Home Attualità Il caso Report, apre il fronte Rai

Il caso Report, apre il fronte Rai

Redazione

Dalla vicenda Lavitola  – Ranucci alla rivolta della redazione, fino al nodo dei contratti degli inviati Il giornalismo d’inchiesta non si improvvisa con un nuovo incarico. Richiede conoscenza dei territori, delle persone, delle fonti, dei documenti e delle dinamiche economiche e politiche, oltre a una rete di rapporti costruita nel tempo. Sullo sfondo resta il tema delle presunte interferenze politiche, anche quelle del passato, che non possono essere utilizzate per giustificare oggi ciò che non sarebbe accettabile in un servizio pubblico televisivo

Roma, 2 settembre 2026 – La vicenda Report è ormai andata oltre la semplice sostituzione di un conduttore. La decisione della Rai di affidare dalla prossima stagione la conduzione a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi ha aperto un confronto molto più ampio, che investe l’autonomia editoriale del servizio pubblico, il rapporto tra azienda e redazione, il peso delle professionalità maturate sul campo e persino la natura dei rapporti contrattuali che legano molti degli inviati storici alla Rai.
La decisione è stata ufficializzata il 28 agosto. La Rai ha presentato i due nuovi conduttori come giornalisti interni all’azienda, entrambi vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti. Presutti, da anni inviata di Report, si è classificata prima nella selezione. Piervincenzi porta invece una lunga esperienza nel giornalismo televisivo d’inchiesta, maturata anche in programmi come Nemo e Popolo Sovrano.
Contestualmente alla nuova conduzione, a Ranucci sono state prospettate tre possibilità di ricollocazione professionale all’interno della Rai. Una soluzione che l’azienda considera coerente con il suo profilo e con il proprio assetto organizzativo, ma che il giornalista ha contestato, sostenendo di non voler accettare un incarico che considera un arretramento rispetto al percorso costruito alla guida di Report.
Ranucci era arrivato alla conduzione del programma nel 2017, dopo aver lavorato per anni all’interno della redazione e dopo la lunga stagione di Milena Gabanelli. Da allora Report è diventato indissolubilmente associato anche al suo volto, oltre che a un modello di giornalismo investigativo costruito attraverso una rete di inviati, autori, operatori e collaboratori con competenze maturate in anni di lavoro sul campo.
Ed è proprio questo il punto sul quale oggi si concentra la reazione della redazione.Una redazione che non è soltanto una redazione Rai.
Report presenta infatti una particolarità che nel dibattito di questi giorni rischia di passare in secondo piano. La squadra non è costituita esclusivamente da giornalisti assunti dalla Rai.
Secondo i dati diffusi da RaiNews, la redazione conta circa sessanta persone, ma soltanto nove sono giornalisti Rai assunti a tempo indeterminato con contratto giornalistico. Gli altri sono collaboratori esterni.
La distinzione non è soltanto amministrativa. Ha conseguenze precise anche sul piano giuridico.
Il giornalista assunto dalla Rai è inserito in un rapporto di lavoro subordinato e dispone delle tutele proprie del rapporto dipendente, comprese quelle legate all’azione sindacale e, ricorrendone i presupposti, allo sciopero.
Il collaboratore esterno si trova invece in una posizione diversa. Non è un dipendente Rai e il suo rapporto con l’azienda è regolato dal singolo contratto di collaborazione. Può trattarsi di una collaborazione autonoma, coordinata e continuativa o di altra forma contrattuale prevista dall’azienda.
È una differenza importante perché, quando si parla di ‘”dimissioni in blocco”, le parole devono essere utilizzate con una certa precisione.
Per un dipendente si può parlare tecnicamente di dimissioni o, sul piano collettivo, di sciopero. Per un collaboratore autonomo la situazione è diversa. Non si tratta propriamente di dimissioni da un rapporto di lavoro subordinato. Si tratta piuttosto della scelta di interrompere, non rinnovare o non proseguire una collaborazione secondo quanto previsto dal proprio contratto.
Questo significa anche che non esiste necessariamente un unico meccanismo valido per tutti gli inviati. Durata dell’incarico, rinnovo, eventuale preavviso, obblighi di esclusiva, modalità di pagamento e condizioni di recesso dipendono dai singoli rapporti contrattuali.
La protesta collettiva può dunque avere un enorme peso professionale, ma sul piano giuridico resta composta da posizioni individuali differenti.

C’è poi una questione che va oltre il contratto.
Il giornalismo d’inchiesta non è un’attività che si possa improvvisare semplicemente assegnando un nuovo incarico. Richiede conoscenza dei territori, delle persone, delle fonti, dei documenti, delle dinamiche economiche e politiche. Richiede soprattutto una rete di rapporti costruita nel tempo.
È questo uno degli elementi che spiegano la reazione degli inviati storici di Report.
Il lavoro investigativo televisivo non consiste soltanto nel realizzare un servizio. Dietro un’inchiesta ci sono mesi, talvolta anni, di rapporti, verifiche, conoscenze dirette, documentazione, capacità di leggere ciò che accade anche attraverso ciò che non viene dichiarato apertamente.
Ed è qui che l’esperienza assume un valore che non può essere sostituito automaticamente da un cambio organizzativo.
La Rai, dal canto suo, sostiene una tesi diversa. La scelta di Presutti e Piervincenzi viene presentata come un investimento sulle professionalità interne, selezionate attraverso un concorso e con esperienza maturata sul campo. L’azienda rivendica quindi una logica di valorizzazione e di rinnovamento del giornalismo investigativo.
Il problema è che, nel caso di Report, esperienza e rinnovamento non sono necessariamente concetti alternativi. La questione vera è capire se il nuovo assetto riuscirà a conservare quella rete professionale che ha costruito nel tempo la specificità del programma.

Sul fondo resta poi la vicenda che ha riportato Ranucci al centro dell’attenzione pubblica.
Il giornalista era stato vittima di un attentato nell’ottobre 2025. Nell’agosto 2026 Valter Lavitola è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta che ipotizza un suo ruolo di mandante dell’attentato. Le ricostruzioni investigative hanno alimentato interrogativi anche sul rapporto tra Lavitola e Ranucci e sulle motivazioni che avrebbero potuto essere alla base dell’azione criminale.
Ranucci ha respinto ogni ipotesi di condizionamento delle sue inchieste da parte di Lavitola.
È importante, però, non confondere piani diversi. Il fatto che il nome di Ranucci sia comparso all’interno di una vicenda giudiziaria complessa non significa automaticamente che esistano responsabilità del giornalista o che il lavoro di Report sia stato condizionato. Allo stesso modo, la decisione della Rai di sostituirlo non equivale a una sanzione disciplinare.
La Rai ha assunto una decisione editoriale e organizzativa, offrendo contestualmente al giornalista altre possibilità professionali. Ranucci, attraverso il proprio legale, ne ha contestato la legittimità e ha chiesto chiarimenti sulle ragioni e sulle circostanze della decisione.
È su questo terreno che la vicenda diventa particolarmente delicata.
Ovvero quando la politica entra nella porta della Rai. Il tema non può essere liquidato come una semplice polemica tra maggioranza e opposizione. È una questione che riguarda la natura stessa del servizio pubblico radiotelevisivo.
La sostituzione di Ranucci è arrivata in un clima politico nel quale esponenti della maggioranza di governo avevano espresso pubblicamente critiche nei confronti del giornalista e del programma. Matteo Salvini aveva sostenuto l’opportunità di un Report senza Ranucci, mentre altri esponenti del centrodestra hanno accolto favorevolmente la decisione della Rai. Dall’altra parte, le opposizioni hanno letto nella scelta un intervento politico sull’informazione del servizio pubblico.
Questo, naturalmente, non costituisce da solo la prova di una disposizione politica impartita alla Rai. Non risultano elementi pubblici sufficienti per affermare che la sostituzione di Ranucci sia stata ordinata dal governo o dalla maggioranza.
Ma proprio per questo la questione merita di essere affrontata senza semplificazioni.
Quando una decisione che riguarda uno dei programmi d’inchiesta più importanti della televisione pubblica arriva dopo settimane di fortissima esposizione politica sul caso Ranucci, è inevitabile interrogarsi sul confine tra autonomia aziendale e possibile condizionamento politico.
La Rai può certamente modificare conduzione, struttura e organizzazione dei propri programmi. È una sua prerogativa. Ma il servizio pubblico deve anche essere nelle condizioni di dimostrare che le proprie scelte editoriali rispondono a criteri professionali, organizzativi e giornalistici e non a pressioni provenienti dal potere politico.
È una distinzione essenziale.
Anche perché la storia della Rai insegna che il rapporto tra politica e televisione pubblica non nasce oggi. Per decenni, governi, partiti e maggioranze di diverso orientamento hanno cercato di esercitare influenza sulla televisione pubblica, attraverso nomine, assetti e orientamenti editoriali.
Ma le eventuali interferenze di ieri non possono diventare una giustificazione per quelle di oggi.
La lottizzazione del passato non assolve l’eventuale condizionamento del presente.
Se la decisione su Ranucci è esclusivamente editoriale e organizzativa, la Rai ha tutto l’interesse a spiegarne con chiarezza le ragioni. Se invece dovessero emergere elementi concreti che dimostrassero un condizionamento politico, la questione assumerebbe un rilievo completamente diverso e riguarderebbe direttamente l’indipendenza del servizio pubblico.
È questo il punto sul quale sarebbe necessario mantenere il dibattito.
Non stabilire in anticipo una verità politica, ma pretendere che le decisioni della Rai siano comprensibili, verificabili e difendibili sul terreno della professionalità.

Nel frattempo, la redazione ha scelto una linea molto netta.
Il 31 agosto l’assemblea dei giornalisti interni di Report ha approvato all’unanimità le rivendicazioni degli inviati e proclamato lo stato di agitazione, riservandosi anche il ricorso allo sciopero. Nel documento viene sottolineato che Report non può esistere senza la propria redazione, gli inviati, la produzione, i filmmaker e i montatori che hanno costruito negli anni le competenze specifiche del programma.
Il giorno successivo Bernardo Iovene e Giulio Valesini hanno incontrato separatamente il direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini. Iovene ha rappresentato la posizione degli inviati esterni, Valesini quella dei giornalisti interni.
La posizione resta ferma. Secondo quanto riferito da Iovene, senza un passo indietro della Rai sui due nuovi conduttori, o senza una loro rinuncia, gli inviati non intendono tornare a lavorare nel programma.
La Rai, dal canto suo, ha cercato di tenere aperto il dialogo e ha proposto anche a Iovene e Valesini un ruolo di capi autori e punti di riferimento della nuova redazione. I due hanno però rifiutato l’incarico dopo aver appreso la scelta dei nuovi conduttori.
Il confronto, dunque, non è chiuso.
Il punto che resta
Al di là dello scontro politico e delle posizioni contrapposte, rimane una domanda alla quale la Rai dovrà dare una risposta credibile.
Che cosa vuole essere Report nella prossima stagione?
Un programma semplicemente affidato a due nuovi conduttori, scelti attraverso un concorso interno, oppure un progetto capace di conservare quella particolare struttura professionale che negli anni, seppur con delle lacune non colmate, ne ha fatto uno dei riferimenti del giornalismo d’inchiesta italiano?
La risposta non riguarda soltanto Ranucci.
Riguarda il rapporto tra una grande azienda editoriale e le professionalità che lavorano al suo interno e al suo esterno. Riguarda il valore dell’esperienza. Riguarda la libertà di chi fa inchiesta. Riguarda la capacità della Rai di rinnovarsi senza disperdere il patrimonio professionale accumulato.
E riguarda soprattutto il servizio pubblico.
Perché cambiare un conduttore può essere una scelta aziendale. Cambiare la struttura professionale di un programma come Report è invece una scelta che va valutata con maggiore attenzione.
Il giornalismo d’inchiesta vive di competenza, di fonti, di conoscenza dei fatti e di rapporti costruiti nel tempo. Tutto questo non si eredita con un incarico e non si sostituisce con un semplice cambio di organigramma.
È  questo con molta probabilità oggi, il vero nodo della vicenda Report.

@Riproduzione riservata

💬
LA FRECCIA WEB SU WHATSAPP

Resta dentro le notizie che contano

Segui il canale WhatsApp di La Freccia Web per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.

Segui il canale WhatsApp

You may also like

Lascia un commento