Gli analisti invitano alla cautela: dalle forniture russe alla tregua energetica ancora da verificare, le contraddizioni di Trump riaprono il confronto sulla guerra, sulle responsabilità dell’Europa e sulle ambiguità della “democrazia americana esportata”. L’attualità della satira di Giorgio Gaber e il difficile cammino verso una pace che richiede autonomia politica e diplomatica
12 Ott. 2026 – Donald Trump tratta con Vladimir Putin sulle forniture di gasolio russo e imprime una nuova svolta alla politica americana sulla guerra in Ucraina. Dopo gli anni della presidenza di Joe Biden, durante i quali Washington ha guidato il sostegno militare e finanziario a Kiev coinvolgendo gli alleati europei, la decisione di allentare le restrizioni sulle esportazioni energetiche russe evidenzia le contraddizioni della strategia statunitense. Gli interessi economici interni sembrano prevalere sugli impegni politici assunti in precedenza, riaprendo il dibattito sulla credibilità degli Stati Uniti e sulle responsabilità di un’Europa che ha sostenuto l’Ucraina con risorse ingenti senza riuscire a costruire una propria iniziativa diplomatica altrettanto incisiva.
Il 9 ottobre Trump ha annunciato un’intesa per immettere sui mercati americano e internazionale oltre 300 mila tonnellate di gasolio russo, con ulteriori quantitativi previsti a novembre e nei mesi successivi. Secondo le ricostruzioni di Reuters e del Financial Times, il piano comprende altre 500 mila tonnellate a novembre, un milione in una fase successiva e possibili forniture aggiuntive. Per agevolare l’operazione, l’amministrazione statunitense ha introdotto una deroga temporanea alle restrizioni sulle esportazioni russe di gasolio. L’obiettivo dichiarato è contenere il costo dei carburanti negli Stati Uniti, aumentato nel contesto della crisi energetica legata alla guerra con l’Iran.
Le prime valutazioni degli analisti invitano tuttavia alla cautela. Reuters ha osservato il 12 ottobre che l’effetto dell’accordo sui prezzi potrebbe essere limitato, anche perché la capacità di raffinazione russa è stata danneggiata dagli attacchi ucraini e le quantità annunciate restano contenute rispetto alle dimensioni del mercato internazionale. Il calo registrato dai contratti sul gasolio dopo l’annuncio non dimostra, da solo, che le forniture si tradurranno in un beneficio significativo per i consumatori. Anche il Financial Times ha segnalato dubbi sulla possibilità che Mosca riesca a rispettare tempi e volumi previsti.
La questione è politica prima ancora che commerciale. Se gli scambi con Mosca tornano convenienti quando aumentano i costi energetici americani, su quali principi si fonda la strategia finora richiesta agli alleati? Trump rivendica il pragmatismo della propria scelta, ma il ritorno del gasolio russo sui mercati mostra quanto rapidamente le dichiarazioni di principio possano cedere il passo alle esigenze economiche interne. La pressione esercitata sul Cremlino rischia così di perdere coerenza proprio quando gli Stati Uniti decidono di riaprire uno spazio commerciale che avevano contribuito a restringere.
Le critiche non provengono soltanto da Kiev o dai governi europei. Come ha riferito l’Associated Press il 12 ottobre, sei senatori statunitensi, appartenenti sia al Partito repubblicano sia a quello democratico, hanno chiesto a Trump di revocare la decisione, sostenendo che l’apertura al gasolio russo contraddice la politica delle sanzioni e rischia di sostenere indirettamente le risorse economiche di Mosca mentre la guerra continua. La contestazione riguarda dunque anche l’efficacia e la coerenza della strategia americana, oltre ai rapporti con gli alleati.
Questa contraddizione, tuttavia, non nasce con Trump. Gli Stati Uniti hanno a lungo presentato i propri interventi internazionali come strumenti di difesa della libertà e di promozione della democrazia. La storia restituisce anche un bilancio più problematico, segnato da guerre devastanti, instabilità e obiettivi politici rimasti incompiuti. L’invasione dell’Iraq del 2003, avviata sotto la presidenza di George W. Bush, fu giustificata anche con accuse sulla presenza di armi di distruzione di massa che non furono trovate. Resta uno degli esempi più gravi delle conseguenze di una guerra fondata su presupposti rivelatisi infondati. L’Afghanistan rappresenta un’altra ferita aperta. L’intervento militare iniziò nel 2001, durante la presidenza sempre di George W. Bush, e proseguì sotto i suoi successori, Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden. Dopo vent’anni di presenza militare occidentale, il ritiro del 2021, deciso da Biden in attuazione dell’accordo negoziato dall’amministrazione Trump con i talebani nel 2020, si concluse con il ritorno dei talebani al potere e il collasso del governo sostenuto da Washington.
La distanza tra i principi democratici proclamati da Washington e la realtà delle sue scelte internazionali appare ancora più evidente con l’operazione militare statunitense in Venezuela del 3 gennaio 2026, culminata nella cattura di Nicolás Maduro, e con la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele.
Reuters ha documentato l’avvio dell’operazione contro l’Iran e, nei giorni scorsi, ha riferito che il conflitto resta aperto, mentre proseguono i tentativi di negoziato.
Il rapporto privilegiato tra Trump e Benjamin Netanyahu ha accompagnato un’escalation dalle conseguenze umane e geopolitiche gravissime. Dall’Iraq all’Afghanistan, fino al Venezuela e all’Iran, si ripropone una logica che invoca la sicurezza per legittimare l’uso della forza, mettendo a rischio la sovranità degli Stati e aggravando l’instabilità internazionale. Quando le armi prevalgono sulla diplomazia e il diritto internazionale viene subordinato agli interessi delle grandi potenze, i principi proclamati rischiano di trasformarsi in strumenti di giustificazione del potere.
In questa contraddizione mantiene tutta la sua attualità il monologo L’America, scritto da Giorgio Gaber con Sandro Luporini nel 1995. Con la sua satira sulla pretesa degli Stati Uniti di presentarsi come promotori ed esportatori della democrazia, Gaber metteva in discussione una narrazione che gli interventi militari e i loro esiti avrebbero continuato a smentire. A distanza di oltre trent’anni, le guerre e le loro conseguenze sottolineano quanto possa essere profonda la distanza tra le promesse di liberazione e la realtàlasciata sconsiderevolmente sul campo . La presidenza Trump accentua questo divario, ma non ne rappresenta l’origine.
La stessa autonomia di giudizio deve valere per l’Ucraina. L’aggressione russa resta una responsabilità. Condannare l’invasione, tuttavia, non significa approvare ogni decisione del presidente ucraino né sostenere senza limiti una strategia militare il cui esito rimane incerto. Le decisioni del governo di Zelensky devono poter essere discusse e valutate, come quelle di qualsiasi altro leader politico.
Il sostegno militare fornito dall’Unione europea, dall’Italia e dagli altri Paesi occidentali pone interrogativi che non possono essere liquidati come cedimenti alla propaganda russa. Quante risorse sono state destinate agli armamenti? Quali risultati sono stati raggiunti? Quale strategia diplomatica accompagna gli aiuti? E soprattutto, quali condizioni potrebbero consentire di passare dalla guerra a un negoziato credibile?
Sempre più si delinea l’impressione che l’Europa abbia seguito troppo spesso le priorità strategiche di Washington, accettando costi economici e politici considerevoli senza riuscire a elaborare una linea diplomatica autonoma. Il sostegno a Kiev può essere motivato dalla difesa della sovranità ucraina, ma non dovrebbe trasformarsi in un assegno in bianco alle scelte militari del governo Zelensky né alle oscillazioni della Casa Bianca. Una politica europea efficace dovrebbe puntare alla sicurezza del continente e alla ricerca di condizioni concrete per una pace giusta e duratura.
La contraddizione americana emerge con particolare evidenza proprio in questi giorni. Mentre per anni Washington ha chiesto agli alleati di mantenere la pressione sulla Russia, Trump adesso tratta direttamente con Putin quando il mercato energetico e le esigenze interne degli Stati Uniti lo richiedono. L’intesa sul gasolio rischia di indebolire la pressione economica su Mosca senza garantire, almeno per ora, progressi concreti verso la fine delle ostilità. Il presidente americano ha presentato l’operazione come una risposta al caro carburanti, ma le riserve espresse da analisti e parlamentari statunitensi mostrano che i benefici attesi restano incerti.
Per l’Italia, l’accordo non garantisce una riduzione immediata del prezzo del diesel. L’effettivo arrivo delle forniture, l’andamento dei mercati internazionali, i costi di distribuzione e la fiscalità concorrono a determinare il prezzo finale. Un eventuale beneficio per famiglie e imprese resta quindi da verificare. Sul piano politico, invece, la questione è già concreta. Roma deve contribuire a una politica europea capace di valutare costi, risultati e prospettive diplomatiche senza dipendere automaticamente dalle decisioni americane.
L’11 ottobre Trump ha inoltre annunciato sui social una tregua energetica tra Russia e Ucraina, sostenendo che entrambe le parti avessero accettato di interrompere gli attacchi alle rispettive infrastrutture. L’annuncio, tuttavia, non è stato accompagnato da dettagli sulle condizioni e sulle modalità di attuazione e non ha ricevuto una conferma reciproca. Il giorno successivo, il presidente ucraino Zelensky ha denunciato la prosecuzione degli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche, compreso un impianto nell’area di Kharkiv. Secondo l’Associated Press, il Cremlino non aveva confermato l’intesa e il portavoce Dmitrij Peskov aveva dichiarato che i contatti erano ancora in corso. Kiev si è detta disponibile a sospendere gli attacchi contro gli impianti energetici russi se Mosca farà altrettanto. In assenza di un accordo confermato da entrambe le parti e di garanzie verificabili, non è possibile considerare la tregua un risultato diplomatico consolidato, secondo quanto diffuso da Associated Press, l’11 e il 12 ottobre.
L’accostamento tra l’accordo commerciale sul gasolio e l’annuncio della tregua è politicamente significativo. Da una parte, Washington apre uno spazio alle forniture russe con l’obiettivo di contenere i prezzi; dall’altra, Trump presenta come raggiunta un’intesa che, almeno al 12 ottobre, non risulta confermata da Mosca e non ha fermato gli attacchi segnalati da Kiev. La diplomazia richiede accordi verificabili, impegni reciproci e meccanismi di attuazione. Gli annunci presidenziali, da soli, non bastano a dimostrare che le condizioni per la pace siano cambiate.
Gli scenari restano aperti. L’intesa sul gasolio potrebbe produrre benefici limitati sui prezzi e offrire nuove entrate a Mosca. Potrebbe anche diventare un punto di partenza per una trattativa più ampia, purché le aperture commerciali siano accompagnate da impegni reciproci e passi concreti verso la fine delle ostilità. Se invece Washingtoncontinuerà a modificare unilateralmente la propria linea, l’Europa rischierà di trovarsi ancora una volta esposta alle decisioni di un alleato che privilegia i propri interessi nazionali.
La pace non può essere affidata alla propaganda di una potenza né al prolungamento indefinito del conflitto.
La vera prova per l’Europa e per l’Italia è recuperare autonomia politica e capacità negoziale. La democrazia perde credibilità quando viene invocata per giustificare gli interessi dei più forti e accantonata quando entra in conflitto con le convenienze economiche. Quanto alla pace, l’orizzonte resta incerto. Sarà difficile avvicinarla finché le grandi potenze continueranno a subordinare la ricerca di una soluzione politica ai propri vantaggi strategici ed economici. Per l’Europa, sottrarsi a questa logica significherebbe assumersi finalmente la responsabilità di una politica estera autonoma, capace di difendere i propri interessi e di lavorare concretamente per la fine della guerra.
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