9 maggio 1978: in poche ore l’Italia scopre due cadaveri. A Cinisi quello di Peppino Impastato, voce scomoda contro la mafia. A Roma, in via Caetani, il corpo ritrovato é quello di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio. Una data, due delitti eccellenti: a 48 anni di distanza restano ferite aperte e misteri non del tutto risolti.
Roma, Cinisi. Una data, due cadaveri, due Italie sotto attacco. Il 9 maggio 1978 è il giorno più nero della Repubblica. Peppino Impastato, 30 anni. Giornalista di Cinisi, voce di Radio Aut. Denunciava il boss Gaetano Badalamenti chiamandolo “Tano Seduto”. Raccontava la mafia degli appalti e del cemento. All’alba il suo corpo viene trovato dilaniato sui binari della Palermo-Trapani. Lo faranno passare per terrorista, per suicida. Era vittima di Cosa Nostra. Aldo Moro, 61 anni. Presidente della Democrazia Cristiana, cinque volte premier, architetto del centro-sinistra e del compromesso storico con il PCI. Rapito il 16 marzo in via Fani dalle Brigate Rosse dopo l’uccisione di cinque agenti della scorta, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera.
Cinquantacinque giorni di prigionia, lettere disperate, lo Stato che non tratta. A mezzogiorno il suo corpo viene lasciato in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Undici colpi.
Mafia e terrorismo colpiscono insieme. Modi diversi, stesso obiettivo: piegare la democrazia. Peppino con un microfono sfidava i clan sul territorio. Moro pagava con la vita il tentativo di cambiare la politica portando i comunisti al governo.
A 48 anni da quel giorno, restano le ombre. Sul depistaggio che a Cinisi coprì l’omicidio Impastato, con la madre Felicia costretta a lottare per la verità. Sulle trattative negate per Moro, sulle carte sparite, sui servizi deviati, sulle complicità mai chiarite. Due verità processuali che non sono mai diventate verità storica.
Il 9 maggio 1978 non è solo un anniversario. È lo specchio di un Paese schiacciato tra due violenze: quella criminale che occupa i territori e quella eversiva che decapita le istituzioni. Oggi via Caetani è una strada qualunque di Roma. La casa di Felicia Impastato a Cinisi è un museo. Ma quella data pesa ancora. Perché ricorda che la democrazia, a volte, si misura in cadaveri. E che certi fili tra mafia, terrorismo e pezzi di Stato non sono mai stati recisi del tutto. In poche ore l’Italia perse un giornalista che non aveva paura e uno statista che aveva troppo coraggio. Li perse insieme. E da allora, ogni volta che si parla di giustizia, quel 9 maggio torna a chiedere conto.
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