La Procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti e chiede agli Stati Uniti anche documenti non ancora pubblicati. Polonia, Norvegia e Lettonia riferiscono di attendere risposte alle proprie richieste di assistenza giudiziaria. Dopo milioni di pagine desecretate, il nodo non è più soltanto sapere cosa contengono i file, ma capire se potranno diventare strumenti reali di indagine
Il 19 agosto avevamo scritto che la trasparenza sugli Epstein Files stava finendo davvero in tribunale.
Allora il punto era il contenzioso aperto negli Stati Uniti sull’accesso ai documenti non oscurati, insieme alle nuove iniziative investigative in Europa.
Oggi quella domanda arriva anche in Italia.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti, sugli Epstein Files e ha trasmesso una rogatoria alle autorità statunitensi per acquisire documentazione relativa alla vicenda, compresi atti che non sono stati resi pubblici.
Ed è una distinzione essenziale.
Dalle carte a un’indagine italiana
L’inchiesta romana, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, nasce dall’esposto presentato il 26 marzo dall’associazione Differenza Donna.
L’associazione aveva chiesto di verificare l’esistenza di eventuali reati transnazionali collegati alla tratta, alle violenze sessuali e allo sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minorenni, partendo proprio dai documenti pubblicati negli Stati Uniti.
Nei file sono presenti riferimenti a persone, relazioni, spostamenti e località italiane.
Ma ancora una volta occorre fermarsi prima del salto più semplice — e più pericoloso.
Una rubrica telefonica non è una sentenza.
Una fotografia non è automaticamente una prova di complicità.
Un incontro, un viaggio o una corrispondenza devono essere inseriti nel loro contesto e verificati.
È precisamente questo il lavoro della magistratura.
Ed è per questo che la rogatoria inviata agli Stati Uniti rappresenta il passaggio più importante.
Il punto sono gli atti che non vediamo
All’inizio del 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato la pubblicazione di circa 3,5 milioni di pagine nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act.
Il materiale comprende anche migliaia di video e decine di migliaia di immagini. Il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di avere applicato oscuramenti per proteggere le vittime e altre informazioni sensibili e continua a mantenere una propria Epstein Library ufficiale.
Una quantità di materiale enorme.
Ma il caso Epstein sta dimostrando qualcosa che avevamo già evidenziato nella nostra precedente inchiesta:
Perché un conto è ciò che un cittadino può consultare su un sito.
Un altro è ciò che un magistrato può acquisire formalmente, utilizzare, verificare e incrociare con testimonianze, documenti bancari, spostamenti e altre prove.
Ed è proprio per questo che Roma ha chiesto anche materiale che non è stato ancora pubblicato.
Non è soltanto un problema italiano
Il nodo della cooperazione con gli Stati Uniti sta emergendo anche altrove in Europa.
Secondo quanto dichiarato da autorità giudiziarie e investigative al Washington Post, Polonia, Norvegia e Lettonia hanno inviato richieste di assistenza giudiziaria agli Stati Uniti nell’ambito delle rispettive indagini collegate agli Epstein Files.
La Procura nazionale polacca ha chiesto, tra l’altro, documenti non oscurati relativi agli eventuali aspetti polacchi del caso.
L’unità norvegese per i reati economici Økokrim ha confermato di avere richiesto materiale agli Stati Uniti, mentre la polizia lettone ha riferito di avere inviato più richieste di assistenza giudiziaria senza avere ancora ricevuto risposta.
Anche le autorità britanniche hanno cercato di ottenere documentazione originale e non oscurata per le proprie indagini.
Il Dipartimento di Giustizia statunitense non afferma di avere rifiutato la cooperazione. Ha dichiarato di non commentare lo stato delle singole richieste di assistenza giudiziaria e ha sostenuto di non avere rifiutato assistenza alle giurisdizioni che stanno indagando su possibili reati collegati a Epstein.
Dunque non possiamo parlare, allo stato degli atti, di un rifiuto americano.
Possiamo però registrare un fatto:
Ed è una differenza giornalisticamente decisiva.
La trasparenza incontra la cooperazione giudiziaria
Questa è forse la nuova frontiera degli Epstein Files.
Per mesi il dibattito pubblico si è concentrato su una domanda:
Poi è arrivata una seconda domanda:
Adesso ne emerge una terza, forse ancora più importante:
È qui che la trasparenza smette di essere soltanto un principio politico e diventa uno strumento concreto di giustizia.
Perché una democrazia non è trasparente soltanto quando permette ai cittadini di vedere milioni di pagine.
Lo è quando consente alle istituzioni chiamate a indagare di accedere alle prove necessarie per verificare ciò che quelle pagine suggeriscono.
Intanto negli Stati Uniti lo scontro continua
Anche sul fronte americano restano aperte forti tensioni.
Il finanziere Leon Black, che aveva avuto rapporti economici con Epstein, non si è presentato il 3 settembre alla deposizione richiesta dalla House Oversight Committee e ha contestato davanti a un tribunale la legittimità dei subpoena emessi dalla Commissione.
Black nega qualsiasi coinvolgimento negli abusi di Epstein e sostiene che l’indagine congressuale abbia oltrepassato i propri poteri. La Commissione difende invece la legittimità della propria attività investigativa.
Anche qui non siamo davanti a una prova di responsabilità personale.
Siamo davanti a un altro conflitto sull’accesso alle informazioni.
Ed è questo il filo che continua a tenere insieme pezzi apparentemente differenti della vicenda.
Dai nomi alle responsabilità
La tentazione degli Epstein Files è sempre stata quella della lista.
Chi c’è?
Quale politico?
Quale imprenditore?
Quale personaggio famoso?
È comprensibile.
Ma è anche il modo più semplice per perdere il centro della storia.
E per rispondere non bastano milioni di documenti pubblicati online.
Servono indagini.
Cooperazione tra Stati.
Prove utilizzabili.
Testimonianze.
E soprattutto il rispetto di quelle donne e ragazze che non possono essere trasformate, ancora una volta, in comparse di una storia costruita intorno ai nomi dei potenti.
Il 19 agosto concludevamo la nostra inchiesta con una domanda:
Oggi possiamo aggiungerne un’altra.
Perché gli Epstein Files non sono più soltanto un archivio da aprire.
Sono diventati una prova per le istituzioni che devono decidere cosa fare di ciò che quell’archivio contiene.
FONTI E DOCUMENTI CONSULTATI
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- U.S. Department of Justice – Epstein Files Transparency Act ed Epstein Library.
- ANSA – aggiornamenti sull’indagine della Procura di Roma e sulla rogatoria trasmessa agli Stati Uniti.
- RaiNews – sviluppi dell’indagine italiana sugli Epstein Files.
- The Washington Post, 9 settembre 2026 – richieste di assistenza giudiziaria di Polonia, Norvegia, Lettonia e sviluppi europei.
- Reuters – procedimento relativo a Leon Black e House Oversight Committee.
Francesco Mazzarella @riproduzione riservata
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