima. Non tradisce.  Accetta la perdita delle illusioni e la sconfitta delle passioni.</p>
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		<title>L&#8217;inquietudine di un intellettuale moderno: il progetto di Pierfranco Bruni in occasione del Bicentenario della morte di Ugo Foscolo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/06/linquietudine-di-un-intellettuale-moderno-il-progetto-di-pierfranco-bruni-in-occasione-del-bicentenario-della-morte-di-ugo-foscolo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=linquietudine-di-un-intellettuale-moderno-il-progetto-di-pierfranco-bruni-in-occasione-del-bicentenario-della-morte-di-ugo-foscolo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 17:29:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[bicentenario dalla morte]]></category>
		<category><![CDATA[L'inquietudine dell'uomo moderno]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Foscolo]]></category>
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<p>Ugo Foscolo è un eretico rivoluzionario. Il dolore dell’inquietudine non è solo tra le pagine di Ugo Foscolo, ma è soprattutto nella sua vita di costante Ulisse in fuga”.  &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/06/linquietudine-di-un-intellettuale-moderno-il-progetto-di-pierfranco-bruni-in-occasione-del-bicentenario-della-morte-di-ugo-foscolo/">L&#8217;inquietudine di un intellettuale moderno: il progetto di Pierfranco Bruni in occasione del Bicentenario della morte di Ugo Foscolo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Ugo Foscolo è un eretico rivoluzionario. Il dolore dell’inquietudine non è solo tra le pagine di Ugo Foscolo, ma è soprattutto nella sua vita di costante Ulisse in fuga”.</p>
<p style="text-align: center;">                                    Pierfranco Bruni</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p>“Ugo Foscolo. L’inquietudine dell’intellettuale moderno”. Il nuovo lavoro che sarà curato da Pierfranco Bruni in occasione del bicentenario della morte di Foscolo. La modernità di Ugo Foscolo e l’eresia del rivoluzionario.<br />
Un articolato lavoro che vede al centro:<br />
Ugo Foscolo. L’inquietudine dell’intellettuale moderno in contesto post Illuminista , oltre il romanticismo e anticipatore del tragico del Novecento sia letterario che filosofico.<br />
Pierfranco Bruni sottolinea : “Ugo Foscolo è un eretico rivoluzionario. Il dolore dell’inquietudine non è solo tra le pagine di Ugo Foscolo. Ma è soprattutto nel sua vita di costante Ulisse in fuga”.<br />
La rivoluzione e l’eresia. Un binomio che permette di leggere Ugo Foscolo tra il superamento della Ragione e la “rappresentazione” del rivoluzionario nella sua attualità. “Ugo Foscolo. L’inquietudine dell’intellettuale moderno”. È il titolo di un progetto curato da Pierfranco Bruni che si soffermerà sul rapporto della modernità dell’inquietudine nel superamento delle forme dell’Illuminismo e il rivoluzionario nell’eresia.<br />
Il tema centrale riguarda il ruolo che ha svolto Foscolo a cominciare dall’ode “A Luigia Pallavicini” e all’ode “Bonaparte liberatore” passando attraverso “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura” sino a toccare i suoi saggi sul Petrarca, su Boccaccio, su Dante.<br />
Ma è l’impegno del Foscolo che emerge dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” che diventa il fulcro intorno al quale ruota la visione post illuminista e prettamente oltre romantica e risorgimentale nella rivoluzionaria eresia.<br />
“Su questi aspetti, osserva Pierfranco Bruni, scrittore e Vice Presidente nazionale del Sindacato Libero Scrittori Italiani, lavoro sulla storia delle idee e sui temi letterari e storici. Un lavoro  che va completamente oltre le forme didattiche e scolastiche”.<br />
“È un saggio, chiosa Bruni, fortemente legato anche ad elementi filosofici, grazie ai quali cerco di sottolineare come il Foscolo vada oltre l’Illuminismo e segna l’inizio di quella decadenza post rinascimentale sino a toccare l’estetica e l’inquietudine dannunziana”.<br />
Infatti, dichiara ancora Bruni, il legame tra Foscolo e D’Annunzio è uno dei perni fondamentali.<br />
La figura e l’opera di Ugo Foscolo, nato a Zante nel 1778 morto Turnham Green nel 1827 diventa, secondo Pierfranco Bruni, il fulcro dell’inquieto decadentismo e dell’uomo completamente libero ed eretico che rompe gli schemi sia dell’Illuminismo che del Romanticismo e si intaglia nella modernità del cuore dell’uomo.<br />
“Sull’inquieto della modernità si scava tra i testi di Foscolo, chiarisce Bruni, ed emerge un Foscolo nostro contemporaneo, anticipatore della tragedia nicciana. Un Ulisse in costante fuga e non in viaggio. Una fuga esistenziale, metafisica e geografica”. Uno scrittore insomma tra poesia e filosofia.</p>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro <img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-4345 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg 288w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2.jpg 400w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/02/06/linquietudine-di-un-intellettuale-moderno-il-progetto-di-pierfranco-bruni-in-occasione-del-bicentenario-della-morte-di-ugo-foscolo/">L&#8217;inquietudine di un intellettuale moderno: il progetto di Pierfranco Bruni in occasione del Bicentenario della morte di Ugo Foscolo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Ugo Foscolo, l’inattualità di un &#8220;contemporaneo&#8221; nel destino del tragico. Verso il bicentenario della morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 19:41:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Foscolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-10.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-10.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/Untitled-design-10-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Il mio Foscolo è il “vizio” che mi “trascina” a Pavese. Dove l’oltre è soltanto il “gorgo muto”. Come Pavese, Foscolo resta l’inattuale di un contemporaneo che aveva ben compreso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Il mio Foscolo è il “vizio” che mi “trascina” a Pavese. Dove l’oltre è soltanto il “gorgo muto”. Come Pavese, Foscolo resta l’inattuale di un contemporaneo che aveva ben compreso la malattia della modernità. Ovvero aveva ben compreso che siamo fatti di macerie e l&#8217;uomo non è altro che un relitto che ha bisogno di solitudine. Da Itaca a Zacinto. Il greco Foscolo morì di oblio dopo aver attraversato l&#8217;avventura di un&#8217;esistenza. Si chiuse nel suo destino&#8221;.</p>
<p>Pierfranco Bruni</p></blockquote>
<p>Ugo Foscolo. Il poeta che traccia il silenzio dei “Sepolcri” e la grecità di Zante nel canto sublime di un ulissismo dolorante. La rivoluzione e l’eresia. Un binomio che permette di leggere Ugo Foscolo tra il superamento della Ragione e la “rappresentazione” del rivoluzionario nella sua attualità. Ugo Foscolo. L’inquietudine dell’intellettuale moderno nell’eresia del rivoluzionario è un percorso fondamentale per comprendere l’agonia di un’epoca e la solitudine di un uomo.<br />
È uno dei temi centrali e riguarda anche il ruolo che ha svolto Foscolo a cominciare dall’ode “A Luigia Pallavicini” e all’ode “Bonaparte liberatore” passando attraverso “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura” sino a toccare i suoi saggi su Petrarca, su Boccaccio, su Dante.<br />
Ma è l’impegno del Foscolo che emerge dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” che diventa il fulcro intorno al quale ruota la visione post illuminista e prettamente romantica e risorgimentale oltre che rivoluzionaria nell’eresia. Su questi aspetti bisogna attentamente riflettere attraverso elementi filosofici, grazie ai quali si cerca di sottolineare come il Foscolo vada oltre l’Illuminismo e segna l’inizio di quella decadenza post rinascimentale sino a toccare l’estetica e l’inquietudine dannunziana.<br />
Infatti il legame tra Foscolo e D’Annunzio è uno dei perni fondamentali. Così il suo raccordarsi costantemente con Dante: “Che Dante non amasse l’Italia, chi vorrà dirlo? Anch’ei fu costretto, come qualunque altro l’ha mai veracemente amata, o mai l’amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna”. Così il suo itinerario intorno a Petrarca.<br />
Petrarca viene vissuto come il poeta della lingua che rinnova in una modernità profonda: “Benché il Petrarca siasi studiato di ricoprire d’un bel velo la figura di Amore, che greci e romani poeti ebbero vaghezza di rappresentar nudo; questo velo è sì trasparente, che lascia tuttavia scernere le stesse forme. La distinzione ideale tra i due Amori derivò primamente dalle differenti cerimonie con cui gli antichi prestavano culto alla Venere Celeste, che presedeva a’ casti amori delle zittelle e delle maritate, ed alla Venere Terrestre, riconosciuta divinità tutelare delle galanterie delle donne più in voga a que’ tempi”.<br />
La figura e l’opera di Ugo Foscolo, nato a Zante nel 1778 morto Turnham Green nel 1827 diventa il fulcro dell’inquieto decadentismo e dell’uomo completamente libero ed eretico che rompe gli schemi sia dell’Illuminismo che del Romanticismo e si intaglia nella modernità del cuore dell’uomo. Sull’inquieto della modernità si scava tra i testi di Foscolo ed emerge un Foscolo nostro contemporaneo, anticipatore della tragedia ‘nicciana’.<br />
Un Ulisse in costante fuga e non in viaggio. Una fuga esistenziale, metafisica e geografica. Ugo Foscolo è, infatti, un eretico rivoluzionario. Il dolore dell’inquietudine non è solo tra le sue pagine. È soprattutto nel sua vita di costante Ulisse in fuga che intreccia il senso e della tragedia e la tragedia della storia. La storia è nella lingua dei popoli.<br />
Foscolo, come ebbe a dire De Sanctis, annuncia Leopardi. Lo dichiara sia sul piano delle realtà semantiche sia su un versante di una lingua considerata come vera metafisica di un vocabolario in il concetto di parola scava nel dimensione dei linguaggi: “Nel dare principio alla serie de’ discorsi intorno alla storia letteraria ed a’ poeti d’Italia, giudico cosa necessaria, quantunque forse non dilettevole, di premettere l’opinione mia su l’origine della poesia fra gli uomini.T utti i ragionamenti su la poesia in generale, e quindi tutti i giudizj intorno alle qualità ed ai gradi di merito di ogni poeta di tutte le età, e gl’infiniti canoni e teorie degli antichi retori e de’ moderni metafisici si sono sempre fondate su l’osservazione, «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e l’origine della poesia manifestamente ed unicamente ritrovasi nella naturale tendenza che l’uomo ha di riprodurre ogni cosa per mezzo d’imitazioni.» Da questa osservazione, che realmente trovasi in Aristotile, sgorgò la conseguenza che gli fu attribuita, e commentata in mille volumi, «che la poesia non è che imitazione della natura, e che i poeti eccellenti sono soltanto quelli da’ quali la natura è fedelmente imitata.»”.<br />
Ciò porta il viaggio foscoliano verso una eredità che è fortemente dentro la visione della filosofia dei linguaggi. Odi e Sonetti sono il sublime. I Sepolcri sono la memoria e l’attraversamento del senso di morte che resta nel presente. Jacopo Ortis è il personaggio del tragico nella melanconia.<br />
Eliot nei suoi “Quattro quartetti” recita: “Noi moriamo con quelli che muoiono:/ecco, essi partono e noi andiamo con loro./Noi nasciamo con i morti:/ecco, essi tornano e ci portano con loro”. In Eliot vive Foscolo oltre Dante e il viaggio nel regno delle “stelle”. Perché Eliot è tempo e morte, come nel righello paudiano del viaggio: “Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui è commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace”.<br />
Qui Ortis è necessità ma anche virtù. In Eliot e Foscolo è centrale il concetto virgiliano: “Stat sua cuique dies”. Come si vive attraversando l’Ecclesiaste. Ma è Leopardi che non smette di spingere Foscolo verso Eliot e in Eliot non c’è il Dante dell’esilio ma della perdita dell’esilio in profumo di pellegrinaggio. Il Leopardi di “Due cose belle ha il mondo: amore e morte”, ovvero di “Consalvo”. Il Leopardi annunciato da Foscolo è qui: “È purtroppo destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa nel suo fluire perenne”.<br />
La metafisica dell’illusione si legge nella metafisica della nostalgia. In Foscolo è il nostos una “malattia” dell’anima che sanguina nei versi dedicati al fretello e nel suo guardare lo sguardo di Teresa che non ha però gli occhi di Beatrice, mentre la morte “incespica” nel ricordare.<br />
Il ricordare è il viatico più potente di ogni destino. Ricordare è destino. Dimenticare è destino. Foscolo sa che il ricordare è l’ontologia che allontana ogni finzione. Il tragico si fa più scavante nella memoria e la morte diventa il vissuto nella vita che si concede al presente. Siamo Sepolcri che non smettiamo di avere sguardi. Le parole non possono essere cedute alla voce, ma agli occhi.<br />
Il mio Foscolo è il “vizio” che mi “trascina” a Pavese. Dove l’oltre è soltanto il “gorgo muto”. Come Pavese, Foscolo resta l’inattuale di un contemporaneo che aveva ben compreso la malattia della modernità. Ovvero aveva ben compreso che siamo fatti di macerie e l&#8217;uomo non è altro che un relitto che ha bisogno di solitudine. Da Itaca a Zacinto. Il greco Foscolo morì di oblio dopo aver attraversato l&#8217;avventura di un&#8217;esistenza. Si chiuse nel suo destino.</p>
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<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro <img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-4345 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg 288w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2.jpg 400w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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