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	<title>Venezia Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Venezia Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Venezia. Il Centro Studi Federico II all&#8217;opening della  81^ Mostra internazionale d’arte cinematografica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2024 16:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Centro studi Federico II]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra internazionale del cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="333" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/foto-di-gruppo--scaled-e1725637990699.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>“Essere stati ufficialmente invitati a partecipare alla giornata di apertura di questa manifestazione di alto livello culturale internazionale ci ripaga dell’impegno profuso per i progetti da noi realizzati in campo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/09/06/venezia-l-centro-studi-federico-ii-allopening-della-81-mostra-internazionale-darte-cinematografica/">Venezia. Il Centro Studi Federico II all&#8217;opening della  81^ Mostra internazionale d’arte cinematografica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Essere stati ufficialmente invitati a partecipare alla giornata di apertura di questa manifestazione di alto livello culturale internazionale ci ripaga dell’impegno profuso per i progetti da noi realizzati in campo internazionale”. </em>Così ha dichiarato il Presidente del Centro Studi Federico II, <strong>Giuseppe Di Franco</strong>.</p>
<p>Il 28 agosto 2024 è stata un’intensa giornata culturale organizzata in collaborazione con <strong><em>Biennale di Venezia, Confindustria Veneto, Unione Consoli Onorari, Silighini Company LLC, Fondazione Italia &#8211; Giappone e Centro Studi Federico II </em></strong>e in occasione della quale il Presidente Di Franco ha tra l’altro, presentato la tematica prevista dal Centro Studi nel 2024 dedicata alla <strong>“Diplomazia Culturale e alla Pace nel mondo”,</strong> a una platea di personalità di altissimo livello culturale e istituzionale presenti al<strong> Lido di Venezia.</strong></p>
<div id="attachment_92286" style="width: 216px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-92286" class="wp-image-92286 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/Arianna-Roselli-e-Mattia-Carlin-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /><p id="caption-attachment-92286" class="wp-caption-text">Arianna Roselli con Mattia Carlin</p></div>
<p>L’evento è iniziato alle ore 12 con un Photocall (servizio fotografico) seguito poi dalla presentazione del progetto cinematografico (nato da un’idea di Mattia Carlin) della<strong><em> Silighini Company LCC</em></strong> e dal titolo <strong><em>“Il Console” </em></strong>e dagli interessanti e pregevoli interventi del <strong><em>Regista Prof. Luciano Silighini Garagnani </em></strong>e del<strong><em> Dott. Mattia Carlin, Vice Presidente dell’U.C.O.I. </em></strong>seguiti dalla proiezione backstage del film “<em>Il Console</em>”.</p>
<p>La pellicola, che ha avuto i primi ciak in Svizzera, vede come <strong>protagonista l’attrice Francesca Monti</strong> che interpreta il ruolo di una diplomatica del Vaticano e inoltre anche la presenza di altri attori e attrici tra i quali, Isabel Vincenzi (già Miss Cinema e Miss Italia), Asia Galeotti, Arianna Semeraro, Francesco Oranges, Brando Di Placido, Daniele Giangreco, Hirut Woldeselasie, Paolo Riva, Sofia Crisafi, Arianna Roselli e <strong>Francesca La Gala</strong>, già volto di<strong> Disney Channel </strong>e moglie del</p>
<div id="attachment_92284" style="width: 246px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-92284" class="size-medium wp-image-92284" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/Francesca-La-Gala--236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /><p id="caption-attachment-92284" class="wp-caption-text">francesca La Gala</p></div>
<p><strong> regista Luciano Silighimi. </strong>La première è prevista a <strong>Berlino</strong> in occasione del Festival del Cinema per poi uscire nelle sale UCI e su Amazon Primevideo.</p>
<p>All’interno del programma ha avuto luogo anche la presentazione e proiezione video dei partner giapponesi che hanno partecipato all’evento, ovvero il <strong>Regista</strong> <strong>Maestro Kunihico Ukai </strong>e il<strong> Maestro Daisuke Tarutani, regista e produttore cinematografico</strong> i quali sono intervenuti.</p>
<p>A seguire, l’intervenuto del <strong>Presidente Di Franco</strong> che ha ringraziato le personalità e i rappresentanti delle istituzioni presenti all’evento, ed in particolare il <strong>Prof. </strong><strong>Luciano Francesco Silighini Garagnani Lambertini </strong><em>(Principe Pontificio, Barone di Mugdock e Lord di Ufford Hall nonché Produttore cinematografico e Regista<strong>)</strong></em> e il<strong> Dott. Mattia Carlin </strong><em>(Vice Presidente dell’Unione Consoli Onorari).</em></p>
<div id="attachment_92285" style="width: 186px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-92285" class="size-medium wp-image-92285" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/Francesca-Monti-e-Luciano-Silighini-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /><p id="caption-attachment-92285" class="wp-caption-text">Francesca Monti e Luciano Silighini</p></div>
<p>Il <strong>Presidente Di Franco </strong>ha inoltre presentato la nuova onorificenza elargita dal <strong>Centro Studi</strong>, ovvero <strong><em>l’Augustale di Federico II</em></strong>, un’opera d’arte realizzata in ottone dorato, dal M° Scultore Mauro Gelardi in collaborazione con il M° Fonditore Ettore Machì e rifinita dal M° Argentiere Roberto Ventimiglia che riproduce la moneta aurea fatta coniare da Federico II nel 1231, in occasione del pacifico clima di rinascita a seguito della pace con gli infedeli e con il pontefice, e denominata appunto moneta della pace e senza dubbio una delle monete più famose e più belle del Medioevo europeo.</p>
<p>Nel contesto del programma ha avuto luogo la cerimonia di consegna dell’<strong><em>Augustale al Regista Luciano Silighini Garagnani, al Dott. Mattia Carlin e al Regista giapponese Maestro Kunihiko Ukai </em></strong>(una leggenda del cinema giapponese che ha lavorato in Giappone per 54 anni come regista e che è stato insignito del premio per il montaggio e il merito culturale dal governo giapponese in occasione del Tokyo International Film Festival).</p>
<p>Per il Presidente Di Franco è stata infine un’occasione per portare i saluti del Presidente del Comitato scientifico <strong>Goffredo Palmerini</strong> (scrittore e giornalista); di<strong> Stefano Vaccara </strong>(giornalista e scrittore, fondatore della testata giornalistica <em>La Voce di New York</em> e nostro rappresentante negli Stati Uniti) e di<strong> Maria Luisa Macellaro La Franca</strong> (pianista e direttrice d’orchestra di livello internazionale, che ci rappresenta in Francia a Bordeaux).</p>
<p>Il <strong>Presidente Di Franco</strong> a fine manifestazione ha dichiarato: <em>“Per il Centro Studi Federico II è stata una bellissima esperienza che ci ha permesso di interagire con insigni personalità e con soggetti delle istituzioni pubbliche e private al fine di realizzare in sinergia, incontri, scambi culturali e progetti a livello internazionale”.</em></p>
<p><em>Nella foto di gruppo scattata in occasione della cerimonia di consegna dell’Augustale, da sinistra: </em></p>
<p>il regista e produttore cinematografico <strong>Daisuke Tarutani,</strong> l’attrice <strong>Asia Galeotti</strong>, <strong>Marco Battellini</strong>, <strong>Mattia Carlin</strong> (Vice Presidente Unione Consoli Onorari), il Regista <strong>Kunihiko Ukai,</strong> il Presidente <strong>Giuseppe Di Franco</strong>, il Regista e produttore cinematografico Prof. <strong>Luciano Silighini Garagnani</strong> e l’artista <strong>Rena Masuyama.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Venezia. Pierfrancesco Favino protagonista di un’esclusiva Masterclass alla Lounge Campari</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/30/venezia-pierfrancesco-favino-protagonista-di-unesclusiva-masterclass-alla-lounge-campari/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=venezia-pierfrancesco-favino-protagonista-di-unesclusiva-masterclass-alla-lounge-campari</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Aug 2024 20:15:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfrancesco Favino]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2200" height="1467" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802.jpeg 2200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-1536x1024.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-2048x1366.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-1920x1280.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3802-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 2200px) 100vw, 2200px" /></p>
<p>L’attore, nel ruolo di Ambassador Campari ha dialogato con i giovani talenti emergenti di Generazione Do portando la propria esperienza e la passione che lo lega al Grande Schermo. Venezia,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">L’attore, nel ruolo di Ambassador Campari ha dialogato con i giovani talenti emergenti di Generazione Do portando la propria esperienza e la passione che lo lega al Grande Schermo.</em></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Venezia, 30 agosto 2024 – </em>Nel pomeriggio della terza giornata di Venezia81, la suggestiva <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Campari Lounge</strong> –<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"> situata presso la Terrazza Biennale, di fronte al Palazzo del Casinò</em> &#8211; diventata ormai un punto d’incontro fondamentale per parlare di cinema e respirare l’atmosfera del Lido, ha ospitato una <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Masterclass con protagonista Pierfrancesco Favino</strong>, nel ruolo di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Ambassador Campari</strong>, moderata dal giornalista e critico cinematografico Mauro Gervasini.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">L’attore italiano di fama internazionale e tra i più affermati e riconosciuti anche all’estero, in concorso con <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Maria</em>, ha condotto un dialogo esclusivo, carico di passione e amore per il Cinema, rivolto ai giovani talenti emergenti e ai ragazzi di <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Generazione Do</strong>, il progetto di Daniele Orazi dedicato alla nuova generazione del cinema italiano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-92049 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3804-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3804-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3804-263x175.jpeg 263w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3804.jpeg 509w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Descrivendo la paura  come un sentimento inevitabile nell’essere umano e nella carriera di attore, Favino ha regalato immagini cariche di emozioni alla platea di giovani attori, <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“ho avuto la fortuna di poter lavorare con registi che sono stati in grado di comprendere la persona al di là dell’attore, di accettare l’essere umano che si nasconde dietro la macchina da presa e accoglierne la paura”</em>.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">L’antidoto per riuscire ad affrontare la paura – che accomuna tutti gli esseri umani – senza che diventi un limite invalicabile, è abbandonarsi ad essa attraverso la propria umanità e soprattutto la Passione per l’arte cinematografica.  Lo stesso elemento che contraddistingue la <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Red Passion Campari</em>, quella scintilla in grado di muovere l’istinto creativo nascosto in ognuno di noi.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12"><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“Attraverso la Passione siamo in grado di liberarci di ciò che non è essenziale, immergendoci in ciò che siamo e facciamo, perdendo il controllo di noi stessi”</em>, ha spiegato Favino, <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“il nostro lavoro è costruire quel passo che ci consente di tuffarci nella paura e oltre di essa”</em>.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Lo stimolante talk ha poi affrontato le riflessioni e i consigli dell’attore, ai giovani talenti emergenti, rispetto a come prepararsi a un ruolo e affrontare le sfide dei provini, <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“il primo mattone per costruire un personaggio è leggere la sceneggiatura come se non fossi tu a recitare”</em> ha spiegato Favino, <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">“e ai provini, il mio invito è quello di presentarsi come si è, perché molto spesso ti scelgono per come esci dalla porta”.</em></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">La Passione al centro di questa Masterclass conferma l’impegno del brand – simbolo dell’aperitivo per eccellenza – per il Cinema, accompagnando ospiti e spettatori in un vero e proprio viaggio attraverso questi valori. Fin dalla sua fondazione nel 1860, Campari si è infatti spinto oltre i confini della creatività convenzionale, alimentando la passione e il talento, attraverso iniziative, eventi e progetti volti a rendere omaggio all’arte, in ogni sua forma ed espressione.</p>
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		<title>Venezia prepara i sogni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Aug 2024 15:39:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema festival]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>di Carlo Di Stanislao  &#8220;Il cinema è una fabbrica di sogni che a volte risveglia&#8221; Charlie Chaplin Venezia sta stendendo ovunque un unico immenso red carpet e in laguna le&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/12/venezia-prepara-i-sogni/">Venezia prepara i sogni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3450-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Carlo Di Stanislao </b></p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">
&#8220;<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il cinema è una fabbrica di sogni che a volte risveglia&#8221;</i></p>
<p dir="auto"><i><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Charlie Chaplin</b></i></p>
<p dir="auto"><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Venezia</b> sta stendendo ovunque un unico immenso red carpet e in laguna le acque mormorano nuove incanti ai muri secolari. Le calli ed i campi si rimbalzano voci e bisbiglii sui sogni che presto si vedranno al Lido. Lo scorso anno tutto è stato sottotono ora, per questa edizione 81 del Festival di Cinema più antico del mondo, serve un ininterrotto scintillio. L’evento si terrà <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">dal 28 agosto al 7 settembre</b>. Le serate di apertura e chiusura saranno condotte da <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Sveva Alviti</b>, attrice italiana che si è distinta per il ruolo di Dalida nel biopic a lei dedicato, che le è valso un César nel 2018. A presiedere la giuria, ci sarà l’icona del cinema francese, <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Isabelle Huppert</b>, indimenticabile nelle sue interpretazioni de <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La Pianista</i> e di <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Elle</i>.</p>
<p dir="auto">
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Come sempre, la Mostra di Venezia è garanzia di una programmazione e di anteprime di qualità. Tra i titoli  <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Joker 2: Folie à Deux</i>, il sequel musicale di Joker, interpretato da <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Joaquin Phoenix</b> e <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Lady Gaga</b>. E ancora <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Maria</i>, il biopic dedicato alla leggendaria soprano, con <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Angelina Jolie</b>, diretto da <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Pablo Larrain</b>. Altri film nel programma  sono <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Queer</i>, l’ultima fatica di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Luca Guadagnino</b>, ispirata alla vita di William Burroughs e interpretata da Daniel Craig nei panni del poeta della beat generation, travolto dalla dipendenza dall’eroina. E ancora  <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Eden</i>, il thriller di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ron Howard</b> con Jude Law, Ana de Armas e Sidney Sweeney e Modì, che segna il ritorno di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Johnny Depp</b> alla regia, dedicato al pittore maledetto, interpretato da <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Riccardo Scamarcio</b> e con la presenza di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Al Pacino</b>. Si tratta del secondo lavoro di regista di Depp, a più di 25 anni dal suo film del 1997, ampiamente criticato e sbeffeggiato dalla stampa e dal pubblico, <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">The Brave</i>, in cui recitava accanto a Marlon Brando. Quello che è certo è che, dopo l&#8217;apertura a Cannes nel 2023 con Jeanne du Barry di Maïwenn, l&#8217;attore stia cercando di riavviare la sua carriera e la sua reputazione dopo il controverso processo per diffamazione contro l’ex moglie Amber Heard. Alla lista si aggiunge anche <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In the hand of Dante</i>, il giallo diretto da <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Julian Schnabel</b>, con Al Pacino, Gal Gadot e Martin Scorsese.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’edizione 2024 del Festival di Venezia vedrà anche il ritorno di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Pedro Almodovar</b> a 3 anni dal precedente Madres paralelas, presentato anch’esso al Lido, laddove nel 2019 l’autore, tra i più celebri di Spagna, è stato insignito del Leone d’oro alla carriera. Il regista classe 1949 quest’anno porta in concorso The Room Next Door, suo primissimo film in lingua inglese, che racconta del difficile rapporto tra Martha, interpretata da Tilda Swinton, e sua madre e dell’intervento della comune amica Ingrid, interpretata invece da Julianne Moore. Il cast vanta anche la presenza di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">John Turturro</b>.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il film di apertura sarà Beetlejuice, sequel dopo 36 anni dell’omonimo film di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Tim Burton</b>, che conta sulla presenza di un cast stellare: da Winona Ryder, a Michael Keaton, presenti nel primo film, a Jenna Ortega, Monica Bellucci, Justin Theroux e Willem Defoe. È stato annunciato inoltre, che i Leoni alla carriera saranno consegnati al regista australiano <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Peter Weir</b> e all’attrice statunitense <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Sigourney Weaver</b>. Il tributo sarà dovuto all’autore di opere insuperabili come Picnic a Hanging Rock, l’Attimo fuggente e The Truman Show. Weaver è divenuta celebre per la sua partecipazione alla serie cinematografica Alien, Una donna in carriera e Gorilla nella nebbia.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La preapertura del Festival sarà affidata alla versione restaurata in 4k de <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’Oro di Napoli </i>del 1954, presentato in occasione dei 50 anni dalla morte di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Vittorio De Sica</b> e della celebrazione dei 70 anni del film. Sono inoltre trascorsi cento anni dalla fondazione della Columbia Pictures: per questo verranno proposti <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il grande caldo </i>di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Fritz Lang</b> e <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La signora del venerdì</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Howard Hawks.</b> Saranno celebrati anche i 35 anni della presentazione de<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Il Mahabharata</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Peter Brooks</b>, con la versione restaurata della trasposizione cinematografica dell’omonimo poema epico indiano. Tra le proposte italiane ci saranno le edizioni restaurate di <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ecce Bombo</i>, il primo film di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nanni Moretti </b>portato alla Mostra e di <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Travolti da un insolito destino nell&#8217;azzurro mare d&#8217;agosto</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Lina Wertmuller</b>.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Tornando al concorso i film  italiani in lizza, oltre a quello di Guadagnino, sono:<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Vermiglio</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Maura Delpero</b>, un film ambientato in un paesino sulle Dolomiti  negli anni che precedono la fine della Seconda Guerra Mondiale nterpretato da pochi attori professionisti e molti non professionisti e<i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Iddu </i>di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Fabio Grassadonia</b> e <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Antonio Piazza</b> (quelli dello stupendo Salvo),  ispirato alla vicenda di Matteo Messina Denaro. Molta attesa poi per <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Campo di Battaglia</i>di Gianni Amelio. tre anni dopo <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il signore delle formiche</i>.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ancora più curiosità per la regista <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Giulia Louise Steigerwalt</b>, che  presenterà <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Diva Futura</i>, che racconta l’agenzia di casting e produzione di film pornografici “Diva Futura” fondata nel 1983 dal “re dell’hard” Riccardo Schicchi (qui interpretato da Pietro Castellitto) e Ilona Staller.  Siamo negli anni Ottanta e Novanta e a lui spetta il compito di lanciare alla ribalta un gruppo di “dive” della porta accanto: Eva Henger, Ilona Staller e Moana Pozzi, che entrano nelle case degli italiani con i canali delle tv private e delle videocassette. L’avventura imprenditoriale viene raccontata, nel film, attraverso lo sguardo della giovane segretaria dell’Agenzia Diva Futura (interpretata da Barbara Ronchi), un crescendo incontrollabile, un impatto mediatico mondiale, implicazioni imprevedibili, come la candidatura e l’elezione in parlamento di “Cicciolina”. “Vedrete lo sguardo di Giulia sul mondo della pornografia, che è del tutto esente da remore moralistiche e pregiudizi ideologici – spiega il direttore della Mostra – ed è l’aspetto più interessante del film, senza ovviamente occultare gli aspetti più truci di quel mondo”.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Come sempre la Mostra si fa palcoscenico e amplificatore delle tendenze del cinema mondiale. Lo fa anche con un il ritorno di un grande assente degli ultimi anni, il sesso, l’erotismo con le implicazioni sentimentali, sociali, antropologiche, raccontate da una prospettiva altra rispetto a quella dell’immaginario dominante del passato.Conferma il direttore <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Alberto Barbera</b>: <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Uno dei temi che attraversano questa edizione è quello della sessualità in tutte le sue forme, etero, omosex, fluida, sadomaso, adolescenziale. Un vero e proprio il ritorno all’erotismo dopo anni di perbenismo che lo aveva bandito. Io lo vedo come un segnale positivo di apertura, la caduta di forme di censura e autocensura che in qualche modo limitavano gli autori”</i>.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Tanti i titoli, <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Babygirl</i> con <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nicole Kidman</b>, manager che rischia tutto per la relazione segreta con un giovane assistente, <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Love</i> del norvegese <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dag Johan Haugerud</b> sui comportamenti sessuali deviati, la serie <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Disclaimer </i>di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Alfonso Cuaròn</b>. Allucinazioni, memoria, fantasie che prendono corpo in modo vivido e senza censure. Uno dei motivi – le scene di sesso, tante, esplicite – che avrebbero reso il film inadatto a essere l’apertura della Mostra, come lo scorso anno avrebbe dovuto essere <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Challengers</i>. Di sicuro il ruolo della vita per <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Daniel Craig</b>, che dismette i panni di Bond e i panni in generale, protagonista di molte scene di nudo.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’illustratore e autore italiano <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Lorenzo Mattotti</b> firma per il settimo anno l’immagine del manifesto ufficiale, che raffigura un Elefante in Laguna.  &#8220;Sicuramente è un’immagine inconsueta, inaspettata, ma che ci porta indietro con la memoria, quando, molti anni fa, un elefante era arrivato a Venezia e si aggirava per le strette calli veneziane durante un famoso Carnevale della Biennale, quello del 1981 &#8211; spiega Mattotti -. Questo Elefante ora attraversa la Laguna e percorre le vie della Fantasia, del Mistero e della Magia che si scopre nel Cinema. È lui stesso Memoria e anche Storia del Cinema: una festa, una parata, uno spettacolo&#8221;.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Infine il film di chiusura del Festival,  fuori concorso, è <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">&#8220;L&#8217;orto Americano&#8221;</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Pupi Avati</b>, che spero sia meno deludente di <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dante</i> e <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La quattordicesima domenica del tempo ordinario</i>, pensati, lenti e risaputi. Fatta eccezione per un comparto registico di tutto rispetto, il Dante di Pupi Avati mostra crepe enormi nella sceneggiatura che, spesso e volentieri, vengono colmate da dialoghi pedissequi. Proprio come <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Andrew Dominik </b>e il suo <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Blonde</i>, anche Pupi Avati casca nella trappola e inciampa nella sua stessa sceneggiatura. Per un uomo dell’importanza di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dante</b> tanto si è detto e molto si può ancora dire; ma Avati dice poco o niente. I flashback in cui compare il poeta sono goffamente connessi a quelli del viaggio di Boccaccio, il legame fin troppo stretto con la storia, la voglia di mostrare l’umanità insita a un letterato immortale, non sono altro che momenti effimeri e sconnessi. Per quanto riguarda l&#8217;ultimo suo film, una storia di fantasmi, tra i sogni del passato e i fallimenti del presente, un Pupi Avati cupo e dolente. Tutti defunti tranne i morti, verrebbe da dire di fronte a <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La quattordicesima domenica del tempo ordinario</i>, ricordando quel tempo (straordinario) in cui era autore corsaro e insolente, più irregolare e spudorato rispetto al venerato maestro che è diventato negli anni. Il tempo scorre e fa male, lo dice lui stesso, senza nascondersi dietro uno sterile ottimismo, e lo fa sin dai titoli di testa che passano in rassegna le foto in bianco e nero della Bologna di ieri, con ragazze in bicicletta sotto le Torri, signore stupite dai nuovi apparecchi televisivi, bambini che mangiano gelati.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Le cose belle son volate via” ripete la canzone firmata da Avati con <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Sergio Cammariere</b> che fa da leitmotiv al film (la sentiamo troppe volte? Forse sì) e le ragazze, alla fine, sono arrivate. Anzi, una: “la più bella ragazza di Bologna”, altro moloch dell’autore, che su questa figura mitologica ha costruito un’epica di uomini sconfitti e inadeguati di fronte all’incanto di un’apparizione a tratti divina. Quando guardo gli ultimi film di Avati penso a <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Li He</b>, poeta tra i più alti d’epoca Tang, eppure sussurrato a fior di labbra, preso come una lebbra, marginalizzato rispetto ad altri, più solari lirici, un Mallarmé cinese, pieno di fantasmi e rimpianti.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Forse tutto questo mi riguarda così tanto che non mi piace, anzi mi da decisamente fastidio. Ma il cinema è anche questo. Mi viene in mente una frase di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Hermann Hesse</b>: “Non devi desiderare una dottrina perfetta, bensì il perfezionamento di te stesso”. Al contrario della ricerca di una dottrina perfetta, Hermann Hesse ci invita a concentrarci sul perfezionamento di noi stessi. Ma questo processo implica una crescita nella gioia e  non nella melanconia e nel rimpianto. Per Hermann Hesse, la crescita personale è un processo dinamico, che richiede una profonda consapevolezza di sé stessi e una volontà di confrontarsi con i propri limiti e difetti. Non si tratta di aspirare a un ideale irraggiungibile, ma di lavorare costantemente per migliorare le proprie qualità, sviluppare nuove competenze, e affinare il proprio carattere.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">E i grandi registi come i grandi uomini questo fanno, non precipItano nel baratro del fallimento e dell&#8217;irrisolto. Per questo da ciò che ho visto e letto amerò <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Parthenope</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Paolo Sorrentino</b>, Parthenope che nasce tra le onde, nel mare di Posillipo, e attraversa primavere danzanti di abiti leggeri e notti incantate di balli lenti, che conosce la seduzione e i tradimenti e si immerge, uscendone intatta, nella luce di albe magnifiche e nelle ombre di strade malfamate, è misteriosa e libera come la città mondo di cui si fa metafora. E, nello stesso tempo, incarna a passo leggero una riflessione sul tempo che passa e trasforma il vitalismo sfrenato della giovinezza in uno sguardo maturo e consapevole sul senso del limite. «Nel cuore del racconto non c&#8217;è nostalgia, malinconia, né rimpianto, ma il passaggio dell&#8217;età» ha detto il regista che ogni volta evolve con il suo cinema dalla vita come è stata immaginata, a quella vissuta, a quella da vivere ancora.</p>
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<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il potere della giovinezza, le trasgressioni e il senso del sacro, l&#8217;ironia e la malinconia, la seduzione e il dolore: c&#8217;è tutto questo e molto di più nel film che ha riportato il regista nella sua città e alle sue radici a due anni da «È stata la mano di Dio». La luce abbacinante di Posillipo, la luna caprese, gli abbracci dell&#8217;amore, i volti del dolore, la gioventù sfrontata di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Celeste Dalla Porta</b>, la nostalgia struggente di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Stefania Sandrelli</b>: «Abbandonati all&#8217;estate perfetta siamo stati bellissimi e infelici». E la voce di Cocciante, «era già tutto previsto» e poi il racconto che dice che nulla è previsto e che tutto possiamo cambiare. Per questo ho amato <i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Finalmente l&#8217;alba</i> di <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Saverio Costanzo</b>, feroce ritratto dei mostri che ruotano attorno al mondo meraviglioso del cinema, mondo in cui pero&#8217; ci possono essere anche angeli puri e capaci di volare.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Buon cinema a tutti!</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F08%2F12%2Fvenezia-prepara-i-sogni%2F&amp;linkname=Venezia%20prepara%20i%20sogni" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2024%2F08%2F12%2Fvenezia-prepara-i-sogni%2F&#038;title=Venezia%20prepara%20i%20sogni" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/12/venezia-prepara-i-sogni/" data-a2a-title="Venezia prepara i sogni"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/08/12/venezia-prepara-i-sogni/">Venezia prepara i sogni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Alla Biblioteca Marciana di Venezia al via dal 20 aprile  la mostra &#8220;Bernar Venet &#8211; 1961&#8230;Looking Forward!&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2024 13:58:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="777" height="539" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/F145BAF5-60D7-42F4-A0E1-9840A6B5776E.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/F145BAF5-60D7-42F4-A0E1-9840A6B5776E.jpeg 777w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/F145BAF5-60D7-42F4-A0E1-9840A6B5776E-300x208.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/F145BAF5-60D7-42F4-A0E1-9840A6B5776E-768x533.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/F145BAF5-60D7-42F4-A0E1-9840A6B5776E-585x406.jpeg 585w" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" /></p>
<p>In contemporanea con la 60ma Mostra Internazionale d&#8217;Arte La Biennale di Venezia  e fino  al 16 giugno 2024, la Biblioteca Nazionale Marciana, in Piazza San Marco, presenta &#8220;Bernar Venet &#8211;&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In contemporanea con la 60ma Mostra Internazionale d&#8217;Arte </strong><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La Biennale di Venezia  e fino  al 16 giugno 2024, la Biblioteca Nazionale Marciana, in Piazza San Marco, presenta <em>&#8220;Bernar Venet &#8211; 1961&#8230; Looking Forward!&#8221;</em>, in uno dei siti più iconici di Venezia, la storica Sala Sansoviniana, accessibile attraverso il Museo Correr. Le opere di Venet saranno collocate in un ambiente storico-artistico fra i dipinti di Tiziano, Tintoretto e Veronese.</strong></p>
<p class="s11">Dal 20 aprile al 16 giugno 2024, la Biblioteca Nazionale Marciana, situata in Piazza San Marco, presenta &#8220;Bernar Venet &#8211; 1961&#8230; Looking Forward!&#8221;, in collaborazione con il Ministero della Cultura- Biblioteca Nazionale Marciana e l&#8217;Associazione for Art in Public, in uno dei siti più iconici di Venezia, la storica Sala Sansoviniana, accessibile attraverso il Museo Correr. Le opere di Venezia saranno collocate in un ambiente storico-artistico fra i dipinti di Tiziano, Tintoretto e Veronese. <b>Bernar Venet</b>, uno degli artisti concettuali più influenti al mondo, espone per la prima volta a Venezia alla 39^ Esposizione Internazionale d&#8217;Arte nel 1978. Ora, a distanza di più di 40 anni, l&#8217;artista francese torna a Venezia con una vasta mostra personale in occasione della <b>60^Biennale di Venezia Arte 2024</b>. Questa mostra, curata dalla Prof.ssa <b>Beate Reinfenscheid</b>, propone una visione ben lontana dagli inizi concettualmente radicali di Venet, che si allontana da qualsiasi arte mainstream dei primi anni 1960, e si concentra sulle sue influenti affermazioni per l&#8217;arte da allora.</p>
<p class="s11"><span class="s10"><span class="bumpedFont15">In &#8220;<b>Bernar Venet &#8211; 1961&#8230;Looking Forward!</b>&#8221; saranno presenti gli iconici dipinti dell&#8217;artista </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Tar paintings</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15"> e </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Cardboard reliefs,</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15"> così come due imponenti installazioni spaziali. Come allude il titolo della mostra, i visitatori si troveranno di fronte agli inizi di Bernar Venet. Nel 1961, mentre prestava servizio nell&#8217;esercito a Tarascon, nel sud della Francia, Venet, allora diciannovenne, iniziò a sperimentare con materiali semplici e nuovi, che divennero il segno distintivo delle sue esplorazioni artistiche: catrame e cartone. In soli due anni, rapidamente, e con grande convinzione, concepì i temi che avrebbero caratterizzato la sua attività artistica per molti anni, compiendo un’innovazione radicale nel processo. In un breve e denso periodo, furono realizzate opere come i dipinti Tar, il Mucchio di Carbone e Taramacadam. Ancora più sorprendente di questi approcci artistici era che Bernar Venet stava già registrando la sua attività attraverso la fotografia. Praticamente ogni azione è documentata: colata di catrame lungo il lato di una cava, l&#8217;esecuzione di Five India Ink Drawings in Three Seconds (1961) e la sua prima performance artistica in cui Venet giace nella spazzatura per le strade di Tarascon.</span></span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><span class="bumpedFont15">&#8220;Guardando indietro alle creazioni sperimentali di Bernar Venet dal 1961 al 1965, da una prospettiva attuale, si può affermare che sua la visione dell&#8217;arte, indubbiamente visionaria, abbia un’origine molto precoce nella sua carriera. Le sue conseguenti performance, conferenze e mostre &#8211; nella loro intensità e radicale divergenza dal percorso intrapreso – introducono nuove espressioni, forme e nozioni nell&#8217;arte contemporanea e mostrano, ancora oggi, quanto l&#8217;arte riesca a cambiare la percezione di tutti. Ciò che rende il suo lavoro vibrante e toccante, seppure concettuale e astratto attraverso la forma e il linguaggio, mentre allo stesso tempo reso materiale e smaterializzato, è il fatto che è percepito come &#8220;Gesamtkunstwerk&#8221; – come se la vita e l&#8217;arte si fondessero. In questo senso, guardare indietro al 1961 significa allo stesso tempo guardare avanti&#8221;, dice <b>Beate Reifenscheid</b>, Direttrice del Museo Ludwig di Coblenza, Germania.</span></span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><span class="bumpedFont15"><b>Dirk Geuer</b>, curatore tedesco del programma di quest&#8217;anno della Biblioteca Nazionale Marciana, aggiunge: &#8220;Portare l&#8217;opera di <b>Bernar Venet</b>, storicamente significativa, in un luogo storicamente significativo come la <b>Biblioteca Marciana</b>, è da tempo un mio grande desiderio. Giustapponendo opere d&#8217;arte contemporanea così importanti con i dipinti rinascimentali di Tiziano, Tintoretto e Veronese, si apre un dialogo tra nuovi e vecchi maestri in cui passato e presente si incontrano visivamente.&#8221;</span></span></p>
<p class="s11"><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Come suggerisce il titolo, la mostra si concentra sugli inizi innovativi e intransigenti di Venet che entrano in dialogo diretto con la <b>60^ Esposizione Internazionale d&#8217;Arte di Venezia</b> e dimostrano la loro validità e vitalità per il futuro. Già nel 1965, aveva creato </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Tar paintings</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">, l&#8217;iconico </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Pile of Coal,</span></span> <span class="s12"><span class="bumpedFont15">Cardboards reliefs</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">, opere fotografiche, performance e registrazioni sonore. Come se tutto ciò avesse dato, velocemente, ad un insieme di lavori che sono tutt’oggi rilevanti e i cui sviluppi sono diventati fondamentali per la comprensione dell’Arte Contemporanea.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s10"><span class="bumpedFont15"><b>Bernar Venet <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-86451 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/AAB0C72B-B2DB-466F-804D-B270BE4EBF96-300x282.jpeg" alt="" width="300" height="282" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/AAB0C72B-B2DB-466F-804D-B270BE4EBF96-300x282.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/AAB0C72B-B2DB-466F-804D-B270BE4EBF96-768x723.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/AAB0C72B-B2DB-466F-804D-B270BE4EBF96-585x550.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/AAB0C72B-B2DB-466F-804D-B270BE4EBF96.jpeg 828w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></b></span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Nato nel 1941 nel sud della Francia, Bernar Venet ha mostrato fin da giovanissimo una forte attrazione per l&#8217;arte. A 17 anni si trasferisce a Nizza e lavora come scenografo all&#8217;Opéra de Nice. Dopo aver completato il servizio militare, si dedica interamente all’arte. Nel 1966 decide di stabilirsi a New York, dove sviluppa una produzione artistica che incorpora testi matematici e scientifici che lo rendono uno dei pionieri dell&#8217;arte concettuale.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">La carriera di Venet è stata segnata da una lunga serie di pietre miliari. Nel 1994, l&#8217;allora sindaco di Parigi Jacques Chirac ha invita l&#8217;artista ad esporre dodici sculture della sua serie </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Indeterminate Line</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15"> su Champ de Mars. Dopo il successo di quella mostra speciale a Parigi, è stata creata una mostra itinerante per portare i suoi lavori in Asia, Europa, e Sud e Nord America.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Nel 2008, Sotheby invita Venet a esporre 25 grandi sculture sul terreno dell&#8217;Isleworth Country Club in Florida. É la prima volta che la venerabile casa d&#8217;aste presenta un singolo artista nel luogo.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Nel maggio del 2010, il presidente francese Nicolas Sarkozy inaugura una scultura alta 30 metri per celebrare il 150º anniversario della riunificazione di Nizza con la Francia.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Nel 2011, Bernar Venet diventa il quarto artista contemporaneo ad essere invitato a installare il suo lavoro sul suolo del famoso castello di Versailles.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Nell&#8217;ottobre 2019 viene inaugurato in Belgio, sull’autostrada E411 tra Namur e Lussemburgo il suo </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Arc Majeur</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">, che si eleva con un&#8217;altezza di 60 metri e che viene segnalato come “la più grande opera d&#8217;arte pubblica del mondo”.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Venet ha tenuto la sua prima retrospettiva a Krefeld, in Germania nel 1970, seguita dal New York Cultural Center nel 1971. L&#8217;artista in seguito a questo, ha dato il suo contributo a una serie di importanti eventi artistici tra cui, Documenta VI a Kassel nel 1977, e le Biennali di Parigi, Venezia e San Paolo. Venet ha anche allestito importanti mostre retrospettive al Museum Küppersmühle für Moderne Kunst, Duisburg, Germania, e Kunsthalle Darmstadt, Germania; il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, Seoul, Corea del Sud, il Museo di Arte Moderna di Busan, Corea del Sud, e il Museo d&#8217;Arte di Seoul, Corea del Sud; l&#8217;Institut Valencià d&#8217;Art Modern (IVAM), Valencia, Spagna; Műcsarnok, Budapest, Ungheria; e più recentemente in Francia al Musée d&#8217;Art moderne et d&#8217;Art Contemporain (MAMAC), Nizza, al Musée d&#8217;Art Contemporain (MAC)Lione, nel 2018-19, così come la sua più grande retrospettiva fino ad oggi, alla Kunsthalle Berlin, Tempelhof, nel 2022. Il suo ritorno sulla scena parigina nel 2023 è segnato da due installazioni monumentali in Place Vendôme.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Oltre 200 monografie e studi sulla produzione artistica dell&#8217;artista sono state pubblicati in più lingue, con introduzioni scritte dai più noti storici dell&#8217;arte.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Una biografia dell&#8217;artista, di Catherine Francblin, è stata pubblicata nel 2022 e ripercorre la sua lunga vita.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Le sue opere sono presenti in più di 70 musei in tutto il mondo, tra cui istituzioni venerabili come il Museum of Modern Art (MoMA), New York; il Solomon R. Guggenheim Museum, New York; il Centre Pompidou, Parigi; il Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington D.C.; la Hamburger Kunsthalle, Amburgo; e il Musée d&#8217;Art moderne et contemporain (MAMCO), Ginevra.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">La Fondazione Venet è stata inaugurata nel luglio del 2014 a Le Muy, nel sud-est della Francia, dove si trova la maggior parte della collezione. La fondazione è dedicata a preservare questo gruppo unico di opere d&#8217;arte e garantire che l&#8217;opera di Bernar Venet viva dopo di lui.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">L&#8217;artista ha anche ricevuto una serie di commissioni per creare sculture monumentali che sono ora installati in modo permanente a Auckland, Austin, Bergen, Berlino, Bonn, Denver, Neu-Ulm, Nizza, Norfolk, Parigi, Seoul, Shenzhen, San Francisco, Tokyo e Tolosa.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Bernar Venet è considerato l&#8217;artista francese vivente più esposto a livello internazionale, con almeno 30 mostre pubbliche della sua scultura nelle principali città del mondo.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Biblioteca Nazionale Marciana</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Fondata nel 1468, la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia è una delle biblioteche più grandi e importanti d&#8217;Italia. Il suo patrimonio comprende importanti collezioni di manoscritti greci, latini e orientali. In totale, il magazzino della conoscenza ospita oltre un milione di oggetti, tra cui incunaboli, stampe, mappe e circa 13.000 manoscritti. I numerosi tesori storici e oggetti preziosi della biblioteca includono la volontà del famoso avventuriero ed esploratore veneziano Marco Polo e due edizioni dell&#8217;Iliade di Omero dell&#8217;XI e XII secolo. La biblioteca brilla anche con le sue magnifiche &#8220;Sale Monumentali&#8221; con pitture murali e del soffitto degli artisti rinascimentali Tiziano, Veronese e Tintoretto. Oggi, le mostre si svolgono nella sala un tempo utilizzata da grandi studiosi, strateghi brillanti, e teste coronate.</span></span></p>
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		<title>In mostra a Venezia le opere dell’artista francese Marcel Duchamp, padre dell’arte contemporanea</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/01/06/in-mostra-a-venezia-le-opere-dellartista-francese-marcel-duchamp-padre-dellarte-contemporanea/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=in-mostra-a-venezia-le-opere-dellartista-francese-marcel-duchamp-padre-dellarte-contemporanea</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emiliana Casciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 13:54:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel Duchamp]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/01/C4DFBF4C-0B5F-483B-A57D-4616AF6EF981.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/01/C4DFBF4C-0B5F-483B-A57D-4616AF6EF981.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/01/C4DFBF4C-0B5F-483B-A57D-4616AF6EF981-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/01/C4DFBF4C-0B5F-483B-A57D-4616AF6EF981-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>La collezione Peggy Guggenheim dedica per la prima volta a Venezia, fino al 18 marzo 2024, la mostra “Marcel Duchamp e la seduzione della copia” dedicata al grande artista Marcel&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La collezione Peggy Guggenheim dedica per la prima volta a Venezia, fino al 18 marzo 2024, la mostra “Marcel Duchamp e la seduzione della copia” dedicata al grande artista Marcel Duchamp considerato il padre dell’arte concettuale, nel rapporto tra originale e copia artistica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Marcel Duchamp (Blainville-Crevon, 1887 – Neuilly-sur-Seine, 1968) è stato uno degli artisti più rivoluzionari di sempre, considerato il padre dell’arte contemporanea e <strong>dell’arte concettuale</strong>, arte svincolata dalla rappresentazione figurativa e volta a rendere <strong>il pensiero dello spettatore</strong> il vero protagonista. Fu parte attiva delle Avanguardie del Novecento, in particolare esponente principale dell’astrattismo e del dadaismo, fondatore del ready made e dell’assemblage. L’artista utilizza oggetti disponibili sul mercato, li spoglia della loro originale funzione, assegnandogliene un’alta, svincolata dai consueti nessi logici, rivoluzionando il consueto rapporto tra originale e copia.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-64238" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-798x1024.jpg" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-798x1024.jpg 798w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-234x300.jpg 234w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-768x986.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-1197x1536.jpg 1197w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-1596x2048.jpg 1596w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/Duchamp-scaled.jpg 1995w" alt="" width="197" height="252" /></figure>
</div>
<p>La <strong>collezione Peggy Guggenheim di Venezia</strong>, presenta un’interessante mostra, curata da <strong>Paul B. Franklin</strong> “Si tratta della prima mostra museale focalizzata specificamente sull’ossessione di Duchamp per replicare e riprodurre il suo lavoro. Invece di un approccio cronologico, sono stati individuati temi particolari che esplorano le tante modalità individuate da Duchamp per duplicare il proprio lavoro senza semplicemente copiarlo. Questa mostra si differenzia dalla maggior parte di quelle dedicate all’artista perché dimostra che non era solo un artista concettuale, ma anche un abile e innovativo artigiano – termine da lui preferito – che non ha mai rinunciato alla manualità.”</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-64239" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/01/opere-Duchamp.jpg" alt="" width="242" height="134" /></figure>
</div>
<p>La mostra presenta dipinti, fotografie, opere, stampe, ready made, provenienti dalla collezione Guggenheim, dai musei italiani, internazionali e prestiti dalla collezione di <strong>Attilio Codognato</strong>. Inoltre, è esposta la celebre “valigia” a designare proprio lo stretto rapporto tra Duchamp e Peggy Guggenheim, l’artista francese fu per lei un caro amico e un mentore, fu proprio lui a introdurla nel mondo dell’arte moderna. La dialettica originale-copia nell’opera di Marcel Duchamp trova il suo massimo nella celebre serie dal titolo <strong><em>de ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy (Bo</em></strong><strong><em>î</em></strong><strong><em>te-en-valise)</em></strong>, valigie rivestite in pelle di vitello, al cui interno scatole organizzate in scomparti, contenenti riproduzioni dei suoi capolavori. Stampe, fotografie e modellini sono inseriti in un marchingegno a incastro, ordinato all’interno di una valigia con tanto di serratura.</p>
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		<title>Quando a Venezia fu inventato il ghetto</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/21/quando-a-venezia-fu-inventato-il-ghetto/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=quando-a-venezia-fu-inventato-il-ghetto</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 06:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[ghetto]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1912" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg 1912w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-585x783.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1912px) 100vw, 1912px" /></p>
<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel resto d’Europa che gli ebrei trovarono a Venezia. L’ approfondimento tratto da “Il Signore di Notte” il giallo storico ambientato nella Venezia del 600 scritto da  Gustavo Vitali.</p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Le prime comunità in terraferma</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pare che una prima testimonianza della presenza ebraica nel territorio veneziano risalga al 932 a Mestre dove nel 1152 si censirono circa milletrecento membri. Invece, recenti studi hanno confutato la presenza degli ebrei nell’isola della Giudecca, come erroneamente e a lungo ritenuto. Infatti il nome non deriva da “giudeo”, ma da “zudec</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">á</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”, cioè “giudicati” in veneziano, perché sull’isola venivano confinati i patrizi giudicati colpevoli di reati minori verso la Serenissima.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Da Mestre gli ebrei si recavano a Venezia per i loro commerci ed esercitavano anche la tradizionale attività di prestare denaro. Infatti, siccome tra cristiani era vietato esigere interessi sul denaro prestato, difficilmente chi ne aveva bisogno trovava un prestatore. Quindi questo lavoro “sporco” per i cristiani era stato lasciato ai giudei. Per altro costoro non erano considerati cittadini della Serenissima e nel 1298 venne imposta loro una tassa specifica del 5% sull’attività commerciale e stabilito un tetto massimo del 10% al tasso d’interesse sul denaro prestato.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78625" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1384 agli ebrei era stato concesso il soggiorno a Venezia per quindici giorni ogni quattro mesi, ridotti poi a quindici l’anno. Tuttavia l’imposizione non era stata applicata sempre con rigore, motivo per cui se ne trovavano un poco ovunque in città anche se in numero sparuto.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Dopo il 1509: conseguenze della guerra di Cambrai</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi era venuta la disfatta di Agnadello, nel maggio del 1509, e le cose erano cambiate. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Gli eserciti della Lega di Cambrai promossa da papa Giulio II con gli Asburgo, Francia, gli Este, i Gonzaga, i Savoia, il re di Napoli erano giunti a un passo dalla laguna. In fuga dagli invasori, gli ebrei di terraferma avevano ottenuto temporaneo rifugio in città. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In seguito le cose si erano messe meglio e, man mano che le armate venete avevano liberato i territori occupati dai nemici, erano stati rimandati a casa, ma non tutti avevano lasciato Venezia. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo la guerra, benché vinta, aveva consumato fino all’ultimo spicciolo delle casse statali e la necessità aguzzò l’ingegno. Qualcuno aveva osservato che quella gente avrebbe potuto rendere allo stato più di quanto aveva fatto fino ad allora standosene in terraferma.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Tempi di dialogo e di … tasse</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era così iniziato il difficile dialogo tra le comunità giudaiche e le magistrature preposte al loro controllo, gli Ufficiali al Cattaver in primo luogo, ma anche i Savi alla Mercanzia e l’onnipresente Consiglio dei Dieci ci avevano messo del loro. Verso la metà del 1513 quest’ultimo aveva stipulato un primo accordo, diventato definitivo tre anni dopo.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio di questa “condotta” era stato richiesto il versamento di una imposta salata alla quale i giudei avevano fatto fronte pur lagnandosi. Erano stati loro permessi il commercio in roba usata, la “strazzaria”, però tramite intermediari cristiani, e la professione medica nella quale era nota la loro competenza. A questi ricorrevano anche i cristiani a dispetto della proibizione ecclesiastica, ma la salute, se non la pelle, era evidentemente più importante dell’osservanza delle regole.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli ebrei era stato imposto di gestire i banchi di prestito su pegno con l’occhio vigile dello stato a controllare che i tassi praticati non sconfinassero nell’usura, cosa tutt’altro che rara. Vietate le attività manifatturiere riservate alle arti e alle corporazioni alle quali non erano ammessi. Gli ebrei avrebbero potuto vendere, non produrre, ma talvolta si era chiuso benevolmente un occhio, come nel caso dei bottoni in osso d’animale, bottoni di poco prezzo che i giudei producevano senza far troppo chiasso.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’istituzione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sancito l’accordo, il governo aveva preso le sue brave precauzioni affinché gli ebrei non si spargessero ovunque, magari in coabitazione con i fedeli di Santa Madre Chiesa, e girovagando “zorno e note dove li piace… con offension gravissima di la Maestà Divina”, come qualcuno aveva detto. Sicché i cancelli della segregazione si erano chiusi alle loro spalle quando una legge del 1516 aveva prescritto per i giudei l’obbligo di “andar immediate ad Habitar unidi in la corte de’ case che sono in Geto appresso San Hironimo, luogo capacissimo per sua habitatione”.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era stato così istituito il primo ghetto in contrada San Girolamo, zona dove un tempo venivano gettati gli scarti della fusione dei metalli, secondo alcuni, oppure dove avevano funzionato delle fonderie per la costruzione di bombarde, secondo altri. Il “geto” sarebbe stato il colare del metallo fuso, oppure il “getar” gli scarti. Invece, per altri ghetto sarebbe derivato da “ghettare”, cioè affinare il metallo con la “ghetta”, un ossido di piombo piuttosto tossico. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I primi a trovare alloggio in Ghetto Nuovo erano stati gli “Ebrei Aschenaziti”, cioè tedeschi. Costoro avevano storpiato il termine veneziano “geto” in “gheto” a causa della pronuncia della “g” dura propria della lingua germanica. Da questo al vocabolo “ghetto” sarà un passo breve e da allora il termine varrà per tutto il mondo e per sempre.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Regolamentazione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto aveva le sue leggi, precise, severissime: due porte, l’una presso “un ponteselo piccolo e similmente dall’altra banda”, aperte all’alba al suono della Marangona, cioè una delle campane di San Marco che chiamava al lavoro  i “marangoni”, cioè i falegnami dell’Arsenale, e chiuse al tramonto; multa di cento lire, raddoppiata e poi quintuplicata, più due mesi di cella, a chi persisteva nel chiedere permessi per uscire durante la notte; a guardia delle porte quattro custodi residenti in loco, cristiani, senza famiglia e scelti dal governo, ma pagati dagli ebrei senza curarsi dell’umiliazione per il recluso obbligato a mantenere il proprio carceriere; murate le rive dei canali e tutte le porte e finestre che davano su questi con due barche di ronda per un vigile controllo, sempre a spese dei relegati; permessa un’osteria e dapprima vietate le sinagoghe che saranno autorizzate in seguito; nessuna esenzione all’obbligo di soggiorno nel ghetto neppure dietro pagamento; facoltà di uscita notturna per i ricercatissimi medici giudei, previa consegna ai guardiani della lista dei loro impegni, trasmessa poi agli Ufficiali al Cattaver che si sarebbero premurati di “diligente inquisition se l’è vero che siano stati a li lochi dicti”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le porte del ghetto “Nuovo”, che nel frattempo erano diventate quattro con l’aggiunta dei ghetti “Vecchio” e “Nuovissimo” e senza che nessuno si stupisse se qualcosa di “nuovo” fosse preesistito a qualcos’altro di vecchio, saranno definitivamente aperte nel maggio del 1797 da un generale francese, Napoleone Bonaparte.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con il tempo le regole erano diventate più miti: dopo il permesso per le sinagoghe, sul finire del XVI secolo era stato concesso il funzionamento di una tipografia. Si era sorvolato su qualche piccola attività artigianale alla faccia del divieto di produrre alcunché. Avevano goduto di qualche privilegio suonatori, maestri di musica, di canto e letterati.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78629" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Allargamento del ghetto e nuovi accoglimenti</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Ghetto Nuovo si era allargato e poi congiunto al Ghetto Vecchio, istituito su iniziativa dei Savi alla Mercanzia per far posto ai Levantini, ebrei espulsi dalla penisola iberica nel 1492.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Costoro erano così chiamati perché prima di emigrare a Venezia avevano trovato rifugio nell’Impero Ottomano. Il governo li aveva accettati nella prospettiva che rafforzassero il commercio con l’Oriente danneggiato da guerre e altri guai occorsi nella prima metà del Cinquecento. Ogni tanto c’era stata anche della tolleranza, soprattutto quando di mezzo c’erano fior di zecchini.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Alla fine del secolo ai Levantini si erano aggiunti i Ponentini, i discendenti degli ebrei spagnoli e portoghesi che avevano evitato la cacciata con il battesimo, ma erano finiti braccati dalla Santa Inquisizione per il sospetto di praticare il giudaismo in segreto, cioè di essere “vili marrani”. Come quelli di un secolo prima, se ne erano andati anche loro prima in terra turca e in altre città italiane, infine a Venezia.</span></span></p>
<p class="s2"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78627" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’urbanistica nei ghetti</b></span></span></p>
<p class="s2">L’istituzione dei ghetti aveva imposto anche una questione urbanistica. Gli spazi ristretti avevano spinto a innalzare immobili fino a otto piani. Per alleggerire il peso di tali costruzioni poggiate su infidi terreni sabbiosi le pareti esterne erano piuttosto sottili, quelle interne in legno, i soffitti molto bassi. Per sfruttare ogni spazio interno disponibile, le scale giravano all’esterno degli edifici con una disinvoltura che teneva conto solo del profitto, tanto che furono chiamate “scale matte”.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al pianterreno erano posti i magazzini degli straccivendoli e i banchi dei pegni che prendevano nome dal colore delle ricevute rilasciate: banco rosso, banco verde, ecc. Ai tempi del primo insediamento degli ebrei tedeschi erano stati quantificati in una decina, poi erano cresciuti di numero dietro esborso di diecimila ducati per ottenere il permesso dalle autorità sempre pronte ad allungare le mani nelle scarselle dei giudei.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poiché agli ebrei non era concesso possedere case, certuni avevano goduto di ampi vantaggi ad affittare loro alloggi infliggendo canoni superiori anche di un terzo rispetto a quelli di mercato.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>La forza del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto rinchiudeva, ma anche proteggeva. Venezia di notte per un ebreo poteva diventare pericolosa, una città che covava un rancore spesso manifesto nei confronti degli uccisori del Cristo, come ovunque nella cristianità. E se non era questo il motivo, c’era il risentimento di chi si era indebitato con qualche banchiere ebreo a interessi che non sempre rispettavano i limiti di legge. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Perfino la sepoltura dei defunti di fede ebraica non era rispettata dai cristiani: impensabile tumularli in terra consacrata, nel 1386 era stato concesso loro di acquistare un terreno a San Nicolò di Lido come cimitero, teatro peraltro di frequenti profanazioni. Per lo più le barche che traslavano le salme dal ghetto verso l’estrema dimora e i loro accompagnatori erano oggetto di insulti, scherni, minacce, lanci di immondizie, pitali e tutto un corollario di bravate con le quali il popolino sfogava il suo rancore nei confronti del popolo di Mosè. Proprio non si riusciva a dimenticare quella croce sul Calvario.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Solo nel 1668, a spese della comunità giudea, fu autorizzato l’escavo del “canale degli hebrei” per facilitare il transito dei cortei funebri verso il cimitero sottraendoli agli insulti della plebaglia.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Rinnovo delle “condotte”</span></span></strong></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se quasi inesistenti agli inizi del Cinquecento, il numero totale degli ebrei residenti in città crebbe con gli accoglimenti di Levantini e Ponentini. Circa settecento nel 1516 all’apertura del primo ghetto, più che raddoppiato quindici anni dopo, sceso a 1043 per le pestilenze nella seconda metà del secolo, il numero si era impennato in 1694 nel 1586.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al periodico rinnovo delle condotte si apriva puntualmente un capitolo doloroso per le borse dei giudei, con l’introduzione di clausole sempre più vessatorie che avevano finito con il soffocare i banchi dei prestiti su pegno. Per altro nel corso del Cinquecento non se l’erano cavata meglio le stesse banche dei cristiani travolte da difficoltà economiche. Si era così giunti alla revisione degli accordi con la comunità ebraica. Il gravoso tributo era stato abolito, ma in cambio gli ebrei si erano dovuti accollare una volta per tutte la gestione dei banchi dei pegni, un’attività inevitabilmente in perdita e che nascondeva sotto sotto della buona usura a dispetto del rigido controllo. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece avevano fatto un buon affare quei ricchi patrizi ai quali si rivolgevano gli ebrei quando restavano a secco di denaro, perché in questo caso era consentito ai cristiani percepire interessi da chi cristiano non era.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Da straccivendoli a ricchi mercanti</span></span></strong></p>
<p class="s2">Nel contempo la “strazzaria” si era trasformata in un’attività ben più lucrosa di quanto il nome avrebbe lasciato intendere. Poi verso il 1590 erano stati ammessi al grande commercio con il Levante, attività tradizionalmente riservata a patrizi e cittadini. I capitali veneziani si andavano progressivamente ritirando dai commerci per essere investiti in terraferma, lasciando un vuoto assolutamente da colmare.</p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I risultati non si erano fatti attendere: sei anni dopo l’ambasciatore di Costantinopoli informava il governo che due terzi del commercio con la capitale turca era in mano a mercanti ebrei e Francesco Sansovino aveva annotato che essi “per il negotio sono opulentissimi”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Le “nationi” e l’autogoverno della comunità</span></span></p>
<p class="s2">La comunità era retta da un “Capitolo”, o Consiglio degli Ebrei, una sorta di autogoverno dal quale, tuttavia, tutti tentavano di defilarsi e avevano le loro brave ragioni. Infatti, a questo consesso era stato affidato il fastidioso incarico di mantenere i rapporti con le autorità, incarico mai facile e dagli esiti spesso oggetto di lamentele da parte della comunità suddivisa in quattro “nationi”: tedesca, italiana, ponentina e levantina. Ciascuna aveva la propria assemblea per occuparsi degli affari religiosi e la propria sinagoga con funzioni celebrate secondo i rispettivi riti. Le questioni più delicate, come quella riguardante le imposte da versare allo stato, erano demandate a un’assemblea generale di circa ottanta membri.</p>
<p class="s2">Degli anni successivi al 1605 francamente so poco in quanto mi sono occupato degli ebrei veneziani e del ghetto in modo funzionale al giallo Il Signore di Notte, nome mutuato da una magistratura veneziana di sei membri incaricati di mantenere l’ordine pubblico in città. In pratica magistrati e insieme capi di una delle polizie che operavano nella Serenissima.</p>
<p><i><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nell’articolo alcune foto</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> scattate</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">dall&#8217;autore nel 2013 nel ghetto di Venezia dove anticamente certe case raggiungevano anche i sette piani e oltre</span></span></i></p>
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		<title>Quando a Venezia si remava sulle galee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 05:14:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Galee]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="529" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-300x198.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-768x508.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-780x516.jpeg 780w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-585x387.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte” La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte”</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è stata soprattutto la galea, detta anche galera nel senso più detentivo del termine.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per alcuni l’etimologia sarebbe derivata dal greco “galeos”, squalo, per la forma lunga, sottile e filante, ma c’era anche chi lo faceva derivare da altro. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un’immagine abusata</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Distorta e abusata l’immagine della galea che navigava a forza di remi. In realtà la navigazione avveniva prevalentemente a vela per risparmiare i rematori, pena trovarsi con uomini esausti di fronte al nemico o in condizioni di tempo avverse. In generale su una galea “sottile”, le più diffuse, si vogava per circa un quarto del tempo trascorso in mare impegnando un terzo della ciurma a rotazione; tutta durante le manovre nei porti o in combattimento. Sulle galee “grosse”, o “da merchato”, cioè adibite prevalentemente a uso commerciale, i tempi al remo calavano di dieci volte. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le vele latine issate sugli alberi, da uno a quattro secondo le dimensioni della nave, erano quindi di gran lunga preferite ai remi, salvo che questi ultimi, a differenza dei velieri, permettevano alla galea di muoversi anche in assenza di vento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le galee duravano bene dieci anni, una dozzina o poco più a essere fortunati. Poi sopravveniva ineluttabile il degrado e finivano in disarmo. Erano prodotte in serie principalmente nell’Arsenale di Venezia con pezzi intercambiabili per facilitare costruzione e manutenzione, un naviglio insuperabile per velocità e maneggevolezza. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73187" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-1024x845.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-768x634.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-585x483.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A.jpeg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Al momento del varo veniva assegnato un numero progressivo, ma nel gergo della marineria finivano con il prendere i nomi dei Sopracomiti al comando scelti nella classe patrizia: “la barbarigo”, “la priula”, “la mocenigo”, ecc. rispettivamente se il comandante proveniva dalle casate Barbarigo, Priuli, Mocenigo e così via. Invece le galee fornite dalle città di terraferma, comandate da nobili locali, prendevano il nome dalla città che le armava: “la trevisana”, “la padovana”, ecc.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Armata “grossa” e armata “sottile”</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La flotta delle galee era identificata come l’“armata sottile”, quella a vela come l’“armata grossa”. I velieri all’inizio erano stati noleggiati o comprati all’estero, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, poi costruiti in proprio. Tuttavia le galee per le loro caratteristiche erano preferite alle navi a vela e avevano costituito a lungo il nerbo della flotta della Serenissima. Alla caduta della Repubblica nel 1797 i francesi ne troveranno ancora 20 in servizio e tre in costruzione su un totale di 184 navigli. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73186" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg" alt="" width="300" height="203" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-768x518.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-585x395.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE.jpeg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Una galea “sottile” era lunga circa 45 m. e larga 5. Si vogava alla “sensile”, vale a dire che i 25 o 30 banchi di voga sulle triremi, ospitavano ciascuno tre rematori con un remo a testa. Alta la velocità se si otteneva un buon coordinamento. Con la progressiva introduzione dei forzati si era passati alla voga a “scaloccio”, cioè cinque rematori agenti su un unico remo, fino a otto sulle galee più grandi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le più veloci quadriremi erano adibite a particolari scopi militari o come navi ammiraglie. Senza avvenire le quinqueremi, ancora più veloci, ma che richiedevano ciurme troppo numerose. Esse già ammontavano a 150 uomini sulle sottili, che salivano a 200 e oltre sulle grosse e ancora di più sulle galeazze.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>L’Arsenale, “officina del mondo”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’Arsenale era un dispositivo tecnico e militare dove la suddivisione in corporazioni era applicata rigidamente. Una prima ripartizione delle maestranze annoverava i “marangoni”, cioè i falegnami, che attendevano alla costruzione di chiglia e mura della nave, i “calafati” che ricoprivano lo scafo di pece e i “remieri” per la costruzione dei remi. Queste tre categorie, capeggiate da “proti”, cioè maestri o architetti, coadiuvati da “sotto proti”, sorta di capi squadra, erano incluse in senso stretto tra gli Arsenalotti, letteralmente i “figli dell’Arsenale”, prima corporazione e simbolo della città. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questa categoria di operai-soldati godeva di certi privilegi: trasmettere il posto ai figli, diritto alla pensione e garanzie in caso di malattia. All’inizio del XVI secolo un arsenalotto percepiva circa venti zecchini annui di paga e ben cento i capi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio erano stati imposti loro servizi di ordine pubblico in particolari occasioni, montare la guardia nella loggetta in piazza San Marco durante le riunioni del Maggior Consiglio e la sorveglianza della Zecca. Secondo le diverse incombenze, venivano armati di un bastone rosso, di alabarda, o del “brandistocco”, una massiccia arma inastata a tre lame. Accorrevano poi a spegnere i frequenti incendi in città e fornivano un certo numero di rematori per le galee, obbligo che le frequenti esenzioni avevano fatto finire nel dimenticatoio. Remavano inoltre sulle imbarcazioni di stato nelle cerimonie pubbliche, come sul Bucintoro, la lussuosa galea del doge.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli arsenalotti si aggiungevano gli addetti alle attività collaterali: gli “alboranti” per l’approntamento degli alberi, i “tagieri” per fabbricare carrucole e pulegge, gli “intagliatori” per curare le decorazioni, i “botteri” per le botti, i “filacanevi” filatori di cime di canapa al lavoro nella “tana”, dove erano impegnate anche maestranze femminili e duecento fanciulli circa fino al secolo XVI. Altre ottanta donne lavoravano a cucire le vele. C’erano poi i fonditori di cannoni e altri lavoratori ausiliari: facchini, muratori, fabbri, “segadori”, raffinatori di polvere da sparo, fabbricanti di corazze e armi varie e altri ancora. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tutti insieme nei momenti di massima efficienza della struttura, secondo alcuni, erano arrivati a duemiladuecento persone. Per altri sarebbero stati oltre quattromila e probabilmente l’aveva sparata grossa il doge Mocenigo quando, nel 1423, aveva valutato in seimila le unità impiegate. In ogni caso l’Arsenale era la maggiore unità produttiva d’Europa, definita l’«officina del mondo», capace in caso di guerra di varare venticinque navi al mese, tra le quaranta e le sessanta all’anno di norma.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I “bonevoglie”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fino alla metà del ‘500 per la voga sulle galee erano stati imbarcati uomini liberi chiamati “bonevoglie” che avevano costituito il nerbo principale delle flotte veneziane. La ferma durava tre anni; indispensabili robusta costituzione ed età compresa tra i diciotto e quarant’anni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Purtroppo con il trascorrere del tempo racimolare braccia da mettere ai remi era diventato sempre più difficile. Inaridite le principali fonti di arruolamento, Grecia, Albania, Istria, il Levante e le coste dalmate, i bonevoglie, detti anche “galioti di libertà”, erano diventati merce rara. Neppure erano bastati a rinfoltire i ranghi i cosiddetti “zontaroli”, un’aggiunta di uomini fornita dai domini di terraferma, scelti a sorteggio per sei mesi, con esclusione di ecclesiastici, nobili locali ed ebrei. Questi ultimi non ebbero scampo dal metter mano alla borsa in cambio dell’esenzione, nonostante questa fosse d’ufficio. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il rendimento delle ciurme reclutate in terraferma, che non godevano di gran fama come uomini di mare e che crepavano di stenti a un ritmo impressionante, era scarso. Invece a Venezia chiunque poteva trovare miglior paga senza marcire a un banco di voga, un lavoro mai abbastanza retribuito di fronte a un’esistenza sacrificata e a tutti i rischi connessi alla vita di mare. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La paga e il vestiario</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I rematori prendevano circa dieci lire al mese quando ci volevano sei lire e quattro soldi per fare uno zecchino, mentre i comandanti ne guadagnavano novanta di zecchini. Neppure bastava a lenire gli affanni delle ciurme della flotta mercantile il beneficio di portare con sé una certa quantità di merce da vendere al ritorno per conto proprio e in esenzione di dazio, diritto inesistente sulle galee militari che pure all’occasione trasportavano merci, soprattutto le più pregiate e meno ingombranti.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il bonavoglia incassava un anticipo al momento dell’arruolamento e il saldo al rientro. Però l’anticipo, ancorché congruo per invogliarlo, non doveva essere eccessivo per non spingerlo a sparire con i soldi e in barba alle pene comminate a chi non si fosse presentato all’imbarco.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">D’altra parte, una volta rientrati a casa, costoro incorrevano talora nell’amara sorpresa del mancato pagamento del saldo pattuito. Erano così costretti a un nuovo imbarco per incassare quei soldi insieme a un nuovo anticipo, ma senza la certezza di intascare poi l’ulteriore saldo. Il calcolo funambolico e dei più biechi aveva suscitato le proteste di quei poveracci e clamorose rivolte, scontri di piazza, in un caso l’assalto ai forni al grido di “fame, fame”, ma si era perseverato nel pagarli il meno possibile, meglio ancora non pagarli affatto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si forniva loro un vestiario ridotto all’essenziale: un cappelletto, una casacca, braghe e calze di panno ordinario, un cappotto con cappuccio per difendersi dalla pioggia e coprirsi durante il sonno, una cintura di cuoio e un coltello. Sistemati a cielo aperto, esposti alle intemperie, pressati in spazi angusti, mangiavano, dormivano e talvolta svolgevano pure le funzioni fisiologiche al posto di voga. Pare che il lezzo emanato da questi navigli fosse percepibile anche a grande distanza nonostante ogni mattina al sorgere del sole si provvedesse a lavare le galere con abbondante acqua di mare e sottoporre gli imbarcati a identico trattamento. In generale gli stenti di una vita di gravi fatiche e pessima alimentazione scavavano vuoti spaventosi nei ranghi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Alla voga prigionieri di guerra, detenuti, schiavi e altra marmaglia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oltre ai bonevoglie, quando maggiore era la necessità di braccia, alla voga si mettevano in catene i prigionieri catturati su navi nemiche, predoni di mare, traditori, furfanti, ladri e compagnia cantando, disertori fuggiti dalle galere della Serenissima, da quelle del papa, di Napoli e chissà da dove ancora. Poi si compravano schiavi turchi da corsari cristiani come gli Uscocchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nonostante ciò la penuria di vogatori era diventata cronica e aveva spinto il governo fin dal 1542 a riempire i banchi di voga con condannati per reati comuni, facendo scontare le pene in mare invece che in cella. In più, pur di racimolare braccia, si era chiesta la consegna di detenuti anche agli altri stati. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal, uno dei più validi uomini di mare della Serenissima, aveva persuaso il Senato a equipaggiare in tal modo parte della flotta, costituendo uno speciale reparto di galee mosse esclusivamente da “sforzati”. Assoluto divieto dal servirsi di galeotti per la voga sulle galeazze, evoluzione delle galee grosse, enormi, irte di artiglierie e cariche d’armati, invenzione tutta veneziana e protagonista della battaglia di Lepanto. Stesso divieto anche per le “bastarde”, una via di mezzo tra le sottili e quelle grosse, dove si imbarcavano i “Capi da Mar”, cioè alti ufficiali della flotta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Senato aveva inoltre stabilito che la condanna al remo variasse dai diciotto mesi ai dodici anni ed era invalso l’uso di commutare la pena di morte in dieci anni di buona voga. Andando oltre il poveraccio diventava spesso inabile al servizio e cercava con ogni mezzo di fuggire. Tanto valeva liberarlo. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nelle galee mosse dai condannati il numero dei bonevoglie calò drasticamente fino a soli sei per unità e impiegati per regolare i ritmi di voga. Cristoforo Da Canal aveva riformato la flotta veneziana.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il rancio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il punto debole della vita di bordo era l’alimentazione. Piatto principale l’eterna brodaglia di pan biscotto, cioè gallette ammollate in acqua di mare con aggiunta di olio. Veniva somministrata alla sera per non far vedere cosa conteneva la scodella, brontolavano i poveri cristi nel trangugiare il misero rancio, termine derivato da “rancido”, il che dice molto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il pan biscotto era prodotto dallo stato nei 32 forni dell’Arsenale, ricetta segreta e con una complicata serie di cotture, durissimo, indeperibile anche nelle condizioni più estreme, durava anni senza alterarsi. I condannati ne avevano diritto a ventidue once al giorno, ridotte a diciotto per gli schiavi turchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi zuppa di fave al mattino, una tazza di vino a giorni alterni, abbondante in caso di grossi sforzi, immancabile prima della voga arrancata durante i combattimenti. Limitate le scorte di carne rappresentate da animali vivi destinati alla macellazione a bordo, verosimile appannaggio di comandanti e ufficiali.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal si era sfiatato per convincere il governo a passare agli equipaggi quelle “minestre di herbette” già in uso in altre marine per favorire le funzioni intestinali, ma si era continuato a remare con lo stomaco gonfiato dalle solite zuppe mal nutrienti. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con a bordo viveri per circa un mese, era soprattutto l’acqua a preoccupare perché chi stava ai remi ne consumava parecchia. Gli spazi ristretti non consentivano scorte oltre i quattro giorni, massimo 12 sulle galee più grandi. Sicché si era destinati a una navigazione sotto costa con frequenti soste per l’“acquata” e altri rifornimenti essenziali. Si navigava possibilmente dalla primavera all’autunno per evitare guai con il brutto tempo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il resto dell’equipaggio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’equipaggio di una galea comprendeva anche “compagni”, cioè marinai addetti ai servizi di bordo, turni al timone, di vedetta, manovra delle vele e altro. Costituivano la cosiddetta “marinarezza”, punta di diamante della marina veneziana. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece gli uomini di spada, detti “scapoli”, si occupavano della vigilanza a bordo e costituivano il principale nucleo di combattimento, una razza poco stimata comprendente pure banditelli e falliti, questi ultimi a mezza paga. Tiravano a campare svolgendo un servizio penoso, esposti a ogni sorta di rischio, cause che ne rendevano difficile l’arruolamento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Addetti alla navigazione erano l’Uomo di Consiglio, il Comito, il Sottocomito e il Pilota; alle cure sanitarie provvedeva l’Eccellente, detto anche Cerusico, coadiuvato dal Barbierotto per la rasatura delle teste; il Cappellano era tristemente addetto alla sepoltura dei defunti oltre alle funzioni religiose. Poi si imbarcavano il Padrone, il Sottopadrone, il Padroncino, il Capo dei Provvisionati, Capi e Sottocapi Bombardieri, l’Agozzino e gli Agozzinotti, le maestranze per la manutenzione della nave con i rispettivi garzoni, lo Scalco e il Caverner addetti a carni e cambusa, il Fante di Pizzuol, cioè la camera di poppa destinata al comandante e infine lo Scrivano coadiuvato dallo Scrivanello che, quali persone di lettere e computo, annotavano in appositi libri i rapporti di tutti gli altri. In buona sostanza, si viveva pigiati l’uno sull’altro e si facevano salti mortali per tenere infoltiti i ranghi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Di tutto ciò parlo più diffusamente nel libro</span></span> <a href="https://www.ilsignoredinotte.it/"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Signore di Notte</span></span></a><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un giallo nella Venezia del 1605.</span></span></p>
<p>Photocover:<span class="s4"><span class="bumpedFont15">&#8211;</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> Il dipinto del XVI secolo raffigura lo scontro tra galere cristiane e ottomane a Lepanto. National Maritime Museum, Greenwich, Londra, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">foto tratta dal sito Storica  (National Geographic).</span></span></p>
<p><span class="s4"><span class="bumpedFont15">nelle foto: modelli di galea veneziana tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Veneto Storia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e a tre alberi e cinque bocche di fuoco tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ars Value</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> </span></span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&amp;linkname=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&#038;title=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/" data-a2a-title="Quando a Venezia si remava sulle galee"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/">Quando a Venezia si remava sulle galee</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Quando a Venezia si praticava la tortura</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2022/12/25/quando-a-venezia-si-praticava-la-tortura/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=quando-a-venezia-si-praticava-la-tortura</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2022 21:28:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="1200" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-200x300.jpeg 200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-683x1024.jpeg 683w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-768x1152.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-585x878.jpeg 585w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>L’elenco dei metodi  di tortura per estorcere confessioni erano molti  e venivano praticati nel corso dei secoli non solo a Venezia ma in tutto l’Occidente.   L’ articolo di Gustavo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="1200" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-200x300.jpeg 200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-683x1024.jpeg 683w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-768x1152.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-585x878.jpeg 585w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p><p>L’elenco dei metodi  di tortura per estorcere confessioni erano molti  e venivano praticati nel corso dei secoli non solo a Venezia ma in tutto l’Occidente.   L’ articolo di Gustavo Vitali, autore del “Signore di Notte”un giallo storico ambientato nella Serenissima del 1605, con protagonista l’aristocratico Francesco Barbarigo, personaggio realmente vissuto in quel periodo.</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
Non solo a Venezia, ma ovunque per secoli la tortura è stata concepita come funzionale al concetto stesso di giustizia. Solo l’Illuminismo e la rivoluzione francese porteranno a una sua progressiva messa al bando.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I “tratti di corda” e la “camera del tormento”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se l’elenco dei metodi di tortura per estorcere confessioni è piuttosto lungo e variegato, pare che quello più diffuso in occidente consistesse nei cosiddetti “tratti di corda”, detti anche “scassi di corda” e Venezia non faceva eccezione. Tuttavia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> ci si arrivava per gradi, un supplizio per nulla scontato, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">con regole ben precise e le sue brave esenzioni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il famigerato supplizio era praticato nella cosiddetta “camera del tormento”, posta in Palazzo Ducale fino alla fine del ‘500 e trasferita poi alle Prigioni Nuove, insieme alla stanza della magistratura de’ I Signori di Notte. Quella vecchia rimase di uso esclusivo del Consiglio dei X e degli Inquisitori di Stato, altre magistrature del complesso organigramma della Serenissima.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il crudele trattamento, applicato per gradi, si prefiggeva di aprire anche le bocche meglio cucite, fungendo da pressione psicologica prima ancora che al malcapitato fosse applicata la tortura stessa. Nel caso le urla e i lamenti del disgraziato svolgevano pure la non secondaria funzione di terrorizzare altri disgraziati in attesa di interrogatorio, creando un clima di tensione e paura e inducendoli così a confessare le proprie colpe senza troppe storie. In pratica si catturavano più piccioni con la stessa fava.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Destinatari della tortura</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Non si torturava a casaccio, ma solo gli imputati fortemente sospettati e i testimoni ritenuti poco credibili o reticenti il cui silenzio costituiva un ostacolo alla conoscenza della verità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I giudici dovevano innanzi tutto valutare se le argomentazioni prodotte dai soggetti fossero idonee a scagionarli e nel caso soprassedere. Niente tortura anche quando la colpevolezza fosse provata “per testimonij, per inditij indubitati, o pur confesso”. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si passava all’atto estremo quando gli elementi di colpevolezza formavano gravi indizi, ma non ancora prove certe e quindi fosse necessaria la confessione; oppure se l’imputato si rifiutava di denunciare i complici. In ogni caso la tortura non pregiudicava il riconoscimento dell’innocenza di fronte a elementi a discarico. L’inquisito era altresì prosciolto con formula dubitativa se resisteva ai tormenti senza che nuove imputazioni fossero emerse a suo danno. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In genere dovevano sussistere contestualmente tre imprescindibili presupposti per ricorrere alla tortura: l’imputato doveva apparire come responsabile del delitto, gli indizi contro di lui dovevano essere gravi, il reato doveva contemplare pene peggiori della tortura. Vietato il tormento se la pena prevista era d’ordine pecuniario. Il giudice che avesse torturato ingiustamente un innocente rischiava di vedersela con il patibolo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Esentati i ragazzi sotto i quattordici anni, le donne incinte, le puerpere per quaranta giorni dopo il parto, gli ultra sessantenni, dottori, avvocati, religiosi, alti dignitari e cavalieri. Nessuno poteva essere torturato nei giorni dedicati al culto e mai prima che fossero trascorse dieci ore dal suo ultimo pasto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Tempi di applicazione della tortura</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I gradi di applicazione dei “tratti di corda” prevedevano forme di pressione crescenti per intensità, in modo da evitare inutili sofferenze. Si partiva dalla semplice minaccia, accompagnando l’accusato nella camera del tormento e mostrandogli l’armamentario pronto all’uso. Questo consisteva nel legare i polsi del reo dietro la schiena e pi a una corda per poi issarlo per mezzo di una carrucola. Il peso del corpo veniva così a gravare tutto sulle giunture delle spalle con danni spesso irreversibili. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pare non fosse in uso, come da altre parti, legare pesi ai piedi del malcapitato per aumentare l&#8217;efficacia del trattamento. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Anche l’Inquisizione utilizzava la tortura della corda poiché la Chiesa voleva evitare spargimento di sangue, ma senza aggravi di pesi, limitandosi alla sola sospensione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A ogni modo le conseguenze comportavano spesso la storpiatura a vita e non era raro il caso che bastasse </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">la sola vista dell’apparato per indurre imputati e testimoni a mutare rotta, perché le tremende conseguenze del supplizio erano ben note.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lo stesso termine &#8220;tortura&#8221; deriva appunto dalla pratica di torsione delle braccia quale mezzo coercitivo per estorcere una confessione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I passi successivi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se il soggetto non cantava con le buone, dopo avergli ripetuto le domande, veniva denudato, polsi legati dietro la schiena e poi alla corda pendente dal soffitto, ma senza issarlo. Il terzo passo consisteva nella sospensione del corpo per non oltre un’ora. Infine si passava alla “cavalletta” e poi allo “squasso”, ma per non più di tre volte nello stesso giorno. La prima consisteva nel sollevare il corpo ad altezza d’uomo e lasciarlo piombare a terra; l’altra e più tremenda fase si eseguiva arrestando la caduta a un paio di braccia dal pavimento. Il tutto poteva ripetersi per un massimo di tre giorni distinti, i cosiddetti “collegi di corda”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era altresì obbligatorio consultare prima un medico per accertare l’idoneità fisica dei destinati al crudele trattamento. Questo doveva avvenire in presenza di due chirurghi pronti a verificare il corretto allacciamento degli arti alla corda, curare gli inevitabili traumi che ne sarebbero derivati e dare un parere sul proseguimento. Obbligatoria la presenza dei magistrati, sei nel caso dei Signori di Notte, che si davano il cambio con estrazione a sorte. Assolutamente non ammessi gli avvocati.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La confessione</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tra una fase e l’altra era d’obbligo sollecitare il soggetto alla confessione e riproporgli le domande. Si verbalizzava tutto, parola per parola, perfino le urla, le imprecazioni, come sopportava la tortura, se era svenuto o meno, se chiedeva di farla finita e se era pronto a vuotare il sacco. Tuttavia lo si slegava solo al termine della confessione per poi rimandarlo ai “cameroti”, come erano chiamate le celle a Venezia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La confessione resa sotto tortura, detta “in tormentis”, doveva essere confermata il giorno dopo, quando il poveraccio veniva ricondotto davanti ai giudici che gli leggevano il verbale prima della ratifica.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un metodo riconosciuto come imperfetto</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I giudici ricorrevano ai “tratti di corda” come extrema ratio, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">consapevoli dei limiti di questo mezzo istruttorio considerato imperfetto e nonostante q</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ualcuno avrebbe voluto applicarlo senza troppe remore, magari con la malvagità di infliggere sofferenza per amor di sofferenza. Infatti era risaputo come dai supplizi uscissero sovente confessioni rilasciate solo per metter fine al dolore, non necessariamente la verità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per lo più nell’applicare la tortura si badava bene a non causare danni eccessivi, dissesto di braccia e spalle a parte che già avveniva di suo. Assolutamente da evitare la morte del malcapitato, perché con essa sarebbe venuta meno la possibilità di ottenere informazioni o l’ammissione delle colpe.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Una voce solitaria contro la tortura </b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Caso unico e innovativo nella storia del diritto medievale contro l&#8217;uso della tortura è stata una sentenza del 1311 al termine di un processo contro i Templari di Veneto, Lombardia, Romagna e Istria, falsamente accusati di aver abbracciato la fede mussulmana. L’arcivescovo di Ravenna, Rinaldo da Concorezzo, aveva assolto gli imputati, rigettando come prove processuali le confessioni estorte sotto tortura, da lui esplicitamente condannata come strumento di indagine. Tuttavia, fino al “secolo dei lumi” questo episodio è rimasto un&#8217;eccezione senza alcun seguito.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Abolizione della tortura in Occidente</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In occidente la tortura è rimasta in vigore fino a inizio Ottocento dopo che molti intellettuali già nel secolo dell’Illuminismo avevano cominciato a denunciarla come pratica barbara. Tra costoro è rimasto nella storia Cesare Beccaria e il suo trattato del 1764 “Dei Delitti e delle Pene”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A Venezia i “tratti di corda” cominciarono a entrare in disuso all’inizio del ‘700, ma pare non del tutto. Il  primo sovrano ad abolire la tortura è stato Federico II di Prussia nel 1740. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo i primi decenni del XIX secolo la tortura era quasi scomparsa almeno in Europa. Solo il codice penale austro-ungarico ha previsto fino al 1918 la facoltà da parte degli  inquisitori di ricorrere alla “bastonatura” dell’imputato, pratica per altro raramente utilizzata. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Su tutto questo ho dovuto documentarmi per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato nella Serenissima del 1605, con protagonista l’aristocratico Francesco Barbarigo, personaggio realmente vissuto in quel periodo. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Secondo il verbale di un processo dell’estate di quell’anno e rintracciato presso l’Archivio di Stato di Venezia, il Barbarigo ricopriva allora la carica di Signore di Notte al Criminal insieme ad altri cinque colleghi. Infatti questi magistrati per tradizione fin dal 1260 venivano scelti uno per ciascuno dei sei sestieri di Venezia. A loro veniva affidato il mantenimento dell’ordine pubblico in città.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Photocover : la camera del tormento presso Palazzo Ducale tratta dal sito Fondazione </span></span><a href="https://palazzoducale.visitmuve.it/"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Musei Civici Venezia</span></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando a Venezia fu inventato il “bacalà”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 00:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Bacala’ origini]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="641" height="653" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE.jpeg 641w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE-294x300.jpeg 294w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE-585x596.jpeg 585w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></p>
<p>È stato un terribile naufragio a introdurre sulle tavole veneziane il baccalà, che in lingua locale si scrive rigorosamente con una sola “c”: bacalà, il piatto re della cucina veneta.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/11/12/quando-a-venezia-fu-inventato-il-bacala/">Quando a Venezia fu inventato il “bacalà”</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">È stato un terribile naufragio a introdurre sulle tavole veneziane il baccalà, che in lingua locale si scrive rigorosamente con una sola “c”: bacalà, il piatto re della cucina veneta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incerta l’origine della parola</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">che pare derivare dal portoghese “bacalhau” e dallo spagnolo “bacalao”, termini che trovano la loro etimologia nel latino “baculus”, cioè bastone.</span></span></p>
<p class="s3"><b>Pietro Querini e la “caracca”</b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pietro Querini era un raffinato nobile di antica famiglia veneziana, senatore della Serenissima e signore dei feudi di Catel Temini e Dafnes nell’isola di Candia, l’odierna Creta allora possedimento veneziano. In detti feudi si produceva la Malvasia, un vino molto apprezzato originario di un paese del Peloponneso, Monemvasia o Monemvaxia, che significa “porto con una sola entrata”, annesso alla Repubblica di Venezia nel 1419.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 25 aprile 1431 Querini salpa da Candia a bordo della sua Gemma Querina, una “caracca”, cioè un grande veliero di 700 tonnellate di stazza adatto alle lunghe navigazioni oceaniche. Suoi subalterni sono </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nicolò de Michele, patrizio veneto, e Cristofalo Fioravante nelle funzioni di “comito”, dal latino “comes, comitis”, cioè compagno di viaggio, oggi diremmo nostromo, primo dei sottufficiali di bordo e secondo solo al “sopracomito”, detto anche “patrono”, che era il comandante, in questo caso lo stesso Querini.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Trasporta 80 barili della sua Malvasia che di norma vende nei Paesi Bassi. Completano il carico legni aromatici, s</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">pezie, cotone, cera, allume di rocca e altre mercanzie di valore per un peso totale di circa 500 tonnellate.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> L’intento è ancora una volta quello di raggiungere le Fiandre per vendere la preziosa mercanzia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La navigazione</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si è trattato di un viaggio zeppo di imprevisti fin da cinque giorni prima della partenza quando era morto all’improvviso un figliolo del Querini che comunque non aveva rinunciato all’impresa.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La caracca attraversa una parte del Mediterraneo e naviga poi lungo un tratto della costa Berbera, all’incirca tra Algeria e Marocco fino a superare lo stretto di Gibilterra. Il 2 giugno, manovrando in bassi fondali nei pressi di San Pietro sulla costa atlantica della Spagna, toccano uno scoglio riportando danni alla chiglia e al timone. Tuttavia il 5 giugno raggiungono Cadice dove la caracca viene messa in carenaggio e in venticinque giorni i danni sono riparati.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo scoppia una nuova guerra tra Venezia e Milano, una delle cosiddette “guerre di Lombardia”, che però coinvolge anche Genova da alcuni decenni sotto il dominio milanese dei Visconti. Sebbene nella battaglia al largo di San Fruttuoso, detta anche battaglia di Rapallo, la Superba sarà sconfitta dai veneziani nell’agosto del 1431, per prudenza Querini decide di arruolare nuovi armati, formando così un equipaggio di 68 uomini di varie nazionalità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 14 luglio la Gemma Querina salpa nuovamente navigando lontano dalle coste per evitare incontri indesiderati con vascelli nemici. Invece venti contrari da nord est spingono il vascello attorno alle isole Canarie dalle quali dopo quindici giorni, cambiato finalmente il vento, riescono faticosamente a risalire attraccando a Lisbona ad agosto inoltrato.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Qui sono obbligati a nuove riparazioni, oltre che ai necessari rifornimenti e ad attendere venti favorevoli fino al 14 settembre quando possono riprendere il mare. Costeggiando il Portogallo, giungono a Muros nei pressi de La Coruña nel nord della Spagna quando è oramai ottobre. A poco servirà la visita di Pietro Querini, uomo molto devoto, al locale santuario di San Giacomo per scongiurare l’imminente tragedia che sta per abbattersi su di lui e sul suo equipaggio.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il naufragio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lasciata Muros e doppiato il vicino capo Finisterre, la caracca attraversa quasi tutto il golfo di Biscaglia percorrendo oltre 200 miglia con l’intento di dirigersi verso le Fiandre. Invece, mentre stanno per imboccare La Mancia, il 9 novembre vengono investiti da una tempesta che li spinge a nord ovest verso le isole Scilly e l’Irlanda. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il giorno dopo, per la furia del mare, si rompono i sostegni del timone, lasciando il vascello senza governo. Poi, con il trascorrere dei giorni, le condizioni del veliero sono sempre più disperate: la furia degli elementi strappa le vele e sfonda le mura, l’acqua penetra nello scafo riducendolo a un relitto che si mantiene a stento a galla e</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> va alla deriva per settimane. L’albero è tagliato dallo stesso equipaggio nel tentativo di alleggerirlo, invece la situazione peggiora ulteriormente. Gli uomini a bordo non si perdono d’animo e tentano di salvare il disastrato natante, ma la tempesta non si placa e vanifica i loro sforzi, fintanto che il Querini decide di abbandonarlo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">È il 17 dicembre del 1431 e l’equipaggio viene diviso in due gruppi per sorteggio: 44 marinai e i tre ufficiali si imbarcano su una grossa lancia, mentre i restanti 21 su una più piccola scialuppa, detta “schifo”. L’intento è quello di raggiungere l’Irlanda. Le due barche vengono calate in mare costruendo un paranco di fortuna e abbattendo una parte delle mura.  Dello “schifo” si perderà presto ogni traccia. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La lancia, invece, una volta placatosi le intemperie, va a lungo alla deriva con morti continue tra l’equipaggio. Dei 47 uomini solo 16 riusciranno a sopravvivere alle dure condizioni climatiche e al razionamento dei viveri dopo che gran parte delle vettovaglie erano state buttate a mare per alleggerire la barca. A tormentare i naufraghi è soprattutto la sete, tanto da essere costretti a bere l’acqua salmastra della sentina o le proprie urine.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 6 gennaio 1432 i superstiti riescono fortunosamente a toccare terra più di 100 miglia oltre il Circolo Polare Artico, nell’isola di Sandøy nell&#8217;arcipelago norvegese delle Lofoten, isola completamente coperta di neve e del tutto disabitata. Cinque marinai si buttano in acqua per raggiungere la riva e finalmente dissetarsi mangiando la neve. La notte trascorre tentando di salvare quello che resta della lancia, che, invece, sbatte contro gli scogli e affonda definitivamente.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-62317" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A-250x300.jpeg" alt="" width="250" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A-250x300.jpeg 250w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A.jpeg 458w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></span></span></p>
<p class="s3"><b><span class="s2"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">100 giorni in paradiso”</span></span></b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Querini e i suoi compagni vivono per undici giorni al bivacco, infestati dai pidocchi, costruendo ripari di fortuna con remi e avanzi delle vele della lancia, bruciando il fasciame per scaldarsi cosa che gli causerà gonfiore agli occhi per il fumo emanato dalla legna bagnata. Bevono neve sciolta, si nutrono di molluschi e di un grosso pesce trovato in una capanna sulla costa fino a essere avvistati dal pescatore di un’isola distante solo otto miglia da quella dove sono naufragati i veneziani. Per gli undici superstiti è la salvezza, perché nel frattempo si sono verificati ulteriori cinque decessi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 3 febbraio partirono della vicina isola di Røst, in veneziano Rustene, i primi soccorsi. Insieme un sacerdote di origini tedesche che, parlando in latino, apprenderà dal Querini le loro disavventure. I soccorritori li accolgono nella loro piccola comunità di Røst, che il navigatore definirà “luogo forian ed estremo è chiamato in suo lenguaggio culo mundi”. Si tratta di una dozzina di case abitate da circa 120 abitanti dediti alla pesca nei mesi di giugno, luglio e agosto quando non tramonta mai il sole. Qui i naufraghi trascorrono un soggiorno che, dopo tante traversie, chiameranno “100 giorni in paradiso”, dove possono curare ferite e denutrizione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pietro Querini racconterà al ritorno dei liberi costumi di questa gente del nord che, come non si cura di custodire i propri averi (evidentemente non c’erano ladri!), così le loro donne non si curano di spogliarsi tutte nude per andare a letto nelle stesse camere dove, insieme alla loro famiglia, alloggiavano anche i veneziani. Lo stesso fanno ogni giovedì: si spogliano a casa e poi vanno di corsa nel locale comune del villaggio dove si pratica una specie di antenata della sauna, mescolandosi agli uomini. Scriverà. “«I 120 abitanti dell’isola sono tutti cattolici fedelissimi e devoti, senza alcuna lussuria, tanto è la region fredda e contraria a ogni libidine.» </span></span></p>
<p class="s3"><b>Lo stoccafisso</b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Durante questo soggiorno Pietro Querini nota che la principale attività dei suoi salvatori è la pesca di passere di enormi dimensioni, ma soprattutto del merluzzo che viene mangiato fresco oppure essiccato e poi, a suo tempo, battuto con il rovescio della scure prima di essere consumato condito con il burro. Nella sua relazione al Senato, obbligatoria per tutti i comandanti di navi che rientravano dai loro viaggi, il veneziano chiamerà questi pesci essiccati “stocfisi”, stoccafisso, parola pare derivante dagli olandesi </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">stock”, cioè bastone, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">ma anche scorta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, e visch, pesce, nel senso di pesce essiccato sul bastone come di fatto avveniva, retaggio delle relazioni commerciali tra la Serenissima e i Paesi Bassi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incuriosito e affascinato dal metodo di conservazione di questo pesce a lui poco noto, quando ripartirà per Venezia, ne porterà con sé pare una sessantina, scambiandoli lungo il tragitto con vitto, alloggio, cavalli e quant’altro.</span></span></p>
<p class="s3"><strong><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Il ritorno</span></span></strong></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Arriva la fine di maggio, il tempo quando i pescatori scendono verso meridione con una nave carica di stoccafissi fino al mercato di Bergen dove li barattano con altri prodotti provenienti dal continente e dall’Inghilterra. Caricano anche legna da ardere per tutto l’anno. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questa volta, invece, arrivati dopo quindici giorni a Trondheim con il vento quasi sempre in poppa, vengono a sapere che la Norvegia è in stato di guerra con la Germania e decidono di non proseguire oltre. Cercano anche informazioni per consentire ai veneziani di raggiungere il continente o l’Inghilterra e viene loro suggerito di andare presso un certo Zuan (Giovanni) Franco, un veneziano fatto cavaliere dal re di Svezia dove era rimasto a vivere. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo oltre cinquanta giorni di cammino i superstiti giungono a Stichimborgo in Svezia e restano al castello del Franco trattati con ogni riguardo, fintanto che vengono a sapere che dal porto di Lodesa (Lödöse) stavano per salpare due navi, una per la Germania e l’altra per l’Inghilterra. Preso congedo dal Franco il 17 agosto e raggiunta Lödöse, sulla prima si imbarcano </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nicolò de Michele, Cristofalo Fioravante e Gherardo da Lione, mentre il 14 settembre Querini salpa verso l’Inghilterra con i restanti sette compagni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La separazione e un… doppio matrimonio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Accolti da sier Vittore Cappello e dalla fiorente comunità di mercanti veneziani di Londra, vengono vestiti di tutto punto e dotati di cavalcature e guide che li conducono ad attraversare la Manica per poi dirigersi verso Venezia. Del gruppo sono rimasti solo in tre: Pietro Querini con il suo fidatissimo servitore, lo schiavo tartaro Nicolò, e Alvise Nascimben di Zara. Il viaggio in terraferma dura 24 giorni attraverso la Germania e Basilea fino a Venezia raggiunta nell’ottobre del 1432. Gli altri avevano scelto altre vie e rientreranno alla spicciolata alle loro case, gli ultimi nel gennaio del 1433. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Singolare la vicenda del nocchiero Bernardo da Caglieri che aveva lasciato a casa una moglie fresca di matrimonio alla quale era stato fatto intendere che il marito fosse oramai morto. La donna si era risposata e alla ricomparsa di Bernardo avrebbe voluto chiudersi in convento per espiare la propria colpa. Perdonata dal marito, vivranno insieme fino alla fine dei loro giorni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il baccalà consigliato dal Concilio di Trento</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lo stoccafisso importato dal Querini e lavorato come baccalà assurgerà presto a grande successo come bontà gastronomica. Inoltre per le sue caratteristiche di cibo a lunga conservazione diventerà molto utile nei viaggi di mare e di terra. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il baccalà sarà uno dei piatti consigliati per affrontare gli oltre 200 giorni di magro, fissati, assieme ai cibi, il 4 dicembre 1563 dal Concilio di Trento. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Entrerà così </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">di diritto nella cucina quotidiana e non solo veneziana, consumato il mercoledì e il venerdì, con un ruolo salvifico nelle mense della popolazione meno abbiente vessata dalle intransigenti regole alimentari imposte dalla Riforma. Piatto popolare e conservabile, di larga resa e costo contenuto, il merluzzo viene consacrato a piatto della cucina italiana dal cuoco Bartolomeo Scappi (1500 &#8211; 1577) che lo inserisce tra le sue ricette.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La lapide commemorativa e il ritorno culturale</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1932, a commemorazione dei 500 anni dall’evento, gli abitanti di Røst hanno eretto sull’isolotto del naufragio alla presenza di Alberto De Marsanich, allora ambasciatore italiano in Norvegia, una lapide in memoria di Pietro Querini e dei suoi uomini.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 2012 ancora a Røst è stata rappresentata l’opera lirica “Querini”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le storie dell’avventuroso viaggio (ce ne sono altre oltre al diario del Querini) hanno aiutato i norvegesi a ricostruire quella che era la vita dei pescatori dell’epoca e su quelle isole. Infatti nel medioevo la cultura locale era tramandata sostanzialmente in modo orale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oggi Røst fa parte di un progetto internazionale, la “Via Querinissima”, volto a favorire la collaborazione nel turismo e la tutela dell’ambiente e della cultura. Da circa vent’anni è gemellata con Sandrigo, comune del vicentino famoso per il suo “bacalà”… quello con una sola “C”!</span></span></p>
<p class="s3">L’input a scrivere questa storia me lo hanno dato le ricerche sulla cucina veneta che mi sono servite per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605. Nella trama si aprono brevi finestre su usi, costumi, aneddoti, fatti e fatterelli della vita quotidiana di allora.</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">la </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">foto </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">di Piero Querini è</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> tratta da </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">&#8220;</span></span><a href="https://caterina.altervista.org/"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Blog di Caterina</span></span></a><span class="s6"><span class="bumpedFont15">&#8220;</span></span></p>
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		<title>Quando a Venezia hanno inventato le prigioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Oct 2022 07:03:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tra le mete turistiche veneziane più gettonate c’è il solenne immobile delle Prigioni Nuove, primo esempio al mondo di una struttura dedicata esclusivamente alla detenzione. Carceri improvvisate in strutture nate&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/10/30/quando-a-venezia-hanno-inventato-le-prigioni/">Quando a Venezia hanno inventato le prigioni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><i><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tr</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">a</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> le mete turistiche veneziane più gettonate c’è il solenne immobile delle Prigioni Nuove, primo esempio al mondo di una struttura dedicata esclusivamente alla detenzione.</span></span></i></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Carceri improvvisate in strutture nate per altri scopi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fino alla fine del Rinascimento ovunque i governi usavano adattare a carceri strutture nate per altri scopi e avrebbero continuato a farlo anche in periodi successivi. Un esempio per tutti, la Bastiglia di Parigi, nata tra il 1367 e il 1382  come fortezza per difendere le mura della città presso la porta Sant’Antonio, trasformata poi in prigione e abbattuta dal popolo parigino il 14 luglio 1789, era allora in minima parte utilizzata ancora come prigione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Valeva il duro principio che il colpevole espiasse la colpa nel modo più atroce, quando non sul patibolo. Le prigioni erano luoghi davvero infami dove i carcerati vivevano in condizioni disumane, in ambienti umidi, oscuri e con igiene azzerata. Difficilmente sopravvivevano fino alla scarcerazione, se mai fosse avvenuta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Le prigioni di Palazzo Ducale</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Venezia non aveva fatto eccezione con l’uso del piano terra e del mezzanino di Palazzo Ducale, cercando di recuperare tutti gli spazi disponibili, perfino i sottoscala. In certe gattabuie con spazi talmente esigui i reclusi facevano perfino fatica ad allungare le gambe o a tenersi dritti in piedi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Addirittura le cosiddette celle chiamate “Prigioni dei Signori Capi”, conosciute in seguito come “Pozzi”, avevano la triste fama di essere poste sotto il livello dell’acqua. Erano invece a pian terreno e probabilmente devono l’immeritata nomea all’accesso tramite una stretta e buia scaletta di sedici gradini. Alcune avevano finestre sul Rio di Palazzo, altre, dette “orbe”, erano buie e umide. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Insieme a quelle dei  “Piombi” nel sottotetto, dove, a causa dei questo materiale usato come copertura, si pativa il freddo in inverno e la peggiore canicola d’estate, erano destinate ad accogliere gli ospiti del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato, ma non tutte. Di sicuro lo erano due celle segrete dei Pozzi, dette “giardini”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il secolo scorso, nella cella numero 10 dei Pozzi durante un restauro, sotto una coltre di calce malandata, saltarono fuori dei graffiti rappresentanti la Vergine con bambino attorniata da santi, un Cristo crocifisso e altro ancora. Si sono poi rivelati come affreschi opera di tale Riccardo Perucolo in carcere per ordine del Sant’Uffizio in quanto sospetto di eresia luterana. Li aveva dipinti per convincere i giudici della sua buona fede, ma, dopo varie peripezie, finirà sul rogo vent’anni dopo a Conegliano perché luterano lo era davvero.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dalle gattabuie dei Piombi e dei Pozzi non si poteva avere contatti con l’esterno, mentre le altre sotto la loggia del palazzo erano dotate di ampie finestre chiuse da sbarre e rivolte sulla pubblica piazza.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Trattamento dei carcerati</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A parte le suddette celle dei Pozzi e dei Piombi, rispetto al resto del mondo, le carceri della Serenissima erano quasi un salotto. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ai detenuti era concesso intrattenersi liberamente con chi stava fuori, ricevere conforto morale e materiale, addirittura chiedere l’elemosina per pagare poi il conto dell’indesiderato soggiorno. Di tanta liberalità era rimasta memorabile una serenata di musici virtuosi offerta dai familiari a conforto di tale Antonio Grimani, detenuto in attesa di giudizio.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cronisti stranieri avevano annotato l’umanità delle prigioni veneziane dove i reclusi si dedicavano a lavoretti artigianali, giocavano a dadi o a scacchi, si intrattenevano con amici e parenti presso i cancelli, oppure&#8230; organizzavano piani di fuga, perché ogni prigione è pur sempre prigione. Anche da quelle di Palazzo Ducale non erano mancate le evasioni, a volte eclatanti, addirittura di massa con il popolo a tener la parte dei fuggiaschi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Manica larga anche in materia di esigenze sessuali, tolleranza che prevedeva addirittura lo sgombero di celle e corpi di guardia per consentire gli incontri dei prigionieri con mogli e amiche. Peraltro la reclusione era quasi promiscua. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I colpevoli dei delitti più gravi venivano rinchiusi nelle celle cosiddette “orbe”, oscure e isolate, e con incatenamento di mani o piedi ai ceppi nei casi di riconosciuta pericolosità. Riguardo, invece, per i debitori e per coloro che si presentavano spontaneamente a seguito dell’ordine di comparizione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per un certo periodo era stata concessa ad alcuni la libertà di movimento all’interno dell’area marciana delimitata dai canali. Inevitabile che qualcuno ne avesse approfittato per diventare uccel di bosco, tanto che, verso la metà del ‘500, vigeva la licenza che chiunque potesse uccidere impunemente gli evasi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un caso oltre il tollerabile</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Grazie al diarista Marin Sanudo (1466 &#8211; 1536)  resteranno negli annali i banchetti dello scrivano Zuane Ferman, finito in cella per grosse truffe commesse nell’espletamento delle funzioni e che lo avevano letteralmente ricoperto d’oro, tanto da poter tranquillamente corrompere il capitano delle prigioni Giovanni Batochio. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Costui lo lasciava uscire di notte e tornare con tutto il necessario per banchettare allegramente insieme a donne di moralità non impeccabile. Purtroppo la bella vita dietro le sbarre durò solo una manciata di giorni. Infatti la cosa era giunta alle orecchie delle autorità. A Marco Zambotto, che svolgeva le funzioni di “Missier Grande”, vale a dire una specie di collettore di tutte le informazioni raccolte dagli “zaffi”, cioè i confidenti della polizia, era stato ordinato di sorvegliare le porte delle prigioni durante la notte.  </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il mattino dopo furono arrestati il Ferman, il Batochio e due meritrici alle quali sarà inferta una dose di venti scudisciate sulla pubblica piazza. Al capitano sarà revocato il grado e mandato in esilio a Candia, cioè Creta, per cinque anni, mentre il Ferman aveva già la sua bella pena da scontare e senza bagordi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La giustizia aiuta i reclusi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Notevole era lo sforzo per evitare il protrarsi di indebite carcerazioni, garantire solleciti processi e verificare la situazione giudiziaria dei detenuti. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A vigilare sulle carceri e ascoltare le lagne dei reclusi erano chiamate svariate magistrature, gli onnipresenti Avogadori di Comun in primis, seguiti dai capi della Quarantia Criminal e dall’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">“avvocato de’ </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">poveri prixoni”, un funzionario obbligato a visitare le carceri, comprese le celle di sestiere, dette “cameroti”, e  curare le esigenze dei detenuti, raccoglierne le lagne e perorare i loro diritti davanti ai tribunali. Erano due che, con avvicendamento quadrimestrale, dovevano pure assistere i bisognosi di patrocinio l’uno presso la Quarantia e il secondo presso le altre magistrature che trattavano materia criminale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><b>I tre capi del Consiglio dei Dieci vigilavano sulle celle dei Piombi e dei Pozzi.</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Durante i processi l’accusato, se non poteva permettersi un avvocato che a Venezia abbondavano, era assistito da un difensore d’ufficio, perché la</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> difesa dell’imputato era intesa come cardine imprescindibile dell’ordinamento giudiziario, senza eccezioni. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Le lamentele dei guardiani</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Alla lunga, tra affollamento in spazi ricavati alla meglio e pericolo d’incendi provocati da fuochi accesi dai detenuti per scaldarsi mettendo a rischio la soprastante sala del Maggior Consiglio, se non l’intero palazzo, la situazione era diventata insostenibile.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per lo più i sorveglianti, insieme alle suppliche perché fossero aumentati i loro miseri salari, lamentavano la fatica di svolgere il loro servizio in una struttura drammaticamente inadeguata, obbligati a sedare risse dove a volte ci scappava il morto, “tenir li rei in cepi” se pericolosi, scongiurare fughe e fornire la collaborazione agli interrogatori. Questa si espletava principalmente nel condurre l’accusato alla presenza dei giudici che, se non cantava con le buone, lo sottoponevano ai “tratti di corda”. Dopo alle guardie era imposto di aiutare i medici a “radrizar i brazi”, se mai fosse stato possibile porre rimedio alle conseguenze di quella devastante tortura. Questa prevedeva di legare i polsi del malcapitato dietro la schiena e issarlo con una fune pendente dal soffitto per poi lasciarlo piombare fin quasi a terra. Non ne potevano più.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il progetto delle Prigioni Nuove</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Riconosciuta la improrogabilità della situazione, si era deciso per un intervento drastico e risolutivo con la costruzione del nuovo carcere in un’area attigua a Palazzo Ducale e divisa da questo dall’omonimo rio. La prima delibera del Consiglio dei X risale al marzo del 1563 e prevedeva una struttura mono funzionale, cioè adibita a solo scopo detentivo come mai nessuno al mondo aveva pensato prima. Tempo massimo concesso “non più tardi del 1610”, ma i tempi sforeranno di qualche anno.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nella progettazione e costruzione ci metteranno le mani parecchi architetti: Antonio da Ponte il primo insieme a Zamaria dai Piombi, poi Tommaso e Antonio Contin, autore del cosiddetto “Ponte dei Sospiri” che collega il nuovo blocco detentivo con Palazzo Ducale, e infine Bartolomeo Manopola. Ne verrà fuori un edificio dalle forme austere e solenni affacciato sulla Riva degli Schiavoni, con un profondo porticato a piano terra e ampie finestroni al primo piano dove saranno alloggiati in una apposita stanza I Signori di Notte, magistrati e insieme capi della polizia ai quali era stato affidato l’ordine pubblico in città e altro ancora. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il proposito iniziale di migliorare la vita dei detenuti con celle più grandi, bene areate e illuminate, sarà realizzato quasi per intero, salvo alcune sezioni dell’edificio, come i gruppi di celle disposti verso l’interno. Particolarmente <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-61791" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />critica la vivibilità dei settori con un corridoio di ronda lungo i quattro lati. Ogni cella era rivestita con tavole di legno di larice incrociate e inchiodate fittamente alle pareti, sul pavimento e sulla volta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Trasferimento dei detenuti</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il cantiere andrà avanti fino al 1614 con la realizzazione del cosiddetto “Ponte dei Sospiri”, denominazione che non <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-61795" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-300x225.jpeg" alt="" width="225" height="169" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565.jpeg 640w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />si riferisce ai sospiri degli innamorati che oggi lo fotografano dal Ponte della Paglia, come qualcuno potrebbe pensare. Erano invece quelli dei detenuti che andavano verso il giudizio e tornavano poi in cella per scontare la pena. Infatti il ponte è diviso in due corridoi dai quali i poveracci potevano dare un’occhiata all’esterno, al Rio di Palazzo da un lato e dall’altro al Ponte della Paglia che separa i sestieri San Marco e Castello dove sorgono le Prigioni Nuove.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Già a lavori in corso si attiveranno progressivamente le celle disponibili. Cosicché alla fine del 1601 la maggior parte dei detenuti risultavano “accomodati” nelle prigioni “Nuovissime”; nel 1603 i carcerati che si trovavano ancora a Palazzo Ducale erano stati tutti spostati e gli spazi liberati destinati ad altri uffici. Erano rimasti in funzione Piombi, Pozzi e una cella al piano dell’armeria, detta “Torresella”, perché alle celle i carcerati avevano dato i nomi più curiosi e pittoreschi: “Liona”, “Fresca Zoia”, “Armamento” e così via, nomi che si erano portati dietro alle Prigioni Nuove. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le Prigioni Nuove, che a lavori ultimati conteranno ben 400 posti, resteranno in funzione fino al 1919, sopravvivendo alla Serenissima, alle dominazioni francese e austriaca e a un pezzo del Regno d’Italia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Gustavo Vitali</span></span></p>
<p class="s3"><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/prigioni-nuove.html"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">articolo originale</span></span></a><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> &#8211; https://www.ilsignoredinotte.it/prigioni-nuove.html</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nelle foto: due immagini degli interni scattate dall’autore</span></span></p>
<p>il ponte dei sospiri- Pixabay</p>
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