A Renk, al confine tra Sud Sudan e Sudan, rifugiati e rimpatriati ricostruiscono attorno alla scuola ciò che la guerra ha spezzato. Quasi cinquemila bambini partecipano a un programma educativo: tornare a studiare significa anche ritrovare protezione, documenti e una possibilità di futuro
Sono fuggiti dalla guerra. Ora insegnano ai bambini perché non diventino una generazione perduta
A Renk, al confine tra Sud Sudan e Sudan, rifugiati e rimpatriati ricostruiscono attorno alla scuola ciò che la guerra ha spezzato. Quasi cinquemila bambini partecipano a un programma educativo: tornare a studiare significa anche ritrovare protezione, documenti e una possibilità di futuro.
Ogni mattina Umkaltom Abaker Osman accoglie i bambini che arrivano a scuola.
Alcuni hanno attraversato un confine per raggiungerla. Anche lei lo ha attraversato.
Renk è nel nord del Sud Sudan, vicino al confine con il Sudan. Da quella frontiera continuano ad arrivare persone costrette a lasciare case, lavoro, scuola e spesso una parte della propria storia.
Umkaltom conosce quella condizione perché è una rimpatriata dal Sudan. Oggi è responsabile di una squadra di otto insegnanti alla Chummedi South Primary School. Ha iniziato come volontaria e successivamente ha ricevuto formazione sulla pedagogia centrata sul bambino e sul sostegno psicologico e psicosociale.
La sua potrebbe sembrare soltanto una piccola storia dentro una crisi immensa. Ma guardando meglio ciò che sta accadendo a Renk emerge qualcosa di più grande.
Una scuola dove non sempre c’è una classe
Nel cortile della Chummedi South Primary School insegna anche Sadam Adam Abaker.
È un rifugiato sudanese, laureato in comunicazione, parla arabo e inglese. È fuggito dalla guerra e oggi insegna ai bambini arrivati nello stesso territorio.
Secondo UNICEF, nella scuola oltre il 70 per cento del personale è costituito da rifugiati. Le strutture temporanee disponibili sono soltanto quattro e quindi alcune lezioni vengono svolte all’aperto.
Sadam collabora inoltre con l’associazione dei genitori e degli insegnanti e partecipa alle iniziative per favorire l’iscrizione scolastica.
Nella scuola esistono anche meccanismi attraverso i quali i bambini possono segnalare in maniera riservata situazioni di pericolo o disagio. Gli insegnanti possono così valutare l’attivazione dei servizi di protezione dell’infanzia.
La scuola diventa qualcosa di più del luogo nel quale imparare: può diventare uno spazio nel quale ricominciare a sentirsi al sicuro.
Quasi cinquemila bambini
Da aprile a novembre 2026, un programma di Education in Emergencies, finanziato dalla Repubblica di Corea e sostenuto dall’UNICEF insieme al partner Community in Need Aid, coinvolge nella contea di Renk quasi 5.000 bambini.
I numeri del progetto
Quasi 5.000 bambini coinvolti
2.360 bambine
8 centri educativi formali e non formali
89 insegnanti
Il programma riconosce agli insegnanti un contributo economico per cercare di garantire continuità educativa in comunità sottoposte a una pressione enorme.
Questo non significa che il problema sia risolto.
Mancano spazi adeguati, materiali didattici e sostegni stabili per gli insegnanti. UNICEF segnala inoltre che conflitto e spostamenti di popolazione continuano a mettere sotto pressione Renk e che la continuità degli interventi dipende anche dalla disponibilità di finanziamenti.
Forse è proprio questo a rendere questa storia una luce di speranza.
Non perché tutto funzioni. Ma perché qualcosa continua a funzionare nonostante tutto.
Prima ancora della scuola, un nome
Il 29 settembre il Norwegian Refugee Council ha raccontato da Renk un altro problema, meno visibile ma decisivo.
Molti ragazzi arrivati dal Sudan non possedevano più i documenti necessari per accedere pienamente ai servizi e, in alcuni casi, per iscriversi agli esami.
Con il sostegno della cooperazione svizzera, NRC riferisce di aver aiutato oltre 3.000 persone tra rimpatriati, rifugiati e membri delle comunità locali a ottenere documenti d’identità e certificazioni civili.
È un particolare apparentemente burocratico.
In realtà racconta bene che cosa significhi ricostruire una vita dopo una guerra.
Prima di poter sostenere un esame bisogna poter dimostrare chi si è. Prima del banco, qualche volta, viene un documento.
Ricominciare
Non lontano da Chummedi c’è un’altra scuola.
Ad Abu Khadra l’attività scolastica era rimasta quasi paralizzata per anni. Secondo Radio Tamazuj, dopo la riapertura gli iscritti sono passati da circa 231 a oltre 700.
Le condizioni rimangono difficili. Le classi possono essere sovraffollate, mancano banchi e materiali e alcuni bambini devono adattarsi a studiare in condizioni molto lontane da quelle che normalmente associamo a una scuola.
Eppure ogni mattina arrivano.
Tra loro c’è Lena Emanuel.
La guerra ha interrotto due volte la sua istruzione. La famiglia era fuggita dal Sud Sudan durante il conflitto del 2013 e aveva ricostruito la propria vita in Sudan. Quando nel 2023 la guerra è esplosa anche lì, Lena ha dovuto compiere il viaggio inverso.
Per quasi due anni è rimasta fuori dalla scuola.
Adesso è tornata in classe.
Il suo desiderio è diventare medico.
Dalla scuola all’università
La ricostruzione educativa prova ad andare ancora più avanti.
Il 9 settembre 2026 l’UNHCR ha annunciato 650 nuove borse di studio destinate a rifugiati, rimpatriati e giovani delle comunità ospitanti del Sud Sudan, compresi studenti provenienti da Renk.
Le borse prevedono il sostegno alle tasse universitarie, all’alloggio e alle spese degli studenti. I nuovi beneficiari si aggiungono ad altri giovani già inseriti nel programma.
Il 25 settembre il Ministero dell’Istruzione del Sud Sudan ha inoltre annunciato un programma rivolto a 5.000 insegnanti: 4.000 potranno completare la propria istruzione secondaria e 1.000 insegnanti rifugiati riceveranno formazione intensiva in lingua inglese.
Sono numeri limitati rispetto alla dimensione complessiva della crisi. Ma indicano una direzione.
Luci di speranza
Una luce di speranza non cancella ciò che le sta intorno.
A Renk continuano ad arrivare persone in fuga. Le scuole sono sovraffollate. Molti insegnanti lavorano in condizioni difficili. Le organizzazioni umanitarie continuano a segnalare risorse insufficienti rispetto ai bisogni.
Eppure Umkaltom continua ad accogliere i bambini.
Sadam continua a insegnare.
Lena è tornata sui libri.
Migliaia di persone stanno recuperando documenti che permettono loro di ricostruire pezzi della propria vita. Centinaia di giovani possono provare ad arrivare all’università.
Non è la fine della crisi.
È qualcosa di più piccolo e, proprio per questo, concreto: mentre la guerra continua a sottrarre futuro, qualcuno ha deciso di ricominciare a costruirlo.
Fonti
- UNICEF South Sudan – Pillars of Hope: Two Committed Educators Reconstructing Futures in Chummedi , 29 settembre 2026.
- Norwegian Refugee Council – The paperwork that let Renk’s returnee students sit their exams, 29 settembre 2026.
- Radio Tamazuj – Education programme reopens school for returnee children in South Sudan , 17 aprile 2026.
- UNHCR – Higher education access for refugee and host-community students in South Sudan , 9 settembre 2026.
- Ministry of General Education and Instruction – South Sudan , programma per la qualificazione di 5.000 insegnanti, 25 settembre 2026.
Nota editoriale
Questo articolo appartiene alla sezione “Luci di speranza” dedicata non genericamente alle “buone notizie”, ma a esperienze documentabili nelle quali persone e comunità provano a ricostruire relazioni, diritti e possibilità all’interno di situazioni di crisi.
I numeri relativi al programma di Chummedi e le testimonianze di Umkaltom Abaker Osman e Sadam Adam Abaker provengono da UNICEF. I dati sulla documentazione civile provengono dal Norwegian Refugee Council; la vicenda della scuola di Abu Khadra e di Lena Emanuel è riportata da Radio Tamazuj; i dati sulle borse universitarie provengono da UNHCR; il programma per la formazione degli insegnanti è documentato dal Ministero dell’Istruzione del Sud Sudan.
Le considerazioni sulla scuola come spazio di ricostruzione personale e comunitaria costituiscono la lettura giornalistica dell’autore. Non implicano che la crisi umanitaria ed educativa del Sud Sudan sia risolta né che gli interventi descritti siano sufficienti rispetto alle dimensioni dei bisogni.
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