Cathaldus: il Santo irlandese che unisce l’Europa nella memoria della sua festa (10 maggio)

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10 maggio, Festa di S. CATALDO – Dall’Irlanda a Taranto, passando per Italia, Francia, Terra Santa e Nord Europa: il lungo itinerario di San Cataldo ricostruito da Enzo Farinella attraverso luoghi, tradizioni e testimonianze che ne attestano la diffusione del culto e la persistenza nella devozione popolare

10 maggio, Festa di S. CATALDO

Dall’Irlanda all’Italia e alla Terra Santa, la figura di Cathaldus (San Cataldo) – ordinato vescovo di Rochau nel 670 – attraversa i secoli come un filo luminoso che unisce territori, culture e popoli diversi. La straordinaria diffusione del suo culto – testimoniata da città, chiese, borghi e tradizioni popolari che ne custodiscono la memoria – racconta non soltanto la devozione verso un Santo, ma anche la trama profonda di un’Europa spirituale e culturale costruita lungo i percorsi della peregrinatio pro Christo.

È in questo orizzonte che si colloca il lavoro di Enzo Farinella, studioso di monachesimo irlandese e dei legami storici tra Irlanda ed Europa. Nato a Gangi, in Sicilia, e residente da oltre cinquant’anni in Irlanda, Farinella è stato docente di Antropologia filosofica all’Università di Dublino, nonché corrispondente per ANSA e Radio Vaticana.

Autore di numerosi saggi dedicati ai pellegrini irlandesi e alla loro opera nel continente europeo, ha approfondito il ruolo di questi monaci come portatori di cultura, solidarietà e civiltà in un’Europa attraversata da profonde trasformazioni storiche.  La sua attività si è sviluppata anche sul piano culturale e istituzionale: per vent’anni Addetto culturale presso l’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, è oggi fondatore e direttore del Centro “Casa Italia”, impegnato negli scambi tra Italia e Irlanda.

Nel suo percorso di ricerca, Farinella individua proprio nei santi irlandesi medievali – tra cui SanCataldo – un modello di umanità e di visione europea fondato su valori universali quali solidarietà, libertà e dignità della persona.

Il testo che segue, ricco di riferimenti geografici e storici, restituisce in modo capillare la presenza del culto di San Cataldo nei diversi territori, offrendo una mappa viva di devozione e memoria. Una premessa necessaria per comprendere, nella intervista, il significato più profondo di questo itinerario spirituale e culturale che, partendo dall’Irlanda, trova nel Mediterraneo e in particolare a Taranto il suo centro simbolico e universale.

Professore, chi era realmente San Cataldo?

Il suo nome fu Cathaldus o Cataldo. È il santo irlandese più venerato in Italia. Nato in Irlanda nel Muster a Canty, nel VI secolo, da una famiglia molto agiata economicamente studiò e insegnò nel monastero di Lismore, distinguendosi come maestro al punto da essere ricordato come “astro luminoso” di quella scuola monastica.

Lismore (Irlanda)

Morì a Taranto, dove è sepolto e dove il suo culto è ancora oggi fortissimo, nonostante la mancanza di documenti storici diretti sulla sua vita.

Come si spiega questa straordinaria devozione, a distanza di oltre 1400 anni?

È un dato sorprendente: migliaia di persone celebrano ogni anno la sua festa, chiese e luoghi di culto sorgono in suo onore tra montagne e mari. La tradizione ha custodito la memoria di un uomo che operò molti prodigi e che ancora oggi è invocato come protettore. Le cosiddette “terre cataldiane” testimoniano proprio questa diffusione della sua presenza spirituale.

Cataldo fu un protagonista della “peregrinatio pro Christo”. Cosa significa?

Significa lasciare tutto per Cristo. Cataldo fu un pellegrino, un rifugiato potremmo dire oggi, che percorse migliaia di chilometri affrontando viaggi difficili e pericolosi, attraversando mari e montagne, per portare un messaggio di giustizia, pace e solidarietà. È l’immagine più autentica del monaco irlandese missionario.

La sua vita è ricca anche di elementi straordinari…

Sì, la tradizione racconta miracoli: placò tempeste, ridiede vista, parola e udito, intervenne nelle sofferenze della gente. Questo contribuì a costruire la sua fama di operatore di prodigi e a radicare una devozione che attraversa i secoli.

Quanto conta il contesto storico del monachesimo irlandese?

È fondamentale. Gran parte della storia dell’Europa occidentale prima dell’anno Mille è poco documentata, ma sappiamo che i monaci irlandesi svolsero un ruolo decisivo: conservarono il sapere e portarono cultura, fede e valori in un continente segnato dal crollo dell’Impero Romano. Cataldo appartiene a questa generazione di pionieri.

Si può dire che questi monaci abbiano contribuito alla nascita dell’Europa?

Senza dubbio. Essi diffusero un sistema educativo, salvarono testi classici, fondarono monasteri e trasmisero valori fondamentali. In Italia, figure come San Colombano, insieme a San Frediano, Sant’Orso e San Donato, contribuirono a costruire le basi della civiltà europea. Cataldo si inserisce pienamente in questo quadro.

E il legame con Taranto?

Cataldo giunse in una città in crisi, segnata da invasioni e difficoltà religiose. La sua figura, già circondata da fama di santità, portò una rinascita spirituale e sociale. Fu scelto come guida della comunità e ne orientò la vita religiosa, incarnando un modello di unità e coesione.

Il suo culto ha anche una dimensione artistica e monumentale…

Certamente. A Taranto la cattedrale è a lui dedicata e custodisce la sua memoria. Nel XVII secolo, Tommaso Caracciolo fece costruire il Cappellone barocco. Raffigurazioni del santo si trovano anche nella Basilica della Natività, nella Cappella Palatina e nel Duomo di Monreale.

Colpisce il fatto che sia più venerato in Italia che in Irlanda…

È un paradosso evidente. In Irlanda la sua storia è meno conosciuta, mentre in Italia il culto è diffusissimo: città, chiese, tradizioni popolari ne custodiscono la memoria. Si tratta di un caso emblematico di trasferimento culturale e religioso tra popoli.

Cosa può dire oggi la figura di San Cataldo al nostro tempo?

Molto. La sua storia richiama quella dei migranti e dei rifugiati di oggi, costretti a lasciare la propria terra. Ma soprattutto ci invita a recuperare valori fondamentali: dignità della persona, solidarietà, unità spirituale. In un mondo frammentato, anche se globalmente connesso, questi principi restano essenziali.

In definitiva, quale eredità lascia Cataldo?

Cataldo fu uno di quegli intrepidi pionieri che annunciarono un mondo di armonia e coesione. La sua vicenda, pur avvolta in parte nel mistero, sopravvive nella fede dei popoli. Non è solo memoria del passato, ma una proposta viva: costruire un mondo più umano e più giusto, fondato su valori autentici e universali.

Professore, quanto è estesa oggi la venerazione di San Cataldo?

È sorprendentemente ampia. Turisti e fedeli possono trovare chiese, santuari e segni della sua presenza in tutta Italia e anche in altri Paesi europei. Parliamo di una geografia spirituale molto vasta, che testimonia la forza di una devozione capace di attraversare i secoli.

Quali sono i luoghi più significativi di questa diffusione?

Sono moltissimi. In Puglia, ad esempio, centri come Bari e Barletta conservano chiese, reliquie e tradizioni legate al Santo, spesso in rapporto con il mondo marinaro. Anche Corato lo venera come patrono per la liberazione dalla peste. Ma la presenza si estende dal Nord al Sud: da Bologna e Cremona fino alla Sicilia.

E proprio in Sicilia il culto sembra particolarmente radicato…

Sì, in modo profondo. A Palermo la chiesa di San Cataldo è un capolavoro arabo-normanno e patrimonio mondiale, mentre realtà come Gangi e Gagliano Castelferrato mantengono vive tradizioni popolari intensissime, tra processioni, reliquie e riti che coinvolgono intere comunità.

Ci sono elementi simbolici o tradizioni particolari legate al Santo?

Certamente. Pensiamo all’“anello di San Cataldo”, legato alla tradizione del mare placato, oppure ai porti e ai fari che portano il suo nome, segno del legame con i naviganti. In molte località costiere, come Lecce con il suo porto di San Cataldo, il Santo è percepito come protettore contro i pericoli del mare.

Questa diffusione riguarda solo l’Italia?

Prevalentemente sì, ma non esclusivamente. Esistono tracce anche altrove, e soprattutto un legame simbolico forte con l’Irlanda. Tuttavia, il dato più interessante resta questo: nessun altro santo irlandese ha conosciuto in Italia una diffusione così capillare e popolare.

Cosa rivela, in fondo, questa mappa così ampia della devozione?

Rivela che la figura di Cataldo ha saputo incarnare bisogni profondi: protezione, speranza, identità comunitaria. Dai grandi centri urbani ai piccoli borghi, dalle chiese monumentali agli eremi nella roccia, la sua presenza racconta una fede concreta, vissuta, che continua ancora oggi a parlare agli uomini.

 

Il culto di San Cataldo tra Italia ed Europa. Seconda parte dell’intervista

Il culto di S. Cataldo appare sorprendentemente diffuso.

Professore ci può accompagnare in questo itinerario?

Ruvo di Puglia (Bari):

Un’importante città metropolitana venera S. Cataldo nella Chiesa di S. Domenico. La gente di Ruvo ha sempre avuto ammirazione e devozione per il Santo irlandese e ogni anno i “ruvitani” visitano Corato, dove tutti venerano il Santo con grande devozione.

 

San Cataldo (Caltanissetta)

(In siciliano: San Catallu or San Cataddu), una cittadina nella Diocesi di Piazza Armerina, così chiamata in onore del Santo irlandese. I suoi abitanti celebrano la sua festa il 10 maggio. 63 km separano questa cittadina da Agrigento, nove da Caltanissetta, 50 da Enna, 100 da Siracusa, la cui la esistenza si deve al Principe Galletti che la fondò nel 1620, chiamandola San Cataldo.

Al Santo irlandese, Patrono della cittadina è dedicata la Chiesa principale o Chiesa Madre, architettonicamente la più interessante della Diocesi, affiliata all’Arcibasilica di S. Giovanni Laterano di Roma: la prima Chiesa siciliana a godere di tale privilegio, sponsorizzata generosamente dalla Famiglia Galletti, che costruì la città. Una cappella è dedicata a S. Cataldo, il cui culto affonda le radici nel tempo. Due altri monumenti portano il nome di Cataldo.: il Calvario e il Cimitero, accanto al quale si trova il monumento agli Ignoti Militari, caduti nella Seconda Guerra Mondiale.

Secondo la tradizione locale, S. Cataldo avrebbe potuto fermarsi in questa cittadina, dopo il disastro in mare, mentre veleggiava verso la Puglia. Attraversando la Sicilia, si imbattè in questa località, al centro dell’isola. La gente del luogo, affascinata dalle sue prediche, lo pregò di rimanere con loro. Il Santo però, volendo seguire la sua vocazione intima di andare a Taranto, fuggì e, di notte, si nascose in una grotta, chiamata “Sancataduzzu”, Contrada Bifuto, non lontana dalla cittadina. Qui avrebbe visto un Angelo che gli chiese di proteggere la genta da epidemie, guerre, siccità, terremoti e morte improvvisa. In memoria del suo passaggio, una piccola Chiesa venne eretta, chiamata “Sancatuzzu”, in Via S. Nicola, grazie alla generosità della Famiglia Galletti, che non esiste più. Così è divenuto Santo Patrono dell’allora villaggio. Una processione con il Santo Patrono e un’importante fiera venne annessa alla festa.

La gente della cittadina di San Cataldo ha venerato e venera il Santo irlandese con grande devozione. In ogni famiglia si troverà un Cataldo.

Gagliano (Enna)

Molte le cappelle dedicate a lui nel suo territorio e, secondo un’altra tradizione, la cittadina sarebbe stata risparmiata da bombe durante la Prima Guerra Mondiale, grazie all’intercessione del Santo irlandese.

Il culto si estende anche ad altre località italiane?

Sì, il culto di S. Cataldo è profondamente radicato anche in numerose località italiane, dove si esprime attraverso chiese, frazioni, tradizioni popolari e segni toponomastici che ne conservano la memoria.

A San Cataldo, una piccola cittadina della Puglia, si conservano ancora oggi molti ricordi del Santo irlandese, al quale è dedicato anche un sobborgo. Analogamente, nella Sicilia interna, a San Cataldo, il culto è particolarmente vivo: qui il nome stesso della città richiama direttamente il Santo, con contrade e luoghi che ne perpetuano la devozione.

In altre aree del Sud e del Centro Italia la sua presenza è altrettanto significativa. In Basilicata, un sobborgo di Bella porta il suo nome; nel Lazio, in provincia di Frosinone, esiste un luogo che lo onora esplicitamente;

mentre in Abruzzo, a Giuliano Teatino, un borgo conserva la memoria del Santo irlandese con viva partecipazione popolare.

Nel Salento, infine, San Cataldo rappresenta un ulteriore segno della diffusione del suo culto: sia il porto sia la cittadina portano il suo nome, confermando la forte connessione tra il Santo e le aree costiere del Mezzogiorno.

E Taranto rappresenta il centro di questo culto?

Cappellone di San Cataldo nel Duomo Barocco di Taranto

Sì, Taranto costituisce il centro storico e spirituale del culto di S. Cataldo. La Cattedrale, che custodisce la sua tomba, è il cuore della devozione non solo cittadina ma anche provinciale e, simbolicamente, universale.

Come ricordato nella tradizione:

“Lontano, in quella terra assolata del Sud Italia, dove le onde dell’Adriatico ammantate di bianco si infrangono sulla spiaggia di ciottoli, c’è un’antica città… dove viene preservata la memoria di Cataldo d’Irlanda. I suoi cittadini lo hanno scelto come loro Protettore e gli hanno dedicato il loro tempio più nobile. Questa è l’orgogliosa città di Taranto.”

È proprio qui che la figura del Santo trova la sua massima espressione cultuale, attraverso la Cattedrale di S. Cataldo, le celebrazioni solenni e la tradizione della processione del 9 maggio, che rinnova ogni anno la memoria del suo legame con la città.

Il culto oltrepassa i confini italiani?

Sì, il culto di S. Cataldo supera ampiamente i confini nazionali e si diffonde in diversi Paesi europei, attestando una venerazione antica e stratificata.

In Francia, nella regione della Borgogna, a Sens e nell’area di Auxerre, il Santo è conosciuto anche come Cartault e viene venerato in una tradizione che risale almeno al XII secolo. Qui, tra monasteri e cappelle, si conserva memoria di un culto antico, legato anche ai rapporti tra pellegrinaggi e scambi culturali medievali.

Nel complesso, questo itinerario francese conferma come la figura di S. Cataldo fosse già inserita, in epoca remota, nel circuito spirituale dell’Europa cristiana, ben oltre il solo contesto italiano e irlandese.

E nel suo Paese d’origine, l’Irlanda?

Il fatto che S. Cataldo è un figlio di questa nobile terra è riconosciuto e quasi universalmente accettato. Ed è proprio qui che il suo percorso umano e spirituale prende forma, tra villaggi, monasteri e tradizioni che ancora oggi ne custodiscono la memoria.

Ad Aglish, villaggio rurale irlandese, si trova Canty, indicato come il luogo natale del Santo. Non lontano, a Ballycahill, nella Contea di Tipperary, sorge l’unica Chiesa parrocchiale in Irlanda dedicata a S. Cataldo, costruita tra il 1819 e il 1820, segno di una devozione che, pur meno diffusa rispetto all’Italia, non si è mai interrotta.

Una testimonianza particolarmente significativa si trova a Ballynameela, dove una lapide ricorda le tappe fondamentali della sua vita: la nascita a Canty, la formazione a Lismore – importante centro di studio dove Cataldo insegnò – e il suo successivo episcopato a Shanrahan, luogo in cui fondò il suo primo monastero. Da qui prese avvio quel cammino di peregrinatio pro Christo che lo avrebbe condotto fino alla Terra Santa e poi nel Sud Italia.

Blackwater river ( da Pixabay)

Il fiume Blackwater accompagna simbolicamente questo itinerario: lungo le sue rive il Santo costruì edicole in onore della Vergine, mentre a Clogheen, grazie all’iniziativa di una famiglia irlandese emigrata, le vetrate della chiesa locale raccontano visivamente la sua vita, dal periodo irlandese fino allo sbarco sulle coste italiane.

A Clonmacnoise, antico monastero fondato nel VI secolo, un affresco moderno raffigura l’abbraccio tra S. Ciarán e Cataldo prima della partenza, quasi a suggellare spiritualmente il momento del distacco. E a Dungarvan, un monumento cittadino ne ricorda quattro momenti essenziali, mentre Lismore e Shanrahan restano i luoghi chiave della sua formazione e della sua prima missione.

In Irlanda, dunque, più che una devozione popolare diffusa, si conserva una memoria profonda e identitaria: quella di un uomo partito da queste terre per portare altrove la propria fede e la propria visione.

Esistono tracce anche in Terra Santa e nel Mediterraneo?

Holy Land – Palestine

Il cammino di S. Cataldo, secondo la tradizione, si apre anche alla dimensione della Terra Santa. A Betlemme, nella Basilica della Natività, un affresco del Santo domina l’ottava colonna della navata centrale: con la mano destra benedice i fedeli, mentre con la sinistra regge il pastorale. È un’immagine che restituisce visivamente la sua statura spirituale e il riconoscimento della sua figura ben oltre i confini europei.

Nel Mediterraneo, Malta conserva alcune tra le testimonianze più suggestive. A Medina, città medievale fortificata, si trova una Chiesa dedicata a S. Cataldo, segno di un culto radicato e antico.

Ancora più significativa è Rabat, dove sorge un piccolo tempio noto come Knisja ta Santa Cataldus, considerato un vero tesoro. Qui, all’interno di un’antica catacomba, si può ammirare uno dei migliori esempi di tavolo per agape, una piattaforma circolare scavata nella roccia e utilizzata nei riti funerari dei primi cristiani. La cripta, risalente tra il II e il III secolo, era originariamente una tomba punica, poi riadattata nel tempo.

Le tombe, spesso scolpite nella roccia, presentano strutture a baldacchino di particolare interesse. Secondo la tradizione, furono i Normanni a introdurre il culto del Santo nell’isola, lasciando così una traccia duratura della sua presenza nel cuore del Mediterraneo.

Anche nel Nord Europa?

Anche nel Nord Europa si rintracciano segni significativi, seppur più rari, della diffusione del culto di San Cataldo, a conferma della sua ampiezza geografica e culturale. In particolare, ad Amsterdam,

presso l’Rijksmuseum (indicato nel testo come Amsterdam Rusk Museum), è conservata una testimonianza artistica di grande rilievo: un imponente etching realizzato nel 1614 dall’incisore Hendrick Goltzius (attribuito nel testo a Scholes Hendrick), in cui la figura di S. Cataldo è circondata da scene della sua vita.

Si tratta di un’opera che non è soltanto documento artistico, ma anche prova concreta della circolazione europea della memoria del Santo già in età moderna. L’incisione, infatti, testimonia come la sua vicenda spirituale – nata in Irlanda, radicata profondamente nel Sud Italia e diffusa lungo rotte di pellegrinaggio e scambi culturali – abbia raggiunto anche i centri artistici e culturali del Nord Europa.

In questo contesto, il culto di S. Cataldo assume una dimensione ancora più ampia: non più soltanto devozione locale o mediterranea, ma parte di un patrimonio spirituale condiviso, capace di attraversare confini geografici, linguistici e culturali, lasciando tracce anche nei grandi circuiti artistici europei.

Che immagine complessiva emerge da questo lungo itinerario?

Un culto che attraversa secoli e confini, capace di unire Irlanda, Italia e Europa in un’unica memoria spirituale. La figura di S. Cataldo continua a vivere nella devozione popolare, nelle tradizioni locali e nei segni concreti lasciati nel tempo, restituendo ancora oggi il senso profondo di una peregrinatio pro Christo che non si è mai davvero interrotta.

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