Perché un Nobel alla Carson? Io credo che si sia presa in considerazione, al di là delle dichiarazioni di segreteria dell’Accademia del Nobel, l’idea di mito e sacro. In un tempo come il nostro abbiamo bisogno di rimodulare la modernità, di tornare alla classicità antica e di creare una forma riverente che è nel sacro.
Di Pierfranco Bruni
Conoscevo i libri. Una scrittrice dentro il mito e nel chiaro del sacro. Il Premio Nobel per la letteratura 2026 ad Anne Carson è il riconoscimento a una scrittrice che ha saputo rimettere al centro la tradizione classica dentro la sperimentazione linguistica più radicale. Il suo lavoro costituisce una chiave di lettura innovativa per la letteratura contemporanea, perché la classicità non è reperto archeologico ma dialogo costante con i modelli letterari, con la filologia e con l’invenzione poetica.
Nella sua classicità ci sono Saffo, Eschilo, Euripide, Sofocle, Catullo. Tragici greci e poeti latini hanno sempre accompagnato il suo percorso e hanno influenzato il suo modello letterario. Basti pensare a Eros il dolceamaro del 2021 per Utopia, saggio d’esordio fondamentale in cui esamina il desiderio amoroso partendo dai frammenti di Saffo, o ad Autobiografia del Rosso del 2020 per La nave di Teseo, dove il mito di Gerione diventa romanzo in versi. Sono libri in cui la bellezza diventa ricerca costante di una antropologia dell’umanesimo. Il mito per la Carson non è citazione colta. È fondamento.
Ma c’è anche un forte desiderio di ricerca spirituale. La sua poetica pone al centro proprio la convinzione e il significato di una definizione religiosa. La religiosità non è interpretazione della vita, è stare dentro la vita. Questa riflessione l’ha portata a scrivere testi in cui la questione spirituale diventa vera e propria metafisica dell’anima.
Penso al testo Decreazione del 2023 per Utopia, in cui ci sono tre figure femminili che dialogano pur appartenendo a contesti storici completamente diversi. Sono tre donne. Saffo, poesia greca e mito. La mistica medievale Marguerite Porete. La filosofa Simone Weil. Che cosa le accomuna? La ricerca del senso della letizia e del dono, partendo dal mito.
Saffo come espressione del mito, ma soprattutto come espressione di una criticità profonda dentro una dimensione passionale e onirica. La visione spirituale profonda della Porete e il contesto filosofico che diventa ricerca trascendentale di Simone Weil. Non c’è, in queste tre figure, una dissolvenza del linguaggio spirituale. C’è piuttosto la definizione di una scrittura che diventa dono. E in questa visione del dono insiste sempre ciò che non si perde e ciò che resta.
Ecco perché scrive anche un libro dal titolo apparentemente contraddittorio, Economia dell’imperduto del 2020 per Utopia, confronto serrato tra la poesia di Simonide di Ceo e quella di Paul Celan. C’è un passaggio in cui il dono diventa visione cristiana, in cui la possibilità di comunicare le proprie esperienze che diventano esigenze esistenziali vive una autenticità metafisica. L’intreccio tra poesia, prosa e senso del tragico è una chiave di lettura significativa della Carson, visibile anche in Vetro, ironia e Dio del 2023 per Crocetti, che contiene l’acclamato Il saggio di vetro, considerato uno dei vertici della sua poesia.
Altrettanto significativo è il suo paesaggio linguistico in Era una nuvola del 2021 per Crocetti, rilettura della Elena di Euripide. Qui il tragico si fa metafora attraverso Aristofane. La grande metafora della nuvola o delle nuvole porta con sé la cecità profonda e la necessità di raccogliere il linguaggio in un immaginario che è bellezza. La distinzione di fondo in questo modello di ricerca è tra concetto di verità e concetto di menzogna.
Si può notare come nella Carson ci sia profondamente una lezione in cui la riconoscenza metafisica diventa comprensione spirituale. È un vero e proprio modello letterario in cui si pone all’attenzione il mito come chiave di lettura e direi come ermeneutica della grecità, ma anche il sacro come rappresentazione del pensiero religioso. Lo stesso accade in La bellezza del marito del 2022 per La Tartaruga, un saggio romanzo in 29 tanghi dove l’amore coniugale diventa disamina poetica del tradimento, e in Come l’acqua del 2025 per Crocetti, ampia antologia che raccoglie versi e saggi.
Penso in ultimo alla figura di Elena. In Era una nuvola la versione di Elena di Euripide si intreccia con generi diversi. La musicalità della parola diventa musicalità del testo stesso, in cui ciò che era antico diventa marcatamente moderno.
Anne Carson è nata nel 1950 a Toronto. Perché un Nobel alla Carson? Io credo che si sia presa in considerazione, al di là delle dichiarazioni di segreteria dell’Accademia del Nobel, l’idea di mito e sacro. In un tempo come il nostro abbiamo bisogno di rimodulare la modernità, di tornare alla classicità antica e di creare una forma riverente che è nel sacro.
Possiamo sconfiggere il relativismo oggi? Domanda complessa. Io credo che una letteratura che non sia rappresentazione del reale, non sia duplicazione del reale, non sia cronaca, ma sia l’antico della classicità greca che si fa moderno e si rivolge a una missione moderna della religiosità, possa contribuire a dare un vero e proprio senso alla letteratura. Dalla Norma sbagliata del 2024 fino ad Antropologia dell’acqua del 2010 per Donzelli, il suo percorso lo dimostra. Comunque la Carson ci insegna che senza Saffo, senza Euripide, senza Catullo non si capisce il presente. E senza il sacro come dono, come economia dell’imperduto, la letteratura diventa vuoto.
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