7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro
Ho scelto di scrivere questo articolo perché, a tre anni dal 7 ottobre, sento il rischio che persino la memoria sia diventata un luogo nel quale siamo chiamati a schierarci.
Ricordare la strage compiuta da Hamas non significa dimenticare Gaza. Guardare ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza non significa cancellare le vittime israeliane del 7 ottobre.
Non voglio mettere sullo stesso piano storie, fatti e responsabilità differenti. Voglio provare a fare qualcosa che oggi sembra molto più difficile: tenere insieme lo sguardo sulle persone.
Perché quando il dolore dell’altro diventa accettabile soltanto se appartiene alla parte che sentiamo vicina, abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.
Questo articolo nasce da qui. Non dalla ricerca di un’equidistanza, ma dal tentativo di non diventare indifferenti davanti a nessuna vittima.
Francesco Mazzarella
Alle 6.29 del mattino, tre anni fa, cominciò tutto.
Le sirene. I razzi. Gli uomini armati che attraversavano il confine. Le case dei kibbutz. Il festival Nova. Le persone che correvano, quelle che cercavano un riparo, quelle che telefonavano ai familiari.
Poi i morti.
Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Altre 251 furono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.
Numeri ripetuti così tante volte da correre il rischio più terribile: che diventino soltanto numeri.
Ma dietro 1.200 ci sono vite interrotte. Dietro 251 ci sono persone e famiglie che hanno atteso per mesi, e in alcuni casi per anni, una liberazione, una notizia, il ritorno di un corpo.
Questa mattina, esattamente alle 6.29, il presidente israeliano Isaac Herzog e la moglie Michal hanno acceso una candela commemorativa a Gerusalemme. A Kfar Aza, uno dei kibbutz travolti dall’attacco, gli abitanti hanno ricordato in silenzio le persone uccise.
Tre anni dopo, gli ostaggi del 7 ottobre non sono più trattenuti a Gaza. Ma questo non significa che quella storia sia conclusa.
Una strage non ha bisogno di un “ma”
Forse bisogna ricominciare proprio da qui.
Il 7 ottobre fu una strage.
Civili furono assassinati nelle loro case. Giovani furono uccisi mentre partecipavano a un festival. Famiglie furono distrutte. Uomini, donne, bambini e anziani furono rapiti.
Non serve aggiungere immediatamente un “ma”.
Non serve cercare una frase che attenui quella realtà.
La memoria delle vittime merita uno spazio nel quale possa semplicemente essere memoria.
Ed è possibile farlo senza trasformarla in uno strumento politico.
Perché riconoscere fino in fondo il dolore israeliano non significa approvare automaticamente tutto ciò che è accaduto dopo.
Esattamente come riconoscere fino in fondo il dolore palestinese non significa giustificare ciò che accadde il 7 ottobre.
Sembrerebbe una distinzione elementare.
Tre anni dopo scopriamo quanto sia diventata difficile.
Poi venne Gaza
Dopo il 7 ottobre è arrivata la guerra.
E anche qui i numeri rischiano di proteggerci dalla realtà anziché raccontarcela.
Secondo le autorità sanitarie della Striscia, più di 74.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. UNICEF riferisce che almeno 1,3 milioni di persone risultano ancora sfollate e che il 97,5 per cento delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto.
Un cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non ha chiuso la guerra. Gli attacchi sono continuati e la ricostruzione procede con enorme difficoltà.
Abbiamo raccontato anche bambini che tornano a studiare tra le macerie.
Non perché Gaza sia tornata alla normalità.
Proprio perché non lo è.
Una tenda trasformata in aula può essere contemporaneamente una luce di speranza e la misura esatta della tragedia che l’ha resa necessaria.
Quando persino il dolore diventa una scelta di campo
Forse una delle conseguenze più profonde di questi tre anni è che abbiamo imparato a dividere persino il dolore.
Se ricordiamo i morti del 7 ottobre, qualcuno domanda immediatamente: «E Gaza?».
Se raccontiamo i bambini morti o le famiglie sfollate a Gaza, qualcun altro risponde: «E il 7 ottobre?».
Come se esistesse una bilancia.
Come se il dolore di una madre israeliana potesse diminuire quello di una madre palestinese.
O viceversa.
Non dovremmo chiederci quale dolore pesa di più. Dovremmo domandarci quando abbiamo cominciato ad avere bisogno dell’identità di una vittima prima di decidere se commuoverci.
Israeliana. Palestinese. Ebrea. Musulmana.
Prima ancora di queste parole ce n’è un’altra:
persona.
Ricordare significa anche chiedere responsabilità
La memoria, però, non può diventare soltanto commemorazione.
Tre anni dopo, in Israele continua una domanda che non si è chiusa: come è stato possibile che l’attacco del 7 ottobre avvenisse con quelle dimensioni?
Anche oggi familiari delle vittime e manifestanti hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle falle di sicurezza che precedettero l’attacco. Il governo di Benjamin Netanyahu ha finora resistito alla richiesta di una commissione indipendente.
Quali segnali furono sottovalutati? Quali errori furono commessi? Chi doveva proteggere quelle comunità?
Sono domande che non indeboliscono la memoria delle vittime.
La rendono adulta.
Perché ricordare significa anche impedire che ciò che è accaduto venga consegnato soltanto alla ritualità delle cerimonie.
E la stessa esigenza di responsabilità deve attraversare ciò che è avvenuto dopo.
Ogni guerra produce decisioni. Ogni decisione produce conseguenze. E ogni conseguenza che riguarda la vita dei civili deve poter essere documentata e valutata secondo i fatti e il diritto, non secondo l’appartenenza.
Tre anni dopo
Forse il modo più difficile di ricordare il 7 ottobre è anche il più semplice.
Fermarsi davanti a chi non c’è più.
Senza chiedergli da quale parte della storia si trovasse.
Senza usarlo per dimostrare qualcosa.
Senza trasformare il suo corpo in un argomento.
Ricordare i ragazzi del Nova Festival. Le famiglie dei kibbutz. Gli ostaggi.
E poi avere ancora abbastanza umanità per guardare un bambino palestinese che entra in una scuola costruita sotto una tenda.
Non perché le storie siano uguali.
Non lo sono.
Non perché le responsabilità siano indistinguibili.
Non lo sono.
Ma perché la dignità di una persona non cambia quando cambia il lato del confine nel quale è nata.
Tre anni dopo, forse la domanda che il 7 ottobre continua a consegnarci non riguarda soltanto Israele, Hamas o Gaza.
Riguarda noi.
Quanto dolore dell’altro siamo ancora capaci di guardare senza sentirlo come una minaccia al nostro?
Se per ricordare una vittima abbiamo bisogno di dimenticarne un’altra, allora qualcosa, dentro di noi, quella guerra lo ha già conquistato.
E forse la memoria può cominciare proprio dal gesto contrario:
ricordare senza cancellare.
Fonti
Reuters, 7 ottobre 2026 — “Israelis mark three years since Hamas attack that set off Gaza assault”. Dati sull’attacco del 7 ottobre 2023, commemorazioni, richiesta di un’inchiesta indipendente e situazione nella Striscia di Gaza.
Presidenza dello Stato di Israele, 7 ottobre 2026 — comunicazione ufficiale sull’accensione della candela commemorativa alle ore 6.29 da parte del presidente Isaac Herzog e della First Lady Michal Herzog.
National Insurance Institute of Israel, ottobre 2026 — dati ufficiali relativi alle vittime civili, agli ostaggi e alle persone riconosciute come vittime di atti ostili dal 7 ottobre 2023.
UNICEF, 2026 — Humanitarian Action for Children, State of Palestine: dati aggiornati su minori, sfollamento e danni alle strutture scolastiche nella Striscia di Gaza.
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