“Piazza di Spagna è il luogo della promessa che non si mantiene. Lì si danno appuntamenti che il tempo scioglie. Lì l’attesa diventa forma. Pavese attende chi? Bianca e non Constance, come si attende un dio che non verrà. Non perché lei non voglia, ma perché l’amore, quando è mito, non sopporta il corpo. Si consuma nell’attesa”
Arriva sempre un’immagine con la quale bisogna fare i conti con la tempesta dei giorni. Sono giorni che “trascrivono” il senso del dolore nel ricordo. Pavese ha intrecciato i gradini di Trinità dei Monti al suo labirinto.
“Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra”.
Si arriva a Piazza di Spagna come si arriva al destino: senza saperlo, eppure sapendo che non c’era altra strada. È il 1950. Cesare Pavese ha già scritto i “Dialoghi con Leucò”, ha già guardato il mare di Brancaleone e le terre di Santo Stefano come si guarda una sentenza. Ora il suo passo misura i gradini della scalinata, uno a uno, e ogni gradino è una sillaba non detta. Un’eco che si fa nostalgia.
La poesia si dice che nasca per Constance Dowling, attrice americana, corpo di cinema e di mito. Lei è l’impossibile che ha preso volto. È la donna che viene da oltreoceano come gli dèi venivano dal mare: senza passato, senza spiegazione. Pavese la ama con la disperazione di chi ha capito che l’amore non salva, ma condanna alla verità. Per questo “Passerò per Piazza di Spagna” non è una dichiarazione. È un congedo.
Ma è realmente dedicata a Constance? Io credo di no. Penso che sia dedicata a Bianca Garufi, alla quale ha dedicato l’immagine di Leucò e con la quale ha scritto il romanzo incompiuto “Fuoco grande”, pubblicato postumo. Per Bianca ha scritto altre poesie.
Con Bianca ha intrattenuto un rapporto epistolare sino al 3 febbraio del 1950. Proprio in questa ultima missiva si parlava di Roma. Bianca aveva vissuto a Roma. Si erano conosciuti a Roma. C’è una importante corrispondenza romana tra loro.
Ma vado oltre. Pur restando convinto che la poesia sia dedicata a Bianca.
Così nella chiusa:
“Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita”.
La scalinata è un libro aperto verso il cielo di Roma. Di giorno è mercato di fiori e di stranieri. Di notte è deserto, ed è allora che Pavese la percorre. Ogni gradino è un anno, un libro, un addio. Salire è già scendere. L’architettura barocca diventa destino greco: non c’è cima che non sia anche precipizio. L’amore e gli dèi che si fanno rivelazione tra i gradini. Perché “Il tumulto delle strade/non muterà quell’aria ferma”.
Piazza di Spagna è il luogo della promessa che non si mantiene. Lì si danno appuntamenti che il tempo scioglie. Lì l’attesa diventa forma. Pavese attende chi? Bianca e non Constance, come si attende un dio che non verrà. Non perché lei non voglia, ma perché l’amore, quando è mito, non sopporta il corpo. Si consuma nell’attesa. L’attesa è già l’oblio: l’oblio di sé, l’oblio del mondo, la dimenticanza che precede la memoria. Sarà come un taglio nel bosco, sarà come rivedere un viso che osserva, come una ragnatela e un archetipo sotto la luna con i falò che toccano le stelle.
Roma è la città di Bianca Garufi, non di Constance, donna passeggera. La donna che incise nel vento un fuoco grande. Constance o Bianca? Certamente Bianca Garufi.
Occorre ascoltare i gradini di Piazza di Spagna. Avranno silenzi e voci come su un davanzale.
“S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane — sarà questa la voce che salirà le tue scale”.
C’è un’eleganza antica in questo andare. Pavese cammina con la compostezza di chi ha chiuso con la vita e vuole solo congedarsi bene. Passerà per Piazza di Spagna. “Sarà un cielo chiaro”. Il futuro è usato come un’ipotesi, non come una speranza. Il cielo chiaro non promette. Constata. È la luce indifferente del mattino romano che illuminerà i gradini vuoti, le finestre chiuse, l’assenza.
Constance è l’America, è il cinema, è il corpo che non si lascia tradurre in parola. Bianca è il Mediterraneo. È la grecità. È Roma. È l’incontro a Piazza di Spagna. Pavese è la terra, è il mito, è la parola che non si lascia tradurre in corpo. Tra Pavese e Constance non c’è dialogo. C’è il silenzio che sta tra due civiltà. Lui lo sa. Per questo la poesia è il tempo dell’incontro con Bianca. Diventa epigrafe. Scrive per scolpire la propria sconfitta nel marmo di Roma.
“Passerò per Piazza di Spagna” è il verso di chi ha deciso di scomparire. Passare non è restare. È attraversare senza lasciare traccia, come la pioggia sui sanpietrini. L’oblio non è dimenticare. È essere dimenticati dal mondo mentre si ricorda tutto. Pavese ricorda ogni gesto di Bianca, ogni sillaba del suo mito greco che proprio per questo diventa sacro. Ma sa che lui, l’uomo di Santo Stefano, l’uomo dei mestieri, racconta. Osserva dalla soglia.
La scalinata diventa allora scala del sacrificio. Non si sale verso l’alto. Si sale verso la fine. Ogni gradino avvicina al vuoto. E il vuoto è l’unica fedeltà che Pavese conosce. Lo aveva già detto ai suoi dèi di Leucò: la vita è ciò che si sconta. Piazza di Spagna è Roma, e Roma è eterna perché è già morta mille volte. Qui le rovine non sono malinconia: sono struttura. Pavese cerca nella città la stessa legge che ha trovato nei miti: tutto accade, tutto ritorna, nulla redime. La Barcaccia ai piedi della scalinata è la nave che non salpa. L’acqua è ferma. È l’immagine della sua anima: piena, eppure incapace di viaggio.
Bianca è l’ultima incarnazione della donna-mito pavesiana, quella che viene dai Dialoghi e si fa Circe e Calipso. Ma qui non c’è più racconto. C’è solo il rito. L’uomo che passa, la donna che non c’è, la città che guarda. È una liturgia laica, celebrata all’alba, quando i fiorai non sono ancora arrivati e la pietra restituisce il freddo della notte. Di quella notte in cui la morte verrà e avrà i tuoi occhi. Bianca è Roma. Il suo carteggio “Una bellissima coppia discorde” è la rivelazione di Cesare e Bianca a Roma.
Pavese, in questa poesia, abita il limite. Non è più nella vita, non è ancora nella morte. È sulla soglia, e la soglia ha la forma dei gradini di Trinità dei Monti. La lingua è scabra, senza aggettivi, come la terra delle Langhe. Ma sotto la scabrezza c’è il canto. È il canto di chi ha visto gli dèi e sa che gli dèi non salvano: guardano. Di dèi può parlare solo con la siciliana Bianca.
“Passerò per Piazza di Spagna” è il testamento di un uomo che ha sostituito la speranza con la dignità. Non chiede. Non implora. Passa. E passando affida il suo dolore alla pietra di Roma, perché la pietra dura più della carne e più della parola. L’eleganza sta tutta qui: nel non gridare. Nel dire l’addio come si dice un appuntamento. “Sarà un cielo chiaro”. Sarà. Non per lui. Per chi resta. Pavese sceglie l’oblio in una stanza di Torino. Ma l’oblio vero era già cominciato su quei gradini. Aveva capito che il mito non si possiede. Si sconta. Che l’amore non è incontro. È distanza che si fa destino. Che la poesia non serve a vivere. Serve a morire con decenza.
Piazza di Spagna. I gradini sono gli stessi. La Barcaccia è la stessa. Il cielo, a volte, è chiaro. E se mi fermo un istante, nel silenzio tra un turista e l’altro, sento ancora il passo di un uomo che sale per non tornare. Non è spettro. È stile. È il modo pavesiano di abitare l’assenza. Passerò ancora per Piazza di Spagna. Si passa sempre. Perché certi addii non finiscono. Diventano luogo. Anche l’amore sarà luogo. Dell’anima. Sempre. Ci saranno fiori a raccontare l’amore e il tempo lungo i passi dell’esistenza e ci saranno sempre: “I fiori spruzzati di colori alle fontane”. Perché “occhieggeranno come donne divertite”. Mentre “Le scale, le terrazze, le rondini canteranno nel sole”. E sarà tutto?
A Bianca Garufi dedica i versi de “La terra e la morte”. Dove si sono incontrati? A Roma, negli uffici della Einaudi. Un rapporto durato dal 1945 al 1950. La poesia di cui si parla è datata 28 marzo 1950. Dunque, gli incontri tra Bianca e Cesare avevano sempre come scenario Roma. Tutta la loro storia è impregnata di Roma. Si tratta anche di un fatto filologico. Chi conosce Pavese sa molto bene che tra “La terra e la morte” e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” c’è un filo sottile. Date e corrispondenze ne danno il senso.
In “La terra e la morte” dedicava a Bianca questi versi: “Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra e occhi bui. Sei la vigna”.
“Hai viso di pietra scolpita, sangue di terra dura, sei venuta dal mare. Tutto accogli e scruti e respingi da te come il mare. Nel cuore hai silenzio, hai parole inghiottite. Per te l’alba è silenzio. La parola non c’è che ti può possedere o fermare. Cogli come la terra gli urti, e ne fai vita, fiato che carezza, silenzio”.
Poi il resto verrà tra gradini, strade, smarrimento. È la Roma di Bianca e Cesare. Non di Constance.
@Riproduzione riservata
Resta dentro le notizie che contano
Segui il canale WhatsApp di La Freccia Web per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.
Segui il canale WhatsApp