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San Francesco, abbiamo reso innocuo il suo messaggio?

Francesco Mazzarella
San Francesco 800 anni dopo

Ottocento anni dopo la sua morte celebriamo Francesco d’Assisi. Ma siamo davvero disposti a lasciarci ancora mettere in discussione dalla radicalità della sua vita?

San Francesco, abbiamo reso innocuo il suo messaggio?

Ottocento anni dopo la sua morte celebriamo Francesco d’Assisi. Ma siamo davvero disposti a lasciarci ancora mettere in discussione dalla radicalità della sua vita?

Oggi celebriamo San Francesco.

Lo facciamo ottocento anni dopo la sua morte, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226.

Assisi torna ancora una volta al centro dell’attenzione. Nell’anno dell’ottavo centenario, il 4 ottobre 2026 assume un significato particolare: è anche la prima Festa nazionale di San Francesco d’Assisi dopo l’entrata in vigore della legge che l’ha istituita, richiamando i valori della pace, della fratellanza, della tutela dell’ambiente e della solidarietà. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella partecipa alle celebrazioni di Assisi.

Ma c’è una domanda che rischia di perdersi tra cerimonie, immagini, discorsi e memoria.

Quanto siamo davvero disposti ad ascoltare Francesco?

Non il santo rassicurante.

Non la figura addolcita dalla distanza del tempo.

Ma l’uomo.

Quello che scelse di uscire dagli schemi.

Quello che rinunciò ai privilegi della propria condizione.

Quello che modificò radicalmente il proprio rapporto con il denaro, il potere, i poveri, il nemico, la natura e perfino con se stesso.

Forse abbiamo imparato a celebrare Francesco proprio per non doverci più lasciare disturbare da lui.

Il Francesco che abbiamo addomesticato

Nel tempo abbiamo costruito un’immagine quasi rassicurante di Francesco.

Il santo degli uccelli.

Il santo del presepe.

Il santo della natura.

Il santo della pace.

Tutto vero.

Ma non basta.

Perché Francesco d’Assisi non fu soltanto un uomo mite.

Fu un uomo radicale.

Figlio di una famiglia benestante, avrebbe potuto continuare la vita che gli era stata preparata.

Non lo fece.

Si spogliò.

E quella spogliazione non fu soltanto materiale.

Fu il rifiuto di lasciare che fosse il possesso a definire il valore di una persona.

In una società fortemente gerarchica, Francesco scelse una parola che ancora oggi conserva tutta la sua forza:

fratello.

Non chiede semplicemente di essere buoni

Francesco non chiede semplicemente di essere buoni.

Sarebbe una lettura troppo facile.

Chiede di cambiare il posto dal quale guardiamo l’altro.

Il povero non è soltanto qualcuno da assistere.

Il nemico non è soltanto qualcuno da combattere.

La natura non è soltanto qualcosa da utilizzare.

Il diverso non è qualcuno da ricondurre dentro le nostre categorie.

È la relazione stessa a cambiare.

Ed è forse proprio questo che rende Francesco ancora oggi molto più radicale di quanto siamo abituati a raccontarlo.

La sua rivoluzione è una rivoluzione relazionale.

Cambia il rapporto con le cose.

Cambia il rapporto con il denaro.

Cambia il rapporto con chi è escluso.

Cambia il rapporto con il potere.

Cambia il rapporto con il creato.

Cambia il rapporto con il nemico.

E cambia il rapporto con se stesso.

Francesco non propone semplicemente una serie di comportamenti migliori.

Propone un altro modo di abitare il mondo.

Attraversare il confine

Uno degli episodi più potenti della sua vita avviene durante la quinta crociata.

Nel 1219 Francesco attraversa le linee del conflitto e incontra il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil.

Non possiamo trasformare quell’incontro in una favola pacifista contemporanea.

Non fermò la guerra.

Non cancellò il conflitto.

Non possiamo neppure attribuirgli categorie politiche moderne.

Ma resta un fatto straordinario.

Nel momento in cui cristiani e musulmani si combattevano, Francesco attraversò fisicamente la linea che separava un campo dall’altro.

Andò incontro all’uomo che dall’altra parte veniva considerato nemico.

È un gesto che conserva ancora oggi una forza enorme.

Non perché risolva la complessità dei conflitti.

Ma perché ricorda che, anche dentro il conflitto, l’altro continua a essere umano.

Ed è forse una delle lezioni più difficili da accettare nel nostro tempo.

Abbiamo infatti una straordinaria capacità di trasformare identità, differenze e appartenenze in frontiere.

Francesco, invece, attraversava le frontiere.

Prima della categoria c’è la persona

Lo stesso vale quando guardiamo chi è povero, escluso, migrante, ferito o semplicemente diverso da noi.

Le società hanno bisogno di regole.

Gli Stati hanno bisogno di confini.

I fenomeni complessi devono essere governati.

Ma prima di ogni categoria esiste una persona.

È questo il passaggio che spesso perdiamo.

Riduciamo l’altro a una definizione.

Migrante.

Straniero.

Povero.

Avversario.

Credente.

Non credente.

Progressista.

Conservatore.

E quando la categoria diventa più importante della persona, la relazione scompare.

Francesco continua a disturbare proprio qui.

Perché costringe a guardare il volto prima dell’etichetta.

Francesco non era un ambientalista

Anche nel rapporto con la natura dobbiamo evitare una semplificazione.

Francesco non era un ambientalista.

Non poteva esserlo.

Non conosceva il cambiamento climatico, le emissioni di CO₂, la perdita di biodiversità o le categorie scientifiche contemporanee.

Trasformarlo in un ecologista del XIII secolo sarebbe un anacronismo.

Ma aveva compreso qualcosa di profondissimo.

L’essere umano non è il proprietario assoluto della Terra.

È parte di essa.

Il sole diventa fratello.

La luna sorella.

L’acqua sorella.

Persino la morte diventa sorella.

Non è ecologia scientifica.

È una concezione della relazione.

Prima ancora di chiederci come dobbiamo trattare la natura, Francesco sembra costringerci a una domanda più radicale:

che posto crediamo di occupare dentro il vivente?

La Terra esisteva prima dell’uomo.

E potrebbe continuare a esistere anche dopo di noi.

Quando diciamo che dobbiamo “salvare il pianeta”, rischiamo persino di sopravvalutare noi stessi.

Non è il pianeta ad aver bisogno di essere salvato dall’estinzione.

Siamo noi che dobbiamo imparare a vivere senza distruggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa presenza.

Francesco nel tempo della comunicazione

E poi c’è il nostro mondo digitale.

Non possiamo sapere come Francesco avrebbe utilizzato uno smartphone, un social network o una piattaforma digitale.

Ma possiamo usare la sua vita per porci una domanda.

Oggi comunichiamo continuamente ciò che facciamo.

Aiutiamo e raccontiamo.

Incontriamo e pubblichiamo.

Ci indigniamo e condividiamo.

Costruiamo immagini di noi stessi.

Non è necessariamente un male.

Raccontare il bene è importante.

Far conoscere un’ingiustizia può essere necessario.

La comunicazione può generare consapevolezza, solidarietà e relazione.

Il problema nasce quando il racconto diventa più importante dell’incontro.

Quando la rappresentazione del gesto supera il gesto stesso.

Quando il bisogno di mostrare ciò che facciamo rischia di diventare più importante del bene che stiamo facendo.

Se nessuno sapesse quello che stai facendo, lo faresti ugualmente?

È una domanda difficile.

Anche per chi, come me, lavora con la comunicazione.

Forse soprattutto per chi lavora con la comunicazione.

Perché la tecnologia può servire la relazione.

Ma può anche sostituirla.

Il santo fuori dagli schemi

Francesco era profondamente dentro la Chiesa.

Ma viveva qualcosa che rompeva gli schemi del proprio tempo.

Non costruì la propria identità semplicemente contro qualcuno.

Non ebbe bisogno di distruggere l’altro per testimoniare ciò in cui credeva.

La sua contestazione più potente fu la sua vita.

Anche questo è estremamente scomodo oggi.

Viviamo in un tempo nel quale abbiamo sempre più bisogno di definire chi siamo attraverso ciò che combattiamo.

Le appartenenze diventano identità.

Le identità diventano contrapposizioni.

Le contrapposizioni diventano nemici.

Francesco introduce invece una parola che disarma questa logica.

Fratello.

Fratello non significa essere uguali.

Non significa pensarla allo stesso modo.

Non significa cancellare il conflitto.

Significa impedire al conflitto di cancellare l’umanità dell’altro.

Abbiamo reso innocuo il suo messaggio?

Forse il rischio più grande arriva proprio adesso.

Ottocento anni dopo la sua morte, Francesco è universalmente riconosciuto.

È amato.

È citato.

È celebrato.

È diventato simbolo di pace, povertà, fraternità, ecologia.

Ed è giusto che sia così.

Ma ogni simbolo corre un rischio.

Diventare innocuo.

Perché una volta trasformata una persona in icona possiamo continuare ad ammirarla senza lasciare che ci metta davvero in discussione.

Possiamo parlare di Francesco senza modificare il nostro rapporto con il denaro.

Possiamo cantare il Cantico delle creature senza interrogarci sul nostro modo di consumare.

Possiamo invocare la pace continuando a trattare chi ci è vicino come un nemico.

Possiamo parlare di fraternità e costruire continuamente categorie che separano.

Possiamo celebrare la povertà vivendo nella logica dell’accumulo.

Ed è qui che Francesco torna improvvisamente scomodo.

Ottocento anni dopo

Forse, allora, la domanda non è:

che cosa direbbe Francesco al mondo di oggi?

È una domanda affascinante, ma rischia sempre di farci usare Francesco per confermare ciò che pensiamo già.

La domanda più seria è un’altra:

Che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio ciò che Francesco ha già detto con la propria vita?

Perché celebrare Francesco è relativamente facile.

Ricordarlo è facile.

Trasformarlo in simbolo è facile.

Molto più difficile è permettergli ancora di mettere in discussione il nostro rapporto con il denaro, il potere, il nemico, il creato e perfino con noi stessi.

Forse Francesco non ha bisogno di essere reso contemporaneo.

Siamo noi che dobbiamo decidere se vogliamo ancora lasciarci mettere in discussione da lui.

Nota editoriale

Questo articolo non vuole attribuire a Francesco d’Assisi posizioni contemporanee che non avrebbe potuto conoscere.

Non sappiamo che cosa penserebbe delle guerre di oggi, delle migrazioni, dei social network o della crisi climatica.

Il tentativo è diverso: mettere alcune sue scelte accanto alle nostre.

Da giornalista e da persona che lavora sulla comunicazione e sulle relazioni, ciò che continua a interrogarmi di Francesco non è soltanto la povertà.

È il suo modo di cambiare le relazioni.

Con le persone.
Con il potere.
Con le cose.
Con il diverso.
Con il nemico.
Con il creato.

Forse è proprio qui che, ottocento anni dopo, Francesco continua a parlarci.

Non perché avesse previsto il nostro mondo.

Ma perché aveva compreso qualcosa dell’essere umano.

Fr@ncesco Mazzarella

Fonti

  • Normattiva – Legge 8 ottobre 2025, n. 151, “Istituzione della festa nazionale di San Francesco d’Assisi”. Entrata in vigore il 1° gennaio 2026.
    Consulta il testo della legge
  • Basilica di San Francesco d’Assisi – Sacro Convento, “Celebrazioni per la festa di San Francesco d’Assisi, 3 e 4 ottobre 2026”, 17 settembre 2026.
    Programma ufficiale delle celebrazioni
  • Presidenza della Repubblica – Quirinale, Agenda del Presidente della Repubblica: partecipazione alla cerimonia del 4 ottobre 2026 ad Assisi in occasione della Festa nazionale di San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della morte.
    Agenda del Presidente della Repubblica
  • Commission on the Franciscan Intellectual Tradition, documentazione sulla vita e sulla tradizione francescana, compreso l’incontro del 1219 tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata.
    Franciscan Intellectual Tradition
  • Basilica di San Francesco d’Assisi, “4 ottobre 2026: il mondo viene da san Francesco”, 27 settembre 2026.
    Approfondimento sull’ottavo centenario
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