Mi rivolgo ai ragazzi. Una generazione tra i quindici anni e l’università. Scrivo queste righe a Roma, ma con la testa alla mia Calabria, una mattina di ombre di ottobre, con il caffè già freddo…
Pierfranco Bruni
Mi rivolgo a voi ragazzi, alla generazione che va dagli ultimi anni della scuola media a tutta l’università. È una fascia ampia, anche pedagogicamente articolata, che vive esperienze diverse, in contesti storici diversi, secondo le età della vita. Dai quindici, sedici, diciassette anni, fino al tempo in cui si lasciano gli studi universitari.
Ho attraversato queste fasi. Ho attraversato il Sessantotto in terza media in Calabria, ho vissuto gli anni formativi sempre in Calabria e poi l’università. Dapprima a Salerno e successivamente a Roma. Ho vissuto esperienze diverse, ma gli anni che maggiormente mi hanno segnato restano legati a tre tappe fondamentali.
La prima tappa è la terza media. Terza Media a San Lorenzo del Vallo.
Fui rimandato in italiano e agli esami di riparazione a settembre svolsi un tema sull’occupazione sovietica in Cecoslovacchia (1). Non si volle credere che un ragazzo di paese, di Calabria, potesse interessarsi a un simile problema. Quando andai agli esami di riparazione ci furono molti interrogativi. Me lo ricordo come fosse ieri, l’aula piccola, il professore con gli occhiali spessi.
In quell’estate avevo letto sui giornali, pur essendo ragazzino, della morte di Jan Palach (2), che si era dato fuoco davanti ai carri armati sovietici entrati a Praga. Quella data mi ha segnato moltissimo e mi ha orientato verso una formazione e una cultura completamente non comunista ma assolutamente libera.
Poi vennero gli anni liceali. Liceo a Spezzano Albanese.
Facemmo molte lotte per ottenere il liceo in una comunità vicina al mio paese. Ottenemmo il liceo, ma non l’autonomia, che arrivò dopo. Ottenemmo comunque risultati importanti, tra cui quello di fare cortei e contestazioni senza alcuna bandiera, nonostante alcuni gruppi, tra cui anarchici e gruppi di sinistra, tentassero di inserirsi. Non vi riuscirono. Perché era forte in noi, allora davvero, la volontà di autonomia e di libertà. Eravamo giovani. E credevamo nella libertà.
Poi vennero gli anni universitari. Da Salerno a Roma.
Il primo anno a Salerno fu tranquillo, superai due esami. Poi, poiché alcuni ragazzi a me cari e amici che credevo veri si erano trasferiti a Roma, mi trasferii anch’io a Roma. Gli anni vissuti a Roma furono i più formativi e anche i più terribili, il settantasei, il settantasette, il settantotto (3). Quell’esperienza mi ha provato, mi ha formato, mi ha caratterizzato, non plagiato, e mi ha fatto comprendere come le ideologie, a mio avviso, siano sempre violenza, sempre manovrate e manovrabili. Non ho mai accettato i libretti rossi che venivano distribuiti in quel tempo e neppure prima al grido delle tre M: Marx, Mao, Marcuse (4).
Chi non ha vissuto quegli anni direttamente e ha cercato di capirli solo attraverso i mezzi di comunicazione, non può capire fino in fondo, a mio parere, e non ha il diritto morale di esprimere giudizi definitivi su situazioni non vissute direttamente. Vi assicuro che Roma di quegli anni, il settantasette e il settantotto, fu nella mia memoria diretta una stagione violenta ma certamente formativa. Violenta perché se noi ragazzi non eravamo allineati con Lotta Continua, il Quotidiano dei Lavoratori, l’Unità e altro nella tasca (5), eravamo presi di mira in modo serio, in modo vero.
Che cosa voglio dirvi, dunque.
Voglio dire a questa generazione che vive oggi queste fasi: non lasciatevi ingannare dalle ideologie, non credete a coloro che vogliono fare contestazioni di piazza per utilizzare la piazza per altri obiettivi, perché le piazze sono diverse come diversi sono gli obiettivi. C’è chi contesta credendo a quell’età in alcuni valori, ma ci sono quelli che non credono a nulla eppure hanno una loro formazione ben precisa. Tutto questo è parte integrante di ciò che accade oggi.
Che cosa è la mistificazione delle piazze. È far credere che una contestazione sia spontanea, libera, nata dal basso, mentre è organizzata dall’alto per altri fini. Si usa la vostra età, la vostra generosità, il vostro bisogno di credere, per coprire interessi che non sono i vostri. Si mette una bandiera davanti per non farvi vedere chi la tiene dietro (6). Non dimenticate che le bandiere, in questo caso, aiutano a nascondere chi non ha il coraggio delle proprie idee vere.
Non lasciatevi convincere.
Pensate con la vostra testa.
Che cosa mi ha cambiato fortemente in quegli anni. Mi ha tolto ogni illusione politica una manifestazione che non dimentico mai e che mi ha permesso poi di scrivere tre o quattro libri su quella vicenda. Allora avevo ventitré anni. Ero già ben consapevole.
Ricordo che appresi la notizia dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (7), che allora, secondo una formula giornalistica diffusa, si diceva fossero compagni che sbagliavano. Ero a Roma, alla Casa dello Studente (8) – quella di via De Lollis, non la De Dominicis dove andavo a mangiare qualche volta – e appresi la notizia dalla televisione intorno alle tredici. Il giorno dopo dovevo sostenere l’ultimo esame di letteratura contemporanea. Mi presentai all’esame, consapevole e inconsapevole insieme, e il docente mi disse: come ti permetti di venire oggi a sostenere l’esame, noi tutti scioperiamo e andiamo in piazza. Docenti di marchio comunista.
Il pomeriggio ci fu una grande manifestazione al Colosseo. Andai al Colosseo e ricordo ancora che vestivo l’impermeabile bianco, era il nove maggio e faceva freddino. Ricordo l’odore di fumo, di lacrimogeni vecchi, e i sanpietrini bagnati. Lì che cosa vidi. Vidi bandiere democristiane incrociarsi con bandiere della falce e martello. E mi chiesi per quale motivo. Non sono le stesse appartenenze politiche che, a mio giudizio storico, non vollero le trattative perché Moro si liberasse. Erano ambienti comunisti quelli che consideravano Moro non lucido nelle sue lettere (9), e una parte della democrazia cristiana quella che non volle cedere alle trattative. Mi esplose nella coscienza una ribellione, una rivolta. Fu terribile. Il pensiero mi tornò a quei docenti che non vollero farmi sostenere l’esame di letteratura contemporanea: eskimo, basco, lessico scurrile, occhiali scuri ovali o occhialini e barba incolta (10).
Ciò che mi fece capire ancora di più la questione in quell’anno fu Leonardo Sciascia con il suo L’affare Moro (11), scritto subito dopo. Sciascia descrisse proprio quelle immagini che avevo vissuto direttamente e si chiese come fosse possibile che nel vento dell’area antistante il Colosseo si intrecciassero la falce e martello e lo scudo crociato. Quelli che non accettarono le trattative per la liberazione di Moro. Lì compresi che non esiste politica che possa dirsi autentica, io pensavo umana, se diventa solo potere, e lì capii che cosa è il potere.
Sono rimasto sempre convinto che Moro venne ucciso perché non si volle che restasse vivo nella stagione del compromesso storico (12). Grandi responsabilità, a mio avviso, dei comunisti di allora e dei democristiani di allora. Responsabilità politiche e storiche, non giudiziarie. Eppure chi ha vissuto quegli anni non può dimenticare. Non deve.
Ricordo che un giorno qualcuno disse, dai giornali di allora e dai telegiornali, che si era svolta una seduta spiritica che avrebbe indicato dove si trovava il corpo di Moro o il covo di Moro (13). Quel personaggio, nella mia memoria di lettore di cronache, lo ritrovai poi Presidente del Consiglio e Ministro e mi chiesi se fosse possibile che l’opinione pubblica potesse credere a questi fatti. Eppure un mondo cattolico cosiddetto progressista e i comunisti, a mio giudizio, hanno sempre appoggiato questa visione. È una visione tragica. Nei miei libri su Moro l’ho scritto (14).
Vorrei dire ai ragazzi, ai giovani: attenzione. Le ideologie non salvano. Le contestazioni e le rivolte di piazza non servono. Cercate di essere autentici, autonomi, liberi. Leggete, ma con cognizione seria e senso critico. Non vi lasciate abbindolare da nessuna bandiera. Perché tutte le bandiere hanno i loro buchi, i loro tagli, i loro interessi. Con qualsiasi governo.
Chi è specializzato in queste operazioni, per esperienza vissuta fin dalla terza media, è stata a mio giudizio la sinistra. Perché la contestazione per la sinistra, secondo la mia esperienza, non può esistere se non come appropriazione. Quando feci quel tema sull’occupazione sovietica a Praga, mi fu contestato, ricordo benissimo, eravamo nel Sessantotto, che era una lettura solo parziale dei fatti. Nel Sessantotto, io ragazzino, mi si disse questo soltanto perché avevo condannato quella tragedia. Quando leggevo le opere di Solzenicyn (15) mi indicavano come un fascista da isolare e condannare.
C’è quindi una linea, una visione precisa dagli anni quaranta e cinquanta in poi. Il potere che diventa regime ideologico. E soprattutto quando al potere non c’è la sinistra, bisogna abbattere quel potere. È la lezione marxista, la lezione di Engels, la lezione sovietica, che non ha smesso di insistere. Si è trasformata, grazie a un progressismo cosiddetto democristiano, in un mondo prima cattocomunista, come diceva Alberto Ronchey con il cosiddetto fattore K (16), e poi liberal, laico, lib lab da salotto e così via. Davanti alle lezioni dei nuovi filosofi francesi che in quel tempo leggevo, ovvero Glucksmann e Bernard Henri Lévy (17), mi si condannava di essere un antirevoluzionario. Pavese e Ungaretti erano banditi alla Casa dello Studente (18).
Ma andiamo a vedere che cosa sono diventati coloro che facevano le lotte di massa. Facciamoci una domanda. L’invidia, l’arroganza, l’egoismo. Volevano diventare ciò che non erano. E questa è, a mio avviso, la sinistra. Si lotta per diventare ciò che non si è o per avere ciò che non si ha. Poi tutto è parvenza, tutto è apparenza. Tutto omologazione.
Non credete, ragazzi, a tutto ciò che vedete. Al vandalismo che domina le piazze dite di no. Non cadete nella demagogia. Pensate con la vostra testa, leggete con la vostra testa, interpretate con la vostra testa. I cattivi maestri c’erano ieri, ci sono stati nel corso degli anni, ci sono ancora oggi. Direi più semplicemente che esistono cattive persone che propongono un loro modello di insegnamento. Non cattivi maestri.
Ieri il cattivo maestro aveva eskimo e basco e distribuiva ciclostilati. Oggi ha un profilo social, fa l’influencer politico, occupa le scuole e vi insegna a gridare slogan che non ha mai studiato. Il metodo è lo stesso (19). Oggi diremmo che è un algoritmo che si ripete. Cambia solo il mezzo. Prima era il megafono, ora è appunto l’algoritmo. Ma l’obiettivo resta l’appropriazione della vostra libertà. Non permettete ciò. Le crisi ci sono sempre state con tutti i Governi. È una questione mai risolta. C’è stato un tempo che per la crisi del carburante e per il troppo inquinamento si circolava con le auto a targhe alterne (20).
Ragazzi, cercate di essere liberi nel pensiero. È l’invito che vi viene da una persona che ha vissuto molte stagioni e che ha compreso che la verità assoluta non esiste. Esiste la propria verità, quella che viviamo abitandola e osservando tutto con spirito critico.
E qui viene il punto che voglio lasciarvi. Essere liberi non è solo dire di no alle bandiere. È dire di sì a qualcosa che vale. La piazza che mistifica vi offre una appartenenza urlata. Io vi propongo una appartenenza silenziosa: la bellezza, lo studio, l’amore, il lavoro fatto bene, il rispetto per l’altro (21). La piazza vi vuole omologati. La bellezza vi vuole unici. C’è sempre un’uscita di sicurezza per chi si trova a un bivio. Scegliere il bene e la libertà nel pensare senza farvi indottrinare (22).
Siate liberi. Veri. Amate con il cuore. Cercate la bellezza e non le piazze delle bandiere.
Da un settantenne e più quasi disincantato e oltre che ha vissuto direttamente ciò che racconta.
Scrivo queste righe a Roma, ma con la testa alla mia Calabria, una mattina di ombre di ottobre, con il caffè già freddo. Mentre resto seduto in una poltrona con un braccio fratturato dopo una brutta scivolata tra pile di libri sparsi nel corridoio.
NOTE
(1) Occupazione della Cecoslovacchia. 20-21 agosto 1968. Intervento delle truppe del Patto di Varsavia per stroncare la Primavera di Praga di Alexander Dubcek.
(2) Jan Palach. 1948-1969. Studente di filosofia all’Università Carlo di Praga. Si cosparse di benzina e si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao.
(3) Triennio 1976-1978. Anni di piombo al culmine. Il 1976 sorpasso elettorale del Pci. Il 1977 movimento dell’autonomia, Sapienza occupata, Giorgiana Masi. Il 1978 Moro.
(4) Le tre M. Karl Marx, Mao Zedong autore del Libretto Rosso, Herbert Marcuse autore de L’uomo a una dimensione 1964.
(5) Lotta Continua, Quotidiano dei Lavoratori, l’Unità. Avere in tasca il giornale giusto era segno di appartenenza.
(6) Mistificazione. Dal latino tardo mystificare. Costruzione di una falsa coscienza collettiva.
(7) Aldo Moro. 1916-1978. Rapito in via Fani il 16 marzo 1978, corpo in via Caetani il 9 maggio 1978.
(8) Casa dello Studente. Via Cesare De Lollis a San Lorenzo e Enrico De Dominicis alla Tiburtina. Occupazioni permanenti negli anni settanta.
(9) Lettere di Moro. Oltre 90 lettere. Parte di Dc e Pci sostenne non fosse lucido. Sciascia parlò di cinismo di Stato.
(10) Eskimo, basco. Uniforme del Settantasette. Giaccone militare americano, basco alla Che Guevara, occhiali scuri ovali o occhialini, barba incolta.
(11) Leonardo Sciascia, L’affare Moro, Sellerio 1978.
(12) Compromesso storico. Formula di Berlinguer su Rinascita, ottobre 1973, dopo il golpe in Cile.
(13) Seduta spiritica di via Gradoli. 2 aprile 1978, casa di Alberto Clò a Bologna, con Romano Prodi, Mario Baldassarri. Emerse nome Gradoli.
(14) I miei libri su Moro. L’ultima primavera. Il Coscile, Castrovillari, 1998. Il perduto equilibrio nei giorni tristi di Aldo Moro. Edizioni Il Coscile, Castrovillari, 2008. La farfalla ha le ali spezzate. Edizioni Il Coscile, Castrovillari, 2016.
(15) Aleksandr Solzenicyn. 1918-2008. Nobel 1970. Arcipelago Gulag 1973.
(16) Fattore K. Alberto Ronchey 1979. K sta per Komintern.
(17) Nouveaux philosophes. André Glucksmann, Bernard Henri Lévy. 1976-77.
(18) Pavese e Ungaretti banditi. Considerati borghesi e decadenti nei collettivi.
(19) Algoritmo e megafono. Ieri ciclostile, oggi algoritmo. Silone: La scuola dei dittatori 1938 e Uscita di sicurezza 1965.
(20) Targhe alterne. Austerity 1973-74, crisi petrolifera del Kippur. Domeniche a piedi.
(21) Bellezza come antidoto. Tema centrale in Bruni. Non estetica ma etica.
(22) Uscita di sicurezza. Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, Vallecchi Editore, Firenze, prima edizione maggio 1965, 242 pagine. La scuola dei dittatori, Zurigo 1938, Mondadori 1962.
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