Cattive abitudini alimentari costano 50 mld l’anno, dieta mediterranea perde pezzi Nutrizionista De Lorenzo, ‘servono risorse per piani di prevenzione che puntino sulla nutrizione, spesso non ha avuto il ruolo che merita’

Roma, 21 feb. (Adnkronos Salute) – In Italia “la cattiva malnutrizione e le cattive abitudini alimentari hanno un costo superiore ai 50 miliardi l’anno, parliamo di diabete mellito, malnutrizione e di obesità”. Così Antonino De Lorenzo, ordinario di Alimentazione e Nutrizione umana presso l’Università Tor Vergata di Roma, oggi a Roma nel suo intervento all’apertura della Conferenza nazionale sulla nutrizione al ministero della Salute. Mentre sulla famosa e tanto invidiata dieta mediterranea, “c’è una sua erosione: meno del 20% degli italiani la segue, siamo sempre più sovrastati da cibi iperpalatabili”, rimarca lo specialista. Mentre dovremmo “puntare sulla formazione del consumatore rispetto all’offerta di cibo, alla qualità degli alimenti nelle mense e sui territori, e poi anche all’addestramento dei giovani””, suggerisce De Lorenzo. “Oggi dobbiamo fare i conti con il sistema sanitario universale e sostenibile, ma una grande attenzione non c’è mai stata per il ruolo degli stili di vita e la nutrizione nel senso di risparmio reale per il Servizio sanitario nazionale – evidenzia l’esperto – Mentre si possono vedere risultati tangibili e immediati, un esempio è il piano di reversione del diabete messo in campo nel Regno Unito lavorando sulla perdita di peso efficace con un piano alimentare e i risultati sono enormi. In meno di tre mesi il diabete conclamato ha subito una reversione, questo deve essere l’obiettivo per le malattie cronico-degenerative. Oggi abbiamo la personalizzazione delle cure che rende efficace gli interventi anche più dei farmaci”. Ma con quali risorse? “Purtroppo viaggiamo con un definanziamento del Ssn, dovremmo avere il 10% del Pil investito in sanità per far funzionare al meglio il sistema – osserva De Lorenzo – Potremmo andare bene con un +1,4% del Pil investito e questo porterebbe ad avere un sistema resiliente. Una percentuale così divisa: 0,7 personale, 0,4 tecnologie e 0,3 alla prevenzione e nutrizione. Quest’ultimo punto potrebbe portare a risultati veramente efficaci, visto che poi l’attuale investimento previsto dalle legge, il 5% delle risorse in prevenzione, non è mai stato del tutto speso e usato realmente”.

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