Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo

Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar Rosso. Ma proprio sull’altra porta della rotta, Bab el-Mandeb, la guerra torna ad allargarsi

Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo

Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar Rosso. Ma proprio sull’altra porta della rotta, Bab el-Mandeb, la guerra torna ad allargarsi

redici giorni fa siamo andati a guardare lo Stretto di Hormuz e abbiamo trovato quasi il vuoto. Nel nostro precedente approfondimento, “Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte”, avevamo documentato il crollo del traffico commerciale attraverso uno dei passaggi strategici più importanti del pianeta. Il 21 settembre risultavano due transiti commerciali tracciabili, il giorno successivo tre. Prima dell’attuale conflitto erano circa 125 le grandi navi commerciali che attraversavano quotidianamente quel braccio di mare.

La fotografia era impressionante. Ma una fotografia, per capire davvero una trasformazione, qualche volta non basta.

Siamo tornati a guardare.

E quello che sta accadendo racconta qualcosa forse ancora più importante: il petrolio sta tornando a circolare, ma il sistema che lo trasporta non è più quello di prima.

Quasi sei milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso

Il ministro saudita dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato il 6 ottobre che il flusso attraverso l’East-West Pipeline ha raggiunto 5,8 milioni di barili al giorno.

È l’arteria che attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest, collegando le aree petrolifere del Golfo al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Riyadh la sta utilizzando per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e mantenere le esportazioni nonostante la crisi.

Circa 4 milioni di barili di greggio al giorno vengono attualmente dirottati attraverso questa infrastruttura: una quantità equivalente a circa il 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale.

Il cambiamento in tredici giorni

23 settembre: Hormuz appare quasi vuoto nei dati delle navi tracciabili.

6 ottobre: l’East-West Pipeline saudita trasporta 5,8 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso.

Settembre: i flussi petroliferi dei Paesi del Golfo, escluso l’Iran, sono risaliti complessivamente a oltre l’81% dei livelli precedenti alla guerra.

Greggio e condensati: circa 91% dei livelli prebellici.
Prodotti raffinati: circa 60%.

È proprio quest’ultimo dato a impedire una conclusione troppo semplice.

Dire che “il petrolio è tornato” non significa dire che la crisi sia finita. Il greggio riesce nuovamente a muoversi in quantità considerevoli, ma diesel, carburante per aerei e altri prodotti raffinati restano molto più indietro. E trasportare energia è diventato più costoso, complesso e rischioso.

Il sistema si adatta

I dati di Vortexa mostrano che a settembre i flussi petroliferi dai Paesi del Golfo, Iran escluso, hanno raggiunto in media 19,2 milioni di barili al giorno, contro i 23,6 milioni precedenti alla guerra.

L’Arabia Saudita è stata il motore principale della ripresa: le sue esportazioni di greggio sono aumentate fortemente rispetto ad agosto.

Non significa che Hormuz sia diventato irrilevante. Al contrario: grandi quantità di petrolio continuano ad attraversarlo e i transiti sono tornati a crescere.

Significa però che produttori, compagnie e governi stanno imparando ad adattarsi a uno dei punti più vulnerabili del commercio mondiale.

Oleodotti terrestri. Terminal alternativi. Trasbordi. Navi che in alcuni casi attraversano le zone più pericolose riducendo la propria visibilità elettronica.

Il sistema energetico non ha eliminato il rischio. Sta imparando a conviverci.

Ma dall’altra parte c’è Bab el-Mandeb

Qui la storia cambia nuovamente.

Il petrolio che raggiunge Yanbu arriva sul Mar Rosso. Per dirigersi verso l’Europa può risalire verso il Canale di Suez; per muoversi verso l’Oceano Indiano deve invece confrontarsi con un altro passaggio strategico: Bab el-Mandeb.

Ed è precisamente lì che nelle ultime ore la guerra yemenita è tornata a muoversi.

Le forze del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenute dall’Arabia Saudita hanno riconquistato diverse aree intorno allo stretto. Associated Press ha documentato la ripresa di Dhubab e di altre località strategiche. Il governo yemenita sostiene di avere ottenuto il controllo effettivo dello stretto, ma la completa neutralizzazione della capacità Houthi di minacciare la navigazione non può ancora essere considerata dimostrata.

Il punto, quindi, non è affermare che Bab el-Mandeb sia diventato sicuro.

È osservare che proprio mentre il sistema energetico cerca alternative a Hormuz, aumenta il valore strategico dell’altra porta del Mar Rosso.

La guerra raggiunge anche il territorio saudita

Nella serata del 5 ottobre sono stati colpiti anche gli aeroporti sauditi di Jazan e Najran, vicino al confine con lo Yemen.

L’Autorità generale dell’aviazione civile saudita ha confermato tre feriti lievi e danni materiali. Gli attacchi arrivano mentre gli Houthi rivendicano operazioni con missili e droni contro obiettivi sauditi e mentre Riyadh intensifica il proprio sostegno alle forze governative yemenite.

Anche qui bisogna fermarsi prima di trasformare la coincidenza geografica in una spiegazione.

Non abbiamo elementi per affermare che gli attacchi agli aeroporti siano stati compiuti per colpire la strategia saudita di aggiramento di Hormuz.

Abbiamo però davanti due processi contemporanei e documentabili: l’Arabia Saudita sta trasferendo quantità enormi di petrolio verso il Mar Rosso e il conflitto yemenita sta tornando a investire sia l’area di Bab el-Mandeb sia il territorio saudita.

Il paradosso del petrolio

Ed è qui che compare il paradosso più interessante.

Mentre la guerra si allarga, il mercato sta reagendo alla maggiore disponibilità di greggio. Il Brent è tornato sotto la soglia dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni del 6 ottobre, anche grazie alla ripresa delle esportazioni mediorientali e all’utilizzo coordinato delle riserve di emergenza.

Il rischio geopolitico cresce, ma almeno per il momento il sistema energetico riesce ad assorbirne una parte.

È forse questa la vera notizia.

Quando il 23 settembre abbiamo raccontato “Hormuz quasi vuoto”, abbiamo visto quanto il mondo fosse vulnerabile alla chiusura di pochi chilometri di mare.

Oggi vediamo l’altra faccia della stessa storia: quanto velocemente quel sistema sia capace di cercare un’altra strada.

Ma ogni nuova strada crea nuove dipendenze.

Hormuz conduce al Golfo. Yanbu conduce al Mar Rosso. Il Mar Rosso conduce verso Suez da una parte e Bab el-Mandeb dall’altra.

E Bab el-Mandeb è nuovamente dentro una guerra.

Il petrolio, dunque, ha trovato un’altra strada.

Il problema è che la guerra sembra conoscere la stessa geografia.

Nota editoriale

Questo articolo distingue i dati verificabili dalle interpretazioni geopolitiche. I flussi dell’East-West Pipeline, la ripresa delle esportazioni petrolifere del Golfo, gli attacchi agli aeroporti sauditi e l’avanzata delle forze governative yemenite nell’area di Bab el-Mandeb sono elementi documentati dalle fonti citate. Le affermazioni delle parti coinvolte nel conflitto vengono riportate come tali quando non risultano verificabili indipendentemente.

La contemporaneità tra diversificazione delle rotte energetiche e intensificazione del conflitto nel Mar Rosso costituisce una correlazione strategicamente rilevante, ma non dimostra che le operazioni militari in Yemen o gli attacchi contro obiettivi sauditi siano stati causati dalla strategia energetica di Riyadh.

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