Il progresso scientifico e l’intelligenza artificiale ampliano le possibilità di intervento, mentre crescono solitudine ed esclusione. Dal richiamo di Zuppi alle riflessioni di Han, Floridi e Goffman emerge una domanda: come tutelare la dignità della persona in una società che rischia di ridurla a dato, diagnosi o prestazione? Ascolto e relazioni indicano una direzione per l’innovazione
di Francesco Pira -Professore Associato di Sociologia, Università di Messina
Viviamo una stagione contraddittoria. La scienza amplia le possibilità terapeutiche, le tecnologie collegano persone lontane e l’intelligenza artificiale accelera processi fino a poco tempo fa impensabili. Nello stesso scenario crescono solitudine, aggressività, guerre ed esclusione, mentre l’individuo rischia di essere ridotto a dato, profilo o prestazione.
L’aumento degli strumenti impone una domanda sulla direzione del loro impiego. Il progresso acquista valore quando migliora la vita, sostiene chi attraversa una condizione difficile e rafforza i legami. La capacità tecnica indica ciò che possiamo fare; la responsabilità chiede per chi, con quali finalità e con quali conseguenze scegliamo di farlo.
Una società può disporre di apparati sofisticati e restare povera di ascolto. Può elaborare quantità immense di informazioni e perdere di vista il volto di chi soffre. La sfida consiste nel ricondurre l’innovazione alla dignità della persona.
In questa prospettiva è particolarmente interessante l’articolo di Matteo Frascadore pubblicato su Vatican News, dal titolo “Zuppi alla Cattolica: «Difendere l’umano anche dove prevale il disumano»”. L’autore riporta le parole pronunciate dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, durante l’apertura del congresso internazionale “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”, ospitato nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il richiamo del cardinale supera il contesto dell’incontro: “Lo splendore dell’umano è davvero così importante e affascinante, sempre nuovo, e non smettiamo mai di contemplarlo. Anche dove c’è il disumano”. Queste parole invitano a cercare la persona nella malattia, nella sofferenza, nella solitudine e nelle ferite prodotte dalla violenza.
Il disumano appare nelle guerre e nelle sopraffazioni, ma assume anche forme quotidiane. Si manifesta quando l’essere umano viene valutato soltanto per ciò che produce, la debolezza diventa una colpa, la visibilità conta più della dignità e la velocità sostituisce la comprensione.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha descritto la società della prestazione come un ambiente che spinge l’individuo a migliorare continuamente e a dimostrare il proprio valore. L’efficienza diventa una misura dell’identità, mentre la vulnerabilità viene vissuta come un difetto. Da questa pressione possono nascere stanchezza, isolamento e incapacità di accogliere il limite. A questa deriva iper-performativa, che confina la fragilità a un tabù, risponde l’ecologia relazionale proposta da Zuppi, che ribalta radicalmente la prospettiva.
In tale quadro acquistano forza le parole di Zuppi: “L’umano non fiorisce con il limite, ma attraverso il limite”. La fragilità diventa uno spazio di consapevolezza e ricorda che ogni esistenza attraversa momenti nei quali dipende dalla sensibilità altrui.
Zuppi invita a comprendere come prendersi cura concretamente della dignità umana. Il rispetto diventa visibile nell’accoglienza, nella chiarezza delle spiegazioni e nel coinvolgimento della persona. La cura restituisce volto e voce a chi rischia di essere considerato soltanto un numero.
Proprio in questa tensione tra l’unicità della persona e la sua traduzione in dati numerici, si inserisce l’impatto dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando ricerca, medicina e organizzazione sanitaria. Può analizzare dati, individuare correlazioni, affiancare la diagnosi e alleggerire attività ripetitive. Sono possibilità da sviluppare con competenza e consapevolezza.
Un sistema automatico elabora informazioni; la responsabilità appartiene a chi sceglie, applica e valuta i risultati. In ambito sanitario, ogni decisione coinvolge il corpo, la biografia e il futuro di qualcuno. Richiede spiegazioni e persone capaci di rispondere delle conseguenze.
Il filosofo italiano dell’informazione Luciano Floridi considera l’ambiente digitale un ecosistema nel quale dati, tecnologie ed esseri umani sono connessi. Un’informazione sanitaria rinvia sempre a una storia personale. Proteggere i dati significa tutelare riservatezza, libertà e fiducia.
Questa tutela non è solo giuridica, ma strutturale, poiché gli algoritmi riflettono criteri stabiliti da esseri umani. Informazioni incomplete possono produrre valutazioni parziali; obiettivi concentrati sull’efficienza rischiano di trascurare l’unicità individuale. La tecnologia diventa un’alleata quando sostiene il giudizio professionale e lascia spazio alla relazione.
Quando però questo spazio viene negato, la disumanizzazione comincia nel momento in cui l’altro diventa una categoria, un profilo o una diagnosi. Le piattaforme digitali possono accentuare questo processo, favorendo giudizi rapidi ed esposizione continua. Scorrono molte immagini, mentre diminuisce il tempo dedicato alle storie.
A svelare la trappola di questo meccanismo è il sociologo canadese Erving Goffman ha studiato il riconoscimento dell’identità nelle interazioni quotidiane. Le sue analisi sullo stigma mostrano come una singola caratteristica possa oscurare la complessità di una persona. Negli ambienti digitali, un’immagine o un’etichetta possono fissare pubblicamente un’identità e continuare a circolare nel tempo.
Scardinare questo meccanismo significa tornare a guardare davvero, restituendo all’altro la sua interezza, e ad ascoltare, permettendogli di raccontarsi con parole proprie. Questa responsabilità riguarda in prima linea il giornalismo, chiamato a narrare sofferenza e innovazione con precisione e rispetto. Il linguaggio può creare vicinanza oppure trasformare il dolore in spettacolo.
“Il limite diventa un’occasione di speranza e sapienza”, afferma Zuppi. La frase indica un compito culturale: trasformare la vulnerabilità da motivo di isolamento a luogo d’incontro. La speranza acquista consistenza quando diventa ricerca, assistenza, solidarietà e presenza.
Scienza e innovazione partecipano a questo cammino quando migliorano le possibilità terapeutiche e mantengono al centro il valore di ogni essere umano. L’intelligenza artificiale può affiancare il medico, sostenere il ricercatore e favorire l’accesso ai servizi. La direzione resta umana, perché umani sono gli effetti delle scelte.
Proprio in questo risiede la vera sfida: nell’unire conoscenza, precisione, ascolto, sviluppo e responsabilità. Anche dove prevale il disumano, il valore della persona può riemergere attraverso uno sguardo che riconosce, una parola che accompagna e una mano che sceglie di restare.
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