«Molte strutture accreditate esauriscono il budget nei primi dieci giorni del mese». Nell’intervista l”amministratore della Rete Artemisia Lab e presidente dell’Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata (U.A.P.) affronta i nodi dei rimborsi, delle liste d’attesa e della riorganizzazione del sistema sanitario.
Quali sono oggi, secondo lei, i nodi più gravi che pesano sul funzionamento del Servizio sanitario nazionale?
«Occorre in primo luogo distinguere la sanità privata autorizzata, che non ha alcun rapporto con il SSN, dalla sanità privata accreditata, che esercita un reale pubblico servizio attraverso i laboratori, poliambulatori e gli ospedali privati accreditati come ad esempio il Gemelli. Inoltre, bisogna distinguere questi ultimi dagli ospedali pubblici, come ad esempio l’Ospedale Umberto I. Per le strutture private accreditate e gli ospedali privati accreditati i rimborsi previsti dal SSN sono gli stessi di quelli erogati agli ospedali pubblici. Solo che nelle strutture private accreditate ciascuna regione eroga un budget annuale che viene suddiviso per ciascun mese, una sorta di tetto massimo che non può essere superato. Eppure, tantissime strutture del territorio si trovano ad esaurire il proprio budget già i primi 10 giorni del mese, solo che non vengono sostenute dalle proprie regioni con incrementi di budget, per cui le strutture sono costrette ad applicare dei tariffari agevolati per andare incontro alle richieste della popolazione. A rendere la situazione ancor più grave è stato il taglio del Nomenclatore Tariffario introdotto da questo Governo, che ha ridotto del 40-50% i rimborsi erogati dal SSN alle strutture accreditate e le strutture pubbliche, con tariffe già vecchie di 26 anni. Tale taglio sta costringendo moltissime strutture private accreditate, soprattutto quelle del Sud Italia, a svendere sottocosto alle multinazionali».
Per quali prestazioni i cittadini finiscono più spesso per rivolgersi alle strutture private accreditate?
«Non ci sono esami specifici, vengono un po’ per tutti gli esami, perché le strutture private accreditate, come ad esempio le mie strutture della Rete Artemisia Lab, rilasciano gli esiti immediatamente dopo l’esecuzione dello stesso o al massimo in giornata, salvo i casi che richiedono maggior tempo, mentre in una struttura pubblica i referti arrivano anche 20 giorni dopo l’esame. È chiaro che tali ritardi sono ingiustificabili se si pensa che in taluni casi la tempistica di refertazione salva una vita. Ad esempio, l’agosto scorso nelle mie strutture abbiamo individuato varie leucemie fulminanti, che possono essere prese per tempo solo grazie ad un emocromo serio, veritiero e tempestivo, mentre le cronache recenti ci raccontano di una signora che per avere una biopsia di un neo in un ospedale pubblico ha dovuto attendere un mese, cosa gravissima se si pensa che i melanomi sono i tumori più diffusi e altamente mortali, che vanno presi tempestivamente. Purtroppo, il nostro SSN non funziona, richiede una profonda riorganizzazione perché i nostri medici sono i migliori al mondo, ma essendo sottopagati nelle strutture pubbliche emigrano all’estero, perché i fondi destinati alla sanità pubblica non vanno ai medici ma ai vari meandri organizzativi che non giovano assolutamente al beneficio dei cittadini, ma ad altri interessi».
Quanto incidono le convenzioni con il Servizio sanitario nazionale sull’attività della Rete Artemisia Lab?
«Nella Rete Artemisia Lab le convenzioni incidono solo per il 16%, poiché non ritengo professionalmente corretto che una visita cardiologica o ginecologica possa essere pagata alla struttura solo € 26. È impensabile che un professionista che esegue una prestazione professionale assumendone la relativa responsabilità civile e penale possa essere rimborsato € 5, senza considerare gli ulteriori costi di gestione della struttura che incidono in quel rimborso. Quindi, ho preferito applicare un giusto prezzo e garantire un rapporto equilibrato tra il professionista e il rimborso alla società, per poter così garantire non soltanto professionalità ed eccellenza, ma soprattutto diagnosi immediate e apparecchiature di primissimo livello. Nella Rete Artemisia Lab nessuno esce senza diagnosi adeguate e viene seguito in tutto il suo percorso di cura, senza essere mai abbandonato a sé stesso».
La sanità privata viene spesso accusata di accentuare le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Qual è la sua posizione?
«La sanità privata accreditata e la sanità privata autorizzata non hanno indebolito il SSN, ma si è auto-indebolito. Si pensi al fatto che negli ospedali sia pubblici che privati una mammografia viene rimborsata € 38, solo che negli ospedali pubblici il costo finito raggiunge i € 400 e la differenza economica viene sostenuta da noi italiani, mentre il SSN continua a prosciugare fondi e non riesce a risolvere il problema. Manca capacità organizzativa e programmatica, le persone necessitano di cure, e nonostante le imprese private garantiscano ai propri dipendenti un welfare aziendale attraverso le assicurazioni, l’accesso alle cure è ancora troppo gravoso e le diseguaglianze sono tante. Il Governo anziché adeguare i rimborsi tariffari fermi da oltre 26 anni ha operato un taglio drastico che costituisce la causa principale del mancato abbattimento delle liste di attesa, e nonostante i 3 giudizi al TAR vinti per ripristinare i giusti rimborsi, ancora il Ministero della Salute non procede a ripristinare un tariffario adeguato all’attuale costo della vita per garantire l’abbattimento delle liste di attesa. Se il nuovo nomenclatore non entrerà in vigore entro il 22 settembre decade tutto e non sappiamo quello che succederà per i cittadini italiani. Nella Rete Artemisia Lab ci sono solo professionisti specialisti nel settore nel quale operano, i medici sono rimborsati a prestazione, cosa che garantisce la qualità del servizio e non a giornata. Il medico, il radiologo, lo specialista internista salvano le vite per questo è giusto dare alla sanità un giusto riconoscimento economico per fare in modo che la popolazione si possa curare. Ringrazio la mia strada, il cuore della mia amministrazione, tutti i miei dipendenti e consulenti che hanno sposato questo spirito umano verso chi soffre».
Che cosa vi raccontano i pazienti sulle attese per visite, esami e referti nel sistema pubblico?
«Sono tanti i pazienti che rinunciano a rivolgersi alle strutture pubbliche per il ritardo nel rilascio degli esami, che talvolta vengono dati anche con 8 mesi di ritardo. A mio avviso, l’errore più grande nella Regione Lazio è stato mettere gli appuntamenti tramite CUP, perché non soltanto vengono dati a distanza di 3-4 mesi, ma addirittura spesso capita che gli appuntamenti vengano presi in posti molto lontani dal luogo di residenza del paziente. Facendo un esempio: prima gli appuntamenti venivano presi velocemente e nello stesso quartiere del paziente, oggi capita spesso che gli appuntamenti di un cittadino romano vengano fissati a Viterbo. Non si riesce a capire se c’è mancanza di progettualità e trasparenza o incapacità, perché le cose ultimamente stanno peggiorando, soprattutto nei processi autorizzativi. Anche per questo motivo, da qualche anno ho fondato l’U.A.P. – Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata, che unisce tutte le maggiori associazioni di categoria a livello nazionale, per far sentire al Ministero della Salute la nostra voce unita e coesa a tutela della salute di cittadini italiani».
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