La prima cosa che colpisce, sempre, entrando al Foro Italico, non è il tennis. È il rumore. Un rumore continuo, irregolare, quasi stordente.
Viene dai corridoi pieni già dalle nove del mattino, dai bambini che stringono enormi palline gialle aspettando un autografo, dai mille telefoni puntati contro i campi di allenamento, dai boati improvvisi che arrivano dal Centrale e proseguono sul Pietrangeli.
Durante gli Internazionali, Roma non sembra più il luogo elegante e composto che il tennis ha raccontato per anni. Assomiglia piuttosto a un festival. A un evento popolare enorme, caldo, affollato, emotivo.
C’è gente ovunque. I campi secondari non hanno più posti a sedere liberi, decine e decine di ragazzi con la maglia di Sinner, file interminabili davanti agli shop, telefoni alzati per inseguire una foto, bagni di folla per i campioni che passano sopra il players’s bridge.
E forse quest’anno la trasformazione è evidente anche all’interno del torneo: il tennis, in Italia, ha cambiato pelle.
Oggi il Foro Italico racconta qualcosa di diverso: non più un’eccezione, ma un movimento. Gli italiani sono ovunque. C’è il Pietrangeli pieno per seguire Cobolli. Ci sono gli applausi scroscianti per ogni punto di Darderi. C’è l’affetto passionale e leale con cui Roma continua ad accogliere Berrettini. E poi c’è Musetti, elegante e fragile insieme, capace di attirare attorno a sé un pubblico diverso, quasi contemplativo.
Il centro di tutto, inevitabilmente, è Jannik Sinner.
Il numero uno del mondo è il punto attorno a cui ruota l’intero torneo e la sua presenza a Roma porta con sé qualcosa che va oltre il semplice risultato. Attorno a Sinner si percepisce una forma particolare di attesa, quasi una necessità collettiva. C’è dentro l’orgoglio quasi protettivo che l’Italia riserva ai suoi campioni più rari, ma anche l’affetto sincero per un ragazzo che, senza mai cambiare tono o atteggiamento, è diventato il volto sportivo più riconoscibile del Paese.
Certo è che il momento storico è enorme.
Jannik arriva a Roma dopo la vittoria di cinque Masters 1000 consecutivi che lo sta spingendo dentro territori mai esplorati prima nel tennis contemporaneo. Vincere qui significherebbe non soltanto conquistare il torneo di casa, ma chiudere in modo ideale il cerchio dei grandi mille, riscrivere record e lanciarsi verso Parigi con un sogno ancora più grande.
Eppure, proprio mentre tutto sembra convergere verso di lui, si avverte anche un piccolo vuoto narrativo. Perché il tennis, da sempre, vive di rivalità. Borg aveva McEnroe, Federer aveva Nadal, Djokovic aveva entrambi. E oggi il circuito mondiale sembra essersi preparato a vivere soprattutto attraverso la contrapposizione tra Sinner e Alcaraz. L’assenza dello spagnolo lascia infatti il Foro senza il suo antagonista perfetto, senza quella tensione continua che soltanto le grandi rivalità riescono a creare.
Intorno a questa nuova dimensione del tennis italiano, anche il Foro si è trasformato. I nuovi campi, gli spazi più larghi, le aree commerciali inedite, il design molto più moderno e internazionale: tutto contribuisce a dare agli IBI una dimensione diversa.
Roma sembra finalmente aver capito che il tennis contemporaneo non è soltanto sport, ma esperienza, un evento che somiglia quasi ad una grande festa popolare.
Dentro questa crescita enorme, restano anche due ombre difficili da ignorare. La prima è quella dei prezzi: biglietti costosi, sessioni serali quasi proibitive, la sensazione diffusa che il boom del tennis stia trasformando questo sport in un’esperienza sempre più selettiva.
La seconda è il suono più tossico del torneo: quello degli scommettitori. In un tennis diventato fenomeno di massa, il confine tra passione e consumo compulsivo si assottiglia continuamente. Basta guardarsi intorno per distinguere l’appassionato dal maledetto: persone che controllano il telefono più del campo, che reagiscono a una quota più che a un colpo vincente.
È il prezzo inevitabile di uno sport che, diventando enorme, si porta dietro anche le sue contraddizioni.
Alla fine della giornata, quando il sole scende dietro il Centrale e il Foro comincia lentamente a svuotarsi, Roma torna lentamente al suo traffico, ma resta nell’aria una sensazione difficile da spiegare. Forse proprio in quel momento si capisce davvero cosa sta diventando il tennis in Italia: non più soltanto uno sport da guardare, ma qualcosa di enorme, assordante, diffuso.
Lo sport nazionale.