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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:43:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo di Domenica Puleio I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo</p>
<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:40:26 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/mesotoday-5415551/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Graphic And Web Designer Freelance</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Pixabay</a></p>
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		<title>Guerre stellari e bilanci reali: il Pentagono accelera sulla “Cupola Dorata” ipersonica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 14:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>di Domenica Puleio Nello spazio, a centinaia di chilometri di quota, si sta consumando una rivoluzione dottrinale e finanziaria senza precedenti, che si muove in parallelo ai conflitti terrestri. Il&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/27/guerre-stellari-e-bilanci-reali-il-pentagono-accelera-sulla-cupola-dorata-ipersonica/">Guerre stellari e bilanci reali: il Pentagono accelera sulla “Cupola Dorata” ipersonica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3814.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3814.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3814-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3814-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p>di Domenica Puleio</p>
<p>Nello spazio, a centinaia di chilometri di quota, si sta consumando una rivoluzione dottrinale e finanziaria senza precedenti, che si muove in parallelo ai conflitti terrestri. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha impresso un’accelerazione decisiva al programma Golden Dome, la “Cupola Dorata”, il colossale scudo di difesa missilistico fortemente voluto dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la piena operatività entro l’inizio del 2029.</p>
<p>La vera svolta strategica di questo piano non risiede più nei vecchi e isolati radar posizionati a terra, ma nella scelta di saturare l’orbita bassa terrestre con una fitta ragnatela che conterà tra i 300 e i 500 piccoli satelliti interconnessi tramite link ottici laser.</p>
<p>Questa mastodontica infrastruttura spaziale nasce per sanare un vero e proprio tallone d’Achille della difesa occidentale. Le vecchie reti di sorveglianza, concepite per tracciare i missili balistici intercontinentali lungo le loro prevedibili traiettorie ad arco, sono strutturalmente cieche di fronte ai nuovi vettori ipersonici cinesi e russi. Questi nuovi ordigni viaggiano a velocità superiori a Mach 5 ma volano a quote molto più basse, sfruttando la capacità di cambiare rotta a metà volo per eludere i radar tradizionali.</p>
<p>Per disinnescare la minaccia, la Space Force americana ha ideato un sistema a doppio strato in cui una prima linea di satelliti, denominata Tracking Layer, scandaglia l’atmosfera con sensori a infrarossi ad ampio campo visivo per captare il calore generato dall’attrito del missile nemico. Immediatamente dopo, i dati vengono passati ai satelliti dello strato HBTSS, capaci di calcolare la traiettoria millimetrica del vettore dal momento del lancio fino alla sua distruzione, ottimizzando la copertura persino sulle rotte polari settentrionali per chiudere ogni potenziale varco scoperto.</p>
<p>Un progetto di tale magnitudo ha, inevitabilmente, scatenato un durissimo scontro politico e contabile all’interno del Congresso a Washington, dove i numeri sul tavolo evidenziano una discrepanza profonda tra le rassicurazioni del Pentagono e i calcoli degli organi di controllo indipendenti. Se per l’anno fiscale in corso il bilancio della difesa ha già blindato lo stanziamento di 13,4 miliardi di dollari per la Cupola Dorata, la richiesta avanzata dal Pentagono per il prossimo anno prevede di far schizzare il budget complessivo della Space Force a oltre 71 miliardi di dollari, allocando una prima tranche da quasi sette miliardi solo per le infrastrutture orbitali.</p>
<p>È proprio sulla tenuta economica a lungo termine che il piano rischia di incrinarsi: la Space Force stima un costo ufficiale di 185 miliardi di dollari per un piano decennale, ma il Congressional Budget Office ha lanciato l’allarme ipotizzando una spesa effettiva di ben 1,2 trilioni di dollari su base ventennale, zavorrata dalla necessità di sostituire ciclicamente i mini-satelliti ogni cinque anni. A rendere lo scenario ancora più teso e delicato dal punto di vista geopolitico è l’intenzione di integrare in questa rete sistemi di intelligenza artificiale avanzati.</p>
<p>L’obiettivo della difesa autonoma americana è quello di far reagire lo scudo spaziale nei primi 90 secondi dal lancio del vettore nemico, attivando intercettori orbitali capaci di colpire il missile nella sua fase di spinta iniziale, prima che possa rilasciare testate multiple o esche d’inganno, trasformando definitivamente lo spazio nel fronte principale della sicurezza globale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/wikiimages-1897/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=67718">WikiImages</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=67718">Pixabay</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/27/guerre-stellari-e-bilanci-reali-il-pentagono-accelera-sulla-cupola-dorata-ipersonica/">Guerre stellari e bilanci reali: il Pentagono accelera sulla “Cupola Dorata” ipersonica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>INDIA: IL PIVOT MULTILATERALE DEL MAGGIO 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 19:20:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/india-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Nuova Delhi consolida il proprio ruolo tra BRICS, Stati Uniti, Golfo, Regno Unito e Indo-Pacifico.Diplomazia, commercio, sicurezza energetica e tecnologia diventano i principali terreni di una strategia estera sempre più&#8230;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’attuale configurazione della politica estera indiana delinea un paradigma di multi-allineamento asimmetrico, dove Nuova Delhi non si limita a oscillare tra blocchi contrapposti, ma agisce come il pivot necessario per la stabilità del sistema internazionale. La simultaneità del vertice dei Ministri degli Esteri dei BRICS (14-15 maggio) e della missione diplomatica del Segretario di Stato USA, Marco Rubio, non è una coincidenza temporale, bensì l’espressione plastica della dottrina della Strategic Autonomy (Autonomia Strategica) elevata a sistema di governo globale.</p>
<p>In qualità di presidente pro tempore della compagine BRICS, l’India sta esercitando un soft power di tipo transazionale e diplomatico volto a decongestionare le tensioni nel Golfo Persico. Il dato di maggior rilievo è la facilitazione del dialogo bilaterale tra Seyed Abbas Araghchi, capo della diplomazia iraniana, e i vertici degli Emirati Arabi Uniti. Questa iniziativa risponde a una necessità logica stringente: la protezione del corridoio energetico e commerciale che transita per lo Stretto di Hormuz, vitale per la sicurezza energetica indiana e per la stabilità dei prezzi delle commodity sui mercati globali. Nuova Delhi si pone dunque come l’unico interlocutore capace di integrare le istanze del “Sud Globale” senza alienarsi le potenze occidentali.</p>
<p>Parallelamente, il dialogo con gli Stati Uniti attraverso la missione di Marco Rubio si focalizza sulla cooperazione tecnologica e militare avanzata, nell’ambito dell’iniziativa iCET (Initiative on Critical and Emerging Technology). Il cuore del negoziato riguarda la resilienza della supply chain dei minerali critici e delle terre rare. L’India si candida ufficialmente a diventare l’alternativa infrastrutturale e produttiva al monopolio cinese, offrendo agli USA un partner con capacità di scala industriale e stabilità democratica. Questo asse viene ulteriormente rafforzato dal coordinamento nel Quad, dove la sicurezza marittima nell’Indo-Pacifico rimane la priorità per il contrasto alle proiezioni egemoniche nell’area.</p>
<p>A completare questo quadro di centralità è l’entrata in vigore dello storico Free Trade Agreement (FTA) con il Regno Unito. Questo trattato rappresenta una pietra miliare per la diplomazia commerciale post-Brexit e post-pandemica: eliminando le barriere tariffarie in settori chiave come il tech, l’automotive e il farmaceutico, l’India si garantisce un afflusso massiccio di capitali e competenze britanniche, offrendo in cambio l’accesso al mercato più dinamico e giovane del pianeta.</p>
<p>L’India di questo maggio 2026 si manifesta come una Potenza Ponte. La capacità di accogliere contemporaneamente le delegazioni di paesi sanzionati dall’Occidente e i massimi rappresentanti dell’amministrazione statunitense, dimostra che Nuova Delhi ha superato la fase del non-allineamento passivo per approdare a un protagonismo attivo. In un mondo frammentato, la stabilità internazionale dipende oggi dalla capacità indiana di tradurre le diverse istanze geopolitiche in un linguaggio comune di cooperazione economica e sicurezza integrata.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>Hormuz, la Cina ammonisce gli USA e l’Occidente che gioca a fare il pompiere con il lanciafiamme</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/14/hormuz-la-cina-ammonisce-gli-usa-e-loccidente-che-gioca-a-fare-il-pompiere-con-il-lanciafiamme/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=hormuz-la-cina-ammonisce-gli-usa-e-loccidente-che-gioca-a-fare-il-pompiere-con-il-lanciafiamme</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 20:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hormuz]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6635df52-a455-4a64-ade8-d772f3a409d5-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Tra blocchi navali, raid “preventivi” e moniti ignorati, l’Occidente continua a incendiare il Medio Oriente mentre finge di spegnere il fuoco La Cina, con il suo stile felpato che di&#8230;</p>
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<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">La </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Cina</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, con il suo stile felpato che di solito nasconde molto più di quanto dica, stavolta ha deciso di parlare chiaro: abbiamo accordi con l’Iran, passiamo dallo </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Stretto di Hormuz</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> e non accettiamo interferenze</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">(fonte Newsweek)</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Traduzione, per chi ancora crede alle note diplomatiche come esercizi di stile: fermatevi.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il problema è che a Washington e dintorni non sono mai stati particolarmente inclini a fermarsi. Semmai a ripartire. Magari più forte, magari più convinti, magari con una nuova giustificazione pronta all’uso. Il copione è rodato: tensione, pressione, intervento, caos. Poi conferenza stampa.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Nel Golfo Persico si ripete la stessa scena, con una differenza sostanziale: questa volta il pubblico non è più disposto a restare in silenzio. Perché l’</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Iran</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> non è una pedina sacrificabile, ma un attore centrale, e soprattutto non è solo. Dietro Teheran si muovono equilibri, accordi, interessi che non coincidono più con quelli occidentali. E quando la Cina entra esplicitamente in partita, non lo fa per assistere.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Eppure </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Stati Uniti e Israele</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> continuano a muoversi come se nulla fosse cambiato. Blocco navale, raid mirati, operazioni “di sicurezza”. Un lessico ormai automatico, quasi burocratico, che serve a coprire una realtà molto meno ordinata: una strategia che accumula tensione su tensione, convinta — o forse costretta — a dimostrare forza per non mostrare debolezza.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Israele, da parte sua, ha affinato negli anni un principio semplice quanto efficace: colpire prima, spiegare dopo, e nel dubbio non spiegare affatto. Tutto sotto l’ombrello dell’autodifesa, un concetto ormai così esteso da coprire qualsiasi azione, purché arrivi prima della domanda giusta.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Gli Stati Uniti, invece, restano fedeli alla loro versione aggiornata della “stabilizzazione”: intervenire per evitare il peggio e finire per produrlo. </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Iraq, Libia, Siria</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> sono lì a ricordarlo, anche se a Washington sembrano considerati più incidenti di percorso che precedenti.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo, però, il contesto cambia. E cambia in fretta. L’Iran non arretra, il Libano resta una miccia accesa, e lo Stretto di Hormuz — uno dei punti più sensibili del pianeta — si trasforma in una linea di frizione permanente. Ogni movimento navale, ogni dichiarazione, ogni “avvertimento” aggiunge un grado alla temperatura.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il punto è che questa </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">non è più una crisi locale</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. È un equilibrio globale che si incrina. E quando potenze come la Cina iniziano a segnare il territorio in modo esplicito, significa che </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">il margine di errore si riduce drasticamente</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma forse il vero problema è un altro. Chi oggi alimenta questa spirale sembra ancora convinto di poterla gestire. Di poter dosare la tensione, calibrare le risposte, controllare le conseguenze. È la stessa illusione che accompagna ogni escalation: quella di avere sempre un passo indietro disponibile.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">La storia, però, è meno indulgente. E insegna che quando si continua a spingere oltre il limite, </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">prima o poi il limite scompare</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">E a quel punto non ci sono più comunicati da tradurre. Solo conseguenze da subire.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> E non sono belle.</span></span></p>
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		<title>Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 18:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/">Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un simile comportamento. Il mondo cattolico alzi lo sguardo e la voce senza timore. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli</em></p>
<p>Siamo al paradosso. Siamo in un assurdo epocale e irrispettoso. L’ulteriore tensione innescata dal presidente Trump colpisce direttamente il Santo Pontefice. E non solo. Leone XIV è un Capo di Stato. È un fatto di una gravità inaudita perché coinvolge, oltretutto, la Città del Vaticano e, più in generale, l’intera comunità dei cattolici. I quali certamente devono seguire il Vangelo, ma non è concepibile subire attacchi verbali quanto meno irresponsabili.<br />
C’è di più. È chiaro che Leone XIV non può che “reagire” come ha già fatto, ovvero insistendo con un forte richiamo al Vangelo, alla pace e alla diffusione di un messaggio di riconciliazione. Ma uno sfregio è stato compiuto e non credo che i cattolici tutti, compresi quelli degli Stati Uniti d’America, possano tollerare un simile atto.<br />
Le parole del presidente americano hanno definito il Papa “debole” e “pessimo sulla politica estera”, segnando una distanza senza precedenti nei rapporti tra un presidente americano e il Pontefice. Anche perché lo scontro arriva in un momento di grande conflitto internazionale, in particolare sul dossier Iran, su cui il Papa ha più volte invocato dialogo e negoziati.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-7186" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg 620w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump-300x164.jpg 300w" alt="" width="558" height="305" /></figure>
</div>
<p>Trump ha criticato apertamente queste posizioni, accusando Leone XIV di non affrontare con fermezza le minacce globali. La replica del Pontefice è stata immediata, ma misurata: “Non ho paura dell’amministrazione Trump” e “continuerò a parlare contro la guerra”, ha dichiarato Papa Leone XIV, evitando di entrare in un confronto diretto.<br />
C’è da dire che le reazioni critiche non si sono fatte attendere. Infatti, gli ambienti ecclesiastici statunitensi hanno definito “denigratorie” le parole del presidente. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha espresso il suo sconforto per l’attacco di Trump al Papa, sottolineando che “Papa Leone non è il suo rivale”. Fin qui la cronaca in sintesi.<br />
Lo scontro tra Trump e Papa Leone XIV è chiaramente un sintomo della crescente tensione tra la Chiesa cattolica e la politica internazionale. Ma dietro una tale situazione quanto influisce Israele? Una domanda che bisognerebbe porsi, soprattutto in una fase in cui il legame tra scontri politici ed economici si inserisce in un ulteriore conflitto, quello religioso. Ciò significa uno scontro di civiltà.<br />
La contraddizione è proprio qui: una nazione occidentale che si scaglia duramente contro quelle radici che sono cattoliche o, se vogliamo, cristiane. Perché ormai siamo a una divisione tra chi cerca la pace e chi vuole mantenere uno stato permanente di guerra.<br />
Gli Stati Uniti d’America e Israele sono diventati nazioni di guerra e di minacce continue.<br />
Certo, il mondo arabo e islamico è in subbuglio e ormai la prospettiva si muove su una scacchiera economica, dentro la quale si inseriscono valenze storiche, culturali e religiose, con gravi implicazioni come appena accaduto.<br />
La posizione del Papa, in tal caso, è motivata da una visione più ampia della politica internazionale, che pone l’accento sulla pace e sul dialogo.<br />
La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che la guerra non è una soluzione ai conflitti internazionali e che il dialogo e la negoziazione sono gli unici strumenti per risolvere le controversie. A chi non sta bene tale posizione? A chi impugna le armi, a chi invade, a chi dispone degli strumenti reali per condurre occupazioni e guerre.<br />
Siamo in un tempo di macerie e rovine e, nonostante tutto, si continua a perseguire la completa devastazione e l’annientamento del dialogo, che resta sempre possibile. Ritorno sulla domanda precedente: dietro Trump c’è Israele e non il contrario. Non è concepibile “israelizzare” una parte della geografia internazionale. I cattolici entrino bene in tale contesto. È Israele che non vuole il dialogo, soprattutto con il mondo cattolico. Lo si legge chiaramente osservando e riflettendo sulle dinamiche nel bacino mediterraneo.<br />
Insomma, è lampante: l’attacco di Trump è contro il mondo cattolico, e finisce per indebolire le radici cristiane dell’intero Occidente. Per quale motivo? Per difendere ancora una volta Israele. È tutto ormai completamente intollerabile, ma anche segno di forte debolezza.<br />
È inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione religiosa e cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un comportamento simile. Il mondo cattolico dovrebbe alzare lo sguardo e la voce senza timore alcuno. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli.</p>
<p>….</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-100441" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg 454w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1-300x251.jpg 300w" alt="" width="346" height="290" /></figure>
</div>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:17:25 +0000</pubDate>
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<p>Trump rinvia l’ultimatum e apre uno spiraglio fragile: non è pace, ma un tempo sospeso in cui la diplomazia torna a essere l’unico vero argine Ci sono momenti nella storia&#8230;</p>
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<p>Ci sono momenti nella storia in cui il tempo non scorre: si sospende.<br />
Non è pace, non è guerra. È attesa.</p>
<p>La decisione di rinviare di due settimane l’ultimatum all’Iran si colloca esattamente qui, in questo spazio fragile e denso. Donald Trump ha scelto di non affondare il colpo adesso. Non perché il conflitto sia risolto, ma perché il sistema globale non è ancora pronto a reggerne il peso.</p>
<p>Due settimane.<br />
Non sembrano molte.<br />
Eppure, in geopolitica, possono valere quanto un decennio.</p>
<p>Il cuore della tensione resta lo stesso: lo Stretto di Hormuz. Non è solo un passaggio marittimo, è una vena aperta del mondo. Da lì passa una quota enorme del petrolio globale. Chi lo controlla, non controlla solo il traffico navale: controlla gli equilibri economici, politici, perfino psicologici dei mercati.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge, con forza, il ruolo indispensabile della diplomazia.</p>
<p>Perché quando tutto sembra spingere verso lo scontro, la diplomazia è l’unico spazio che permette ancora di tenere insieme ciò che rischia di spezzarsi. Non è debolezza. È responsabilità. Non è lentezza. È profondità.</p>
<p>Come ha ricordato l’ambasciatore Pasquale Ferrara, la diplomazia è «la prima infrastruttura della pace».<br />
Senza questa infrastruttura, ogni crisi scivola inevitabilmente verso il conflitto.</p>
<p>E questo non è solo un principio etico. È anche un dato scientifico.</p>
<p>Da decenni, studiosi di relazioni internazionali spiegano che la minaccia non è semplicemente un preludio alla guerra. Può diventare, se gestita, uno strumento di negoziazione.</p>
<p>Il premio Nobel Thomas Schelling ha dimostrato che nel mondo contemporaneo la forza non serve solo a vincere una guerra, ma soprattutto a <strong>influenzare il comportamento dell’altro senza arrivare allo scontro</strong>. La capacità di fare male — o anche solo di far credere di poterlo fare — diventa una leva negoziale.</p>
<p>In altre parole, la minaccia funziona quando resta sospesa.</p>
<p>È ciò che la teoria della deterrenza descrive con chiarezza: convincere l’avversario che il costo di un’azione sarà troppo alto, così da evitarla senza combattere.</p>
<p>E ancora: la coercizione, spiegava Schelling, non consiste nel prendere qualcosa con la forza, ma nel far sì che sia l’altro a concederlo, proprio per evitare quella forza.</p>
<p>È esattamente ciò che stiamo vedendo oggi.</p>
<p>Il rinvio dell’ultimatum non è una pausa neutra.<br />
È una fase di negoziazione sotto pressione.</p>
<p>Una “minaccia attiva”, potremmo dire, che serve a spingere l’altra parte a fare una scelta senza arrivare allo scontro diretto. È una partita di equilibrio, dove ogni mossa comunica qualcosa: forza, apertura, limite.</p>
<p>Dietro le dichiarazioni ufficiali si muovono diplomazie parallele, interessi incrociati, pressioni che non trovano spazio nei comunicati stampa. Non è un caso che si parli di incontri riservati, di canali aperti in Paesi terzi, di mediazioni silenziose. La guerra, oggi, non si gioca solo con le armi. Si gioca nelle stanze dove qualcuno ha ancora il coraggio di negoziare.</p>
<p>Eppure, la domanda resta: è davvero una tregua o solo un respiro prima dell’impatto?</p>
<p>Perché la verità è che l’ultimatum non è stato ritirato. È stato solo spostato.<br />
Come una scadenza che incombe, come una promessa che può trasformarsi in minaccia.</p>
<p>In questo scenario, il ruolo dell’Europa appare ancora una volta sospeso tra possibilità e limite. Potrebbe essere protagonista di una diplomazia nuova, multilaterale, capace di ricucire. Ma spesso resta spettatrice, più attenta a contenere gli effetti che a incidere sulle cause.</p>
<p>Ma c’è un livello più profondo, che spesso sfugge alle analisi tecniche.</p>
<p>Questa crisi non parla solo di Iran, di Stati Uniti o di petrolio.<br />
Parla di un modello di potere.</p>
<p>Un modello in cui la tensione non è un errore del sistema, ma una sua funzione. In cui la minaccia diventa linguaggio politico. In cui il conflitto viene gestito, modulato, talvolta persino “utilizzato” per ottenere equilibri diversi.</p>
<p>E qui si inserisce un elemento ancora più delicato: il potere oggi è reticolare. Finanza, politica, sicurezza si intrecciano in modi che raramente emergono in superficie. I dossier che negli ultimi mesi hanno attraversato ambienti internazionali — tra silenzi, rivelazioni e ambiguità — mostrano quanto queste connessioni siano profonde.</p>
<p>Il potere non è mai isolato.<br />
È sempre connesso.</p>
<p>E quando il potere è connesso, anche le crisi lo sono.</p>
<p>Per questo le prossime due settimane non sono solo un tempo tecnico.<br />
Sono un banco di prova per la diplomazia globale.</p>
<p>Un banco di prova per capire se il mondo ha ancora la capacità di fermarsi prima dell’irreversibile.<br />
Un banco di prova per verificare se esiste una leadership capace di scegliere il dialogo invece della forza.<br />
Un banco di prova, soprattutto, per noi.</p>
<p>Perché mentre i grandi decidono, i popoli vivono le conseguenze. Sempre.</p>
<p>La storia recente ci ha insegnato che le guerre non iniziano mai davvero quando vengono dichiarate. Iniziano molto prima, nelle parole, nelle tensioni accumulate, nelle paure alimentate. E finiscono molto dopo, nei traumi, nelle fratture sociali, nelle generazioni segnate.</p>
<p>Per questo oggi non basta osservare.<br />
Serve comprendere.</p>
<p>Comprendere che ogni rinvio è un’occasione. Ma non infinita.<br />
Comprendere che ogni tregua è una responsabilità.<br />
Comprendere, soprattutto, che senza diplomazia la minaccia smette di essere strumento e diventa tragedia.</p>
<p>Due settimane.<br />
Il mondo trattiene il respiro.</p>
<p>E forse, proprio in questo respiro sospeso, si gioca qualcosa di più grande della geopolitica: la possibilità, ancora una volta, di scegliere tra la scorciatoia della forza e la fatica, necessaria, del dialogo.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Sicilia, basi NATO e guerra in Iran: quando la geopolitica entra nel nostro quotidiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 06:24:17 +0000</pubDate>
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<p>Sigonella, MUOS di Niscemi, esercitazioni nel Canale: non è “allarmismo”, è la domanda adulta che una democrazia deve saper fare. Cosa succede davvero, quali rischi sono reali, e quale trasparenza&#8230;</p>
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<p class="has-text-align-right">di Francesco Mazzarella</p>
<p>In queste ore la guerra in Iran non è più un’immagine lontana, confinata nei notiziari internazionali o nelle mappe dei think tank. Per l’Italia — e per la Sicilia in particolare — diventa una questione concreta, quasi domestica, perché la nostra geografia è anche geostrategia: siamo nel cuore del Mediterraneo e ospitiamo infrastrutture militari che, per natura, entrano nelle catene operative degli alleati. E quando lo scontro si allarga, ciò che fino a ieri sembrava routine — sorveglianza, comunicazioni, supporto, esercitazioni — oggi viene percepito come parte di un possibile “ingranaggio” bellico.</p>
<p>Il punto non è alimentare paure. Il punto è fare ciò che spesso dimentichiamo: distinguere, capire, pretendere chiarezza. Perché una comunità matura non si addormenta sulla parola “NATO” come fosse una coperta rassicurante, né si sveglia urlando “siamo in guerra a nostra insaputa” come fosse uno slogan definitivo. Una comunità matura fa domande precise, tiene insieme sicurezza e democrazia, e non delega la propria coscienza collettiva alle semplificazioni.</p>
<p>Partiamo dai fatti che oggi entrano nel dibattito pubblico con insistenza. Diverse fonti italiane riportano che su <strong>Sigonella</strong>e sul <strong>MUOS di Niscemi</strong> si sono riaccesi interrogativi politici, con richieste di chiarimento al governo sul grado di coinvolgimento, diretto o indiretto, nel contesto delle operazioni legate al conflitto con l’Iran. Non è un dettaglio: quando un tema diventa domanda parlamentare e oggetto di confronto pubblico, non è più solo materia tecnica. Diventa materia democratica.</p>
<p>Nel frattempo, mentre l’attenzione mediatica si concentra sulle “basi”, l’Italia alza anche la soglia della vigilanza interna: secondo quanto riportato dall’ANSA, il sistema di sicurezza monitora un numero molto ampio di obiettivi sensibili sul territorio nazionale dopo l’escalation seguita agli attacchi USA-Israele e alla risposta iraniana. Questo non significa che “domani succede qualcosa”, ma significa che lo Stato legge un rischio aumentato e reagisce come fa sempre quando lo scenario internazionale si incattivisce: prevenzione, controllo, attenzione ai nodi critici.</p>
<p>E poi c’è il contesto geopolitico, che oggi cambia più in fretta dei nostri tempi emotivi. Reuters riporta che l’Italia avrebbe ricevuto richieste legate a sistemi di difesa aerea e anti-drone da Paesi del Golfo colpiti o minacciati da attacchi iraniani, e che a Roma si discute — senza decisione finale pubblica — anche dell’eventuale invio di una batteria SAMP/T, precisando però che non verrebbero intaccate le risorse già impegnate sul fronte ucraino. Sono elementi che dicono una cosa semplice: l’Italia non è spettatrice neutra di una partita lontana. È un attore europeo con alleanze, obblighi, pressioni, responsabilità.</p>
<p>Dentro questo quadro, la Sicilia emerge come un fulcro naturale. <strong>Sigonella</strong> è spesso descritta come un hub strategico per attività di sorveglianza, ricognizione e supporto nel Mediterraneo allargato; il <strong>MUOS</strong> di Niscemi viene raccontato come un’infrastruttura di comunicazione avanzata, capace di connettere unità, piattaforme e sistemi in teatri distanti. Qui nasce la prima distinzione che serve a non impazzire: una cosa è ospitare infrastrutture e flussi che hanno una funzione di rete; un’altra cosa è autorizzare, politicamente e formalmente, l’uso del territorio nazionale per specifiche operazioni di attacco. I due piani possono sovrapporsi nella percezione, ma non coincidono automaticamente.</p>
<p>Ed è proprio su questo confine che cresce l’inquietudine: non tanto perché “si sa” qualcosa di segreto, ma perché la gente sente — e spesso a ragione — che tra il linguaggio ufficiale e la realtà operativa può esserci una distanza. Non sempre per malafede, a volte per ragioni di riservatezza militare. Ma la riservatezza, in una democrazia, non può diventare un buco nero permanente. Deve avere un perimetro, deve avere un controllo, deve avere una responsabilità politica che si prende il peso delle decisioni.</p>
<p>In queste ore riemerge anche un altro elemento che vale la pena mettere sul tavolo: nel mare attorno alla Sicilia sono in corso attività addestrative e operative NATO incentrate sulla guerra sottomarina. La stampa locale parla dell’esercitazione <strong>Dynamic Manta 2026</strong> tra Catania e Siracusa, sottolineando il ruolo dell’isola nel dispositivo di difesa dell’Alleanza.</p>
<p>Questo punto è cruciale, perché ci ricorda che la Sicilia non è “solo” un luogo dove decollano aerei o transitano segnali: è anche un ambiente marittimo strategico, un corridoio energetico e commerciale, un’area in cui la deterrenza e il controllo delle rotte sono diventati centrali. E quando il Golfo Persico brucia, quando lo Stretto di Hormuz torna a essere un nervo scoperto, il Mediterraneo non è più periferia: è retrovia logistica e spazio di sicurezza europea.</p>
<p>A questo si aggiunge la dimensione civile: le famiglie, i lavoratori delle zone interessate, le comunità che vivono accanto a installazioni militari o a infrastrutture di comunicazione. Per loro “base” non è una parola astratta: è traffico, controlli, cultura locale che si intreccia con presenza internazionale, e un senso vago — ma concreto — di vulnerabilità. Perché non è irrazionale pensare che, in uno scenario di escalation, alcuni luoghi possano diventare più esposti: non necessariamente a un attacco diretto, ma a pressioni, cyber-azioni, propaganda, tensioni sociali, perfino a un aumento dell’attenzione di apparati ostili.</p>
<p>E allora, che cosa dovrebbe accadere oggi in Italia, nel mezzo di questa temperatura che sale?</p>
<p>Dovrebbe accadere una cosa semplice e rivoluzionaria: <strong>trasparenza proporzionata e verificabile</strong>. “Proporzionata” perché esistono informazioni che non possono essere divulgate in tempo reale senza danneggiare la sicurezza. “Verificabile” perché non basta dire “state tranquilli”. Una democrazia non vive di tranquillanti: vive di fiducia, e la fiducia nasce quando chi governa non teme le domande e non risponde con frasi prefabbricate.</p>
<p>In concreto, questo significa almeno tre impegni.</p>
<p>Il primo: chiarire pubblicamente qual è la cornice politica in cui l’Italia si muove, e quali limiti si dà. Reuters riporta che, al momento, l’Italia non avrebbe ricevuto richieste per l’uso delle basi USA sul territorio italiano in operazioni contro l’Iran, ma che resterebbe aperta a valutare eventuali proposte.  Ecco: questo passaggio, tradotto in lingua umana, dice che la porta non è chiusa per definizione e che esiste una dinamica di richieste e valutazioni. Bene. Ma allora serve anche un principio: quali condizioni? quale passaggio istituzionale? quale controllo parlamentare? quale informazione ai cittadini, almeno nei termini generali?</p>
<p>Il secondo: proteggere il Paese senza militarizzarne l’anima. Monitorare obiettivi sensibili, rafforzare la vigilanza, prevenire rischi è dovere dello Stato.  Ma ogni scelta di sicurezza deve essere accompagnata da una comunicazione sobria, non intimidatoria, capace di spiegare senza terrorizzare. La sicurezza che genera paura continua diventa un’altra forma di insicurezza.</p>
<p>Il terzo: evitare la polarizzazione morale. In queste settimane, e ancora di più in questi giorni, l’opinione pubblica tende a dividersi in tifoserie: chi vede l’Iran come “male assoluto”, chi vede l’Occidente come “aggressore strutturale”, chi riduce tutto a complotto, chi riduce tutto a inevitabilità. In realtà, la politica internazionale è una zona grigia piena di interessi, deterrenza, errori, provocazioni, e anche tragedie civili. Proprio per questo, se vogliamo essere davvero “terra di pace”, dobbiamo imparare a non farci rubare l’intelligenza dal tifo.</p>
<p>C’è poi un’ultima questione, la più delicata: il rischio che la guerra — anche se lontana — diventi un’abitudine emotiva. Che ci si rassegni. Che la parola “escalation” venga pronunciata come fosse meteo. Che il destino di popoli e città venga ridotto a una riga nei mercati energetici. Reuters ricordava che, se la situazione peggiorasse, in Italia si valuterebbe persino la riattivazione di centrali a carbone per gestire eventuali stress energetici. È un dettaglio che racconta molto: la guerra cambia la vita anche dove non cadono bombe. Cambia l’economia, l’energia, la sicurezza, le relazioni internazionali, la qualità del dibattito pubblico.</p>
<p>Ed è qui che la Sicilia torna a essere simbolo e prova: simbolo perché è “ponte” naturale tra Nord e Sud del mondo; prova perché ci chiede di tenere insieme vocazione di accoglienza e realtà strategica, desiderio di pace e presenza militare, vita quotidiana e decisioni globali. Non è comodo. Ma è reale.</p>
<p>Per questo, oggi, l’articolo non può chiudersi con una frase ad effetto. Deve chiudersi con una responsabilità: la pace non è un cartello appeso a una base, né una bandiera usata per zittire le domande. La pace è un processo politico e culturale che ha bisogno di istituzioni trasparenti, cittadini adulti, media capaci di distinguere, e comunità che non cedono alla paura né alla propaganda.</p>
<p>Se la guerra in Iran ci sta insegnando qualcosa, è che il Mediterraneo non è un “mare di mezzo”: è una linea di pressione del mondo. E noi, qui, non possiamo limitarci a sperare che passi. Possiamo — dobbiamo — pretendere chiarezza, proteggere le persone, e continuare a dire una parola disarmata ma concreta: la sicurezza non può divorare la democrazia. E la democrazia, se resta viva, è già un pezzo di pace.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Teheran: raid congiunti di Stati Uniti e Israele, ucciso l’Ayatollah Ali Khamenei. Il Medio Oriente precipita in una nuova fase di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 20:11:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="665" height="305" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg 665w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-585x268.jpeg 585w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p>
<p>Raid congiunti USA‑Israele devastano l’Iran con la morte di Khamenei; missili iraniani colpiscono Israele e basi americane; Italia e altri Paesi europei sorpresi dall’operazione, ministro Crosetto bloccato a Dubai; instabilità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="665" height="305" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg 665w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-585x268.jpeg 585w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p><p><em>Raid congiunti USA‑Israele devastano l’Iran con la morte di Khamenei; missili iraniani colpiscono Israele e basi americane; Italia e altri Paesi europei sorpresi dall’operazione, ministro Crosetto bloccato a Dubai; instabilità politica e militare apre scenari di crisi internazionale e speranza di cambiamento nella popolazione iraniana</em></p>
<p>Il 28 febbraio 2026 resterà una data spartiacque negli equilibri del Medio Oriente. Nelle prime ore del mattino, mentre a Teheran la città si preparava alla giornata lavorativa, una sequenza coordinata di attacchi aerei e missilistici ha colpito simultaneamente obiettivi strategici in diverse aree dell’Iran. L’operazione, pianificata da Washington e Tel Aviv in stretto coordinamento operativo, ha preso di mira infrastrutture militari, centri di comando, batterie di difesa aerea e siti ritenuti connessi ai programmi missilistici e nucleari iraniani. Le esplosioni hanno squarciato la quiete della capitale e delle principali città, risuonando come una dichiarazione inequivocabile della nuova fase di confronto aperto.<br />
Poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che tra le vittime dell’offensiva figura l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica dal 1989. La notizia, inizialmente diffusa da fonti statunitensi e israeliane, è stata successivamente confermata dai media ufficiali iraniani, che hanno proclamato quaranta giorni di lutto nazionale. Con lui sarebbero rimasti uccisi anche alti esponenti dell’apparato di sicurezza, segnando un colpo devastante per la gerarchia politica e militare iraniana.<br />
I raid hanno interessato più di venti aree tra capitale e province strategiche. A Teheran le esplosioni si sono concentrate nei pressi di complessi governativi e strutture collegate alla catena di comando militare. A Isfahan e Tabriz sono stati segnalati danni a depositi logistici e centri di coordinamento. Le autorità iraniane parlano di oltre duecento vittime civili e centinaia di feriti; in almeno un caso un edificio scolastico sarebbe stato coinvolto dall’onda d’urto di un’esplosione, aggravando ulteriormente il bilancio umano. Testimoni riferiscono colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza e un clima di panico tra i residenti che cercavano rifugio nei sotterranei.<br />
La morte di Khamenei ha provocato reazioni opposte nella popolazione iraniana: mentre in molte aree ufficialmente controllate dal regime si sono svolti momenti di lutto e preghiera, in diversi quartieri urbani della capitale e di altre città importanti si sono registrate scene di gioia e festeggiamenti spontanei, con suoni di clacson, musica, slogan e fuochi d’artificio. Segmenti significativi della popolazione hanno colto l’occasione per esprimere sollievo e rabbia repressa contro decenni di governo autoritario e politiche repressive, pur restando consapevoli della precarietà della situazione e dei rischi di escalation militare.<br />
La risposta di Teheran è stata quasi immediata. Nella serata del 28 febbraio missili balistici e droni sono stati lanciati contro obiettivi israeliani e contro installazioni statunitensi nel Golfo Persico. Le sirene d’allarme hanno risuonato in diverse città israeliane, mentre basi USA in Qatar, Bahrein e Kuwait hanno attivato i sistemi di intercettazione. Il conflitto, nel giro di poche ore, ha assunto una dimensione regionale e ha determinato la chiusura temporanea degli spazi aerei civili, con voli sospesi in tutto il Golfo.<br />
Un passaggio cruciale è stato il blocco temporaneo del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale. L’interruzione delle rotte ha provocato immediate tensioni sui mercati energetici, con oscillazioni dei prezzi e timori per l’approvvigionamento europeo e asiatico. Le compagnie petrolifere e le autorità portuali hanno messo in atto piani di emergenza, mentre le assicurazioni marittime hanno innalzato le tariffe per le navi dirette verso la regione.<br />
La morte di Khamenei apre ora un vuoto di potere senza precedenti. La Guida Suprema non era soltanto il vertice religioso dello Stato, ma l’architrave dell’intero sistema politico e militare iraniano. Secondo la costituzione, la nomina del successore spetta all’Assemblea degli Esperti, ma nelle ultime ore si moltiplicano le ipotesi su un rafforzamento temporaneo del ruolo dei Pasdaran nella gestione della sicurezza e della transizione. Nelle strade della capitale si alternano manifestazioni di cordoglio e presidi armati, in un clima segnato da tensione e incertezza. Gli osservatori internazionali segnalano movimenti di truppe e veicoli blindati lungo le arterie principali, mentre comunicazioni ufficiali richiamano la popolazione alla calma.<br />
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale appare divisa. Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato l’azione militare congiunta USA‑Israele come violazione della sovranità e un rischio per la pace regionale, sottolineando la necessità di una de-escalation e di un ritorno al dialogo diplomatico. Russia e Cina hanno espresso condanna simile, ribadendo il principio di non ingerenza e l’urgenza di evitare un’escalation incontrollata.<br />
In questo quadro si inserisce una delle questioni politiche interne italiane che ha dominato le cronache della giornata: la vicenda del ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai con la propria famiglia. Crosetto si trovava negli Emirati Arabi Uniti per motivi personali e aveva in programma di rientrare in Italia sabato 28 febbraio, ma la chiusura degli spazi aerei nella regione a causa dell’escalation e delle misure di sicurezza conseguenti all’attacco USA‑Israele ha impedito il suo rientro. La presenza del ministro in vacanza nella regione — invece che nella capitale o in riunioni di coordinamento diplomatico — ha alimentato critiche politiche interne, in particolare da parte delle opposizioni, che l’hanno definita la prova della “marginalità dell’Italia” nella gestione della crisi. Crosetto ha comunque partecipato da remoto alle riunioni di vertice convocate a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni per coordinare la risposta diplomatica e la gestione della crisi con i ministri competenti e i vertici dell’intelligence.<br />
La vicenda di Crosetto sottolinea un problema più ampio che ha riguardato non soltanto l’Italia: diversi alleati occidentali non sono stati informati dell’attacco prima che iniziasse. Washington e Tel Aviv hanno limitato le informazioni ai partner considerati essenziali, ovvero quelli direttamente coinvolti nella pianificazione operativa e nella gestione immediata della crisi. Tra questi figurano alcuni Paesi del Golfo — tra cui Qatar e Bahrein — che ospitano basi militari statunitensi e controllano spazi aerei strategici, oltre a garantire accesso a rotte logistiche e corridoi energetici fondamentali. Questi Stati hanno ricevuto briefing dettagliati su tempi, obiettivi e modalità dei raid, per coordinare la sicurezza delle loro installazioni e supportare eventuali interventi difensivi.<br />
Al contrario, Italia, Francia, Germania e Regno Unito non sono stati informati preventivamente. La motivazione ufficiale, secondo fonti diplomatiche, è legata alla volontà di ridurre il rischio di fughe di informazioni o ritardi nella catena decisionale, considerata critica per la riuscita dell’operazione. Tuttavia, questa scelta ha generato sorpresa e frustrazione tra i governi europei, evidenziando le tensioni tra alleati tradizionali e il modo selettivo con cui Washington ha gestito l’informazione, lasciando in parte i partner “storici” a reagire solo dopo che l’attacco era già in corso.<br />
La mancata informazione preventiva ha avuto anche conseguenze immediate per l’Italia. Palazzo Chigi ha dovuto convocare vertici d’urgenza e verificare la situazione dei connazionali nella regione, stimati in oltre 58.000 tra lavoratori, residenti e turisti, molti dei quali bloccati dalla sospensione dei voli commerciali dopo l’escalation. Ambasciate e consolati hanno attivato corridoi di emergenza e linee dirette per coordinare eventuali evacuazioni.<br />
La conseguenza è un doppio livello di tensione: uno militare, che attraversa il Medio Oriente con un conflitto che minaccia di allargarsi, e uno politico-diplomatico, che interroga l’Europa sul proprio ruolo nelle grandi crisi globali e sulla coesione dell’alleanza atlantica. Il 28 febbraio 2026 segna dunque l’eliminazione di una figura centrale come Khamenei, e l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra alleati occidentali e nella gestione delle crisi internazionali.<br />
Nonostante le tensioni militari e le incertezze politiche, la morte di Khamenei ha aperto uno spiraglio di speranza tra molti iraniani, stanchi di decenni di repressione e controllo autoritario. I festeggiamenti spontanei in alcune città testimoniano il desiderio diffuso di una nuova fase, in cui la società possa finalmente godere di maggiore libertà e partecipazione. Analisti e osservatori avvertono che il futuro dell’Iran dipenderà dalle scelte della nuova leadership e dall’equilibrio tra diversi centri di potere, ma per ora una parte significativa della popolazione vede nella fine della guida di Khamenei la possibilità di mettere un freno alla dittatura del terrore e di aspirare a riforme concrete.<br />
Le prossime ore saranno decisive per comprendere se prevarrà una spirale di escalation oppure se, dietro le quinte, si apriranno canali riservati per contenere il conflitto. Il Medio Oriente è entrato in una fase di instabilità profonda; il resto del mondo osserva, consapevole che le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione. In parallelo, la gestione dei cittadini italiani e la risposta diplomatica europea diventeranno indicatori chiave della capacità di reazione degli Stati occidentali in una crisi di portata importante. @<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>LA VERA ARMA SEGRETA DEGLI USA IN VENEZUELA È STATA LA CORRUZIONE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2026 06:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/454cc4fe-0796-4bb5-a384-a4d7200e50c0-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Donald Trump ama vantarsi. D’altronde è un vezzo tutto americano, anche Obama, Biden, Clinton, Bush e chi li ha preceduti facevano lo stesso Il Tycoon, dicevamo: dice che l’America ha armi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/25/la-vera-arma-segreta-degli-usa-in-venezuela-e-stata-la-corruzione/">LA VERA ARMA SEGRETA DEGLI USA IN VENEZUELA È STATA LA CORRUZIONE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Tycoon, dicevamo: dice</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> che l’America ha armi segrete, soldati imbattibili, operazioni chirurgiche. Dice che il colpo in Venezuela è stato un capolavoro militare. Dice tutto, tranne l’unica cosa vera. Che non è servito sparare. Perché la guerra era già stata vinta prima. A tavolino. A colpi di accordi. Di soldi. Di impunità promessa.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">In Venezuela non c’è stata una battaglia. C’è stata una consegna. Il presidente Maduro non è caduto sotto il fuoco nemico. È stato </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">ceduto</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Consegnato dai suoi stessi vertici militari, quelli che Trump oggi chiama “pragmatici”, “responsabili”, “collaborativi”. Gli stessi che fino al giorno prima venivano descritti come fedelissimi del regime. Fedelissimi, sì. Al denaro. E all’amnistia.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Perché questa è la vera arma segreta americana. Non i droni invisibili, non le forze speciali, non le tecnologie fantascientifiche che Trump ama evocare per impressionare i suoi elettori. L’arma è sempre la stessa da settant’anni: </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">comprare chi comanda</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, promettere impunità a chi ha le mani sporche, garantire potere a chi accetta di cambiare padrone senza cambiare uniforme.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">I generali venezuelani non hanno difeso il loro presidente. Non perché fossero pacifisti. Non perché credessero nella democrazia. Ma perché avevano un accordo. Un accordo chiaro: Maduro consegnato, nessuna resistenza, nessun colpo sparato. In cambio, </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">amnistia totale</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Immunità per i crimini passati. Potere intatto. Poltrone salve. Gradi confermati. Carriere garantite.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Crimini quali. Quelli per cui gli stessi vertici militari venezuelani erano stati </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">accusati dalle Nazioni Unite di crimini contro l’umanità</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Torture. Repressioni. Esecuzioni. Sparizioni. Tutto cancellato con un colpo di spugna. Non da un tribunale. Ma da Washington.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">E Trump, coerente come sempre, non fa nemmeno finta di indignarsi. Anzi. Si vanta del rapporto “eccellente” con il nuovo leader venezuelano scelto dagli Stati Uniti. Lo loda. Lo accredita. Lo benedice. Perché non serve che sia legittimato dal popolo. Basta che sia legittimato dal Dipartimento di Stato.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">La narrativa ufficiale parla di “transizione democratica”. È la stessa parola usata in Iraq. In Siria. In Libia. Ovunque gli Stati Uniti abbiano esportato democrazia lasciando dietro macerie, petrolio e governi telecomandati. La democrazia, quando passa dagli USA, arriva sempre dopo il conto economico.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Trump parla di abilità militare. Ma se davvero l’operazione fosse stata militare, qualcuno avrebbe sparato. Invece no. Le caserme sono rimaste chiuse. I carri fermi. Gli ufficiali al loro posto. Perché il vero lavoro lo aveva fatto la CIA. Non sul campo. Nei conti correnti. Nelle trattative riservate. Nei dossier di ricatto. Nelle promesse di salvezza personale.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Altro che armi segrete. Qui l’unico segreto è che non c’è nessun segreto. È il solito format americano: </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">corruzione, pressione, finanziamenti all’opposizione, legittimazione del tradimento, amnistia per i carnefici utili, retorica democratica per i giornali</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Il tutto condito con qualche conferenza stampa muscolare per uso interno.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Venezuela non è stato liberato. È stato </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">ristrutturato</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Come un’azienda acquisita. Si cambia l’amministratore delegato, si lasciano intatti i quadri dirigenti, si azzera il passato e si riparte come se nulla fosse successo. Tranne per chi ci ha creduto davvero. Per il popolo. Che non ha deciso niente.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Trump può continuare a raccontare la favola dei soldati invincibili. Ma la verità è più semplice e più sporca. Gli Stati Uniti non vincono perché combattono meglio. Vincono perché </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">pagano meglio</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. E perché promettono ciò che nessun tribunale internazionale concede: l’oblio.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Questa non è geopolitica. È compravendita di Stati.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">E la chiamano democrazia solo perché suona meglio di “occupazione con ricevuta”.</span></span></p>
<p>@riproduzione riservata</p>
<p class="s9">
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