Dalla disciplina della musica classica alle sfumature urban di “Sale”: viaggio nell’evoluzione di un artista che rifiuta la fretta del mercato discografico e sceglie la via della sincerità
La musica contemporanea viaggia a una velocità vertiginosa, ma c’è chi sceglie deliberatamente di rallentare per far respirare le emozioni. È il caso di un percorso artistico affascinante e crossover, iniziato a 12 anni con lo studio del violino classico, passato attraverso l’adrenalina delle produzioni dance a 16, e approdato oggi alle calde atmosfere urban/pop del nuovo singolo “Sale” prodotto da Red&Blue. Un’evoluzione che non rinnega il passato, ma lo mastica e lo trasforma. In questa intervista NÙVO racconta come sia possibile far convivere l’energia dei grandi DJ come David Guetta con una dimensione più acustica e rifelssiva, e perché – in un mondo che corre troppo forte – rivendicare il diritto alla lentezza sia l’atto più rivoluzionario che un artista possa compiere.
l tuo percorso è un’affascinante combinazione di mondi apparentemente opposti: la disciplina del violino a 12 anni, l’adrenalina delle produzioni dance a 16 e ora le atmosfere urban/pop di “Sale”. In che modo il rigore dello strumento classico e l’innovazione si fondono oggi quando componi, e come influenzano il modo in cui usi la tua voce?
Credo che ogni esperienza che vivi lasci qualcosa nel tuo modo di fare musica. Il violino mi ha insegnato ad ascoltare prima ancora di suonare, ad avere rispetto per il silenzio, per le dinamiche e per l’emozione che una nota può trasmettere. La musica dance, invece, mi ha insegnato l’energia, il ritmo e l’importanza del suono. Oggi cerco di unire questi due mondi: quando scrivo parto sempre dall’emozione, ma cerco anche una produzione che riesca a valorizzarla. Anche la voce la uso in modo diverso rispetto al passato: non mi interessa dimostrare quanto riesco a cantare, ma raccontare qualcosa in cui chi ascolta possa riconoscersi.
Tra i tuoi punti di riferimento citi colossi da grandi arene come David Guetta, Lady Gaga e i Black Eyed Peas. Eppure, “Sale” si sviluppa su una produzione morbida. Come mai? Come hai trasformato l’energia “esplosiva” di quella musica in una dimensione così intima e riflessiva?
Mi hanno sempre affascinato gli artisti capaci di emozionare anche dentro produzioni molto grandi. Da loro ho imparato che la forza di una canzone non dipende solo dall’impatto, ma da quello che riesce a lasciare. Con Sale ho sentito il bisogno di togliere piuttosto che aggiungere. Ho scelto una produzione più morbida perché il testo aveva bisogno di respirare. L’energia, in questo caso, non arriva da un drop o da un ritornello esplosivo, ma dalla sincerità delle parole. È un’energia più silenziosa, ma forse proprio per questo ancora più intensa.
Sia nei tuoi testi, sia nella tua filosofia ricorre il rifiuto della fretta: in “Sale” canti di un amore vissuto “senza badare al tempo che scorre” e affermi che per arrivare al cuore delle persone non esiste una misura temporale. In un mercato musicale come quello di oggi, che consuma tutto alla velocità della luce, come riesci a proteggere e a rivendicare questo tuo elogio della lentezza?
È una sfida quotidiana. Oggi siamo abituati a passare da una canzone all’altra in pochi secondi, ma io credo ancora che la musica abbia bisogno di tempo. Anche le emozioni hanno bisogno di maturare. Preferisco pubblicare un brano quando sento davvero che è pronto, piuttosto che inseguire continuamente le tendenze. Se una mia canzone riesce a entrare nella vita di una persona e a restarci, anche solo per un momento, allora ha già raggiunto il suo obiettivo.
Nel giro di pochi mesi, in questo 2026, hai pubblicato prima “Tra le mie felpe” e ora “Sale”. Se guardi a questi due singoli, li consideri due capitoli di una stessa storia di crescita artistica o rappresentano una linea di discontinuità?
In realtà fanno parte di un unico capitolo diviso in tre battiti. Tra le mie felpe e Sale sono i primi due momenti di questa storia, che si concluderà con un terzo singolo in uscita a settembre. È un percorso pensato proprio come una narrazione: ogni brano aggiunge un tassello e porta avanti un’evoluzione emotiva e artistica che troverà la sua chiusura in quel terzo pezzo, per poi ripartire più carichi che mai!
Tracce dance/club da un lato e ballate romantiche dall’altro. Il dualismo si riflette anche nel video di “Sale”, girato a Cervia, diretto da Giovanni Baracchi. Un video sospeso tra calde tonalità nostalgiche anni ’70 e spensieratezza estiva. Come state lavorando in studio con il tuo arrangiatore per far convivere due anime così diverse? E cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?
Con il mio arrangiatore cerchiamo sempre di partire dalla canzone, senza imporle una direzione. Se il brano chiede delicatezza, la rispettiamo; se invece ha bisogno di energia, la lasciamo esplodere. Credo che oggi un artista debba sentirsi libero di sperimentare senza avere paura di uscire dagli schemi. Nei prossimi mesi continuerò proprio su questa strada: ci saranno nuove uscite che sorprenderanno per sonorità diverse, ma avranno tutte una cosa in comune, cioè la volontà di raccontare qualcosa di vero. Per me la musica non è mai un esercizio di stile, è un modo per creare un legame con chi ascolta.
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