Da Gianni Agnelli a John Elkann: la differenza tra chi investe per vincere e chi investe per non perdere

Da qualche estate il tifoso juventino aspetta il mercato come un malato aspetta il medico. Poi scopre che il medico è arrivato e se n’è andato senza prescrivere la cura

La Juventus sembra un’automobile lasciata in folle su una strada in salita. Non precipita grazie alle continue mani che tirano il freno a mano. Ma nemmeno riparte. E una grande società non può vivere eternamente tra il burrone e il parcheggio.

Qui qualcuno potrebbe obiettare: “Ma come si fa a criticare una proprietà che negli ultimi anni ha versato centinaia di milioni di euro nella Juventus?”.

La domanda è legittima.

La risposta è semplice.

Dipende da come e perché quei soldi vengono spesi.

Perché esiste una differenza enorme tra investire per crescere e investire per sopravvivere.

La Juventus di Gianni Agnelli e, successivamente, quella guidata da Umberto Agnelli e poi dopo da Andrea Agnelli commetteva errori come tutte le società del mondo. Comprava giocatori sbagliati, sbagliava qualche allenatore, attraversava cicli meno brillanti. Ma nessuno aveva dubbi sull’obiettivo finale.

L’obiettivo era vincere.

Sempre.

La Juventus non veniva gestita come un problema da contenere, ma come un patrimonio da sviluppare.

Quando serviva un campione si andava a prenderlo.

Quando serviva un dirigente di spessore si cercava il migliore disponibile.

Quando serviva rilanciare il progetto si investiva per tornare davanti agli altri.

Oggi, invece, la sensazione è diversa.

La Juventus sembra spesso amministrata come una voce di bilancio da tenere sotto controllo.

Come una società da mettere in sicurezza.

Come un’azienda che deve prima di tutto evitare nuovi scossoni.

È una differenza culturale prima ancora che economica.

Perché il tifoso non pretende spese folli.

Non pretende acquisti da cento milioni ogni estate.

Non pretende di competere con gli sceicchi del Golfo o con gli Stati travestiti da club.

Pretende però di vedere un’ambizione.

Pretende di capire quale sia il traguardo.

Pretende di sapere se chi sta al comando considera ancora la Juventus una delle grandi potenze del calcio europeo oppure semplicemente una partecipazione societaria da amministrare con prudenza.

Negli ultimi anni si è spesso sentita una frase: “La Juventus deve diventare sostenibile”.

Giusto.

Sacrosanto.

Ma sostenibilità e ambizione non sono concetti incompatibili.

Il problema nasce quando la sostenibilità diventa un alibi.

Quando la prudenza diventa immobilismo.

Quando il controllo dei costi sostituisce la ricerca dell’eccellenza.

Quando il bilancio diventa più importante della squadra.

Perché a quel punto il rischio è trasformare una società nata per vincere in una società che si limita a galleggiare.

E il galleggiamento, nella storia della Juventus, non è mai stato un obiettivo.

La Juventus è stata costruita da generazioni di dirigenti, allenatori e campioni che ragionavano in termini di primati, non di sopravvivenza.

Per questo oggi molti tifosi non chiedono miracoli.

Chiedono una visione.

Chiedono un progetto.

Chiedono che i soldi eventualmente immessi dalla proprietà non servano soltanto a cancellare i debiti accumulati ieri, ma anche a costruire le vittorie di domani.

Perché un aumento di capitale può salvare una stagione.

Un progetto può salvare un decennio.

Ed è proprio qui che si misura la differenza tra un proprietario che interviene per necessità e uno che investe per riportare la Juventus dove la sua storia pretende che stia.

Ai vertici.

Non semplicemente in equilibrio.

 

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