In Spagna sette gruppi di giovani lanciano AURA, un progetto che trasforma le sfide digitali in partecipazione, responsabilità e cura delle relazioni
Sette gruppi di adolescenti hanno avviato a Madrid AURA, un percorso per trasformare il benessere digitale in iniziative concrete. Tra sfide collaborative, educazione e protagonismo giovanile, una risposta costruttiva ai rischi delle piattaforme social.
C’è una domanda che attraversa il dibattito sull’educazione digitale e che raramente viene rivolta direttamente ai ragazzi: e se foste proprio voi a indicarci come rendere la rete un luogo migliore?
Siamo abituati a parlare degli adolescenti soprattutto quando qualcosa va storto. Una sfida pericolosa diventa virale, un episodio di cyberbullismo finisce nelle cronache, un ragazzo rimane intrappolato in una relazione digitale violenta. Ci interroghiamo sulle responsabilità delle piattaforme, sui controlli parentali, sull’opportunità di vietare gli smartphone.
Sono questioni serie, che richiedono risposte altrettanto serie.
Ma dalla Spagna arriva una storia che prova a cambiare il punto di osservazione. Non perché neghi i rischi, ma perché parte da una convinzione diversa: i giovani possono essere parte della soluzione, non soltanto destinatari delle nostre preoccupazioni.
Si chiama AURA – Bienestar Digital ed è un progetto educativo che ha appena mosso i primi passi a Madrid.
Sette gruppi, una sfida da affrontare insieme
Dal 2 al 4 ottobre 2026, Casa Don Bosco, nella capitale spagnola, ha ospitato il primo incontro di AURA.
Sette gruppi di adolescenti e giovani, provenienti da Siviglia, León, Vigo, Cartagena, Alcoy e Madrid, si sono ritrovati insieme ai propri educatori per interrogarsi sul rapporto con il mondo digitale.
Il progetto è promosso dalla Coordinadora Estatal de Plataformas Sociales Salesianas e dalla Confederación Don Bosco de Centros Juveniles, con la collaborazione di Salesianos Comunicación. Coinvolge giovani tra i 14 e i 18 anni in un percorso che proseguirà durante l’anno educativo, fino al 2027.
Non un convegno nel quale gli adulti spiegano ai ragazzi che cosa non devono fare. Piuttosto, un laboratorio nel quale le esperienze personali diventano il punto di partenza per costruire qualcosa insieme.
E proprio la prima attività racconta molto dello spirito dell’iniziativa.
Il codice che nessuno poteva recuperare da solo
La sera del 2 ottobre, i partecipanti sono stati coinvolti nell’Operación Código Aura.
Una sfida collaborativa: recuperare i frammenti di un codice costruito attorno a cinque principi fondamentali per vivere il digitale.
La cura, il rispetto, la verità, la responsabilità e la dignità di ogni persona.
Ma c’era una condizione: nessun gruppo poteva completare la missione da solo.
Per riuscirci era necessario collaborare, ascoltarsi, mettere insieme ciò che ciascuno aveva trovato.
Al termine è arrivato il messaggio che gli organizzatori hanno scelto come sintesi dell’esperienza:
«Il Codice Aura non cambia la rete. La cambiano le persone che decidono di viverlo».
Da quell’esperienza sono nati gli Agentes Aura, i giovani chiamati a portare avanti il progetto nei rispettivi territori.
È un dettaglio educativo tutt’altro che secondario.
La sfida, in questo caso, non serve a dimostrare chi è più coraggioso, chi osa di più o chi riesce a ottenere maggiore visibilità.
Serve a scoprire che un obiettivo può essere raggiunto soltanto riconoscendo il contributo degli altri.
La stessa dinamica della challenge, che in alcuni contesti digitali può alimentare competizione ed emulazione, viene utilizzata per generare cooperazione.
Non è una garanzia che ogni comportamento futuro cambierà. È però un modo concreto di sperimentare un’altra forma di appartenenza.
Capire come le piattaforme catturano la nostra attenzione
Durante la seconda giornata, i ragazzi hanno affrontato una questione centrale nella vita digitale contemporanea: il funzionamento delle piattaforme.
Perché continuiamo a scorrere contenuti anche quando avevamo deciso di fermarci? Come vengono progettati gli ambienti digitali per mantenere viva la nostra attenzione? Quanto siamo davvero consapevoli del tempo che trascorriamo davanti agli schermi?
Gli incontri hanno preso avvio dalle esperienze dei partecipanti, confrontando modi differenti di vivere social network e dispositivi digitali.
È stata presentata anche BackToLife, un’applicazione sviluppata da giovani con l’obiettivo di ridurre gli elementi delle piattaforme che favoriscono un utilizzo eccessivo.
Il resoconto degli organizzatori non fornisce ancora risultati indipendenti sull’efficacia dell’applicazione. La sua presenza all’incontro mostra però una possibilità: trasformare una preoccupazione condivisa in un progetto ideato direttamente dai ragazzi.
È una prospettiva che merita attenzione.
Perché educare al digitale non può significare soltanto insegnare a riconoscere un pericolo. Significa anche comprendere gli strumenti, sviluppare senso critico e acquisire la capacità di scegliere.
Che cosa vogliamo far crescere?
La domenica, i partecipanti hanno lavorato su grandi murales collettivi.
Sono emersi problemi conosciuti: disinformazione, cyberbullismo, gestione del tempo trascorso online. Ma anche opportunità, relazioni da custodire e comportamenti da promuovere.
Le riflessioni sono confluite nella rappresentazione di un albero collettivo, accompagnato da una domanda: che cosa vogliamo far crescere?
È forse l’immagine più interessante dell’intero incontro.
Di fronte al digitale possiamo limitarci a individuare ciò che deve essere tagliato, impedito o controllato. Oppure possiamo domandarci anche quali esperienze desideriamo coltivare.
Le due esigenze non si escludono.
La protezione dei minori rimane una responsabilità degli adulti, delle istituzioni e delle piattaforme. Non può essere trasferita sulle spalle degli adolescenti.
Ma proteggerli non significa necessariamente escluderli dalle decisioni che riguardano il loro mondo.
Dall’incontro ai territori: la prova più importante
AURA non si conclude con il fine settimana madrileno.
Ogni gruppo è tornato nel proprio territorio con il compito di progettare e realizzare iniziative di sensibilizzazione e prevenzione rivolte ad altri giovani.
Il percorso prevede quattro fasi:sensibilizzazione, progettazione, realizzazione e valutazione.
Gli educatori accompagneranno i gruppi durante l’anno, sostenendo le iniziative senza sostituirsi ai ragazzi nelle scelte. È previsto un incontro conclusivo nel giugno 2027 per presentare i risultati del lavoro svolto.
Qui occorre mantenere una distinzione importante.
AURA è un’esperienza avviata, non ancora un risultato dimostrato.
Non disponiamo di dati che consentano di affermare che il progetto abbia già ridotto il cyberbullismo, migliorato il benessere psicologico o modificato stabilmente le abitudini digitali dei partecipanti.
Questi effetti andranno eventualmente misurati nel tempo.
Ciò che possiamo documentare oggi è un metodo educativo che attribuisce ai giovani un ruolo attivo e che affida alla relazione, anziché al solo controllo, una parte importante del percorso di crescita.
Ed è proprio questo a rendere la notizia interessante.
La sfida più difficile: fidarsi dei ragazzi
C’è una contraddizione che attraversa spesso il nostro modo di parlare delle nuove generazioni.
Chiediamo agli adolescenti di diventare responsabili, ma talvolta fatichiamo a riconoscere loro uno spazio reale di responsabilità.
Li invitiamo a sviluppare pensiero critico, ma siamo tentati di offrire soltanto risposte già confezionate.
Denunciamo l’isolamento prodotto da alcune esperienze digitali, ma non sempre costruiamo occasioni nelle quali possano sentirsi ascoltati e riconosciuti.
AURA prova a muoversi in un’altra direzione.
Non elimina i problemi. Non sostituisce le necessarie regole di sicurezza. Non assolve le piattaforme dalle loro responsabilità.
Propone però qualcosa che rischiamo di dimenticare: il digitale non è soltanto un insieme di dispositivi, algoritmi e applicazioni. È anche uno spazio nel quale le persone cercano riconoscimento, costruiscono legami e imparano a stare con gli altri.
E se questi legami possono essere feriti, possono anche essere educati, custoditi e trasformati.
Nota editoriale — fr@ncesco Mazzarella
C’è una differenza profonda tra insegnare a un ragazzo a difendersi dal mondo digitale e accompagnarlo a diventare una persona capace di abitarlo responsabilmente.
La prima strada è necessaria, ma da sola non basta. La seconda richiede qualcosa di più impegnativo: fiducia, ascolto, tempo e disponibilità degli adulti a condividere una parte del percorso.
Nel nostro lavoro giornalistico abbiamo raccontato come il bisogno di essere visti possa diventare una vulnerabilità, soprattutto quando qualcuno lo utilizza per manipolare, isolare o esercitare potere.
Ma quello stesso bisogno di riconoscimento può trovare una risposta completamente diversa.
Può diventare partecipazione. Può generare responsabilità. Può trasformarsi nella scoperta che la propria presenza ha valore non per il numero di visualizzazioni ottenute, ma per ciò che riesce a costruire insieme agli altri.
È qui che colloco il significato più profondo della tecnorelazione: non adattare semplicemente le persone alla tecnologia, ma fare in modo che la tecnologia rimanga al servizio della relazione umana.
AURA è ancora una promessa da verificare nei risultati. E sarebbe sbagliato presentarla come una soluzione già raggiunta.
Ma è una promessa che vale la pena seguire.
Perché forse la domanda educativa più importante non è soltanto come impedire ai ragazzi di farsi male nella rete.
È anche quali occasioni stiamo offrendo loro per imparare a prendersi cura degli altri, dentro e fuori dagli schermi.
fr@ncesco Mazzarella
Fonti e documentazione
- Coordinadora Estatal de Plataformas Sociales Salesianas, resoconto dell’incontro AURA, 6 ottobre 2026. Consulta la fonte
- Proyecto AURA – Bienestar Digital, presentazione ufficiale del percorso educativo. Consulta il progetto
- Salesianos España, documentazione sul protagonismo giovanile e sul benessere digitale. Sito ufficiale
Nota metodologica: le informazioni sull’incontro provengono prevalentemente dalle comunicazioni degli organizzatori. Le valutazioni educative sono analisi editoriali e non costituiscono risultati scientificamente misurati.
Resta dentro le notizie che contano
Segui il canale WhatsApp di La Freccia Web per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.
Segui il canale WhatsApp