“Non dovete salvare voi il pianeta”
Come raccontare ai bambini la crisi climatica senza mentire, senza spaventarli e senza consegnare loro le responsabilità degli adulti
Papà, ma la Terra sta morendo?»
Potrebbe arrivare davanti alle immagini di un’alluvione. Davanti a un bosco che brucia. Durante una giornata insolitamente calda. Oppure dopo una lezione a scuola, un video visto sul telefono, una conversazione ascoltata tra adulti.
E forse il problema più difficile, in quel momento, non è spiegare il cambiamento climatico. È decidere quanta verità può contenere una risposta senza trasformarsi in paura.
Dire a un bambino che va tutto bene sarebbe falso. Ma dirgli che stiamo andando verso la catastrofe e che toccherà alla sua generazione “salvare il pianeta” rischia di essere altrettanto sbagliato.
Anzi, forse è proprio da questa espressione che dovremmo cominciare.
Dobbiamo salvaguardare le condizioni che consentono a noi, ai nostri figli e a moltissime altre specie di continuare ad abitarlo.
La questione allora non è soltanto cosa raccontare ai bambini della crisi ambientale. È capire quale responsabilità siamo disposti ad assumerci noi adulti mentre gliela raccontiamo.
La Terra c’era prima di noi
C’è un dato che, nella comunicazione ambientale, dimentichiamo spesso. La Terra non è nata con l’essere umano.
Si è formata circa 4,5 miliardi di anni fa. La nostra specie, Homo sapiens, esiste invece da circa 300.000 anni.
Davanti alla storia del pianeta, siamo arrivati da pochissimo.
E c’è una conseguenza semplice di questa enorme differenza temporale: la Terra può esistere senza di noi.
Il nostro pianeta ha conosciuto trasformazioni immense, mutamenti climatici, cambiamenti degli oceani e dell’atmosfera ed estinzioni di massa molto prima della comparsa dell’uomo.
Se un giorno la specie umana dovesse scomparire, non scomparirebbe per questo il pianeta. La Terra continuerebbe la propria storia.
Quello che è in discussione nella crisi climatica, dunque, non è propriamente la sopravvivenza della Terra.
È la nostra possibilità di continuare ad abitarla.
O, più precisamente, è la possibilità di mantenere condizioni ambientali nelle quali la nostra società e gli ecosistemi dai quali dipendiamo possano continuare a vivere.
Non dobbiamo insegnare ai bambini a “salvare il pianeta”. Dobbiamo insegnare loro — e prima ancora impararlo noi adulti — ad abitare il pianeta senza rendere impossibile la nostra stessa vita.
È una differenza enorme. Perché ci restituisce il nostro posto.
La Terra non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere alla sua storia.
Il disastro non è semplicemente “naturale”
C’è poi una parola da usare con attenzione: naturale.
Un temporale è naturale. Un periodo di siccità può esserlo. Gli incendi sono sempre esistiti, così come alluvioni, ondate di calore e cicloni.
Questo non significa però che ciò che stiamo osservando oggi possa essere spiegato soltanto con la variabilità della natura.
L’IPCC afferma che le attività umane, principalmente attraverso le emissioni di gas serra, hanno inequivocabilmente provocato il riscaldamento globale. Nel periodo 2011-2020 la temperatura media della superficie terrestre aveva raggiunto circa 1,1 °C in più rispetto al periodo 1850-1900.
La ricerca scientifica non afferma che ogni singola alluvione, incendio o tempesta sia automaticamente “causata dal cambiamento climatico”.
Sarebbe una semplificazione.
Dice qualcosa di più preciso: il cambiamento climatico provocato dall’uomo sta già influenzando molti eventi meteorologici e climatici estremi nel mondo. Le ondate di calore sono diventate più frequenti e intense in molte aree; sono cambiate le precipitazioni intense e, in alcune regioni, siccità agricole ed ecologiche sono state aggravate dal riscaldamento antropico.
Questa distinzione è importante anche quando parliamo con un bambino.
Non abbiamo bisogno di inventare una catastrofe per spiegargli che esiste un problema reale.
«Siamo stati noi?»
Prima o poi potrebbe arrivare anche questa domanda.
E la risposta non può essere semplicemente: «Sì».
Un bambino non ha deciso il sistema energetico nel quale è nato. Non ha progettato le città, scelto le politiche industriali, costruito economie dipendenti dai combustibili fossili o determinato decenni di consumo delle risorse.
Possiamo invece spiegargli che per molto tempo noi esseri umani abbiamo prodotto energia, costruito, viaggiato e consumato in modi che hanno liberato nell’atmosfera grandi quantità di gas serra.
E che oggi conosciamo molto meglio le conseguenze di quelle scelte.
È una differenza decisiva.
Perché trasforma la colpa in responsabilità.
Ma allora chi dobbiamo salvare?
Forse questa è la domanda che dovremmo avere il coraggio di porre anche agli adulti.
Quando diciamo “salviamo il pianeta”, utilizziamo una formula efficace, ma rischiamo di perdere di vista il problema reale.
La Terra continuerà a trasformarsi.
Il problema siamo noi.
Sono le città costruite vicino alle coste. Sono i raccolti che dipendono da determinate temperature e precipitazioni. È la disponibilità dell’acqua. Sono le popolazioni esposte a caldo estremo, alluvioni, siccità e innalzamento del mare.
Sono gli ecosistemi dai quali dipendono il nostro cibo, la nostra economia, la nostra salute e la nostra stessa possibilità di vivere.
CAMBIARE PROSPETTIVANon stiamo combattendo perché una sfera di roccia continui a orbitare attorno al Sole.
Stiamo cercando di non compromettere il luogo nel quale dobbiamo continuare a vivere.
E forse detta così, anche a un bambino, la questione diventa più comprensibile.
La Terra non è una cosa fragile che dobbiamo prendere sulle nostre spalle.
È la nostra casa.
E siamo noi, dentro quella casa, a essere vulnerabili.
I bambini stanno già ascoltando
Pensare di proteggerli semplicemente evitando l’argomento rischia di essere illusorio.
Molti bambini incontrano già il cambiamento climatico a scuola, sui social network, attraverso gli amici o semplicemente osservando ciò che accade intorno a loro.
UNICEF raccomanda di partire da ciò che il bambino sa già, ascoltare come si sente e utilizzare spiegazioni semplici e adeguate alla sua età.
Anche l’American Academy of Pediatrics suggerisce una comunicazione onesta, adeguata allo sviluppo del bambino e capace di mostrare non soltanto il problema, ma anche le possibilità di azione e risposta.
Non parlare, dunque, non significa necessariamente proteggere.
A volte significa lasciare che siano uno smartphone, un video di pochi secondi o una frase ascoltata per caso a spiegare il mondo al posto nostro.
La paura esiste. Non dobbiamo crearne altra
Esiste ormai anche un’espressione entrata nel linguaggio comune: eco-ansia, o ansia climatica.
Non significa automaticamente una patologia. Può indicare paura, preoccupazione, impotenza o disagio davanti ai cambiamenti climatici.
Uno studio pubblicato nel 2021 su The Lancet Planetary Health ha coinvolto 10.000 persone tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi. Il 59% si dichiarava molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico e oltre il 45% riferiva che quei sentimenti influivano negativamente sulla propria vita quotidiana.
Si tratta di adolescenti e giovani adulti, non di bambini piccoli, e il dato non può essere automaticamente esteso a tutte le fasce d’età.
Ma racconta qualcosa della relazione che una parte delle nuove generazioni sta costruendo con il proprio futuro.
Ed è qui che le parole degli adulti diventano decisive.
La frase che dovremmo smettere di dire
Da anni ripetiamo ai più giovani:
«Il futuro è nelle vostre mani».
È una frase pronunciata quasi sempre con le migliori intenzioni.
Ma forse dovremmo cominciare a interrogarla.
Perché un bambino potrebbe sentirci dire: «Abbiamo creato un problema enorme. Adesso crescete e risolvetelo voi».
Non è questo il messaggio che possiamo consegnargli.
Il futuro dei bambini non è soltanto nelle loro mani.
È nelle nostre mani, oggi.
Nelle decisioni politiche, economiche, industriali e sociali degli adulti. Nelle città che costruiamo. Nel sistema energetico che scegliamo. Nell’uso del territorio. Nei modelli di produzione e consumo. Nelle politiche di adattamento ai fenomeni climatici che ormai non possiamo più evitare.
Educare un bambino a spegnere una luce inutile può avere senso.
Ma sarebbe paradossale raccontargli che da quella lampadina dipende la salvezza del mondo, mentre gli adulti continuano a prendere decisioni infinitamente più grandi senza assumersene la responsabilità.
Allora cosa possiamo dirgli?
Forse qualcosa di molto semplice.
«La Terra esiste da tantissimo tempo, molto prima di noi. Noi esseri umani siamo arrivati molto dopo e abbiamo bisogno della Terra per vivere. Negli ultimi anni abbiamo capito che alcuni nostri modi di produrre energia, costruire e consumare stanno cambiando il clima e possono rendere la vita più difficile.
La Terra continuerà a esistere. Siamo noi che dobbiamo imparare ad abitarla meglio.
Per questo ci sono scienziati che studiano il problema, persone che inventano nuovi modi di produrre energia, città che cercano di cambiare e tante persone che lavorano per proteggere la natura.
Non devi sistemare tutto tu. Noi adulti dobbiamo fare la nostra parte. Tu puoi imparare ad avere cura delle cose, delle persone e del luogo in cui vivi. E possiamo farlo insieme».
Non è una favola.
Non promette che tutto andrà bene.
Ma dice una cosa fondamentale: non sei solo davanti al problema.
Dalla paura alla relazione
Forse è proprio questo ciò che manca in una parte della comunicazione ambientale.
Abbiamo imparato a mostrare le immagini della catastrofe. Le temperature record. I boschi bruciati. I fiumi esondati. I ghiacciai che si ritirano.
Sono fatti. E il giornalismo ha il dovere di raccontarli.
Ma se dopo aver mostrato il problema lasciamo una persona — e soprattutto un bambino — sola davanti ad esso, abbiamo raccontato soltanto metà della storia.
Piantare un albero, evitare uno spreco, osservare un insetto, rispettare un bosco, andare a scuola a piedi quando possibile possono avere valore.
Ma non perché il bambino debba espiare le scelte delle generazioni precedenti.
Hanno valore perché la cura si impara vivendola.
Non salviamo la Terra. Impariamo a restarci
Forse allora dovremmo cambiare persino una delle espressioni più utilizzate nell’ambientalismo contemporaneo:
«Salviamo il pianeta».
La Terra non ci sta chiedendo di essere salvata.
Esisteva miliardi di anni prima della nostra comparsa e la sua storia non coincide con quella dell’umanità.
Siamo noi ad avere bisogno di un clima abitabile, di acqua, di terreni fertili, di oceani vitali, di biodiversità e di ecosistemi capaci di sostenerci.
Per questo la domanda più corretta non è:
«Come salveremo il pianeta?»
Ma:
«Riusciremo a cambiare abbastanza da continuare ad abitarlo?»
E davanti a un bambino questa domanda diventa ancora più scomoda.
Perché lui non ha creato il problema.
Noi adulti, come generazioni e come sistemi sociali ed economici che lo hanno preceduto, abbiamo responsabilità e soprattutto possibilità di intervento molto più grandi delle sue.
La speranza non significa dire che andrà tutto bene
Per non angosciare i bambini potremmo essere tentati di concludere: «Non preoccuparti, alla fine sistemeremo tutto».
Non lo sappiamo.
La speranza educativa non consiste nel promettere un risultato.
Consiste nel mostrare che la realtà può ancora essere compresa, abitata e trasformata.
Significa poter dire a un bambino:
«Ci sono cose serie che stanno accadendo. Alcune dipendono anche dalle scelte fatte dagli esseri umani. Ma ci sono persone che stanno cercando soluzioni. E noi non ti lasceremo solo davanti a tutto questo».
Forse è questa la differenza tra comunicare una catastrofe e costruire una relazione dentro una crisi.
I bambini hanno diritto alla verità.
Ma hanno anche diritto a incontrare adulti capaci di reggerla insieme a loro.
E forse la frase da consegnare alla prossima generazione non è:
«Dovete salvare il pianeta».
È:
«Questo pianeta esisteva prima di noi e potrà esistere senza di noi. Siamo noi che dobbiamo imparare a prendercene cura per poter continuare ad abitarlo».
E poi aggiungere:
«Non è un compito che lasciamo a voi. Cominciamo noi, adesso, insieme a voi».
Nota editoriale — Francesco Mazzarella
Questo articolo nasce da una domanda che non riguarda soltanto il clima: come raccontiamo ai bambini il mondo che abbiamo costruito?
E, scrivendolo, mi sono accorto che c’è una frase che continuiamo a utilizzare e che forse dovremmo avere il coraggio di correggere: “salviamo il pianeta”.
La Terra non ha bisogno dell’uomo per esistere. È l’uomo ad avere bisogno della Terra per vivere.
Il nostro pianeta era qui miliardi di anni prima della nostra comparsa e la sua esistenza non dipende dalla nostra presenza.
Quello che dobbiamo proteggere sono le condizioni che permettono alla vita umana e a moltissime altre forme di vita di continuare ad abitarlo.
Questo sposta anche la responsabilità.
Troppo spesso chiediamo ai bambini di essere più ecologici, più responsabili, più consapevoli, mentre continuiamo a consegnargli sistemi economici, città e modelli di consumo sui quali hanno pochissimo potere.
Educare alla cura dell’ambiente è necessario. Ma esiste una linea che non dovremmo oltrepassare: trasformare la consapevolezza dei bambini nel luogo in cui depositiamo le responsabilità che appartengono agli adulti.
Non voglio dire a un bambino che deve salvare il pianeta.
Voglio potergli dire:
«Non è la Terra ad avere bisogno di essere salvata. Siamo noi che dobbiamo imparare a viverci senza distruggere le condizioni che rendono possibile la nostra vita».
Poi sì, possiamo chiedergli di camminare insieme a noi.
Ma accanto a noi, non al nostro posto.
Francesco Mazzarella
Fonti
- IPCC, Climate Change 2023: Synthesis Report — report.ipcc.ch
- IPCC, AR6 Synthesis Report – Longer Report — ipcc.ch
- NASA, Facts About Earth — science.nasa.gov
- Smithsonian National Museum of Natural History, Human Origins – Homo sapiens —humanorigins.si.edu
- UNICEF, Talking to your child about climate change — unicef.org
- UNICEF, materiali su climate anxiety e salute mentale — unicef.org
- American Academy of Pediatrics / HealthyChildren.org, How to Talk With Children About Climate Change — healthychildren.org
- Hickman C. et al., Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: a global survey, The Lancet Planetary Health, 2021 — PubMed
© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella
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