Dalla condanna di Rohan Rane in Francia alla confessione giudiziaria di Prasan Nepal negli Stati Uniti: due sviluppi in quarantotto ore rivelano il funzionamento delle reti criminali che trasformano la vulnerabilità degli adolescenti in uno strumento di dominio
GUARDAMI. Quando la rete diventa una prigione
Dalla condanna in Francia al procedimento negli Stati Uniti: dentro le reti criminali che trasformano il bisogno di appartenenza in ricatto, violenza e controllo sui minori
Nella prima parte di GUARDAMI siamo partiti da San Cataldo, in Sicilia. Due bambine avevano trascorso una notte nascoste in un negozio, dopo aver osservato video online. Avevamo provato a comprendere il rapporto fra imitazione, rischio, appartenenza e riconoscimento.
Quella vicenda non presentava, sulla base degli elementi resi pubblici dagli investigatori, evidenze di una coercizione organizzata.
Oggi incontriamo una realtà completamente diversa.
Non più soltanto una scelta rischiosa ispirata a ciò che si vede sullo schermo. Ma persone che utilizzano gli ambienti digitali per individuare minori vulnerabili, conquistarne la fiducia, ricattarli e costringerli a comportamenti sempre più violenti e degradanti.
Non è corretto confondere le challenge con queste organizzazioni criminali. Sarebbe però altrettanto sbagliato non osservare un elemento che attraversa entrambe le questioni: il ruolo che lo sguardo degli altri, l’appartenenza a un gruppo e la ricerca di riconoscimento possono assumere nella vita digitale.
Parigi, 9 ottobre: una condanna che riguarda il mondo intero
Venerdì 9 ottobre 2026, a Parigi, Rohan Rane, cittadino indiano di 29 anni, è stato condannato a vent’anni di reclusione per gravi crimini commessi ai danni di minorenni attraverso una rete online.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, Rane amministrava un gruppo denominato CVLT sulla piattaforma Discord. Attraverso minacce, coercizione e ricatti, adolescenti venivano spinte a produrre materiale sessualmente violento e a compiere atti di autolesionismo.
Tra le vittime individuate nel procedimento figuravano anche bambine di appena dodici anni.
Il processo, celebrato a porte chiuse per la tutela delle persone coinvolte, rappresenta un passaggio importante nel riconoscimento giudiziario di una criminalità che agisce attraverso comunità digitali transnazionali.
Ma il dato forse più inquietante non riguarda soltanto la gravità dei singoli reati.
Riguarda la capacità di trasformare un ambiente apparentemente dedicato alla conversazione in uno strumento di dominio.
Un luogo nel quale la relazione non serve più a incontrare qualcuno, ma a controllarlo.
Stati Uniti: il caso della rete 764
Il giorno precedente, l’8 ottobre, negli Stati Uniti, Prasan Nepal, ventunenne conosciuto online con lo pseudonimo di Trippy, si è dichiarato colpevole di associazione finalizzata allo sfruttamento sessuale di minori.
Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, Nepal ricopriva un ruolo di vertice nella rete 764, un’organizzazione descritta dalle autorità come appartenente all’estremismo violento nichilista.
La rete operava attraverso strumenti di comunicazione online, utilizzando manipolazione, estorsione e pressione psicologica per sfruttare minorenni e altre persone vulnerabili.
La dichiarazione di colpevolezza non equivale ancora a una sentenza sulla pena: il procedimento prevede la decisione del giudice il 5 marzo 2027. Nepal rischia una pena compresa fra quindici e trent’anni di reclusione.
Le autorità americane descrivono una struttura capace di operare oltre i confini nazionali e di coinvolgere più soggetti in condotte criminali coordinate.
CVLT e 764 non devono essere considerate automaticamente un’unica organizzazione. Presentano tuttavia caratteristiche operative simili, inserite in un ecosistema di comunità violente online che gli investigatori seguono da anni.
Come si trasforma una relazione in una prigione
Il Federal Bureau of Investigation ha descritto pubblicamente il funzionamento di questi gruppi: l’avvicinamento può avvenire attraverso social network, videogiochi e piattaforme di messaggistica. Il contatto può presentarsi inizialmente come un’amicizia, una comunità o una possibilità di appartenenza.
Successivamente possono comparire richieste personali, pressioni, minacce di diffusione di materiale privato e imposizioni sempre più pesanti.
È una dinamica di controllo progressivo.
La relazione diventa asimmetrica: una persona accumula informazioni, potere e strumenti di ricatto; l’altra perde progressivamente la possibilità percepita di sottrarsi.
Non bisogna immaginare necessariamente un adolescente ingenuo. Né attribuire automaticamente alle vittime problematiche familiari o psicologiche.
La manipolazione può utilizzare bisogni umani ordinari: essere accettati, sentirsi parte di qualcosa, avere qualcuno con cui parlare, custodire un segreto condiviso.
Il problema non nasce dal bisogno di relazione. Nasce quando qualcuno trasforma quel bisogno in uno strumento di potere.
La dimensione internazionale: non è un fenomeno confinato
Nel febbraio 2026, l’FBI di Boston ha comunicato che oltre 350 soggetti collegati a queste reti violente online erano oggetto di indagine negli Stati Uniti e che tutti i 56 uffici territoriali dell’agenzia erano coinvolti.
Questo numero riguarda soggetti investigati, non persone tutte condannate. Non può quindi essere utilizzato come cifra dei colpevoli o come stima complessiva dei membri delle reti.
Il 6 ottobre 2026, anche la polizia federale canadese ha reso noto l’arresto di un diciottenne del Saskatchewan, avvenuto il 24 settembre, nell’ambito di un’indagine su presunte attività legate alla rete 764. Le accuse devono naturalmente essere valutate nel procedimento giudiziario.
La convergenza degli elementi provenienti da Francia, Stati Uniti e Canada mostra una dimensione transnazionale del fenomeno.
Una comunità criminale online non ha bisogno di condividere un luogo fisico. Può costruire legami, imporre gerarchie ed esercitare violenza attraverso connessioni distribuite tra Paesi diversi.
Discord e la responsabilità delle piattaforme
Il caso francese ha riportato al centro dell’attenzione Discord, piattaforma nata soprattutto per la comunicazione fra comunità di videogiocatori e successivamente utilizzata in molti altri ambiti.
Discord non coincide con i gruppi criminali che vi operano. Milioni di persone la utilizzano per attività perfettamente legittime.
La questione riguarda la capacità delle piattaforme di individuare, prevenire e interrompere comportamenti criminali all’interno dei propri ambienti digitali.
Il 14 settembre 2026, l’associazione francese e-Enfance, responsabile del servizio nazionale 3018, aveva segnalato 138 casi relativi a Discord nei primi sei mesi dell’anno, contro 44 in tutto il 2025.
Nell’analisi dei contenuti segnalati dall’associazione, soltanto il 33% risultava rimosso. Si tratta di dati del monitoraggio di e-Enfance, non di una misurazione generale di tutti i contenuti pubblicati sulla piattaforma.
L’associazione ha anche evidenziato difficoltà tecniche nelle procedure di segnalazione e interventi che, in alcuni casi, hanno richiesto diversi giorni.
È un problema che va oltre una singola azienda.
Quanto deve essere difficile segnalare un abuso? Quali informazioni possiamo realisticamente chiedere a un adolescente sotto ricatto? Quanto tempo può passare prima che un ambiente pericoloso venga chiuso?
La sicurezza non può essere affidata soltanto alla capacità di una vittima di utilizzare correttamente uno strumento tecnico.
La questione che riguarda gli adulti
Quando raccontiamo episodi come questi, la tentazione è spesso quella di concentrare tutto sull’uso dello smartphone.
Vietare. Controllare. Limitare. Sorvegliare.
Misure di protezione possono essere necessarie, soprattutto quando esiste un rischio concreto. Ma non sostituiscono la relazione educativa, né le responsabilità delle piattaforme e delle istituzioni.
Un ragazzo sotto ricatto potrebbe non chiedere aiuto proprio perché teme la reazione degli adulti.
Può avere paura di essere punito, giudicato, umiliato, privato dei propri strumenti digitali o ritenuto responsabile di quanto gli sta accadendo.
Per questo la prima risposta di un adulto dovrebbe essere capace di distinguere il comportamento rischioso dalla violenza subita.
Una vittima non diventa responsabile del ricatto perché ha inizialmente accordato fiducia, condiviso informazioni o commesso un errore.
Se una persona racconta una situazione di coercizione, occorre ascoltarla senza colpevolizzarla, proteggerla, conservare gli elementi utili alle indagini senza diffondere materiale illecito o intimo, e rivolgersi tempestivamente alle autorità competenti.
In Italia, in presenza di reati online, è possibile rivolgersi alla Polizia Postale attraverso i canali ufficiali della Polizia di Stato. Se esiste un pericolo immediato, il numero unico di emergenza è il 112.
Dal bisogno di essere visti al diritto di essere protetti
GUARDAMI è iniziata con una domanda: che cosa cercano bambini e adolescenti quando desiderano diventare protagonisti davanti a un pubblico digitale?
Questa seconda parte mostra il lato più oscuro della risposta.
Esistono organizzazioni capaci di riconoscere quella ricerca di appartenenza e di usarla per instaurare rapporti di dominio.
Ma sarebbe un errore trasformare ogni relazione digitale in un sospetto, ogni comunità online in una minaccia o ogni desiderio di visibilità in un sintomo di fragilità.
La tecnologia può offrire opportunità autentiche di incontro, espressione e costruzione di comunità.
La differenza sta nella qualità della relazione e nelle condizioni di sicurezza che la rendono possibile.
Una relazione sana non chiede di annullare la propria libertà per continuare ad appartenere.
Non impone il silenzio attraverso la paura. Non misura la fiducia sulla disponibilità a subire violenza. Non pretende che un segreto sia più importante della dignità di una persona.
Ecco allora la domanda che questa inchiesta lascia agli adulti, alle piattaforme e alle istituzioni.
Non soltanto: sappiamo che cosa guardano i nostri figli?
Ma soprattutto: quando qualcuno prova a sottrarre loro la libertà, siamo ancora persone alle quali sentono di poterlo raccontare?
Nota editoriale
Ci sono notizie che, mentre le scrivi, ti costringono a interrogarti anche sul modo in cui scegli di raccontarle.
Questa è una di quelle.
Di fronte alla violenza esercitata contro i minori attraverso la rete, sarebbe facile cercare parole capaci di provocare indignazione, accumulare dettagli e costruire un racconto che lasci il lettore senza fiato.
Ma il compito del giornalismo non è trasformare il dolore in spettacolo. È renderlo comprensibile, documentarlo e individuare le responsabilità.
Per questo abbiamo scelto di non descrivere le violenze nei particolari e di non riprodurre i meccanismi operativi dei ricatti. La gravità di ciò che è accaduto emerge già con sufficiente chiarezza dai documenti giudiziari.
C’è però una riflessione che considero indispensabile.
Continuiamo a parlare molto dei pericoli della rete e forse ancora troppo poco della qualità delle relazioni che costruiamo, dentro e fuori dagli schermi.
Un adolescente dovrebbe sapere che nessun errore, nessuna fotografia condivisa, nessuna fiducia mal riposta gli fa perdere il diritto a essere ascoltato e protetto.
E un adulto dovrebbe sapere che educare non significa soltanto stabilire regole, ma rendere possibile il ritorno alla relazione anche quando qualcosa è andato storto.
Il problema non è scegliere fra tecnologia e umanità. È impedire che la tecnologia diventi un luogo nel quale l’umanità possa essere sottratta senza che nessuno se ne accorga.
La domanda, alla fine, è anche per noi: siamo disposti a guardare davvero i ragazzi, prima di chiedere loro di smettere di guardare uno schermo?
Francesco Mazzarella
Giornalista · Comunicatore relazionale
Fonti e documentazione
Le fonti sono consultabili direttamente. I dati e gli sviluppi giudiziari sono aggiornati al 10 ottobre 2026.
- Le Monde — 9 ottobre 2026.
Condanna di Rohan Rane a vent’anni di reclusione per le violenze commesse contro minorenni attraverso CVLT.
Consulta l’articolo - U.S. Department of Justice — 8 ottobre 2026.
Dichiarazione di colpevolezza di Prasan Nepal nella vicenda della rete 764.
Comunicato ufficiale - FBI Boston — 19 febbraio 2026.
Allerta sulle reti online estremiste e sulle indagini in corso negli Stati Uniti.
Consulta l’allerta FBI - FBI — 6 marzo 2025.
Allerta sulle reti violente online e sui meccanismi di coercizione e sfruttamento delle vittime.
Documento ufficiale - Association e-Enfance / 3018 — 14 settembre 2026.
Dati sui 138 casi segnalati relativi a Discord e sulle criticità della moderazione.
Rapporto dell’associazione - Association e-Enfance / 3018 — 8 ottobre 2026.
Analisi delle dinamiche di sextorsion, manipolazione ed estremismo cybercriminale.
Approfondimento ufficiale - Royal Canadian Mounted Police — 6 ottobre 2026.
Comunicato relativo all’arresto di un sospettato in un’indagine collegata alla rete 764.
Comunicato della polizia canadese
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