Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe

Dopo quasi tre anni centinaia di migliaia di bambini tornano alle lezioni in presenza. Quasi tutti gli edifici scolastici sono stati danneggiati e molte classi vivono in tende e spazi provvisori. Tornare a scuola, però, significa anche provare a ricostruire relazioni, tempi e una piccola parte di quotidianità.

Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe

i sono luoghi nei quali preparare una classe significa aprire una porta, sistemare i banchi, scrivere una data sulla lavagna.

A Gaza, oggi, può significare molto altro.

Trovare una tenda. Recuperare uno spazio dentro un edificio danneggiato. Distribuire quaderni e matite. Cercare acqua. Fare entrare dei bambini che per quasi tre anni non hanno più conosciuto la scuola come l’avevano conosciuta prima.

E poi cominciare una lezione.

Non è il ritorno alla normalità. È il tentativo di ricostruirne un piccolo pezzo.

Tornare in presenza dopo quasi tre anni

Il nuovo anno scolastico nella Striscia di Gaza è iniziato il 19 settembre 2026.

Secondo Reuters, centinaia di migliaia di studenti sono tornati alle lezioni in presenza per la prima volta in quasi tre anni.

Ma parlare semplicemente di “riapertura delle scuole” rischia di produrre un’immagine che non corrisponde alla realtà.

Perché moltissime di quelle scuole, semplicemente, non esistono più nelle condizioni in cui esistevano prima della guerra.

I numeri dell’istruzione a Gaza

Secondo UNICEF, circa il 98% degli edifici scolastici della Striscia risulta danneggiato.

Oltre il 93% necessita di una ricostruzione completa o di interventi importanti e circa l’81% degli edifici scolastici è stato colpito direttamente.

UNICEF ha stimato inoltre circa 658.000 bambini in età scolare da riportare all’apprendimento.

Sono numeri che cambiano il significato stesso dell’espressione “tornare a scuola”.

Una scuola può essere anche una tenda

Nei mesi precedenti alla riapertura, l’istruzione non era scomparsa completamente.

Organizzazioni internazionali e realtà umanitarie avevano costruito una rete di spazi temporanei di apprendimento.

OCHA riferiva che nella prima metà del 2026 circa 435 mila bambini avevano potuto accedere a forme strutturate di istruzione attraverso centinaia di questi spazi.

Alla vigilia del nuovo anno scolastico risultavano operativi 359 spazi temporanei di apprendimento, gestiti da 22 partner umanitari.

Erano state predisposte oltre 155 mila borse scolastiche e più di mille kit didattici.

A Khan Younis e Deir al-Balah alcune aule precedentemente utilizzate come rifugi per persone sfollate erano state nuovamente destinate all’insegnamento.

Sono piccoli movimenti dentro una devastazione enorme.

Ma raccontano qualcosa.

Quando l’edificio non c’è più, qualcuno prova comunque a costruire una scuola.

«Non andavo a scuola da tre anni»

Tra gli studenti tornati in classe c’è Moayed Abu Mustafa, di Khan Younis.

Intervistato da Reuters, ha raccontato che non frequentava una scuola da tre anni e ha descritto il ritorno alle lezioni come un momento di gioia e di speranza per il proprio futuro.

Ma le immagini dei bambini nuovamente seduti davanti a un insegnante non devono far pensare che ciò che li circonda sia tornato normale.

Un reportage pubblicato da ABC News Australia racconta lezioni svolte in strutture danneggiate e spazi improvvisati, il caldo dentro le tende, la difficoltà di reperire acqua e bambini che continuano a convivere con la paura.

Una docente racconta anche un’altra conseguenza della guerra: bambini costretti ad assumere responsabilità molto più grandi della loro età.

È qui che il ritorno a scuola assume un significato che supera il recupero delle materie perdute.

Non soltanto matematica e grammatica

Un bambino ha bisogno di imparare a leggere, scrivere, fare di conto.

Ma ha bisogno anche di sapere che domani, possibilmente, esisterà qualcosa che assomiglia a oggi.

Una campanella. Un orario. Un insegnante. Un compagno seduto accanto. Una domanda alla quale provare a rispondere. Una ricreazione. Una pagina da terminare.

Sono cose ordinarie.

Ed è proprio la loro ordinarietà a renderle straordinarie quando intorno quasi nulla è ordinario.

Per UNICEF, gli spazi educativi creati nella Striscia non servono infatti soltanto all’apprendimento. Sono anche luoghi nei quali offrire attività ricreative, protezione e sostegno psicosociale ai bambini.

La scuola torna così alla sua funzione più elementare e forse più profonda: essere un luogo di relazione.

La scuola come relazione

Possiamo ricostruire un edificio.

Possiamo consegnare un libro.

Possiamo montare una tenda.

Ma educare richiede sempre qualcosa di più.

Richiede qualcuno che insegni e qualcuno che impari.

Qualcuno che aspetti un bambino la mattina.

Qualcuno che pronunci il suo nome.

Qualcuno che gli dica che esiste ancora un domani per il quale vale la pena prepararsi.

La scuola è anche questo: una relazione che introduce il futuro nel presente.

Ed è forse per questo che una classe organizzata tra edifici distrutti e tende può raccontare qualcosa che nessuna statistica riesce completamente a misurare.

Non chiamiamola normalità

Sarebbe sbagliato concludere dicendo che Gaza sta tornando alla normalità.

Non è così.

Le infrastrutture scolastiche sono devastate. Molti bambini hanno vissuto lutti, sfollamenti, paura e interruzioni prolungate dell’istruzione. Le condizioni materiali nelle quali si insegna rimangono estremamente difficili.

Una tenda non sostituisce una scuola.

Una borsa con alcuni quaderni non cancella ciò che un bambino ha attraversato.

E tornare a sedersi davanti a un insegnante non significa avere lasciato la guerra alle spalle.

Ma proprio per questo vale la pena guardare ciò che sta accadendo.

Non per cercare una consolazione.

Per riconoscere una risposta.

Perché mentre una parte enorme degli edifici scolastici di Gaza deve essere ricostruita, qualcuno ha già cominciato a ricostruire ciò che viene prima dei muri:

la relazione educativa.

Un insegnante.
Un bambino.
Un quaderno.
Una lezione.

E, almeno per qualche ora, la possibilità di immaginare che esista ancora un domani.

Luci di speranza

La speranza raccontata qui non consiste nel dire che la situazione di Gaza stia tornando normale.

Consiste nel documentare qualcosa di molto più piccolo e concreto: mentre quasi tutto intorno deve essere ricostruito, insegnanti, famiglie, organizzazioni umanitarie e bambini stanno provando a ricostruire uno spazio nel quale sia ancora possibile imparare.

Non cancella la devastazione. Ma esiste dentro di essa.

Nota editoriale

Perché inseriamo questa storia nelle  “Luci di speranza”

“Luci di speranza” non indica necessariamente buone notizie e non vuole attenuare la gravità dei contesti raccontati.

La situazione dell’istruzione nella Striscia di Gaza rimane drammatica. I dati disponibili documentano una distruzione vastissima delle infrastrutture scolastiche e condizioni estremamente difficili per studenti, famiglie e insegnanti.

La luce che raccontiamo è un fatto diverso e circoscritto: la ricostruzione di spazi educativi e il ritorno di bambini e insegnanti a una relazione scolastica in presenza nonostante quelle condizioni.

Fatti verificati: ripresa dell’anno scolastico in presenza; diffusione degli spazi temporanei di apprendimento; gravissimi danni agli edifici scolastici; distribuzione di materiale didattico.

Testimonianze: le esperienze individuali di studenti e insegnanti riportate dalle fonti giornalistiche citate.

Analisi editoriale: la lettura della scuola come luogo non soltanto di apprendimento ma anche di relazione, continuità e ricostruzione della quotidianità.

L’inserimento della storia nelle “Luci di speranza” non costituisce quindi una valutazione positiva della situazione generale di Gaza, ma documenta una risposta umana concreta all’interno di una realtà che rimane drammatica.

Fonti

UNICEF – State of Palestine, Education Humanitarian Situation Update, 30 aprile 2026
Dati sul danneggiamento degli edifici scolastici, sulla necessità di ricostruzione e sulla popolazione scolastica coinvolta.
Documento UNICEF
UNICEF – Children in Gaza need urgent international support to get them back learning
Approfondimento sul ritorno all’apprendimento, sugli spazi educativi temporanei e sulla funzione educativa e psicosociale della scuola.
Approfondimento UNICEF
United Nations OCHA – Humanitarian Situation Report, 4 settembre 2026
Dati sugli spazi temporanei di apprendimento, sui materiali scolastici e sul recupero di aule precedentemente utilizzate come rifugi.
Rapporto OCHA
United Nations OCHA – Humanitarian Situation Report, 16 luglio 2026
Dati sull’accesso di centinaia di migliaia di bambini a forme strutturate di apprendimento nella prima metà del 2026.
Rapporto OCHA
Reuters – 21 settembre 2026, “Gaza students return to in-person schooling for first time in three years”
Documentazione del ritorno alle lezioni in presenza e testimonianza dello studente Moayed Abu Mustafa.
ABC News Australia – 27 settembre 2026
Reportage sulle condizioni nelle quali alcuni bambini di Gaza stanno tornando alle lezioni, comprese tende e strutture danneggiate.
Leggi il reportage
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