Pediatria: Fimp, ‘in Italia 100mila hikikomori, isolati nella loro stanza’ L’87% casi riguarda maschi, primi segnali verso 15 anni in passaggio da scuole medie a superiori

Roma, 13 ott. (Adnkronos Salute) – In Italia sono 100mila i giovanissimi cosiddetti ‘hikikomori’, ragazzi che hanno scelto la ‘morte sociale’ e vivono isolati nella loro stanza, in fuga dall’interazione col mondo, travolti dalla paura del giudizio, soli. L’allarme arriva dal 16esimo Congresso scientifico nazionale della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), in corso a Riva del Garda (Trento) fino al 15 ottobre. “Si tratta di una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche della società capitalistiche economicamente sviluppate”, ha spiegato in una relazione al congresso Marco Crepaldi, psicologo, nonché presidente e fondatore di Hikikomori Italia. “I dati di cui disponiamo parlano di un 87% di maschi, ma è probabile che il numero di femmine coinvolte sia sottostimato – sottolinea – anche per il più alto grado di allerta che si innesca culturalmente quando l’isolamento sociale riguarda un ragazzo. L’età media in cui si manifestano i primi evidenti segnali è intorno ai 15 anni, nel passaggio dalle scuole medie alle superiori. La durata del ritiro sociale si conferma tendenzialmente lunga, oltre i 3 anni”. “Esiste uno stadio – illustra ancora Crepaldi – in cui la pulsione è già stata interpretata razionalmente dalla persona che ha costituito una motivazione valida alla scelta del ritiro. E’ questa la fase nella quale viene abbandonata completamente la scuola e allontanati quasi tutti i contatti sociali diretti, a eccezione di quelli con i parenti più prossimi. Ne esiste un successivo, che rappresenta l’isolamento totale, dove vengono quindi evitati anche genitori e relazioni virtuali. E’ il più raro e riguarda solo il 6,69% della popolazione. Chi si trova in questa condizione ha verosimilmente sviluppato una qualche forma psicopatologica associata al ritiro”. “Va segnalato che la dipendenza da Internet non è la causa del disagio, ma un effetto – avverte Crepaldi – e, paradossalmente, l’unica forma di interazione accettata da chi soffre”. Perché esiste questo fenomeno in Italia? “La risposta sta nella crescente competitività sociale, nel bisogno di fuga dal pensiero di fallimento, nel disagio adattativo al contesto – analizza l’esperto – che non è sempre fobia sociale, ma è più spesso assenza di motivazione e rifiuto di un mondo che si percepisce come privo di senso. La fragilità relazionale è molto difficile da affrontare – evidenzia – e si innesca quando ci sentiamo pressati a una corsa per il successo personale, che si tratti di scuola, sport, sessualità: siamo tutti in feroce competizione e quello che vedono i ragazzi li interroga su dove stanno, con proporzione tale da creare squilibrio. Pensiamo all’abuso dei social, all’importanza di avere riscontri positivi alla propria immagine”. “E’ un disagio che deriva dal benessere, ma anche dall’iper-protezione da parte dei genitori che vogliono controllare la vita dei figli. Oggi non dobbiamo preoccuparci della nostra sopravvivenza. Abbiamo un solo scopo, quello di realizzarci, di essere accettati di dover essere brillanti, piacevoli nelle relazioni sociali. Vince chi molla. Ma gli hikikomori non lo sanno”, conclude Crepaldi.

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