Futuro dispositivi medici tra incubo payback e attesa per Consulta Oltre 4mila aziende e 94mila addetti, giovedì prima assemblea pubblica del nuovo presidente Barni

Roma, 5 mar. (Adnkronos Salute) – Da oltre un anno sulle aziende del settore dei dispositivi medici, rispetto alle altre, pesa un fardello di circa 1,2 miliardi di euro per gli sforamenti del tetto di spesa per gli anni 2015-2018 e 3 mld per l’arco 2019-2022 , il temuto payback che nessun governo e nessuna legge di bilancio finora sono riusciti a risolvere. Il 2023 ha visto le aziende scendere anche in piazza a Roma in diverse occasioni contro il payback e fare tanti ricorsi. Il Tar del Lazio a ottobre ha sospeso, ma non annullato, il pagamento della quota richiesta alle aziende e il prossimo 23 maggio arriverà la sentenza della Corte Costituzionale. Sono stati mesi di attesa, in cui le aziende hanno continuato a lavorare ma il pensiero è sempre a quello che potrebbe accadere. Il finale migliore di questo lungo film è che vengano annullati i conteggi che impongono alle aziende di rendere allo Stato una quota pari al 50% delle spese in eccesso effettuate dalle Regioni.Intanto Confindustria dispositivi medici ha cambiato presidente, la battaglia contro il ‘payback’ è passata a dicembre da Massimiliano Boggetti a Nicola Barni. Sarà proprio il neopresidente il 7 marzo ad aprire ‘Insieme per la sanità del futuro’, l’Assemblea pubblica di Confindustria dispositivi medici, prima iniziativa di Barni e della sua squadra di vicepresidenti. Il settore in Italia genera un mercato che vale 16,7 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 4.323 aziende, che occupano 94.153 dipendenti. L’intervento della Corte Costituzionale – come spesso sottolinea l’associazione degli imprenditori – non metterà fine al payback, ma potrebbe segnare un punto a favore e accelerare l’intervento del governo. Gli elementi che sembrano giocare a favore delle aziende, quindi di incostituzionalità del payback sono: la retroattività, la rinegoziazione delle gare, l’assenza di specificità nel considerare tutti uguali un milione e mezzo di dispositivi medici, e – infine – la violazione del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu).

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