Abbiamo paura dell’IA che parla ai nostri figli. Ma noi sappiamo ancora parlare con loro?

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Filtri, parental control e sistemi pensati per i minori possono proteggerli, ma non sostituiscono la relazione educativa. Adulti e ragazzi, per la prima volta, stanno imparando insieme ad abitare una tecnologia che nessuna generazione ha conosciuto prima

 

Il 27 luglio 2026, su Paese Italia Press e LaFrecciaweb pubblicavo un editoriale dal titolo “Quando un adolescente preferisce parlare con un’intelligenza artificiale: che cosa ci sta dicendo?” .

Quando un adolescente preferisce parlare con un’intelligenza artificiale, che cosa ci sta dicendo?

Partivo da una domanda che continuo a considerare decisiva.

Quando un ragazzo sceglie di raccontare a un’intelligenza artificiale una paura, un dubbio, un problema affettivo o qualcosa che non riesce a confidare a un adulto, che cosa ci sta dicendo?

La risposta più semplice sarebbe concentrarci sulla tecnologia.

Chiederci quanto sia sicura.

Quali rischi comporti.

Quali limiti dovremmo imporre.

Sono tutte domande necessarie.

Ma già allora provavo a spostare lo sguardo: forse quel ragazzo non ci sta raccontando soltanto qualcosa dell’intelligenza artificiale.

Ci sta raccontando qualcosa anche della relazione con noi adulti.

Da quel 27 luglio è passato meno di un mese.

Eppure il dibattito è già andato avanti.

Il 18 agosto OpenAI ha presentato ChatGPT for Teens, un’esperienza specifica per gli utenti tra 13 e 17 anni, con protezioni rafforzate, strumenti per promuovere un utilizzo equilibrato, controlli per i genitori e sistemi di stima dell’età.

È una risposta significativa a un problema che ormai le stesse aziende tecnologiche riconoscono.

Ma proprio questa evoluzione mi porta oggi a fare un passo ulteriore rispetto all’editoriale del 27 luglio.

Se allora la domanda era:

Perché un adolescente può preferire parlare con un’intelligenza artificiale?

oggi vorrei aggiungerne un’altra, forse ancora più scomoda:

Abbiamo paura dell’intelligenza artificiale che parla ai nostri figli.

Ma noi sappiamo ancora parlare con loro?

Il filtro necessario che non basta

Dobbiamo pretendere piattaforme più sicure.

Dobbiamo chiedere che un sistema utilizzato da un tredicenne non si comporti esattamente come quello utilizzato da un adulto.

Dobbiamo discutere seriamente di verifica dell’età, privacy, profilazione, contenuti sessuali, autolesionismo, dipendenza emotiva e manipolazione.

Dobbiamo anche avere il coraggio di stabilire dei limiti.

Le nuove protezioni introdotte dalle aziende sono quindi importanti.

Ma possiamo costruire il miglior parental control del mondo e avere contemporaneamente un ragazzo che non riesce più a parlare con suo padre.

Possiamo impedire l’accesso a una piattaforma e non sapere nulla di ciò che sta accadendo nella vita di nostra figlia.

Possiamo controllare il tempo trascorso davanti allo schermo senza conoscere ciò che quello schermo rappresenta emotivamente per chi lo sta utilizzando.

È qui che la questione tecnologica diventa educativa.

E soprattutto relazionale.

Non stiamo parlando di un fenomeno marginale

Una ricerca di Common Sense Media pubblicata nel luglio 2025, basata su un campione rappresentativo di 1.060 adolescenti statunitensi tra 13 e 17 anni, ha rilevato che il 72% aveva già utilizzato almeno una volta un AI companion e più della metà lo utilizzava almeno alcune volte al mese.

Ma il dato che dovrebbe interessare maggiormente genitori ed educatori è un altro.

Circa un adolescente su tre tra quelli che utilizzavano questi sistemi dichiarava di avere scelto un AI companion invece di una persona reale per parlare di qualcosa di importante o serio.

Un quarto aveva condiviso informazioni personali.

Questo non significa che tre ragazzi su quattro abbiano sostituito gli amici con una macchina.

Anzi, la stessa ricerca mostra che la grande maggioranza continua a dare priorità alle amicizie reali.

Ma significa che qualcosa di nuovo è entrato nello spazio delle relazioni.

E sarebbe un errore non accorgercene.

Per la prima volta siamo inesperti insieme

C’è un elemento che considero centrale e che forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo.

Per gran parte della storia dell’educazione il rapporto tra adulto e minore si è fondato anche su un’asimmetria di esperienza.

L’adulto aveva già attraversato ciò che il ragazzo stava cominciando ad attraversare.

Aveva conosciuto l’amicizia.

Il conflitto.

L’innamoramento.

La sessualità.

La perdita.

La paura.

Il lavoro.

Il fallimento.

Poteva sbagliare nel trasmettere quell’esperienza, certamente, ma possedeva almeno una memoria.

Con l’intelligenza artificiale generativa sta accadendo qualcosa di differente.

Per la prima volta adulti e minori si trovano contemporaneamente davanti a una tecnologia che nessuna delle due generazioni ha realmente conosciuto prima.

Non esiste un padre che possa dire al figlio:

“Quando avevo la tua età parlavo anch’io ogni sera con un’intelligenza artificiale e ho imparato che…”

Quella memoria non l’abbiamo.

Stiamo imparando insieme.

Ed è forse una delle più grandi novità educative del nostro tempo.

Loro sanno usarla. Noi dovremmo saper discernere

Questo non significa che adulto e adolescente abbiano improvvisamente lo stesso ruolo.

La responsabilità educativa rimane differente.

Cambiano, però, le competenze.

Un quindicenne può conoscere applicazioni, strumenti e linguaggi digitali molto meglio di un cinquantenne.

Può sapere costruire un prompt.

Generare un’immagine.

Utilizzare un chatbot.

Passare rapidamente da una piattaforma all’altra.

Riconoscere dinamiche digitali che per un adulto risultano incomprensibili.

Ma saper utilizzare uno strumento non significa necessariamente comprendere ciò che quello strumento sta producendo dentro di noi.

L’adulto possiede — o almeno dovrebbe avere progressivamente costruito — un’altra competenza.

L’esperienza del limite.

La capacità di attendere.

La comprensione delle conseguenze.

Il discernimento tra ciò che appare piacevole e ciò che ci fa bene.

La capacità di riconoscere una relazione manipolatoria.

La consapevolezza che non sempre chi ci dà ragione ci sta aiutando.

Il ragazzo può conoscere meglio come funziona lo strumento.

L’adulto dovrebbe conoscere qualcosa in più su come funziona la vita.

Ma nessuno dei due possiede da solo tutto ciò che serve.

È questo, forse, il passaggio che ci manca: far incontrare queste due competenze.

Il passaggio mancante è relazionale

È qui che dobbiamo cominciare a parlare seriamente di tecnorelazione.

Non significa semplicemente educare al corretto utilizzo della tecnologia.

Significa riconoscere che la tecnologia è ormai uno degli ambienti dentro i quali costruiamo identità, emozioni, appartenenza e relazioni.

Un chatbot non è soltanto uno strumento al quale chiediamo informazioni.

Può rispondere alle nostre confidenze.

Può adattare il proprio linguaggio.

Può ricordare elementi delle conversazioni.

Può rispondere con gentilezza.

Non interrompe perché deve andare al lavoro.

Non sembra annoiarsi.

Non ride della domanda.

Non racconta il segreto agli amici.

Ed è proprio qui che la questione diventa delicata.

Perché un adolescente può sapere perfettamente che dall’altra parte non c’è una persona e contemporaneamente sentirsi ascoltato da quella conversazione.

Non dobbiamo ridicolizzare questa esperienza.

Dobbiamo comprenderla.

Una macchina molto accomodante

Le relazioni umane hanno una caratteristica fastidiosa.

Gli altri non fanno sempre quello che vogliamo.

Ci contraddicono.

Si stancano.

Ci chiedono qualcosa.

A volte ci deludono.

Hanno bisogni propri.

La relazione autentica ci obbliga continuamente a uscire da noi stessi.

Un sistema conversazionale, invece, nasce per restare disponibile.

E più diventa capace di adattarsi al nostro linguaggio, alle nostre preferenze e al nostro stato emotivo, più può produrre la sensazione di essere davanti a qualcuno che finalmente “ci capisce”.

La questione non è teorica. Common Sense Media e Stanford Medicine hanno rilevato criticità nell’uso dei chatbot come sostegno psicologico per adolescenti, sottolineando anche il rischio che un tono apparentemente empatico possa produrre una fiducia eccessiva.

Qui c’è una questione educativa enorme.

Essere compresi non equivale a ricevere sempre conferma.

A volte una relazione buona è proprio quella capace, con rispetto, di dirci di no.

Proteggere non significa soltanto vietare

La tentazione è comprensibile.

Se qualcosa può fare male ai nostri figli, togliamoglielo.

E alcuni limiti sono necessari.

Ma dobbiamo distinguere due cose.

Protezione ed educazione non sono sinonimi.

Il divieto può proteggere un ragazzo da un determinato ambiente per un certo periodo.

Non gli insegna automaticamente che cosa fare quando, prima o poi, quell’ambiente dovrà attraversarlo da solo.

Non insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada semplicemente impedendo loro per sempre di uscire di casa.

Prima li accompagniamo.

Poi camminiamo accanto.

Poi osserviamo da una certa distanza.

Infine li lasciamo attraversare.

L’educazione contiene sempre una progressiva consegna di libertà.

Anche nell’ambiente digitale.

Il parental control più importante non è un software

Possiamo installare filtri.

Controllare applicazioni.

Stabilire orari.

Verificare l’età.

Limitare determinate funzioni.

Sono strumenti utili.

Ma esiste un parental control che nessuna piattaforma potrà installare.

È la qualità della relazione costruita prima che qualcosa accada.

“È successa una cosa strana mentre parlavo con l’IA.
Ne possiamo parlare?

Questa frase vale probabilmente più di cento filtri.

Perché significa che l’adulto non è percepito soltanto come colui che controlla.

È ancora qualcuno al quale poter raccontare.

Dal primo interrogativo al secondo

È qui che questa riflessione ritorna all’editoriale pubblicato su Paese Italia Press il 27 luglio 2026.

Allora avevamo guardato soprattutto al ragazzo che sceglie il chatbot e ci eravamo domandati che cosa quella scelta potesse raccontarci.

Oggi possiamo fare un passo ulteriore.

Non basta più domandarci perché un adolescente parli con l’IA.

Dobbiamo avere il coraggio di chiederci:

Che cosa trova in quella conversazione che qualche volta fatica a trovare nelle relazioni umane?

Disponibilità?

Assenza di giudizio?

Tempo?

Ascolto?

La sensazione di poter dire qualsiasi cosa senza deludere nessuno?

Non tutte le risposte dipendono dagli adulti.

E sarebbe profondamente ingiusto trasformare questa riflessione nell’ennesima colpevolizzazione di genitori, insegnanti ed educatori.

Ma quelle domande ci riguardano.

Perché se nel primo articolo guardavamo soprattutto alla relazione:

ADOLESCENTE ↔ INTELLIGENZA ARTIFICIALE

oggi dobbiamo aggiungere un terzo soggetto:

ADULTO ↔ ADOLESCENTE ↔ INTELLIGENZA ARTIFICIALE

È dentro questo triangolo che si gioca una parte della nuova sfida educativa.

Ed è qui che la tecnorelazione smette di essere soltanto educazione all’uso dello strumento e diventa capacità di abitare insieme la tecnologia senza permetterle di sostituire la relazione.

Dall’empatia digitale all’alleanza educativa

È qui che entra anche l’empatia digitale.

Non significa essere permissivi.

E neppure rinunciare al ruolo adulto per diventare amici dei propri figli.

Significa provare a entrare nel loro ambiente senza occuparlo.

Fare domande prima di dare risposte.

“Che cosa ti piace di questa IA?”
“Che cosa le chiedi?”
“Ti è mai capitato che ti dicesse qualcosa che ti ha fatto stare male?”
“C’è qualcosa che riesci a raccontare a lei e fai fatica a raccontare a noi?”

Quest’ultima domanda può fare paura.

Perché la risposta potrebbe ferirci.

Ma forse è proprio quella che dovremmo avere il coraggio di ascoltare.

Non per competere con una macchina.

Per comprendere meglio la relazione.

Non dobbiamo battere l’intelligenza artificiale

Sarebbe un errore entrare in competizione.

Un genitore non deve essere disponibile ventiquattr’ore al giorno.

Un insegnante non può rispondere istantaneamente a ogni domanda.

Un educatore può essere stanco.

Un essere umano può sbagliare.

Ed è proprio questo che rende umana una relazione.

Non dobbiamo diventare efficienti come una macchina.

Dobbiamo offrire ciò che una macchina può simulare linguisticamente, ma non vivere come esperienza umana reciproca.

Presenza.
Responsabilità.
Corpo.
Silenzio.
Conflitto.
Perdono.
Attesa.
Reciprocità.

E quella strana esperienza per cui, mentre mi prendo cura di te, permetto anche a te, qualche volta, di prenderti cura di me.

La domanda agli adulti

Forse allora abbiamo posto per troppo tempo la domanda sbagliata.

Ci siamo chiesti:

“Come impediamo ai nostri figli di costruire una relazione con l’intelligenza artificiale?”

Proviamo a formularne un’altra:

Che relazione dobbiamo costruire con i nostri figli perché l’intelligenza artificiale non diventi l’unico luogo nel quale si sentono ascoltati?

La differenza è enorme.

La prima domanda mette al centro la tecnologia.

La seconda mette al centro noi.

Ed è molto più scomoda.

Perché un algoritmo possiamo accusarlo.

Una piattaforma possiamo regolamentarla.

Uno smartphone possiamo spegnerlo.

Una relazione, invece, dobbiamo abitarla.

Ogni giorno.

Anche quando siamo stanchi.

Anche quando non comprendiamo il linguaggio dei nostri figli.

Anche quando loro sembrano non voler parlare.

Anche quando dobbiamo avere l’umiltà di dire:

“Questa tecnologia non la conosco.
Me la insegni?”

Forse l’alleanza educativa del futuro potrebbe cominciare proprio da qui.

Un adulto che non rinuncia alla propria responsabilità, ma rinuncia alla presunzione di sapere tutto.

E un ragazzo che non viene considerato semplicemente qualcuno da proteggere, ma una persona con cui imparare ad abitare un mondo nuovo.

L’intelligenza artificiale resterà probabilmente nella vita dei nostri figli.

La sfida educativa non sarà soltanto quanto riusciremo a tenerli lontani dai suoi rischi.

Sarà capire se riusciremo a restare abbastanza vicini a loro da attraversarli insieme.

Forse il rischio più grande non è che un adolescente parli con una macchina.

È che scelga di parlare soltanto con la macchina perché non trova più qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Francesco Mazzarella

© Riproduzione riservata

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