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		<title>Uspi informa. Ritardo Ue su IA: crescita e sovranità non vanno di pari passo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 19:29:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="656" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571-300x167.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571-1024x570.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571-768x427.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571-1170x651.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5571-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>L’Europa investe 440 miliardi nei colossi tech USA. Lagarde indica più capacità di calcolo, gigafactory e modelli aperti per rilanciare l’IA europea di Tania Sabatini Il flusso di investimenti degli&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/21/uspi-informa-ritardo-ue-su-ia-crescita-e-sovranita-non-vanno-di-pari-passo/">Uspi informa. Ritardo Ue su IA: crescita e sovranità non vanno di pari passo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’Europa investe 440 miliardi nei colossi tech USA. Lagarde indica più capacità di calcolo, gigafactory e modelli aperti per rilanciare l’IA europea</em></p>
<p><strong><em><br />
di Tania Sabatini</em></strong></p>
<p>Il <strong>flusso di investimenti </strong>degli europei sulla tecnologia è dirottato in aziende tecnologiche americane. Ammonta a <strong>440 miliardi</strong> il valore che le famiglie europee infondono alle grandi imprese produttrici di sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) negli USA. E in Europa? Come va avanti l’industria IA?</p>
<p>Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea (Bce), parla di una <strong>mancanza di <a href="https://notiziario.uspi.it/un-superciclo-di-investimenti-da-3-trilioni-di-dollari-nei-data-center/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">infrastrutture </a>in Ue</strong> per poter sostenere la richiesta effettiva.</p>
<p>“L’esposizione della maggior parte dei risparmiatori europei ai colossi tecnologici statunitensi passa attraverso i fondi di investimento, i quali sarebbero costretti a vendere in un mercato in calo per far fronte ai rimborsi”. Specifica Lagarde che tale dinamica non deve rappresentare un motivo per “ritardare lo sviluppo su questa sponda dell’Atlantico”.</p>
<p>La già bassa capacità dell’Ue di ospitare e sviluppare <strong>data center </strong>potrebbe “secondo le tendenze attuali, […] crescere di oltre sei volte nell’arco di un decennio”.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>La strada da percorrere esiste</strong></h4>
<p>La differenza sostanziale tra l’Ue e gli USA sta proprio nei <strong><a href="https://notiziario.uspi.it/barachini-editoria-e-ia-legge-e-investimenti-per-un-uso-corretto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finanziamenti</a></strong>. L’Ue va largo affidamento alle proprie banche, gli Stati Uniti dispongono di un intero mercato di capitali, tra obbligazioni, credito privato e prestiti.</p>
<p>Il punto di partenza suggerito dunque da Lagarde riguarda la capacità di <strong>costruire una maggiore capacità di calcolo</strong>. “Le nuove <strong>gigafactory </strong>dell’Ue sono un inizio, ma ne colmeranno solo una frazione”.</p>
<p>Per questo servirà <strong>aumentare </strong>il <a href="https://notiziario.uspi.it/investimenti-ia-sempre-in-crescita-ma-business-non-tiene-il-passo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ritmo</strong> </a>e costruire una vera e propria catena di montaggio europea di tecnologie di IA per colmare il divario.</p>
<p>Il secondo passo è dotare l’Ue di “una propria <strong>gamma</strong> di <strong><a href="https://notiziario.uspi.it/ia-in-francia-si-pensa-allindipendenza-dopo-svolta-anthropic/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">modelli aperti</a></strong>”. Tradotto, vuol dire che l’Ue non deve solo sviluppare i suoi sistemi di IA, ma questi devono essere condivisibili e accessibili, staccandosi dalla dipendenza tecnologica e dei materiali degli USA e Cina.</p>
<p>Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di capitale maggiore, coprendo <strong>costi</strong>, secondo Lagarde, che nel prossimo decennio potrebbero arrivare a <strong>600 miliardi di euro</strong>.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Investimenti sì, ma dove?</strong></h4>
<p>Lagarde mette un focus su alcuni dati ripresi da Adnkronos.</p>
<p>Le imprese euro hanno investito il 10% dei loro fondi in IA, in questi mesi analizzati del 2026; i finanziamenti relativi all’IA nel primo trimestre del 2026 coprono un quarto del totale; è raddoppiata la percentuale di lavoratori che utilizzano l’IA. Ma l’America cresce al doppio della velocità, vengono investiti il doppio dei soldi e i lavoratori impiegano di più l’IA.</p>
<p>“Gli <strong>investimenti </strong>nell’AI stanno crescendo a <strong>ritmi </strong>talmente <strong>serrati</strong>, soprattutto negli Stati Uniti, che i cash flow delle stesse aziende tecnologiche non riescono più a coprirli”.</p>
<p>L’<strong>IA</strong> per Lagarde potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza dalla stagnazione europea di questi anni. Secondo le stime della Bce, l’IA potrebbe innalzare le percentuali di <strong>produttività </strong>del <strong>+4%</strong> in un decennio.</p>
<p>Una visione già identificata da Mario Draghi con il suo <strong><a href="https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en?filename=The%20future%20of%20European%20competitiveness%20_%20A%20competitiveness%20strategy%20for%20Europe.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto sulla competitività europea</a> </strong>del settembre 2024.</p>
<p>Tra l’Europa che sembra correre e progettare e regolare nel campo IA senza mai essere protagonista e gli USA sempre sul podio ma, soprattutto ora, con una divisione interna anche nel campo in cui sono i leader, la strada dell’IA sembra incerta e dissestata.</p>
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<div class="td-all-devices"><a href="https://notiziario.uspi.it/uspi-il-partner-strategico-per-leditoria-che-cambia/"><img decoding="async" class="td-animation-stack-type0-2" src="https://notiziario.uspi.it/wp-content/uploads/2025/01/9-motivi.jpg" /></a></div>
</div>
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		<title>L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 17:32:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaida]]></category>
		<category><![CDATA[Assassinio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1143" height="662" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470.jpeg 1143w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-300x174.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-1024x593.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-768x445.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-585x339.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1143px) 100vw, 1143px" /></p>
<p>di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio Terzani e Fallaci, due giornalisti davanti alla stessa tragedia, espressione di una stagione irripetibile del giornalismo d’inchiesta, oggi così spesso svilito. Il lavoro sul&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/l11-settembre-infernale-e-la-tempra-dei-grandi-reporter/">L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio</strong></p>
<p><em><br />
Terzani e Fallaci, due giornalisti davanti alla stessa tragedia, espressione di una stagione irripetibile del giornalismo d’inchiesta, oggi così spesso svilito. Il lavoro sul campo, le testimonianze, la ricerca e la conoscenza dei luoghi contro la semplificazione della storia. Due giorni prima dell’attacco, l’assassinio del Leone del Panjshir segnava un funesto preludio. Venticinque anni dopo, il nostro ricordo di quel maledetto giorno del 2001 in redazione, si intreccia con le domande di Terzani e con l’eredità di quella stagione&#8230;</em></p>
<p>di <strong><em>Mimma Cucinotta e Domenica Puleio</em></strong></p>
<p>L’<strong>11 settembre 2001</strong> il mondo cambiò volto. Non soltanto per ciò che accadde a <strong>New York, Washington</strong> e nei cieli degli Stati Uniti. Cambiò per la percezione che da quel giorno avremmo avuto della sicurezza, della guerra, del terrorismo, dell’Islam, dell’Occidente e persino della nostra idea di libertà. Fu una frattura nella storia contemporanea. Un prima e un dopo.<br />
Vent’anni dopo, nel <strong>2021</strong>, <strong>l’Afghanistan</strong> tornò nelle immagini del mondo con la fuga degli occidentali e il ritorno dei <strong>talebani</strong> a Kabul. Nel frattempo erano passate guerre, invasioni, attentati, accordi, ritiri militari, promesse di ricostruzione e nuove crisi internazionali.<br />
Oggi, <strong>a venticinque anni </strong>dall’11 settembre, la domanda resta quella che <strong>Tiziano Terzani </strong>pose allora, con  una lucidità  sempre attuale. Quale risposta avrebbe potuto rendere migliore il mondo dopo quella tragedia?<br />
<strong>Quel giorno eravamo in redazione.</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-114488" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Carmelo-garofalo-giornalista--1024x804.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Carmelo-garofalo-giornalista--1024x804.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Carmelo-garofalo-giornalista--300x236.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Carmelo-garofalo-giornalista--768x603.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Carmelo-garofalo-giornalista-.jpg 1080w" alt="" width="1024" height="804" /></figure>
</div>
<p>Era una normale mattinata di lavoro quando, ricevemmo la telefonata concitata di <strong>Carmelo Garofalo, </strong>nostro direttore e fondatore dello storico giornale <strong>L’Eco del Sud – Messina Sera</strong>, sito al tempo sul Viale Principe Umberto 67/D, che sollecitò ad accendere il televisore.<br />
A New York stava accadendo qualcosa di terribile.<br />
Ricordiamo ancora quelle immagini. Fumo, polvere, cenere. Le Torri avvolte da una nube che sembrava irreale. Nella redazione cercavamo di comprendere ciò che stavamo vedendo, mentre le immagini televisive arrivavano senza interruzione e la dimensione della tragedia diventava, minuto dopo minuto, sempre più evidente.<br />
Poi vedemmo l’aereo entrare nella Torre.<br />
Fu uno di quei momenti nei quali il giornalista, insieme al resto del mondo, si trovò ad assistere in diretta a immagini terrificanti che stavano sconvolgendo la storia.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" class="wp-image-59374" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001.jpg" sizes="(max-width: 439px) 100vw, 439px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001.jpg 439w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001-300x206.jpg 300w" alt="" width="439" height="302" /></figure>
</div>
<p>Le <strong>Twin Towers</strong>, fino a quel momento simboli rappresentativi di New York e della potenza economica americana, scomparvero davanti ai nostri occhi.<br />
In quella redazione, come in migliaia di altre nel mondo, cominciammo a lavorare mentre ancora cercavamo di capire. Le informazioni arrivavano frammentarie, le immagini erano drammatiche, le notizie si susseguivano con una rapidità incessante.<br />
Da quel momento, l’11 settembre sarebbe stata una data drammatica della storia contemporanea e, per noi, un ricordo personale, legato a quel terribile pomeriggio in redazione, alla voce del direttore al telefono e alle immagini che nessuno di noi avrebbe più dimenticato.<br />
Il <strong>primo aereo aveva colpito la Torre Nord alle 8.46 del mattino, ora di New York</strong>. Diciassette minuti dopo, alle 9.03, il secondo Boeing entrò nella Torre Sud. Quella seconda esplosione fu vista in diretta da milioni di persone. Il mondo vide la storia accadere in diretta.<br />
Alle 9.37 un terzo aereo colpì il Pentagono. Alle 10.03 il volo United 93 precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri che tentarono di riprendere il controllo dell’aereo.<br />
Le Torri crollarono una dopo l’altra.<br />
Alla fine furono 2.977 le vittime, senza contare i 19 dirottatori.<br />
Quel giorno crollarono le Torri Gemelle e iniziò un’altra storia.<br />
Per comprendere il clima di quelle ore occorre tornare indietro di appena due giorni.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-37273" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1024x1024.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1024x1024.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-300x300.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-150x150.jpg 150w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-768x768.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1536x1536.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-2048x2048.jpg 2048w" alt="" width="1024" height="1024" /></figure>
</div>
<p>Il 9 settembre 2001 <strong>Ahmad Shah Massoud</strong>, il comandante tagiko conosciuto come il <strong>Leone del Panjshir </strong>e principale avversario dei talebani, fu <strong>assassinato</strong> da due uomini che si presentarono come giornalisti e nascosero l’esplosivo all’interno della loro attrezzatura. L’attentato fu attribuito ad <strong>al-Qaida</strong> e successivamente ricostruito come un’operazione ordinata da Osama bin Laden.<br />
La morte di Massoud, avvenuta appena 48 ore prima dell’attacco agli Stati Uniti, assunse così un significato ancora più inquietante.<br />
<strong>Massoud rappresentava una delle principali forze di opposizione al regime talebano. </strong>Il suo assassinio eliminava una figura fondamentale proprio alla vigilia di quella che sarebbe diventata una nuova fase della storia dell’Afghanistan.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-37274" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait.jpg" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait.jpg 400w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait-248x300.jpg 248w" alt="" width="400" height="484" /></figure>
</div>
<p>Pochi giorni dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avrebbero indicato al-Qaida e <strong>Osama bin Laden</strong> come responsabili degli attentati. Il <strong>7 ottobre</strong> sarebbe iniziata <strong>l’operazione militare americana in Afghanistan.</strong><br />
La guerra al terrorismo era cominciata e, per la piena conoscenza dei retroscena di quel maledetto giorno, ancora oggi, giunti al settembre 2026, avremo da attendere.<br />
Ma accanto alla domanda su chi avesse colpito l’America, ce n’era un’altra, più difficile. Perché era accaduto e quale risposta avrebbe impedito alla violenza di generare altra violenza?<br />
<strong>Fu questa, soprattutto, la domanda di Tiziano Terzani.</strong><br />
Giornalista, scrittore, viaggiatore, inviato in alcuni dei luoghi più tormentati della seconda metà del Novecento, Terzani non osservava l’Oriente da una distanza occidentale. Aveva vissuto in Asia per decenni, aveva conosciuto la Cina, il Vietnam, la Cambogia, l’India, il Giappone, il Pakistan. Aveva visto la guerra non soltanto attraverso le dichiarazioni dei governi, ma attraverso i volti degli uomini che la guerra la subiscono.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6315" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/ardizzone.png" alt="" width="300" height="211" /></figure>
</div>
<p>Abbiamo conosciuto <strong>Tizian</strong>, come amabilmente lo chiamava il nostro caro Mimì, <strong>Domenico Maria Ardizzone</strong>, caporedattore esteri di Radio RAI, che ce lo presentò negli studi di via del Babuino a Roma. In quell’incontro, ormai tanto lontano, ne cogliemmo una disarmante calma interiore che lo caratterizzava.<br />
Malgrado la distensione diffusa nelle parole e nello sguardo, gli articoli e i libri di Terzani di quell’anno e degli anni successivi al 2001 restituirono un uomo particolarmente inquieto davanti alla reazione dell’Occidente all’attacco terroristico.<br />
L’11 settembre 2001 Tiziano Terzani si trovava a Orsigna, il piccolo borgo dell’Appennino pistoiese dove aveva il suo rifugio. Fu lì, davanti alla televisione, che vide le immagini dei primi due aerei schiantarsi contro le Torri Gemelle.<br />
<strong>Angela Staude</strong>, sua moglie, avrebbe ricordato quella giornata e la profonda reazione di Tiziano. Il <strong>figlio Folco</strong>, scrittore e documentarista, si trovava invece in India. Appena apprese la notizia, si recò in un monastero Bön sull’Himalaya, dove mostrò ai monaci tibetani le immagini dell’attentato che ancora non avevano visto.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114482" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia-.jpg" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia-.jpg 512w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia--300x231.jpg 300w" alt="" width="512" height="394" data-id="114482" /><figcaption class="wp-element-caption">Archivio Terzani</figcaption></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114483" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-famiglia-.jpg" sizes="(max-width: 888px) 100vw, 888px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-famiglia-.jpg 888w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-famiglia--300x204.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-famiglia--768x522.jpg 768w" alt="" width="888" height="604" data-id="114483" /><figcaption class="wp-element-caption">Archivio Terzani</figcaption></figure>
</figure>
<p><strong>Cinque giorni dopo scrisse</strong> per il Corriere della Sera <em><strong>Una buona occasione</strong></em>, il primo grande intervento di Terzani sull’11 settembre.<br />
La sua posizione era già chiara. Davanti a una tragedia immensa, la risposta non si riduceva alla vendetta. Occorreva interrogarsi sulle cause, osservare ciò che accadeva oltre gli attentati terroristici. Significava cercare di capire perché un mondo arrivasse a produrre una simile esplosione di odio.<br />
Ed   emerge  qui ancora una volta, la profondità del giornalismo di Terzani.<br />
<strong>Dopo l’11 settembre partì per il Pakistan e l’Afghanistan</strong>. Entrò dentro la realtà della guerra, osservò i territori devastati, incontrò persone, raccolse testimonianze. Quelle esperienze confluirono nel libro <strong><em>Lettere contro la guerra</em>, </strong>pubblicato da Longanesi nel <strong>2002</strong>.<br />
Il titolo stesso contiene le sue idee.<br />
Terzani non credeva che la violenza potesse essere sconfitta attraverso altra violenza. Riteneva che le bombe potessero colpire un territorio e rovesciare un regime, senza però eliminare le ragioni profonde dell’odio.</p>
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<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114493" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia-.jpg" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia-.jpg 311w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia--222x300.jpg 222w" alt="" width="311" height="420" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto da Wikipedia</em></figcaption></figure>
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<p>A questo punto il confronto con <strong>Oriana Fallaci</strong> è inevitabile.<br />
È superfluo sottolineare che anche Fallaci fu una straordinaria giornalista di guerra. Aveva attraversato conflitti, rivoluzioni, fronti militari e crisi internazionali. Conosceva direttamente la violenza della storia.</p>
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<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-114478" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci.jpg" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci.jpg 200w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci-198x300.jpg 198w" alt="" width="200" height="303" /></figure>
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<p>Dopo l’11 settembre reagì con <strong><em>La rabbia e l’orgoglio</em>,</strong>pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001 e successivamente trasformato in libro.<br />
<strong>Fallaci lesse quell’attacco come una sfida radicale all’Occidente</strong> e alla sua identità culturale. <strong>La sua risposta</strong> fu quella della <strong>denuncia</strong>, della <strong>fermezza</strong>, della <strong>difesa</strong> di una <strong>civiltà</strong> che sentiva <strong>minacciata</strong> dal <strong>fondamentalismo islamico.</strong><br />
<strong>Terzani</strong> <strong>partiva dallo stessa analisi e arrivava a una conclusione profondamente diversa</strong>. Voleva evitare che la risposta dell’Occidente producesse una spirale senza fine.<br />
Fallaci avvertì la necessità di difendere l’Occidente. Terzani contrapponeva la necessità di comprendere interrogando l’Occidente.<br />
Due posizioni lontane ma nette, legate da una medesima esperienza professionale. Ovvero quella di giornalisti che avevano visto la guerra da vicino e conoscevano il prezzo umano delle decisioni politiche.<br />
Il loro confronto è uno dei passaggi più interessanti della cultura italiana dell’inizio del nuovo millennio.<br />
Non intendiamo stabilire oggi chi avesse ragione in assoluto, ma far emergere che entrambi stavano cercando, con strumenti e sensibilità differenti, di interpretare una frattura storica.<br />
Il pensiero forte di Terzani risiedeva  nel metodo.<br />
Quando scrive dell’Afghanistan, parla della guerra americana, dei talebani o di Osama bin Laden, soffermandosi soprattutto sugli uomini che vivono quella guerra. Kabul, Peshawar, Quetta, le montagne, i villaggi, le frontiere diventano luoghi attraverso i quali osservare un conflitto che l’Occidente rischiava di ridurre a una contrapposizione tra il bene e il male.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107711" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-1024x648.png" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-1024x648.png 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-300x190.png 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-768x486.png 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani.png 1200w" alt="" width="1024" height="648" /><figcaption class="wp-element-caption">Archivio Terzani</figcaption></figure>
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<p><strong>Terzani</strong> orientava il pensiero alla profondità. <strong>Cercava di sottrarsi alla semplificazione.</strong><br />
Il suo giornalismo nasceva dalla convinzione che il compito del reporter fosse raccontare ciò che accade e provare a capire ciò che potrebbe accadere dopo, attraverso testimonianze e ricerche sul campo.<br />
È un metodo che richiede tempo, conoscenza, esperienza e capacità di mettere in relazione fatti apparentemente lontani.<br />
Ciò che raramente oggi si riscontra, al netto di roboanti millanterie.<br />
Quel “dopo” sarebbe diventato il problema più difficile.<br />
<strong>Gli Stati Uniti entrarono in Afghanistan nell’ottobre del 2001</strong>. Kabul cadde nelle mani delle forze dell’Alleanza del Nord sostenute dagli americani nel novembre dello stesso anno. Il regime talebano fu rovesciato.<br />
Ma la guerra non terminò.<br />
<strong>Passarono gli anni.</strong> Cambiarono le amministrazioni americane. Cambiarono le strategie militari. L’Afghanistan continuò a essere un teatro di combattimenti, attentati e instabilità.<br />
<strong>Nel 2020 gli Stati Uniti e i talebani firmarono a Doha un accordo</strong> che preparava il ritiro delle forze straniere.<br />
Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono a Kabul. Il 30 agosto si concluse il ritiro americano.<br />
Le immagini dell’aeroporto di <strong>Kabul</strong>, con migliaia di persone disperate nel tentativo di lasciare il Paese, rappresentarono uno dei momenti più drammatici della fine di quella lunga guerra.<br />
Vent’anni prima l’Occidente era entrato in Afghanistan per distruggere la struttura che aveva protetto al-Qaida. Vent’anni dopo lasciava il Paese mentre i talebani tornavano al potere.<br />
La storia aveva compiuto un cerchio difficile proprio impossibile da  ignorare e trarre le dovute conclusioni….<br />
Terzani torna con le sue domande, che non trovano legittime risposte davanti a un attacco terroristico. Restano i risultati  delle proprie valutazioni  con una  risposta come sfondo non prinunciata .<br />
<strong>Osama bin Laden fu ucciso</strong> dalle forze americane ad Abbottabad, in Pakistan, nel maggio <strong>2011</strong>.<br />
La morte del leader di al-Qaida non chiuse però la stagione del terrorismo internazionale. Le organizzazioni <strong>jihadiste</strong> si trasformarono. Nacquero nuovi gruppi. <strong>L’Iraq</strong> divenne un altro grande teatro di guerra. <strong>L’Isis</strong> avrebbe conquistato territori e seminato terrore in Medio Oriente e in Europa.<br />
La guerra contro il terrorismo aveva cambiato la sicurezza internazionale, le legislazioni, i controlli alle frontiere, le relazioni tra Stati. Aveva però prodotto anche nuove guerre e nuove fratture.<br />
<strong>L’Afghanistan del 2026</strong> è ancora lontano dall’essere il Paese che l’intervento occidentale aveva immaginato di costruire. Le <strong>Nazioni Unite</strong>continuano – forse più per esercizio che per posizione – a denunciare le gravissime restrizioni imposte dai talebani alle donne e alle ragazze, escluse dall’istruzione, dal lavoro e da ampie parti della vita pubblica.<br />
È uno dei paradossi più dolorosi della storia di questi venticinque anni.<br />
Il mondo occidentale aveva parlato di liberazione e ricostruzione.<br />
Nel 2001 il mondo appariva ancora dominato dalla potenza americana. Oggi lo scenario internazionale è molto più frammentato. Gli Stati Uniti non sono più l’unico centro di una politica mondiale che vede protagonisti Israele, Cina, la Russia, l’India, le potenze regionali del Medio Oriente e nuovi equilibri e squilibri economici e strategici.<br />
Le guerre in corso hanno riportato in Europa la paura di un conflitto di lunga durata. Il terrorismo non è scomparso e, quel che è peggio, le crisi geopolitiche si moltiplicano.<br />
E l’11 settembre perpetua nel rappresentare una chiave attraverso cui leggere una parte di questa contemporaneità.</p>
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<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114476" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani.jpg" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani-196x300.jpg 196w" alt="" width="326" height="500" /></figure>
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<p>Cosi riteniamo che <strong><em>Lettere contro la guerra</em> </strong>continui a essere un <strong>libro necessario</strong>. Terzani proponeva soprattutto un metodo di pensiero. Cercare ciò che manca, osservare oltre le versioni immediate, verificare i fatti e comprendere le conseguenze delle scelte politiche.<br />
Le immagini adesso arrivano più rapidamente rispetto al 2001 e le guerre passano anche attraverso gli schermi dei nostri telefoni. Il giornalista, secondo l’analisi di Tiziano Terzani, dovrebbe cercare ciò che manca, evitando narrazioni stupefacenti prive di solidità storico-testimoniale.<br />
<strong>Oriana Fallaci e Tiziano Terzani</strong> appartengono a una stagione irripetibile del giornalismo italiano d’inchiesta, oggi così tanto spesso svilito, vituperato, vilipeso e massacrato.<br />
Due intelligenze diverse, due modi di guardare lo stesso scenario. Due giornalisti davanti alla stessa tragedia. Due risposte diverse, legate a una comune consapevolezza della responsabilità di chi racconta la storia mentre la storia accade.<br />
<strong>Oggi le immagini arrivano sui nostri telefoni i</strong>n pochi secondi e le guerre entrano nelle nostre case prima ancora che possiamo comprenderle. Proprio per questo <strong>il giornalismo ha bisogno di tempo</strong>, verifica e conoscenza, per sottrarsi alle semplificazioni e restituire ai fatti la loro complessità.</p>
<p>La testimonianza ed eredità più attuale di Terzani. Cioè ricordare che raccontare la storia mentre accade significa porsi domande sulle conseguenze delle scelte compiute.<br />
L’11 settembre ha cambiato il mondo.<br />
La domanda, venticinque anni dopo, rimane aperta.<br />
<strong>Quale risposta avrebbe potuto renderlo migliore?</strong></p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/l11-settembre-infernale-e-la-tempra-dei-grandi-reporter/">L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:43:22 +0000</pubDate>
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<p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo di Domenica Puleio I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo</p>
<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:40:26 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/mesotoday-5415551/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Graphic And Web Designer Freelance</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Pixabay</a></p>
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		<title>Guerre stellari e bilanci reali: il Pentagono accelera sulla “Cupola Dorata” ipersonica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 14:20:47 +0000</pubDate>
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<p>di Domenica Puleio Nello spazio, a centinaia di chilometri di quota, si sta consumando una rivoluzione dottrinale e finanziaria senza precedenti, che si muove in parallelo ai conflitti terrestri. Il&#8230;</p>
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<p>Nello spazio, a centinaia di chilometri di quota, si sta consumando una rivoluzione dottrinale e finanziaria senza precedenti, che si muove in parallelo ai conflitti terrestri. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha impresso un’accelerazione decisiva al programma Golden Dome, la “Cupola Dorata”, il colossale scudo di difesa missilistico fortemente voluto dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la piena operatività entro l’inizio del 2029.</p>
<p>La vera svolta strategica di questo piano non risiede più nei vecchi e isolati radar posizionati a terra, ma nella scelta di saturare l’orbita bassa terrestre con una fitta ragnatela che conterà tra i 300 e i 500 piccoli satelliti interconnessi tramite link ottici laser.</p>
<p>Questa mastodontica infrastruttura spaziale nasce per sanare un vero e proprio tallone d’Achille della difesa occidentale. Le vecchie reti di sorveglianza, concepite per tracciare i missili balistici intercontinentali lungo le loro prevedibili traiettorie ad arco, sono strutturalmente cieche di fronte ai nuovi vettori ipersonici cinesi e russi. Questi nuovi ordigni viaggiano a velocità superiori a Mach 5 ma volano a quote molto più basse, sfruttando la capacità di cambiare rotta a metà volo per eludere i radar tradizionali.</p>
<p>Per disinnescare la minaccia, la Space Force americana ha ideato un sistema a doppio strato in cui una prima linea di satelliti, denominata Tracking Layer, scandaglia l’atmosfera con sensori a infrarossi ad ampio campo visivo per captare il calore generato dall’attrito del missile nemico. Immediatamente dopo, i dati vengono passati ai satelliti dello strato HBTSS, capaci di calcolare la traiettoria millimetrica del vettore dal momento del lancio fino alla sua distruzione, ottimizzando la copertura persino sulle rotte polari settentrionali per chiudere ogni potenziale varco scoperto.</p>
<p>Un progetto di tale magnitudo ha, inevitabilmente, scatenato un durissimo scontro politico e contabile all’interno del Congresso a Washington, dove i numeri sul tavolo evidenziano una discrepanza profonda tra le rassicurazioni del Pentagono e i calcoli degli organi di controllo indipendenti. Se per l’anno fiscale in corso il bilancio della difesa ha già blindato lo stanziamento di 13,4 miliardi di dollari per la Cupola Dorata, la richiesta avanzata dal Pentagono per il prossimo anno prevede di far schizzare il budget complessivo della Space Force a oltre 71 miliardi di dollari, allocando una prima tranche da quasi sette miliardi solo per le infrastrutture orbitali.</p>
<p>È proprio sulla tenuta economica a lungo termine che il piano rischia di incrinarsi: la Space Force stima un costo ufficiale di 185 miliardi di dollari per un piano decennale, ma il Congressional Budget Office ha lanciato l’allarme ipotizzando una spesa effettiva di ben 1,2 trilioni di dollari su base ventennale, zavorrata dalla necessità di sostituire ciclicamente i mini-satelliti ogni cinque anni. A rendere lo scenario ancora più teso e delicato dal punto di vista geopolitico è l’intenzione di integrare in questa rete sistemi di intelligenza artificiale avanzati.</p>
<p>L’obiettivo della difesa autonoma americana è quello di far reagire lo scudo spaziale nei primi 90 secondi dal lancio del vettore nemico, attivando intercettori orbitali capaci di colpire il missile nella sua fase di spinta iniziale, prima che possa rilasciare testate multiple o esche d’inganno, trasformando definitivamente lo spazio nel fronte principale della sicurezza globale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/wikiimages-1897/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=67718">WikiImages</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=67718">Pixabay</a></p>
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		<title>INDIA: IL PIVOT MULTILATERALE DEL MAGGIO 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 19:20:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[stretto di Hormuz]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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<p>Nuova Delhi consolida il proprio ruolo tra BRICS, Stati Uniti, Golfo, Regno Unito e Indo-Pacifico.Diplomazia, commercio, sicurezza energetica e tecnologia diventano i principali terreni di una strategia estera sempre più&#8230;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’attuale configurazione della politica estera indiana delinea un paradigma di multi-allineamento asimmetrico, dove Nuova Delhi non si limita a oscillare tra blocchi contrapposti, ma agisce come il pivot necessario per la stabilità del sistema internazionale. La simultaneità del vertice dei Ministri degli Esteri dei BRICS (14-15 maggio) e della missione diplomatica del Segretario di Stato USA, Marco Rubio, non è una coincidenza temporale, bensì l’espressione plastica della dottrina della Strategic Autonomy (Autonomia Strategica) elevata a sistema di governo globale.</p>
<p>In qualità di presidente pro tempore della compagine BRICS, l’India sta esercitando un soft power di tipo transazionale e diplomatico volto a decongestionare le tensioni nel Golfo Persico. Il dato di maggior rilievo è la facilitazione del dialogo bilaterale tra Seyed Abbas Araghchi, capo della diplomazia iraniana, e i vertici degli Emirati Arabi Uniti. Questa iniziativa risponde a una necessità logica stringente: la protezione del corridoio energetico e commerciale che transita per lo Stretto di Hormuz, vitale per la sicurezza energetica indiana e per la stabilità dei prezzi delle commodity sui mercati globali. Nuova Delhi si pone dunque come l’unico interlocutore capace di integrare le istanze del “Sud Globale” senza alienarsi le potenze occidentali.</p>
<p>Parallelamente, il dialogo con gli Stati Uniti attraverso la missione di Marco Rubio si focalizza sulla cooperazione tecnologica e militare avanzata, nell’ambito dell’iniziativa iCET (Initiative on Critical and Emerging Technology). Il cuore del negoziato riguarda la resilienza della supply chain dei minerali critici e delle terre rare. L’India si candida ufficialmente a diventare l’alternativa infrastrutturale e produttiva al monopolio cinese, offrendo agli USA un partner con capacità di scala industriale e stabilità democratica. Questo asse viene ulteriormente rafforzato dal coordinamento nel Quad, dove la sicurezza marittima nell’Indo-Pacifico rimane la priorità per il contrasto alle proiezioni egemoniche nell’area.</p>
<p>A completare questo quadro di centralità è l’entrata in vigore dello storico Free Trade Agreement (FTA) con il Regno Unito. Questo trattato rappresenta una pietra miliare per la diplomazia commerciale post-Brexit e post-pandemica: eliminando le barriere tariffarie in settori chiave come il tech, l’automotive e il farmaceutico, l’India si garantisce un afflusso massiccio di capitali e competenze britanniche, offrendo in cambio l’accesso al mercato più dinamico e giovane del pianeta.</p>
<p>L’India di questo maggio 2026 si manifesta come una Potenza Ponte. La capacità di accogliere contemporaneamente le delegazioni di paesi sanzionati dall’Occidente e i massimi rappresentanti dell’amministrazione statunitense, dimostra che Nuova Delhi ha superato la fase del non-allineamento passivo per approdare a un protagonismo attivo. In un mondo frammentato, la stabilità internazionale dipende oggi dalla capacità indiana di tradurre le diverse istanze geopolitiche in un linguaggio comune di cooperazione economica e sicurezza integrata.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>Hormuz, la Cina ammonisce gli USA e l’Occidente che gioca a fare il pompiere con il lanciafiamme</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/14/hormuz-la-cina-ammonisce-gli-usa-e-loccidente-che-gioca-a-fare-il-pompiere-con-il-lanciafiamme/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=hormuz-la-cina-ammonisce-gli-usa-e-loccidente-che-gioca-a-fare-il-pompiere-con-il-lanciafiamme</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 20:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hormuz]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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<p>Tra blocchi navali, raid “preventivi” e moniti ignorati, l’Occidente continua a incendiare il Medio Oriente mentre finge di spegnere il fuoco La Cina, con il suo stile felpato che di&#8230;</p>
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<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">La </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Cina</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, con il suo stile felpato che di solito nasconde molto più di quanto dica, stavolta ha deciso di parlare chiaro: abbiamo accordi con l’Iran, passiamo dallo </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Stretto di Hormuz</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> e non accettiamo interferenze</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">(fonte Newsweek)</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Traduzione, per chi ancora crede alle note diplomatiche come esercizi di stile: fermatevi.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il problema è che a Washington e dintorni non sono mai stati particolarmente inclini a fermarsi. Semmai a ripartire. Magari più forte, magari più convinti, magari con una nuova giustificazione pronta all’uso. Il copione è rodato: tensione, pressione, intervento, caos. Poi conferenza stampa.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Nel Golfo Persico si ripete la stessa scena, con una differenza sostanziale: questa volta il pubblico non è più disposto a restare in silenzio. Perché l’</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Iran</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> non è una pedina sacrificabile, ma un attore centrale, e soprattutto non è solo. Dietro Teheran si muovono equilibri, accordi, interessi che non coincidono più con quelli occidentali. E quando la Cina entra esplicitamente in partita, non lo fa per assistere.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Eppure </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Stati Uniti e Israele</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> continuano a muoversi come se nulla fosse cambiato. Blocco navale, raid mirati, operazioni “di sicurezza”. Un lessico ormai automatico, quasi burocratico, che serve a coprire una realtà molto meno ordinata: una strategia che accumula tensione su tensione, convinta — o forse costretta — a dimostrare forza per non mostrare debolezza.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Israele, da parte sua, ha affinato negli anni un principio semplice quanto efficace: colpire prima, spiegare dopo, e nel dubbio non spiegare affatto. Tutto sotto l’ombrello dell’autodifesa, un concetto ormai così esteso da coprire qualsiasi azione, purché arrivi prima della domanda giusta.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Gli Stati Uniti, invece, restano fedeli alla loro versione aggiornata della “stabilizzazione”: intervenire per evitare il peggio e finire per produrlo. </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Iraq, Libia, Siria</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> sono lì a ricordarlo, anche se a Washington sembrano considerati più incidenti di percorso che precedenti.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo, però, il contesto cambia. E cambia in fretta. L’Iran non arretra, il Libano resta una miccia accesa, e lo Stretto di Hormuz — uno dei punti più sensibili del pianeta — si trasforma in una linea di frizione permanente. Ogni movimento navale, ogni dichiarazione, ogni “avvertimento” aggiunge un grado alla temperatura.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il punto è che questa </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">non è più una crisi locale</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. È un equilibrio globale che si incrina. E quando potenze come la Cina iniziano a segnare il territorio in modo esplicito, significa che </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">il margine di errore si riduce drasticamente</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma forse il vero problema è un altro. Chi oggi alimenta questa spirale sembra ancora convinto di poterla gestire. Di poter dosare la tensione, calibrare le risposte, controllare le conseguenze. È la stessa illusione che accompagna ogni escalation: quella di avere sempre un passo indietro disponibile.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">La storia, però, è meno indulgente. E insegna che quando si continua a spingere oltre il limite, </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">prima o poi il limite scompare</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">E a quel punto non ci sono più comunicati da tradurre. Solo conseguenze da subire.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> E non sono belle.</span></span></p>
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		<title>Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 18:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/">Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un simile comportamento. Il mondo cattolico alzi lo sguardo e la voce senza timore. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli</em></p>
<p>Siamo al paradosso. Siamo in un assurdo epocale e irrispettoso. L’ulteriore tensione innescata dal presidente Trump colpisce direttamente il Santo Pontefice. E non solo. Leone XIV è un Capo di Stato. È un fatto di una gravità inaudita perché coinvolge, oltretutto, la Città del Vaticano e, più in generale, l’intera comunità dei cattolici. I quali certamente devono seguire il Vangelo, ma non è concepibile subire attacchi verbali quanto meno irresponsabili.<br />
C’è di più. È chiaro che Leone XIV non può che “reagire” come ha già fatto, ovvero insistendo con un forte richiamo al Vangelo, alla pace e alla diffusione di un messaggio di riconciliazione. Ma uno sfregio è stato compiuto e non credo che i cattolici tutti, compresi quelli degli Stati Uniti d’America, possano tollerare un simile atto.<br />
Le parole del presidente americano hanno definito il Papa “debole” e “pessimo sulla politica estera”, segnando una distanza senza precedenti nei rapporti tra un presidente americano e il Pontefice. Anche perché lo scontro arriva in un momento di grande conflitto internazionale, in particolare sul dossier Iran, su cui il Papa ha più volte invocato dialogo e negoziati.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-7186" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg 620w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump-300x164.jpg 300w" alt="" width="558" height="305" /></figure>
</div>
<p>Trump ha criticato apertamente queste posizioni, accusando Leone XIV di non affrontare con fermezza le minacce globali. La replica del Pontefice è stata immediata, ma misurata: “Non ho paura dell’amministrazione Trump” e “continuerò a parlare contro la guerra”, ha dichiarato Papa Leone XIV, evitando di entrare in un confronto diretto.<br />
C’è da dire che le reazioni critiche non si sono fatte attendere. Infatti, gli ambienti ecclesiastici statunitensi hanno definito “denigratorie” le parole del presidente. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha espresso il suo sconforto per l’attacco di Trump al Papa, sottolineando che “Papa Leone non è il suo rivale”. Fin qui la cronaca in sintesi.<br />
Lo scontro tra Trump e Papa Leone XIV è chiaramente un sintomo della crescente tensione tra la Chiesa cattolica e la politica internazionale. Ma dietro una tale situazione quanto influisce Israele? Una domanda che bisognerebbe porsi, soprattutto in una fase in cui il legame tra scontri politici ed economici si inserisce in un ulteriore conflitto, quello religioso. Ciò significa uno scontro di civiltà.<br />
La contraddizione è proprio qui: una nazione occidentale che si scaglia duramente contro quelle radici che sono cattoliche o, se vogliamo, cristiane. Perché ormai siamo a una divisione tra chi cerca la pace e chi vuole mantenere uno stato permanente di guerra.<br />
Gli Stati Uniti d’America e Israele sono diventati nazioni di guerra e di minacce continue.<br />
Certo, il mondo arabo e islamico è in subbuglio e ormai la prospettiva si muove su una scacchiera economica, dentro la quale si inseriscono valenze storiche, culturali e religiose, con gravi implicazioni come appena accaduto.<br />
La posizione del Papa, in tal caso, è motivata da una visione più ampia della politica internazionale, che pone l’accento sulla pace e sul dialogo.<br />
La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che la guerra non è una soluzione ai conflitti internazionali e che il dialogo e la negoziazione sono gli unici strumenti per risolvere le controversie. A chi non sta bene tale posizione? A chi impugna le armi, a chi invade, a chi dispone degli strumenti reali per condurre occupazioni e guerre.<br />
Siamo in un tempo di macerie e rovine e, nonostante tutto, si continua a perseguire la completa devastazione e l’annientamento del dialogo, che resta sempre possibile. Ritorno sulla domanda precedente: dietro Trump c’è Israele e non il contrario. Non è concepibile “israelizzare” una parte della geografia internazionale. I cattolici entrino bene in tale contesto. È Israele che non vuole il dialogo, soprattutto con il mondo cattolico. Lo si legge chiaramente osservando e riflettendo sulle dinamiche nel bacino mediterraneo.<br />
Insomma, è lampante: l’attacco di Trump è contro il mondo cattolico, e finisce per indebolire le radici cristiane dell’intero Occidente. Per quale motivo? Per difendere ancora una volta Israele. È tutto ormai completamente intollerabile, ma anche segno di forte debolezza.<br />
È inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione religiosa e cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un comportamento simile. Il mondo cattolico dovrebbe alzare lo sguardo e la voce senza timore alcuno. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli.</p>
<p>….</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-100441" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg 454w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1-300x251.jpg 300w" alt="" width="346" height="290" /></figure>
</div>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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		<category><![CDATA[diplomazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/8FC8FCA1-9A99-4FEE-8BA0-C6A9FA201713-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Trump rinvia l’ultimatum e apre uno spiraglio fragile: non è pace, ma un tempo sospeso in cui la diplomazia torna a essere l’unico vero argine Ci sono momenti nella storia&#8230;</p>
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<p>Ci sono momenti nella storia in cui il tempo non scorre: si sospende.<br />
Non è pace, non è guerra. È attesa.</p>
<p>La decisione di rinviare di due settimane l’ultimatum all’Iran si colloca esattamente qui, in questo spazio fragile e denso. Donald Trump ha scelto di non affondare il colpo adesso. Non perché il conflitto sia risolto, ma perché il sistema globale non è ancora pronto a reggerne il peso.</p>
<p>Due settimane.<br />
Non sembrano molte.<br />
Eppure, in geopolitica, possono valere quanto un decennio.</p>
<p>Il cuore della tensione resta lo stesso: lo Stretto di Hormuz. Non è solo un passaggio marittimo, è una vena aperta del mondo. Da lì passa una quota enorme del petrolio globale. Chi lo controlla, non controlla solo il traffico navale: controlla gli equilibri economici, politici, perfino psicologici dei mercati.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge, con forza, il ruolo indispensabile della diplomazia.</p>
<p>Perché quando tutto sembra spingere verso lo scontro, la diplomazia è l’unico spazio che permette ancora di tenere insieme ciò che rischia di spezzarsi. Non è debolezza. È responsabilità. Non è lentezza. È profondità.</p>
<p>Come ha ricordato l’ambasciatore Pasquale Ferrara, la diplomazia è «la prima infrastruttura della pace».<br />
Senza questa infrastruttura, ogni crisi scivola inevitabilmente verso il conflitto.</p>
<p>E questo non è solo un principio etico. È anche un dato scientifico.</p>
<p>Da decenni, studiosi di relazioni internazionali spiegano che la minaccia non è semplicemente un preludio alla guerra. Può diventare, se gestita, uno strumento di negoziazione.</p>
<p>Il premio Nobel Thomas Schelling ha dimostrato che nel mondo contemporaneo la forza non serve solo a vincere una guerra, ma soprattutto a <strong>influenzare il comportamento dell’altro senza arrivare allo scontro</strong>. La capacità di fare male — o anche solo di far credere di poterlo fare — diventa una leva negoziale.</p>
<p>In altre parole, la minaccia funziona quando resta sospesa.</p>
<p>È ciò che la teoria della deterrenza descrive con chiarezza: convincere l’avversario che il costo di un’azione sarà troppo alto, così da evitarla senza combattere.</p>
<p>E ancora: la coercizione, spiegava Schelling, non consiste nel prendere qualcosa con la forza, ma nel far sì che sia l’altro a concederlo, proprio per evitare quella forza.</p>
<p>È esattamente ciò che stiamo vedendo oggi.</p>
<p>Il rinvio dell’ultimatum non è una pausa neutra.<br />
È una fase di negoziazione sotto pressione.</p>
<p>Una “minaccia attiva”, potremmo dire, che serve a spingere l’altra parte a fare una scelta senza arrivare allo scontro diretto. È una partita di equilibrio, dove ogni mossa comunica qualcosa: forza, apertura, limite.</p>
<p>Dietro le dichiarazioni ufficiali si muovono diplomazie parallele, interessi incrociati, pressioni che non trovano spazio nei comunicati stampa. Non è un caso che si parli di incontri riservati, di canali aperti in Paesi terzi, di mediazioni silenziose. La guerra, oggi, non si gioca solo con le armi. Si gioca nelle stanze dove qualcuno ha ancora il coraggio di negoziare.</p>
<p>Eppure, la domanda resta: è davvero una tregua o solo un respiro prima dell’impatto?</p>
<p>Perché la verità è che l’ultimatum non è stato ritirato. È stato solo spostato.<br />
Come una scadenza che incombe, come una promessa che può trasformarsi in minaccia.</p>
<p>In questo scenario, il ruolo dell’Europa appare ancora una volta sospeso tra possibilità e limite. Potrebbe essere protagonista di una diplomazia nuova, multilaterale, capace di ricucire. Ma spesso resta spettatrice, più attenta a contenere gli effetti che a incidere sulle cause.</p>
<p>Ma c’è un livello più profondo, che spesso sfugge alle analisi tecniche.</p>
<p>Questa crisi non parla solo di Iran, di Stati Uniti o di petrolio.<br />
Parla di un modello di potere.</p>
<p>Un modello in cui la tensione non è un errore del sistema, ma una sua funzione. In cui la minaccia diventa linguaggio politico. In cui il conflitto viene gestito, modulato, talvolta persino “utilizzato” per ottenere equilibri diversi.</p>
<p>E qui si inserisce un elemento ancora più delicato: il potere oggi è reticolare. Finanza, politica, sicurezza si intrecciano in modi che raramente emergono in superficie. I dossier che negli ultimi mesi hanno attraversato ambienti internazionali — tra silenzi, rivelazioni e ambiguità — mostrano quanto queste connessioni siano profonde.</p>
<p>Il potere non è mai isolato.<br />
È sempre connesso.</p>
<p>E quando il potere è connesso, anche le crisi lo sono.</p>
<p>Per questo le prossime due settimane non sono solo un tempo tecnico.<br />
Sono un banco di prova per la diplomazia globale.</p>
<p>Un banco di prova per capire se il mondo ha ancora la capacità di fermarsi prima dell’irreversibile.<br />
Un banco di prova per verificare se esiste una leadership capace di scegliere il dialogo invece della forza.<br />
Un banco di prova, soprattutto, per noi.</p>
<p>Perché mentre i grandi decidono, i popoli vivono le conseguenze. Sempre.</p>
<p>La storia recente ci ha insegnato che le guerre non iniziano mai davvero quando vengono dichiarate. Iniziano molto prima, nelle parole, nelle tensioni accumulate, nelle paure alimentate. E finiscono molto dopo, nei traumi, nelle fratture sociali, nelle generazioni segnate.</p>
<p>Per questo oggi non basta osservare.<br />
Serve comprendere.</p>
<p>Comprendere che ogni rinvio è un’occasione. Ma non infinita.<br />
Comprendere che ogni tregua è una responsabilità.<br />
Comprendere, soprattutto, che senza diplomazia la minaccia smette di essere strumento e diventa tragedia.</p>
<p>Due settimane.<br />
Il mondo trattiene il respiro.</p>
<p>E forse, proprio in questo respiro sospeso, si gioca qualcosa di più grande della geopolitica: la possibilità, ancora una volta, di scegliere tra la scorciatoia della forza e la fatica, necessaria, del dialogo.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Sicilia, basi NATO e guerra in Iran: quando la geopolitica entra nel nostro quotidiano</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/05/sicilia-basi-nato-e-guerra-in-iran-quando-la-geopolitica-entra-nel-nostro-quotidiano/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=sicilia-basi-nato-e-guerra-in-iran-quando-la-geopolitica-entra-nel-nostro-quotidiano</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 06:24:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Sigonella, MUOS di Niscemi, esercitazioni nel Canale: non è “allarmismo”, è la domanda adulta che una democrazia deve saper fare. Cosa succede davvero, quali rischi sono reali, e quale trasparenza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Sigonella, MUOS di Niscemi, esercitazioni nel Canale: non è “allarmismo”, è la domanda adulta che una democrazia deve saper fare. Cosa succede davvero, quali rischi sono reali, e quale trasparenza dobbiamo pretendere mentre il conflitto con l’Iran alza la temperatura del Mediterraneo.</em></p>
<p class="has-text-align-right">di Francesco Mazzarella</p>
<p>In queste ore la guerra in Iran non è più un’immagine lontana, confinata nei notiziari internazionali o nelle mappe dei think tank. Per l’Italia — e per la Sicilia in particolare — diventa una questione concreta, quasi domestica, perché la nostra geografia è anche geostrategia: siamo nel cuore del Mediterraneo e ospitiamo infrastrutture militari che, per natura, entrano nelle catene operative degli alleati. E quando lo scontro si allarga, ciò che fino a ieri sembrava routine — sorveglianza, comunicazioni, supporto, esercitazioni — oggi viene percepito come parte di un possibile “ingranaggio” bellico.</p>
<p>Il punto non è alimentare paure. Il punto è fare ciò che spesso dimentichiamo: distinguere, capire, pretendere chiarezza. Perché una comunità matura non si addormenta sulla parola “NATO” come fosse una coperta rassicurante, né si sveglia urlando “siamo in guerra a nostra insaputa” come fosse uno slogan definitivo. Una comunità matura fa domande precise, tiene insieme sicurezza e democrazia, e non delega la propria coscienza collettiva alle semplificazioni.</p>
<p>Partiamo dai fatti che oggi entrano nel dibattito pubblico con insistenza. Diverse fonti italiane riportano che su <strong>Sigonella</strong>e sul <strong>MUOS di Niscemi</strong> si sono riaccesi interrogativi politici, con richieste di chiarimento al governo sul grado di coinvolgimento, diretto o indiretto, nel contesto delle operazioni legate al conflitto con l’Iran. Non è un dettaglio: quando un tema diventa domanda parlamentare e oggetto di confronto pubblico, non è più solo materia tecnica. Diventa materia democratica.</p>
<p>Nel frattempo, mentre l’attenzione mediatica si concentra sulle “basi”, l’Italia alza anche la soglia della vigilanza interna: secondo quanto riportato dall’ANSA, il sistema di sicurezza monitora un numero molto ampio di obiettivi sensibili sul territorio nazionale dopo l’escalation seguita agli attacchi USA-Israele e alla risposta iraniana. Questo non significa che “domani succede qualcosa”, ma significa che lo Stato legge un rischio aumentato e reagisce come fa sempre quando lo scenario internazionale si incattivisce: prevenzione, controllo, attenzione ai nodi critici.</p>
<p>E poi c’è il contesto geopolitico, che oggi cambia più in fretta dei nostri tempi emotivi. Reuters riporta che l’Italia avrebbe ricevuto richieste legate a sistemi di difesa aerea e anti-drone da Paesi del Golfo colpiti o minacciati da attacchi iraniani, e che a Roma si discute — senza decisione finale pubblica — anche dell’eventuale invio di una batteria SAMP/T, precisando però che non verrebbero intaccate le risorse già impegnate sul fronte ucraino. Sono elementi che dicono una cosa semplice: l’Italia non è spettatrice neutra di una partita lontana. È un attore europeo con alleanze, obblighi, pressioni, responsabilità.</p>
<p>Dentro questo quadro, la Sicilia emerge come un fulcro naturale. <strong>Sigonella</strong> è spesso descritta come un hub strategico per attività di sorveglianza, ricognizione e supporto nel Mediterraneo allargato; il <strong>MUOS</strong> di Niscemi viene raccontato come un’infrastruttura di comunicazione avanzata, capace di connettere unità, piattaforme e sistemi in teatri distanti. Qui nasce la prima distinzione che serve a non impazzire: una cosa è ospitare infrastrutture e flussi che hanno una funzione di rete; un’altra cosa è autorizzare, politicamente e formalmente, l’uso del territorio nazionale per specifiche operazioni di attacco. I due piani possono sovrapporsi nella percezione, ma non coincidono automaticamente.</p>
<p>Ed è proprio su questo confine che cresce l’inquietudine: non tanto perché “si sa” qualcosa di segreto, ma perché la gente sente — e spesso a ragione — che tra il linguaggio ufficiale e la realtà operativa può esserci una distanza. Non sempre per malafede, a volte per ragioni di riservatezza militare. Ma la riservatezza, in una democrazia, non può diventare un buco nero permanente. Deve avere un perimetro, deve avere un controllo, deve avere una responsabilità politica che si prende il peso delle decisioni.</p>
<p>In queste ore riemerge anche un altro elemento che vale la pena mettere sul tavolo: nel mare attorno alla Sicilia sono in corso attività addestrative e operative NATO incentrate sulla guerra sottomarina. La stampa locale parla dell’esercitazione <strong>Dynamic Manta 2026</strong> tra Catania e Siracusa, sottolineando il ruolo dell’isola nel dispositivo di difesa dell’Alleanza.</p>
<p>Questo punto è cruciale, perché ci ricorda che la Sicilia non è “solo” un luogo dove decollano aerei o transitano segnali: è anche un ambiente marittimo strategico, un corridoio energetico e commerciale, un’area in cui la deterrenza e il controllo delle rotte sono diventati centrali. E quando il Golfo Persico brucia, quando lo Stretto di Hormuz torna a essere un nervo scoperto, il Mediterraneo non è più periferia: è retrovia logistica e spazio di sicurezza europea.</p>
<p>A questo si aggiunge la dimensione civile: le famiglie, i lavoratori delle zone interessate, le comunità che vivono accanto a installazioni militari o a infrastrutture di comunicazione. Per loro “base” non è una parola astratta: è traffico, controlli, cultura locale che si intreccia con presenza internazionale, e un senso vago — ma concreto — di vulnerabilità. Perché non è irrazionale pensare che, in uno scenario di escalation, alcuni luoghi possano diventare più esposti: non necessariamente a un attacco diretto, ma a pressioni, cyber-azioni, propaganda, tensioni sociali, perfino a un aumento dell’attenzione di apparati ostili.</p>
<p>E allora, che cosa dovrebbe accadere oggi in Italia, nel mezzo di questa temperatura che sale?</p>
<p>Dovrebbe accadere una cosa semplice e rivoluzionaria: <strong>trasparenza proporzionata e verificabile</strong>. “Proporzionata” perché esistono informazioni che non possono essere divulgate in tempo reale senza danneggiare la sicurezza. “Verificabile” perché non basta dire “state tranquilli”. Una democrazia non vive di tranquillanti: vive di fiducia, e la fiducia nasce quando chi governa non teme le domande e non risponde con frasi prefabbricate.</p>
<p>In concreto, questo significa almeno tre impegni.</p>
<p>Il primo: chiarire pubblicamente qual è la cornice politica in cui l’Italia si muove, e quali limiti si dà. Reuters riporta che, al momento, l’Italia non avrebbe ricevuto richieste per l’uso delle basi USA sul territorio italiano in operazioni contro l’Iran, ma che resterebbe aperta a valutare eventuali proposte.  Ecco: questo passaggio, tradotto in lingua umana, dice che la porta non è chiusa per definizione e che esiste una dinamica di richieste e valutazioni. Bene. Ma allora serve anche un principio: quali condizioni? quale passaggio istituzionale? quale controllo parlamentare? quale informazione ai cittadini, almeno nei termini generali?</p>
<p>Il secondo: proteggere il Paese senza militarizzarne l’anima. Monitorare obiettivi sensibili, rafforzare la vigilanza, prevenire rischi è dovere dello Stato.  Ma ogni scelta di sicurezza deve essere accompagnata da una comunicazione sobria, non intimidatoria, capace di spiegare senza terrorizzare. La sicurezza che genera paura continua diventa un’altra forma di insicurezza.</p>
<p>Il terzo: evitare la polarizzazione morale. In queste settimane, e ancora di più in questi giorni, l’opinione pubblica tende a dividersi in tifoserie: chi vede l’Iran come “male assoluto”, chi vede l’Occidente come “aggressore strutturale”, chi riduce tutto a complotto, chi riduce tutto a inevitabilità. In realtà, la politica internazionale è una zona grigia piena di interessi, deterrenza, errori, provocazioni, e anche tragedie civili. Proprio per questo, se vogliamo essere davvero “terra di pace”, dobbiamo imparare a non farci rubare l’intelligenza dal tifo.</p>
<p>C’è poi un’ultima questione, la più delicata: il rischio che la guerra — anche se lontana — diventi un’abitudine emotiva. Che ci si rassegni. Che la parola “escalation” venga pronunciata come fosse meteo. Che il destino di popoli e città venga ridotto a una riga nei mercati energetici. Reuters ricordava che, se la situazione peggiorasse, in Italia si valuterebbe persino la riattivazione di centrali a carbone per gestire eventuali stress energetici. È un dettaglio che racconta molto: la guerra cambia la vita anche dove non cadono bombe. Cambia l’economia, l’energia, la sicurezza, le relazioni internazionali, la qualità del dibattito pubblico.</p>
<p>Ed è qui che la Sicilia torna a essere simbolo e prova: simbolo perché è “ponte” naturale tra Nord e Sud del mondo; prova perché ci chiede di tenere insieme vocazione di accoglienza e realtà strategica, desiderio di pace e presenza militare, vita quotidiana e decisioni globali. Non è comodo. Ma è reale.</p>
<p>Per questo, oggi, l’articolo non può chiudersi con una frase ad effetto. Deve chiudersi con una responsabilità: la pace non è un cartello appeso a una base, né una bandiera usata per zittire le domande. La pace è un processo politico e culturale che ha bisogno di istituzioni trasparenti, cittadini adulti, media capaci di distinguere, e comunità che non cedono alla paura né alla propaganda.</p>
<p>Se la guerra in Iran ci sta insegnando qualcosa, è che il Mediterraneo non è un “mare di mezzo”: è una linea di pressione del mondo. E noi, qui, non possiamo limitarci a sperare che passi. Possiamo — dobbiamo — pretendere chiarezza, proteggere le persone, e continuare a dire una parola disarmata ma concreta: la sicurezza non può divorare la democrazia. E la democrazia, se resta viva, è già un pezzo di pace.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/05/sicilia-basi-nato-e-guerra-in-iran-quando-la-geopolitica-entra-nel-nostro-quotidiano/">Sicilia, basi NATO e guerra in Iran: quando la geopolitica entra nel nostro quotidiano</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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