Venezia. A Palazzo da Mula, l’incontro promosso dal MASCI – Zona Serenissima da Mar, Murano 1, ha aperto un confronto sui vantaggi e i rischi dell’intelligenza artificiale. Il sociologo dell’Università di Messina affronta il rapporto tra chatbot e solitudine giovanile, le trasformazioni del lavoro e la responsabilità di preservare le relazioni umane per un “Umanesimo digitale “
di Mimma Cucinotta
Venezia, ott. 2026 – L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella nostra quotidianità. Ci aiuta a cercare informazioni e affrontare problemi, ma si spinge sempre più spesso anche nella sfera delle relazioni personali, intercettando bisogni di ascolto e solitudine. In questo spazio, dove le opportunità del progresso si intrecciano con interrogativi profondi sull’identità, sull’educazione e sulla fiducia, siamo certamente al cospetto di una delle sfide più importanti del nostro tempo.
A Murano (Venezia), il 15 ottobre, a Palazzo da Mula, il professor Francesco Pira, associato di Sociologia all’Università di Messina, ha affrontato questi temi nell’intervento “Intelligenza artificiale, nuove responsabilità“, invitando a riflettere sulle conseguenze umane e sociali della trasformazione digitale. Una riflessione che va oltre le potenzialità delle nuove tecnologie e ci richiama a una domanda fondamentale, come innovare senza perdere di vista la persona e ciò che rende autenticamente umane le nostre relazioni?
Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Pira, che durante l’incontro ha approfondito i vantaggi e le paure legati all’intelligenza artificiale, richiamando l’attenzione sulle responsabilità di adulti, famiglie, scuola e istituzioni.
Professore a Palazzo da Mula, a Murano, ha tenuto un intervento dal titolo “Intelligenza artificiale, nuove responsabilità”. Qual è la domanda fondamentale che dovremmo porci di fronte a una tecnologia che sta modificando così profondamente la nostra quotidianità?
“L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più profondamente nella vita quotidiana, modificando il lavoro, l’informazione, i processi educativi, i linguaggi e le relazioni. Di fronte a questa trasformazione non basta più chiedersi che cosa la tecnologia sia capace di fare, occorre comprendere che cosa produce nei rapporti umani e chi risponde di ciò che produce”.
Nel suo intervento ha invitato a superare sia la demonizzazione dell’intelligenza artificiale sia la sua assoluzione incondizionata in nome del progresso. Come possiamo trovare un equilibrio?
“Nessun dispositivo è neutro, ma nessuno è nemico in sé. Dipende dall’uso, dai fini e da chi ne orienta la direzione. La differenza la fanno le scelte umane. E questo è il primo elemento di responsabilità che dobbiamo mettere sul tavolo, non l’oggetto, ma l’orientamento che gli diamo”.
Uno dei temi più delicati riguarda il rapporto tra giovani, solitudine e chatbot. Durante l’incontro ha richiamato un’indagine Ipsos Bva per la Cnil, condotta su 3.800 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni. Che cosa emerge da questa ricerca?
“Secondo l’indagine, circa un giovane europeo su due utilizza chatbot di intelligenza artificiale per discutere di questioni intime o personali. Il fenomeno è stato letto anche attraverso il concetto sociologico di relazione parasociale, cioè il legame che nasce quando una persona attribuisce intimità e reciprocità a un interlocutore che non può realmente restituirle.
Che cosa ci dice questa ricerca sul bisogno di ascolto e di vicinanza delle nuove generazioni?
“Chatbot non crea il bisogno, lo intercetta. Se un ragazzo cerca conforto in una macchina, la questione riguarda il vuoto relazionale che quello strumento occupa. L’intelligenza artificiale non colma la solitudine: la rende abitabile, e così la nasconde. È qui che si gioca la nostra responsabilità più grande come adulti, come scuola, come famiglie”.
L’intelligenza artificiale sta trasformando anche il mondo del lavoro. Quali conseguenze dobbiamo considerare, oltre a quelle economiche e occupazionali?
“L’automazione non pone soltanto un problema occupazionale o economico. Il lavoro rappresenta anche un elemento attraverso il quale le persone costruiscono identità, legami e riconoscimento sociale.
Quando un lavoro scompare, non si perde solo un reddito. Si perde un riconoscimento sociale. Il lavoro, nelle nostre società, è molto più che una fonte di sostentamento: è il modo in cui ci presentiamo agli altri, il luogo in cui costruiamo legami, la misura con cui valutiamo il nostro valore. Se questa dimensione viene meno, il rischio non è solo economico, è identitario”.
Quali decisioni possiamo affidare a un sistema automatico e quali devono invece restare legate alla responsabilità umana?
“Esistono ambiti nei quali non è sufficiente ottenere un risultato tecnicamente corretto. La responsabilità implica la possibilità che qualcuno risponda delle decisioni assunte.
La fiducia non è un’informazione: è una relazione. Quando affido a qualcuno una decisione importante per la mia vita, non delego solo il calcolo, delego la responsabilità. E la responsabilità, per definizione, appartiene a chi può rispondere di ciò che ha fatto. Un sistema automatico non risponde: calcola”
“La riflessione si è soffermata sul rischio dell’antropomorfizzazione, la tendenza ad attribuire significato, intenzionalità e perfino caratteristiche umane a sistemi che ne sono privi. In questo contesto è stata richiamata la nozione di “pareidolia semantica” di Luciano Floridi e sono stati considerati alcuni studi sul rapporto che può svilupparsi fra le persone e le tecnologie conversazionali”.
Quanto conta, in questo processo, la presenza degli adulti, soprattutto quando si tratta di bambini?
“La presenza adulta modifica il modo in cui un bambino interpreta la macchina. Vuol dire che l’antropomorfizzazione è un esito che dipende dal contesto, e il contesto lo costruiamo noi”.
Quali responsabilità dovremmo assumerci per governare questa trasformazione senza perdere di vista le persone?
“Da questa analisi emergono cinque responsabilità, educativa, regolatoria, relazionale, di cura della lentezza e di responsabilità delle parole.
La prima richiede un’alfabetizzazione digitale e critica in ogni ciclo scolastico, estesa anche agli adulti. La seconda richiama il ruolo delle regole e delle piattaforme. La terza impone di ricostruire spazi credibili di ascolto nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità. A queste si aggiungono la necessità di difendere i tempi della riflessione e quella di preservare il valore del linguaggio”.
Il linguaggio è uno degli ambiti nei quali l’intelligenza artificiale sta producendo cambiamenti evidenti. Qual è il rischio di una comunicazione sempre più affidata a sistemi automatici?
“Il rischio non è che la macchina scriva male: è che ci abitui a un linguaggio che funziona e non significa nulla. La cura del linguaggio, oggi, è la forma più elementare di rispetto verso chi ascolta”.
Lei propone un “umanesimo digitale”. Che cosa significa mettere la persona al centro dell’innovazione?
“Il punto di arrivo della riflessione è la proposta di un “umanesimo digitale”, inteso come capacità di mettere la persona al centro dell’innovazione, invece di mettere l’innovazione al centro della persona. Davanti a ogni nuova tecnologia occorre chiedersi non soltanto che cosa permetta di fare, ma soprattutto che cosa produca nelle relazioni umane”.
Significa anche stabilire dei confini, individuando le situazioni nelle quali la presenza e la responsabilità di una persona non possono essere sostituite da una macchina?
“Non si tratta di fermare la tecnologia, fermare tutto sarebbe la risposta più deludente, perché rinunceremmo anche alle cure, agli strumenti contro il cambiamento climatico, a tanti aiuti concreti, ma di orientarla. E orientarla significa custodire alcuni luoghi in cui la fiducia deve continuare a passare da una persona: un giudice, un insegnante, un medico, una madre, una comunità che educa”.
Concludendo, quale responsabilità spetta a ciascuno di noi, nelle famiglie, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, di fronte a un cambiamento che coinvolge l’intera società?
“La differenza la fa sempre l’essere umano: la sua capacità di scegliere, di fermarsi, di chiedersi che cosa sta usando e perché. La tecnologia può amplificare ciò che siamo, la nostra cura o la nostra indifferenza, ma non decide al posto nostro. Nelle case, nelle scuole, nelle aule, nei luoghi di lavoro possiamo orientare questo cambiamento. Nessuna innovazione potrà mai sostituire lo sguardo di una madre, la pazienza di un padre, la voce di un insegnante, la cura di una comunità che educa. La tecnologia può accompagnare, sostenere, facilitare: la direzione resta umana. Non possiamo delegare questa responsabilità. A nessuno. Tanto meno a una macchina”.
L’incontro di Murano, organizzato dal MASCI – Zona Serenissima da Mar, Murano 1, di cui è Magister Margherita Barbini, ha visto la partecipazione di un folto pubblico, che ha interagito con il sociologo siciliano durante oltre un’ora di riflessione sui vantaggi e sulle paure legati all’intelligenza artificiale.
All’iniziativa hanno collaborato Agesci Zona Venezia Isole, Onde di Murano, Società Cooperativa Muranese Mista, Associazione del Patronato di Murano A.p.s. e Circolo Ricreativo Culturale Muranese Aps.
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