Moschese (Sacco): “Aderenza non ottimale a terapia anti-Hiv per 4 pazienti su 10” ‘Non solo dimenticanza ma stanchezza per assunzione quotidiana, cure long acting possono essere un aiuto ’

Roma, 22 mag. (Adnkronos Salute) – “Il controllo virologico non basta: l’esperienza terapeutica va guardata nel suo insieme”. E’ il messaggio lanciato da Davide Moschese, infettivologo dell’ospedale Luigi Sacco e ricercatore dell’università degli Studi di Milano, presentando alla 18esima edizione di Icar – Italian Conference on Aids and Antiviral Research, a Catania, l’analisi sulla sola popolazione italiana dello studio internazionale Positive Perspective 3, indagine globale trasversale condotta in 29 Paesi e realizzata con supporto non condizionante di ViiV Healthcare, che raccoglie esperienze, bisogni e sfide delle persone con Hiv. Dai dati emerge un disallineamento tra soppressione virologica e aderenza: “Il 93% dei partecipanti riferisce di avere la carica virale soppressa – spiega Moschese – ma circa il 42% segnala un’aderenza non ottimale. Le cause più frequenti sono: il salto intenzionale delle dosi (32%), la dimenticanza e il mancato rispetto delle modalità di assunzione, ciascuna in circa un terzo dei casi”.Dall’analisi “emerge che il problema dell’aderenza a una terapia cronica, che quindi si deve prendere tutti i giorni della vita, non è esclusivamente legato alle dimenticanze – osserva l’esperto – Non è solo una questione di memoria: c’è una stanchezza di lungo periodo e un peso quotidiano. In questo quadro, le terapie long acting con iniezioni a cadenza più lunga, ad esempio ogni 2 mesi, possono aiutare a migliorare la continuità terapeutica”.

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