NAZA, perché vederlo e farlo vedere

NAZA, perché vederlo e farlo vedere

Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un obiettivo, una probabilità e la tecnologia aumenta la distanza dalle conseguenze delle nostre decisioni.

Nota editoriale

Questo articolo distingue deliberatamente tra fatti documentati, testimonianze raccolte dal documentario NAZA, posizioni ufficiali delle parti coinvolte e interpretazione giornalistica dell’autore. Le dichiarazioni dei 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano rappresentate nel film sono testimonianze anonime: la loro presenza nel documentario non equivale, di per sé, a un accertamento giudiziario dei singoli fatti raccontati. Sono riportate inoltre le contestazioni formulate dalle Israel Defense Forces e il lavoro di verifica dichiarato dagli autori e dalle testate giornalistiche coinvolte nell’inchiesta.

L’articolo non afferma che sistemi di intelligenza artificiale decidano autonomamente chi colpire, né attribuisce alla tecnologia una responsabilità morale propria. La riflessione proposta riguarda invece il rapporto tra strumenti tecnologici, linguaggio, distanza operativa e responsabilità delle persone che prendono parte ai processi decisionali. Il riferimento agli attacchi del 7 ottobre 2023 è mantenuto come parte necessaria del contesto storico e non viene utilizzato né per giustificare né per attenuare eventuali violazioni successive. Dove il testo formula domande sulla disumanizzazione e sulla responsabilità, si tratta esplicitamente di analisi e interpretazione editoriale.

C’è un dato che, da solo, racconta qualcosa. NAZA era arrivato nelle sale italiane come evento di tre giorni, dal 28 al 30 settembre. Nei primi due giorni ha superato 1,09 milioni di euro di incasso e 146 mila spettatori, conquistando il primo posto al box office italiano. La programmazione è stata quindi prolungata oltre la finestra inizialmente prevista. [1] [2]

Per un documentario di questo tipo non è un risultato ordinario.

Ma forse la domanda interessante non è quanti lo stanno guardando.

È perché dovremmo guardarlo.

E, ancora di più, perché potrebbe avere senso non limitarsi a vederlo individualmente, ma farlo diventare occasione di confronto nelle scuole, nelle comunità, nei gruppi, nei luoghi di formazione e nelle famiglie.

Non perché NAZA contenga tutta la verità sulla guerra di Gaza.

Non la contiene.

Nessun documentario di ottanta minuti potrebbe farlo.

Ma perché ci costringe a osservare qualcosa che rischia di rimanere invisibile: il modo in cui una persona può progressivamente scomparire dietro una procedura.

Ventiquattro voci dall’interno

NAZA è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di No Other Land, il documentario vincitore dell’Oscar nel 2025. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, NAZA ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. [3]

Il film è costruito attorno alle testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano. Le loro identità sono protette e le conversazioni sono state filmate prevalentemente di notte sui tetti di Tel Aviv. [4]

Il titolo stesso contiene già una parte della questione.

“NAZA” richiama un acronimo militare utilizzato per indicare il cosiddetto danno collaterale, cioè anche il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco. [3]

Che cosa succede quando una vita umana entra dentro un sistema come un numero?

Quando la persona diventa un dato

La guerra ha sempre avuto bisogno di distanza.

Distanza fisica dal nemico. Distanza psicologica. Distanza linguistica.

Non diciamo più necessariamente uomo, donna, bambino.

Diciamo obiettivo. Target. Danno collaterale. Probabilità. Soglia accettabile.

NAZA aggiunge a questa distanza una dimensione che riguarda profondamente il nostro tempo: la tecnologia.

Le testimonianze raccolte nel documentario descrivono sistemi di sorveglianza, elaborazione dei dati e strumenti basati anche sull’intelligenza artificiale impiegati nel processo di individuazione dei possibili obiettivi. Il film sviluppa precedenti inchieste pubblicate da The Guardian, +972 Magazine e Local Call. [3] [4]

Ed è forse qui che il film incontra una questione che va ben oltre questo conflitto.

La tecnologia può consentirci di vedere più lontano, elaborare più informazioni, individuare più velocemente qualcosa o qualcuno.

Ma può anche aumentare la distanza tra l’azione e la percezione delle sue conseguenze.

Un essere umano osservato attraverso uno schermo può diventare un punto.

Un’abitazione una coordinata.

Una famiglia una probabilità statistica.

Non è la tecnologia, da sola, a prendere necessariamente la decisione. Ma la tecnologia può modificare il modo in cui l’essere umano percepisce ciò su cui sta decidendo.

Ed è una domanda che non riguarda soltanto gli eserciti.

Riguarda la società digitale che stiamo costruendo.

Il problema del “piccolo ingranaggio”

C’è un altro elemento che il documentario porta in primo piano: la frammentazione della responsabilità.

Qualcuno raccoglie informazioni.

Qualcun altro sviluppa o utilizza un sistema.

Un altro individua l’obiettivo.

Un altro ancora autorizza.

Qualcun altro esegue.

Ogni persona può vedere soltanto una parte del processo.

Quando una decisione viene distribuita tra molte persone, procedure e tecnologie, di chi è la responsabilità finale?

È facile sentirsi un piccolo ingranaggio.

“Il mio compito era tecnico.”

“Non ero io a decidere.”

“Mi occupavo soltanto di quella parte.”

Eppure una catena di decisioni rimane fatta di persone.

È forse una delle questioni più inquietanti poste da NAZA: quanto sia possibile partecipare a un sistema senza percepirsi pienamente responsabili del risultato prodotto da quel sistema.

Ma un documentario non è un tribunale

Proprio perché le accuse e le testimonianze contenute nel film sono estremamente gravi, NAZA deve essere guardato anche con gli strumenti del giornalismo.

Le 24 fonti sono anonime. Lo spettatore non può quindi verificarne direttamente identità, ruolo e grado di conoscenza dei singoli fatti raccontati.

L’esercito israeliano ha respinto le accuse formulate nel film e ha contestato, tra gli altri aspetti, proprio l’uso delle testimonianze anonime, sostenendo che dall’esterno non sia possibile verificarne identità, incarichi e coinvolgimento nei fatti descritti. [5]

The Guardian, produttore del documentario e testata che ha partecipato alle precedenti inchieste sulle quali il film si basa, ha invece affermato che le testimonianze delle fonti confidenziali sono state verificate nell’ambito di oltre tre anni di lavoro giornalistico. [6]

Il contesto che non può essere cancellatoIl 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco coordinato contro Israele. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha riferito, sulla base di fonti israeliane, di oltre 1.200 persone uccise, almeno 809 delle quali civili, e di almeno 252 persone rapite e portate a Gaza. La stessa Commissione ha documentato gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui uccisioni di civili e presa di ostaggi. [7]

Guardare NAZA non richiede di cancellare tutto questo.

E raccontare il 7 ottobre non rende meno necessario interrogarsi su ciò che è accaduto dopo.

Le due realtà possono essere guardate contemporaneamente.

È forse proprio questo uno dei compiti più difficili del giornalismo e della coscienza: non avere bisogno di cancellare il dolore dell’uno per riconoscere quello dell’altro.

Perché allora farlo vedere?

Non per dire a qualcuno che cosa deve pensare di Israele.

Non per costruire un’altra tifoseria.

Non per sostituire una propaganda con un’altra.

E neppure per trasformare un film in una sentenza.

Lo farei vedere per fermarci davanti ad alcune domande.

  • Che cosa accade quando il linguaggio rende più sopportabile ciò che nella realtà sarebbe insopportabile?
  • Che cosa cambia quando una persona diventa un numero?
  • Che cosa succede quando una procedura distribuisce la responsabilità fino quasi a farla scomparire?
  • Uno schermo modifica il nostro rapporto con le conseguenze delle nostre azioni?
  • La distanza tecnologica modifica anche la nostra responsabilità morale?

Sono interrogativi che NAZA porta dentro una guerra, ma che appartengono anche al mondo nel quale viviamo.

Vederlo insieme

Forse è questa la ragione più interessante per far vedere un documentario come NAZA.

Non organizzare semplicemente una proiezione.

Organizzare una conversazione dopo la proiezione.

In una scuola, per esempio, non chiederei ai ragazzi: “Chi ha ragione?”.

Chiederei piuttosto:

In quale momento, nel film, avete smesso di vedere un numero e avete ricominciato a vedere una persona?

E poi aggiungerei una seconda domanda:

Esistono situazioni nella nostra vita digitale nelle quali facciamo o diciamo qualcosa proprio perché lo schermo ci impedisce di vedere immediatamente le conseguenze sull’altro?

A quel punto Gaza non sarebbe più soltanto qualcosa che accade a migliaia di chilometri da noi.

La domanda arriverebbe molto più vicino.

Perché la disumanizzazione non comincia necessariamente con una bomba.

Può cominciare molto prima.

Comincia ogni volta che dell’altro resta soltanto una categoria.

Un profilo.

Un numero.

Un nemico.

Un dato.

Uscire dalla sala senza una risposta

Forse un buon documentario non dovrebbe consegnarci una risposta pronta.

Dovrebbe renderci più difficile continuare a utilizzare quelle che avevamo prima.

È possibile uscire da NAZA contestando alcune sue scelte.

È possibile domandarsi che cosa manchi.

È possibile cercare altre fonti, ascoltare altre testimonianze e verificare le accuse che presenta.

Anzi, dovremmo farlo.

Ma rimane una domanda dalla quale è più difficile sottrarsi:

Che cosa succede all’essere umano quando smette di vedere nell’altro un essere umano?

Non riguarda soltanto Israele.

Non riguarda soltanto Gaza.

Non riguarda soltanto la guerra.

Riguarda ogni sistema nel quale tecnologia, linguaggio e distanza rischiano di separarci dalle conseguenze delle nostre azioni.

Per questo NAZA può diventare qualcosa di più di un film da vedere.

Può diventare una domanda da abitare insieme.

E forse il modo più serio di farlo vedere non è dire agli altri quale conclusione devono trarne.

È restare, dopo che lo schermo diventa nero, abbastanza a lungo da ascoltare quello che quella domanda provoca in ciascuno di noi.

Francesco Mazzarella
© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella
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