Tariffe sotto i costi, divari regionali e servizi a rischio: il nuovo sistema riapre il nodo della sostenibilità delle cure e delle liste d’attesa
Il 9 settembre a Roma l’Unione presenterà la propria analisi del nuovo schema nazionale.
Una tariffa sanitaria è un numero che il paziente difficilmente vede. Non appare sul referto e quasi mai entra nel dialogo con il medico. Eppure, molto prima che una visita specialistica, una risonanza magnetica o un esame di laboratorio vengano prenotati, quell’importo contribuisce a determinare quante risorse possono essere destinate al personale, ai reagenti, alla manutenzione delle apparecchiature e all’apertura delle agende.
Quando il valore riconosciuto dal Servizio sanitario nazionale non rispecchia i costi necessari per garantire una prestazione, il problema non resta confinato nei bilanci delle strutture. Può tradursi in una minore offerta di servizi, tempi di attesa più lunghi e differenze territoriali sempre più marcate nell’accesso alle cure.
Su questo terreno si concentra l’iniziativa dell’UAP, Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata, che mercoledì 9 settembre 2026, alle ore 11, terrà una conferenza stampa presso CEOforLIFE Clubhouse, in piazza di Monte Citorio 116, a Roma.
L’appuntamento non rappresenta una fase dell’iter di approvazione del decreto e non è un tavolo istituzionale convocato dal Ministero della Salute. È invece l’occasione scelta dall’Unione per rendere pubblica la propria valutazione del nuovo schema tariffario, illustrare i punti considerati critici e formulare richieste specifiche al Governo.
Le richieste dell’UAP al ministro Schillaci
La presidente dell’UAP, Mariastella Giorlandino, chiede al ministro della Salute Orazio Schillaci di verificare l’istruttoria svolta dall’Area Programmazione e di rendere trasparenti il campione utilizzato, i dati raccolti e la metodologia adottata.
L’Unione vuole accertare se il costo reale sia stato determinato per ogni singola prestazione oppure se, in alcune discipline, la definizione delle tariffe sia stata costruita prevalentemente attraverso valori aggregati.
Qualora alcuni importi risultassero insufficienti a coprire i costi effettivamente sostenuti, l’UAP ne chiede la correzione. Un ulteriore punto riguarda i laboratori che effettuano meno di 200.000 prestazioni all’anno: l’associazione domanda che il criterio della loro esclusione dall’analisi venga riesaminato oppure adeguatamente motivato.
La finalità dichiarata è evitare che il nuovo sistema tariffario finisca per comprimere l’attività delle strutture pubbliche e accreditate o indebolire quella rete di servizi sanitari territoriali che garantisce ai cittadini una maggiore prossimità dell’assistenza.
Una federazione nata nel 2023
L’UAP è stata costituita nel marzo 2023 per iniziativa della presidente Giorlandino e presenta una struttura federativa. Ne fanno parte, tra le altre realtà, AIOP e FederAnisap, organizzazioni specialistiche come FederCardio e FENASPAT, insieme a rappresentanze appartenenti al mondo imprenditoriale, sindacale e territoriale.
Una composizione articolata che mostra quanto il tema delle tariffe interessi settori diversi dell’assistenza sanitaria e non possa essere ricondotto esclusivamente alle istanze di un gruppo ristretto di operatori.
Che cosa significa una tariffa sanitaria
A ogni visita, esame diagnostico o prestazione riabilitativa erogata nell’ambito del SSN viene associato un valore economico di riferimento.
Non si tratta, salvo quanto previsto per il ticket, della cifra pagata direttamente dal cittadino. La tariffa attribuisce invece un valore all’attività svolta dalla struttura pubblica o privata accreditata che eroga la prestazione.
Dentro quel valore devono trovare spazio i costi del personale, dei materiali e delle tecnologie, ma anche quelli relativi a manutenzione, energia, sicurezza e organizzazione. Se la stima non corrisponde alle condizioni concrete nelle quali il servizio viene prodotto, l’intero meccanismo rischia di indebolirsi anche quando, formalmente, i conti appaiono equilibrati.
L’annullamento del decreto del 2024
Il nuovo confronto nasce anche da una vicenda giudiziaria che ha reso necessaria una revisione del lavoro precedente.
Il decreto del 25 novembre 2024 è stato annullato dal TAR del Lazio con efficacia differita. Questa soluzione ha consentito alle istituzioni di predisporre un nuovo provvedimento evitando, nel frattempo, un vuoto operativo.
Tra gli aspetti problematici emersi figuravano l’utilizzo di dati di costo riferiti agli anni 2015 e 2016 e un’istruttoria giudicata insufficiente per alcune prestazioni. Da qui la necessità di rivedere il metodo e costruire un sistema tariffario fondato su elementi più solidi e comprensibili.
La nuova rilevazione del Ministero
Nei primi mesi del 2026 il Ministero della Salute ha quindi avviato una nuova raccolta di informazioni presso strutture pubbliche e private accreditate.
Alla rilevazione hanno aderito più di cento realtà presenti in quindici regioni. Dopo la verifica della coerenza delle informazioni trasmesse, 63 strutture sono state considerate utilizzabili ai fini delle elaborazioni.
Da questo lavoro è nato il nuovo schema sul quale, il 23 luglio, è stata raggiunta l’intesa in Conferenza Stato-Regioni e che deve ora completare il proprio iter formale.
Il provvedimento interviene su 448 prestazioni specialistiche, per le quali è previsto un incremento tariffario medio del 5,8 per cento, e su 222 codici relativi all’assistenza protesica. L’entrata in vigore del nuovo regime è prevista per il 21 settembre.
La nuova rilevazione presenta una base più ampia rispetto alla precedente. Restano, tuttavia, alcuni interrogativi sul metodo utilizzato.
Solo in determinate aree è stato possibile ricostruire analiticamente il costo della singola prestazione. In molti altri casi, a causa della scarsità di dati analitici ritenuti affidabili, le elaborazioni sono state effettuate attraverso gruppi omogenei e centri di costo.
Il rischio evidenziato dall’UAP è che il risultato medio di una categoria possa apparire sostenibile pur contenendo prestazioni adeguatamente remunerate accanto ad altre il cui valore resta inferiore ai costi necessari per erogarle. Una media complessivamente equilibrata potrebbe quindi non mostrare le difficoltà economiche legate a specifici esami che continuano comunque a essere richiesti dai pazienti.
Il caso dei laboratori sotto le 200 mila prestazioni
Uno dei punti più delicati riguarda la diagnostica di laboratorio.
I dati delle strutture che effettuano meno di 200.000 prestazioni annue non sono stati inseriti nell’analisi economica. La soglia è collegata al processo di riorganizzazione della rete, orientato a favorire economie di scala, maggiore automazione e standard produttivi uniformi.
Il modello punta a concentrare la lavorazione nei laboratori di dimensioni maggiori, mantenendo contemporaneamente sul territorio una rete capillare di punti prelievo.
Un’organizzazione di questo tipo può produrre benefici sul piano dell’efficienza, a condizione che il costo della prossimità non diventi un elemento secondario e che le strutture più piccole non siano costrette a operare con parametri economici costruiti sulle caratteristiche dei grandi centri.
La questione assume un peso particolare nelle aree interne e nei comuni con una popolazione ridotta, dove raggiungere una struttura sanitaria può comportare spostamenti e tempi significativi.
In questi territori l’utilità di un presidio non può essere misurata soltanto attraverso il numero degli esami effettuati. La presenza di un servizio vicino può ridurre gli spostamenti delle persone fragili, facilitare la continuità dei controlli e consentire di intercettare esigenze sanitarie che, diversamente, rischierebbero di essere rinviate.
Il tema diventa quindi quello del modello sanitario che si intende costruire: una rete nella quale sostenibilità economica, qualità e prossimità riescano a convivere oppure un sistema nel quale la presenza capillare dei servizi dipenda progressivamente da un numero limitato di grandi strutture.
Il confronto con il Friuli-Venezia Giulia
Un ulteriore elemento di discussione arriva dal Friuli-Venezia Giulia.
Per 89 prestazioni relative alla diagnostica per immagini e alla riabilitazione, che nello schema nazionale restano valorizzate secondo gli importi del 2024, la Regione ha effettuato una ricostruzione analitica dei costi considerando personale, lavoro, apparecchiature, manutenzione e materiali.
Nel confronto realizzato dall’UAP, 77 tariffe regionali risultano superiori ai corrispondenti valori nazionali.
La differenza, da sola, non permette di stabilire quale delle due valutazioni rappresenti correttamente il costo delle prestazioni, poiché ogni territorio presenta caratteristiche specifiche. La frequenza con cui emerge questo scostamento rende però necessario, secondo l’Unione, comprenderne con precisione le ragioni.
Le Regioni hanno la possibilità di riconoscere tariffe superiori a quelle nazionali, finanziando la maggiore spesa attraverso i propri bilanci.
Questo significa che i territori dotati di maggiori risorse possono compensare più facilmente eventuali insufficienze, mentre le Regioni sottoposte a piani di rientro dispongono di margini decisamente più limitati.
Il valore nazionale dovrebbe quindi costituire una base comune sufficientemente credibile, evitando che l’effettiva garanzia dei Livelli essenziali di assistenza finisca per dipendere dalla capacità finanziaria della singola amministrazione regionale.
Non è una contrapposizione tra pubblico e privato
Interpretare la questione esclusivamente come uno scontro tra sanità pubblica e privata sarebbe fuorviante.
Le strutture private accreditate operano all’interno della programmazione del Servizio sanitario nazionale e sono sottoposte a controlli, budget e tariffe stabiliti dal sistema pubblico.
Se la remunerazione di una prestazione non riesce a coprirne i costi, nelle strutture private accreditate possono ridursi i volumi di attività e gli investimenti. Nelle aziende pubbliche, invece, la differenza grava direttamente sui bilanci e può sottrarre risorse ad altri servizi.
La forma dello squilibrio cambia, ma l’effetto finale può essere lo stesso: una minore capacità complessiva della rete sanitaria.
Il legame con le liste d’attesa
È in questo passaggio che il tema delle tariffe si incrocia con quello delle liste d’attesa.
Non esiste un rapporto automatico tra i due fenomeni. I tempi necessari per ottenere una prestazione dipendono anche dal numero di professionisti disponibili, dall’appropriatezza delle prescrizioni, dalla gestione delle agende, dall’efficienza dei CUP e dalla distribuzione delle risorse.
Resta però un problema evidente: se garantire una determinata prestazione diventa economicamente sempre più difficile, l’offerta può diminuire mentre la domanda dei pazienti resta invariata. La conseguenza è una maggiore pressione sulle strutture che continuano ad assicurarla.
I dati relativi al primo semestre del 2026 indicano un miglioramento, senza tuttavia mostrare una risposta ancora completa alla domanda sanitaria.
Le prenotazioni sottoposte a monitoraggio sono aumentate da 13,3 a 14,9 milioni. Rispetto allo stesso periodo del 2025, più di 1,6 milioni di visite ed esami aggiuntivi sono stati effettuati entro i tempi stabiliti.
Il miglioramento riguarda soprattutto le prestazioni classificate con priorità urgente e breve.
Resta però fuori dai tempi massimi il 21,5 per cento delle prime visite e il 15,4 per cento degli accertamenti diagnostici. Tradotto nella quotidianità significa che oltre una prima visita su cinque e circa un esame diagnostico su sei non vengono ancora assicurati entro i limiti previsti.
Per il singolo paziente, lo scarto tra un dato statistico in miglioramento e il pieno rispetto dei tempi può significare settimane di attesa, un approfondimento diagnostico posticipato o l’avvio più tardivo di una terapia.
L’appuntamento del 9 settembre
Durante la conferenza stampa del 9 settembre l’UAP presenterà dati, analisi e argomentazioni a sostegno delle proprie richieste, con l’obiettivo di ottenere una risposta istituzionale prima dell’entrata in vigore prevista del nuovo regime tariffario.
La conferenza, tuttavia, non potrà determinare direttamente né una revisione delle tariffe né una modifica della metodologia utilizzata. Qualunque intervento successivo dipenderà dalle decisioni che saranno assunte dal Ministero.
Al di là degli aspetti tecnici, il confronto sulle tariffe riguarda il modello di assistenza sanitaria che il Paese intende sostenere.
Un sistema tariffario adeguato deve rendere economicamente possibili prestazioni sicure e accessibili, riconoscere i costi necessari per produrle e favorire l’efficienza senza trasformarla in una progressiva perdita di prossimità dei servizi.
Strutture pubbliche e private accreditate partecipano alla risposta allo stesso bisogno sanitario. Per questo il peso delle decisioni economiche non può essere valutato soltanto attraverso tabelle e percentuali: la verifica decisiva resta la capacità concreta del sistema di garantire al cittadino una visita, un esame o una prestazione nel momento in cui il suo percorso di cura ne determina la necessità.
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