Una generazione affida ai chatbot studio e informazione. Dai numeri della ricerca tedesca, una riflessione su fiducia, identità e custodia dell’umano
C’è un dato che dovrebbe farci fermare, e non riguarda la potenza dei sistemi di intelligenza artificiale. Riguarda la credibilità che i più giovani ripongono in loro. Una ricerca tedesca, lo JIM Study 2025 – un sondaggio rappresentativo condotto su un campione di 1200 giovani di età compresa tra i dodici e i diciannove anni – ripresa dal sito di Galaxus.it in un pezzo della giornalista Debora Pape dal titolo “Imparare con l’IA: il 74 percento dei giovani si fida dei chatbot”, racconta un passaggio che nelle statistiche sull’innovazione spesso sfugge: non stiamo assistendo soltanto all’adozione di uno strumento, ma alla consegna di una parte della nostra formazione a un interlocutore che non ha volto, né responsabilità, né coscienza.
I numeri colpiscono per la rapidità dell’evoluzione. “Il 91 percento dei giovani tra i dodici e i diciannove anni utilizza almeno un’applicazione di IA”, in netta crescita rispetto al 62 percento del 442024.
ChatGPT è lo strumento dominante, adoperato dall’84 percento degli intervistati, con “metà dei bambini” che vi ricorre più volte alla settimana. Il 70 percento si serve dell’IA anche per cercare informazioni generali, e “il 57 percento dei giovani considera affidabili i risultati generati dall’IA”.Questo rappresenta il ritratto preciso di una generazione che sta cambiando il modo di ragionare.
Colpisce, in particolare, la trasformazione della funzione d’uso. L’articolo lo riassume con precisione: l’IA “passa dall’intrattenimento all’ausilio per l’apprendimento”. Il 54 percento chiede alla macchina di mostrargli come si fa qualcosa; l’uso per puro divertimento è l’unico motivo in calo, sceso al 47 percento, mentre restano marginali gli impieghi creativi, come generare immagini, video e musica. Lo studio rileva anche una differenza di atteggiamento: i più giovani tendono a servirsi dell’IA per piacere, mentre gli adulti la impiegano soprattutto per scopi conoscitivi.
Emerge poi un quadro ambivalente, che è la parte più interessante. “Circa il 60 percento dei giovani crede che l’IA aiuti a superare le sfide sociali”, nei settori del clima, della mobilità, della medicina. Ma quasi altrettanti temono che “possa escludere le persone dalle professioni”, e il 37 percento esprime preoccupazione in generale. Solo il 35 percento si dichiara bravo nel riconoscere un deepfake, mentre il 40 percento della fascia più giovane non ha mai sentito quella parola. La ricerca segnala infine una differenza di genere: “il 44 per cento” delle ragazze esprime riserve sull’IA, contro “solo il 31 percento dei ragazzi”.
Come ha osservato Papa Leone XIV nel Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, l’intelligenza artificiale “non è più una semplice sfida tecnologica, ma una questione antropologica”. Il punto è decisivo, ed è quello che le cifre dello JIM Study rendono tangibile: se un ragazzo su due considera attendibile ciò che gli restituisce un sistema generativo, non parliamo di uno strumento in più, ma di una trasformazione nel modo in cui si esercita l’intelligenza.
Manuel Castells, sociologo spagnolo, aveva descritto la società in rete come un “individualismo connesso”: solitudini che si incontrano nei flussi. Oggi il quadro richiede un aggiornamento, perché quelle connessioni non avvengono più soltanto tra persone: avvengono con sistemi che apprendono dai nostri dati per restituirci versioni di noi stessi più prevedibili e più appetibili. È quella che possiamo chiamare socialità algoritmica: una solitudine che non dialoga con un’altra solitudine, ma con una macchina che simula la comprensione.
C’è poi la questione delle disuguaglianze, che Ulrich Beck, sociologo tedesco, ci ha insegnato a leggere con la sua teoria della società del rischio: i pericoli moderni non colpiscono tutti allo stesso modo, seguono le tracce della stratificazione sociale. Nel caso dell’IA il divario è cognitivo prima che digitale: da una parte chi usa questi sistemi per pensare meglio, dall’altra chi, non sapendoli interrogare, finisce per pensare sempre meno.
E infine c’è il tema dell’identità. Il sociologo britannico Anthony Giddens spiegava che la nostra identità è un progetto in continua evoluzione, un lavoro interiore fatto di desideri e resistenze. Giddens, però, non poteva prevedere un interlocutore come l’intelligenza artificiale: una tecnologia capace di capirci al volo e di offrirci risposte prima ancora che finiamo di formulare le domande. In questo modo, la nostra identità rischia di non essere più il frutto di una nostra scelta, ma di una previsione della macchina. E un’identità già predetta diventa inevitabilmente limitata. Il vero pericolo non è che la tecnologia ci rubi l’identità, ma che riesca a convincerci che il profilo che ha creato per noi sia il nostro autentico modo di essere.
I numeri dello studio raccontano una generazione che cerca strumenti per studiare, per capire e per orientarsi in un mondo complicato. L’affidamento ai chatbot è la risposta a un mondo adulto spesso troppo distratto per accorgersi dei loro bisogni, a famiglie che non hanno gli strumenti per accompagnarli e a un’epoca che chiede competenze nuove ogni anno.
Il compito che ci attende non è vietare, ma educare. Significa insegnare a interrogare la macchina invece di crederle, a riconoscere un contenuto generato, a chiedersi chi ha costruito uno strumento e con quali dati è stato addestrato. Significa rivendicare i tempi lenti del pensiero contro la velocità della risposta automatica. Significa, come ricorda l’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, abitare il futuro con discernimento, sapendo che nessuna innovazione potrà sostituire lo sguardo di un insegnante, la pazienza di un genitore, la cura di una comunità che educa.
Custodire l’umano, al tempo dell’intelligenza artificiale, è una scelta quotidiana fatta di piccole resistenze e di gesti apparentemente inutili: il tempo dedicato all’altro, senza la pretesa di ottenere qualcosa in cambio, la domanda che nessuno aveva posto, il dubbio coltivato quando sarebbe più comodo affidarsi a una risposta pronta.
Il vero rischio non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che noi smettiamo di esercitare quelle forme di intelligenza che sfuggono agli algoritmi: quelle della pazienza, della compassione, della creatività. E il fatto che leggiamo, analizziamo e discutiamo questi numeri è già, in sé, una forma di custodia.
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