Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa

Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari dall’Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana

di Francesco Mazzarella

EDITORIALE | ESTERI — 15 ottobre 2026

Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa

Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari  dall’Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana.

di Francesco Mazzarella

A Gaza, la ricostruzione non si misura soltanto contando gli edifici rimessi in piedi. Si misura anche dalla possibilità di acquistare del pane, trovare un indumento per l’inverno, procurarsi il necessario per una famiglia. È in questi gesti quotidiani che una comunità comincia a recuperare autonomia dopo la devastazione.

Il 15 ottobre 2026 arriva un nuovo segnale della fragilità di questo processo. Le merci commerciali hanno smesso di entrare attraverso i canali di approvvigionamento israeliani, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane e confermato dagli operatori palestinesi del trasporto. Restano invece segnalati ingressi di aiuti umanitari e di merci provenienti dall’Egitto.

La distinzione è essenziale. Non siamo di fronte alla conferma di una chiusura assoluta di ogni rifornimento, ma a un’interruzione che interessa una componente fondamentale dell’economia quotidiana della Striscia.

Due versioni, una conseguenza concreta

Il COGAT, organismo israeliano incaricato del coordinamento delle attività civili nei territori palestinesi, sostiene che i commercianti di Gaza abbiano sospeso il coordinamento delle importazioni a seguito di richieste economiche avanzate da Hamas.

Secondo la ricostruzione israeliana, sarebbe stato richiesto un pagamento di 10.000 shekel per camion e una quota delle vendite in contanti.

Hamas e gli organismi governativi di Gaza contestano la descrizione di queste somme come imposte obbligatorie. I rappresentanti dei trasportatori palestinesi, inoltre, attribuiscono alle restrizioni israeliane la responsabilità dell’interruzione.

Le ricostruzioni restano contrapposte. Non disponiamo di elementi indipendenti sufficienti per stabilire quale versione descriva completamente le cause della sospensione.

Ma una cosa emerge con chiarezza: quando i flussi commerciali si interrompono, sono le famiglie a subirne le possibili conseguenze.

Gli aiuti sono indispensabili. Ma non sostituiscono una società che funziona

Gli aiuti umanitari sono fondamentali per la sopravvivenza della popolazione. Eppure una società non può ricostruirsi soltanto attraverso la distribuzione di beni di emergenza.

Un mercato funzionante consente alle persone di scegliere, ai commercianti di lavorare, alle famiglie di organizzare la propria vita. Permette, almeno in parte, di uscire dalla condizione di dipendenza assoluta.

La portavoce del Norwegian Refugee Council, Shaina Low, ha ricordato ad Associated Press che il settore umanitario non può soddisfare da solo tutti i bisogni della popolazione e che il funzionamento dei mercati resta necessario.

Non è soltanto una questione economica. È una questione di dignità e di capacità di decidere della propria quotidianità.

Il problema era già visibile

Nel rapporto dell’11 settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, OCHA, aveva documentato una situazione commerciale estremamente fragile.

Tra il 31 agosto e il 6 settembre erano stati registrati 881 carichi commerciali raccolti nella Striscia dal settore privato. Il 28% trasportava beni non essenziali, mentre i prezzi dei prodotti di base restavano molto elevati rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.

Il rapporto sottolineava inoltre la vulnerabilità di un sistema logistico concentrato su pochi punti di accesso.

La sospensione segnalata oggi si inserisce dunque in un contesto già compromesso. Non crea da sola tutte le difficoltà, ma rischia di aggravare squilibri esistenti.

Una scuola aperta non basta, se intorno manca la vita

Nei mesi scorsi abbiamo raccontato i tentativi di restituire ai bambini di Gaza luoghi e occasioni per imparare, anche tra le macerie.

Quelle esperienze conservano tutto il loro valore.

Ma la ricostruzione educativa non può essere separata dalle condizioni materiali delle famiglie. Un bambino ha bisogno di una scuola, certamente. Ha bisogno anche di cibo, di un riparo adeguato, di vestiti e di adulti che possano provvedere alla vita quotidiana.

La scuola rappresenta una possibilità di futuro. Il funzionamento dei mercati e dei servizi rende quel futuro più concretamente abitabile.

Non si tratta di contrapporre gli aiuti umanitari al commercio, ma di riconoscere che entrambi svolgono funzioni necessarie e differenti.

La domanda che resta aperta

Le prossime ore diranno se la sospensione sarà temporanea o se produrrà conseguenze più durature.

Sarà necessario verificare quanti camion entreranno effettivamente, quali merci saranno disponibili, come cambieranno i prezzi e se verranno adottate misure per ripristinare i flussi.

Non possiamo ancora parlare di un nuovo collasso alimentare provocato da questi due giorni di interruzione. Possiamo però riconoscere il rischio che una situazione già precaria subisca un ulteriore peggioramento.

La ricostruzione di Gaza non riguarda soltanto ciò che si deve portare dentro la Striscia. Riguarda anche la possibilità di restituire alle persone le condizioni per vivere, lavorare, scegliere e costruire relazioni sociali.

Perché un territorio non torna a vivere quando riceve soltanto ciò che gli serve per sopravvivere. Torna a vivere quando i suoi abitanti possono ricominciare a costruire il proprio domani.


Nota editoriale — Francesco Mazzarella

Raccontare Gaza attraverso il numero dei camion può essere necessario. Ma non è sufficiente.

Dietro ogni rifornimento interrotto ci sono persone che cercano di organizzare una giornata normale in condizioni tutt’altro che normali.

Mi colpisce soprattutto questa contraddizione: parliamo di ricostruzione, di scuole, di futuro, mentre perfino la possibilità di acquistare ciò che serve rimane esposta a decisioni e conflitti che le famiglie non possono controllare.

La solidarietà è indispensabile. Ma non dovrebbe trasformarsi in una condizione permanente di dipendenza.

Ricostruire significa anche restituire libertà quotidiana: la possibilità di scegliere, lavorare, educare i figli e immaginare qualcosa oltre l’emergenza.

È lì, nella vita ordinaria che prova a ricominciare, che si misura la concretezza della pace.

Francesco Mazzarella


Fonti e documentazione

  1. Associated Press, 15 ottobre 2026 — Sospensione degli ingressi commerciali e conseguenze per la popolazione.
  2. Reuters, 15 ottobre 2026 — Dichiarazioni del COGAT, posizione palestinese e distinzione tra flussi commerciali e umanitari.
  3. Anadolu Agency, 15 ottobre 2026 — Posizione dell’ufficio stampa governativo di Gaza.
  4. OCHA, Humanitarian Situation Report, 11 settembre 2026 — Dati sul commercio, prezzi e vulnerabilità logistiche.
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