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	<title>Editoriale Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 09:19:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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<p>L&#8217;omelia di Leone XIV e il Sinodo 2024 rilanciano una domanda decisiva: le famiglie sono soltanto destinatarie della pastorale o protagoniste della vita della Chiesa? EDITORIALE DI ANALISI &#124; FAMIGLIA&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/18/amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa/">Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="581" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004-300x148.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004-1024x505.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004-768x378.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004-1170x577.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_6004-585x288.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>L&#8217;omelia di Leone XIV e il Sinodo 2024 rilanciano una domanda decisiva: le famiglie sono soltanto destinatarie della pastorale o protagoniste della vita della Chiesa?</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<div>EDITORIALE DI ANALISI | FAMIGLIA E SINODALITÀ</div>
<p class="fm-pip-sottotitolo">L’omelia di Leone XIV, il messaggio conclusivo e il Documento finale del Sinodo 2024 riportano al centro una questione decisiva: le famiglie sono soltanto destinatarie della pastorale o possono contribuire a costruirla?</p>
<div class="fm-pip-firma">di <strong>fr@ncesco Mazzarella</strong> | 17 ottobre 2026</div>
<div class="fm-pip-corpo-articolo">
<p>Dieci anni dopo <em>Amoris laetitia</em>, la questione non riguarda soltanto il modo in cui la Chiesa parla della famiglia, ma il posto che le famiglie occupano nella sua vita.</p>
<p>Il 14 ottobre 2026, in Piazza San Pietro, il cardinale Luis Antonio Tagle ha presieduto la celebrazione eucaristica conclusiva dell’incontro per il decennale dell’esortazione apostolica di Papa Francesco, leggendo l’omelia preparata da Leone XIV.</p>
<p>Al centro della riflessione del Pontefice si trovano l’amore coniugale, l’educazione degli affetti, la stabilità del matrimonio, l’apertura alla vita e la spiritualità familiare. Ma emerge anche un’altra attenzione: quella verso le persone che attraversano situazioni difficili, fragilità e crisi, chiamate a trovare nella comunità cristiana sostegno e protezione dai pregiudizi.</p>
<p>Un’indicazione che acquista ulteriore significato se letta insieme al messaggio conclusivo dell’incontro, datato 13 ottobre. In quel testo Leone XIV auspica che le famiglie partecipino attivamente alla vita delle Chiese locali e contribuiscano al discernimento sulle strade da percorrere.</p>
<p>È un passaggio che merita di essere approfondito.</p>
<p>Perché fra accompagnare una famiglia e riconoscerla come soggetto attivo della comunità esiste una differenza sostanziale.</p>
<p><strong>Ed è proprio in questa differenza che si può individuare una delle principali sfide pastorali del prossimo futuro.</strong></p>
<h2>Leone XIV e Francesco: una continuità da comprendere</h2>
<p>Sarebbe riduttivo leggere l’omelia di Leone XIV come un ritorno alla sola difesa dell’ideale matrimoniale, contrapponendola all’attenzione di Papa Francesco per le fragilità.</p>
<p>I documenti disponibili non sostengono una simile interpretazione.</p>
<p>Già nel messaggio del 19 marzo 2026, in occasione del decimo anniversario di <em>Amoris laetitia</em>, Leone XIV aveva richiamato esplicitamente il valore del discernimento sinodale che aveva accompagnato la nascita dell’esortazione.</p>
<p>Il Pontefice aveva inoltre sottolineato la necessità di continuare ad approfondire l’insegnamento di Francesco, richiamando il capitolo VIII, dedicato all’accompagnamento, al discernimento e all’integrazione della fragilità.</p>
<p>L’omelia del 14 ottobre sviluppa prevalentemente la dimensione spirituale ed educativa della famiglia, mentre il messaggio conclusivo valorizza il contributo delle famiglie stesse alla vita ecclesiale.</p>
<p>Si tratta di testi diversi per finalità e contenuti, che devono essere considerati nel loro insieme.</p>
<p>Non emerge una contrapposizione dichiarata tra i due Pontefici. E non vi sono elementi sufficienti per attribuire a Leone XIV una modifica della disciplina relativa alle situazioni matrimoniali particolari.</p>
<p>La questione giornalisticamente più interessante è dunque un’altra: <strong>come si traduce nella vita delle comunità questa continuità dichiarata?</strong></p>
<h2>Amoris laetitia: non tutte le storie sono uguali</h2>
<p>Quando Papa Francesco pubblicò <em>Amoris laetitia</em>, il 19 marzo 2016, uno degli elementi maggiormente discussi riguardò il rapporto fra la dottrina sul matrimonio e le situazioni familiari che non corrispondono pienamente all’ideale sacramentale.</p>
<p>Il capitolo VIII dell’esortazione, tuttavia, non può essere ridotto alla sola questione dei divorziati che vivono una nuova unione.</p>
<p>Il suo orizzonte è più ampio: riconoscere la complessità delle vicende personali e familiari, senza rinunciare alla proposta cristiana del matrimonio.</p>
<p>Al paragrafo 297 Francesco scrive: «Si tratta di integrare tutti».</p>
<p>Non è una dichiarazione di indifferenza rispetto alle scelte delle persone. È l’indicazione di un metodo pastorale che non può esaurirsi nella classificazione delle situazioni.</p>
<p>Il paragrafo 298 distingue esplicitamente condizioni familiari differenti, ricordando che una nuova unione consolidata nel tempo, con figli e responsabilità assunte, non coincide necessariamente con altre vicende matrimoniali caratterizzate da circostanze diverse.</p>
<p>Il paragrafo 299 affronta poi una questione ancora più concreta: la possibilità di superare, attraverso il discernimento, alcune forme di esclusione dalla partecipazione alla vita liturgica, pastorale, educativa e istituzionale.</p>
<p>Questa indicazione non elimina le distinzioni previste dall’insegnamento e dalla disciplina ecclesiale. Chiede però che siano considerate alla luce delle storie personali, delle responsabilità, della coscienza e dell’effettiva possibilità di integrazione.</p>
<p>È una prospettiva che impedisce di trasformare una condizione matrimoniale nell’unica definizione possibile di una persona.</p>
<p>Una persona separata o divorziata non è soltanto la sua separazione. Chi vive una nuova unione non può essere descritto esclusivamente attraverso la fine del matrimonio precedente.</p>
<p>Esistono responsabilità genitoriali, percorsi di fede, capacità professionali, disponibilità al servizio, relazioni costruite e contributi che possono arricchire la comunità.</p>
<p>Riconoscerli non significa negare la complessità delle situazioni. Significa considerare la persona nella sua interezza.</p>
<h2>Il discernimento non è un’autorizzazione automatica</h2>
<p>Uno dei temi più delicati introdotti da <em>Amoris laetitia</em> riguarda l’eventuale accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia per persone divorziate che vivono una nuova unione.</p>
<p>Su questo punto è necessario evitare semplificazioni.</p>
<p>Il Dicastero per la Dottrina della Fede, nella risposta del 25 settembre 2023 ai quesiti del cardinale Dominik Duka, ha chiarito che l’esortazione apre, in determinati casi, alla possibilità dell’accesso ai sacramenti attraverso un adeguato discernimento personale e pastorale, considerando anche le circostanze che possono attenuare la responsabilità individuale.</p>
<p>Non si tratta di un permesso generalizzato, né di una soluzione automatica.</p>
<p>È un percorso che richiede accompagnamento, formazione della coscienza e valutazione delle situazioni concrete.</p>
<p>L’omelia di Leone XIV del 14 ottobre non entra specificamente in questa materia. Non sarebbe dunque corretto attribuirle decisioni o chiarimenti che il testo non contiene.</p>
<p>Resta invece attuale una domanda più ampia: quanto le comunità sono preparate ad accompagnare davvero questi percorsi, senza trasformare il discernimento in una formalità o, all’opposto, in un giudizio anticipato?</p>
<h2>Il Sinodo 2024: dall’ascolto alla corresponsabilità</h2>
<p>La riflessione sulla famiglia si inserisce in un processo ecclesiale più vasto.</p>
<p>Il Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, approvato il 26 ottobre 2024, dedica ampio spazio alla partecipazione dei fedeli, al discernimento comunitario e alla responsabilità nei processi decisionali.</p>
<p>Il paragrafo 77 invita ad ampliare le opportunità di partecipazione dei laici e delle laiche, anche nei processi di discernimento e nelle responsabilità ecclesiali.</p>
<p>Il paragrafo 87 richiama la necessità di coinvolgere l’intero Popolo di Dio nell’ascolto, nel confronto e nell’elaborazione delle decisioni.</p>
<p>La corresponsabilità, dunque, non viene presentata come una semplice concessione organizzativa, ma come una dimensione della vita ecclesiale.</p>
<p>Il documento precisa, al tempo stesso, che la competenza decisionale propria dei pastori rimane distinta dalla partecipazione dei fedeli. La sinodalità non cancella le responsabilità previste dalla struttura della Chiesa, ma chiede che siano esercitate attraverso autentici processi di ascolto e discernimento.</p>
<p>Il paragrafo 94 introduce un criterio particolarmente impegnativo: la credibilità del cammino sinodale richiede cambiamenti concreti nelle pratiche ecclesiali.</p>
<p>È qui che il messaggio conclusivo di Leone XIV del 13 ottobre 2026 incontra direttamente il percorso del Sinodo.</p>
<p>Se le famiglie sono chiamate a contribuire al discernimento delle Chiese locali, occorre domandarsi quali strumenti rendano effettiva questa partecipazione.</p>
<p>Non basta organizzare incontri in cui qualcuno ascolta e qualcun altro racconta.</p>
<p>È necessario comprendere come le esperienze ascoltate entrino nei processi di elaborazione pastorale, in che modo influenzino le decisioni e attraverso quali strumenti sia possibile verificarne gli esiti.</p>
<p>Queste sono domande di attuazione, non richieste di superamento della struttura ecclesiale.</p>
<h2>La differenza tra essere accolti e appartenere</h2>
<p>Ogni comunità vive attraverso le proprie relazioni.</p>
<p>L’accoglienza può esprimersi in un saluto, in un invito, nella disponibilità all’ascolto. L’appartenenza, però, richiede qualcosa di ulteriore: il riconoscimento della persona come parte della vita comune.</p>
<p>Dal punto di vista relazionale, sentirsi accolti non coincide necessariamente con il sentirsi riconosciuti.</p>
<p>Una persona può partecipare a una celebrazione senza percepire di avere uno spazio autentico nella comunità. Può essere invitata a raccontare la propria esperienza senza che questa contribuisca realmente alla riflessione collettiva.</p>
<p>Si tratta di possibilità, non di una descrizione generalizzata delle parrocchie o dei movimenti ecclesiali. Esistono esperienze differenti, che richiederebbero un’indagine specifica per essere documentate e confrontate.</p>
<p>Proprio per questo occorre evitare due errori opposti: immaginare che tutte le comunità siano escludenti oppure presumere che ogni dichiarazione di accoglienza corrisponda automaticamente a una prassi inclusiva.</p>
<p>Il criterio di verifica non può essere soltanto ciò che una comunità afferma di voler essere.</p>
<p>Occorre osservare anche come costruisce le relazioni, come ascolta le storie delle persone e come riconosce i loro contributi.</p>
<p>Per le famiglie che attraversano separazioni, nuove unioni, difficoltà economiche, lutti, solitudine o situazioni di violenza, l’accompagnamento richiede inoltre attenzione a bisogni molto differenti.</p>
<p>Le risposte non possono essere identiche, perché identiche non sono le esperienze.</p>
<h2>Una sfida anche per associazioni e movimenti ecclesiali</h2>
<p>Il richiamo alla partecipazione riguarda non soltanto le parrocchie e le diocesi, ma anche le associazioni e i movimenti ecclesiali.</p>
<p>Nel Documento finale del Sinodo 2024 viene riconosciuto il contributo che ordini religiosi, associazioni, movimenti e nuove comunità possono offrire allo sviluppo di una Chiesa sinodale.</p>
<p>Ma questo riconoscimento apre inevitabilmente una riflessione sulle pratiche interne.</p>
<p>Come vengono individuate le persone chiamate ad assumere responsabilità? Quale spazio esiste per il confronto? Come vengono valorizzate le competenze? Quanto incidono realmente le esperienze personali e familiari nei processi di discernimento?</p>
<p>Non sono domande rivolte contro una particolare realtà ecclesiale.</p>
<p>Riguardano la coerenza tra una visione della Chiesa fondata sulla comunione e i comportamenti organizzativi attraverso cui tale visione prende forma.</p>
<p>Anche le strutture nate per custodire un carisma possono aver bisogno di verificare periodicamente se le proprie modalità operative continuino a favorirne la vitalità.</p>
<p>È una questione che riguarda la capacità delle istituzioni di rimanere fedeli alla propria missione senza diventare autoreferenziali.</p>
<h2>Dieci anni dopo: ciò che resta da verificare</h2>
<p>I documenti ufficiali permettono di individuare una linea abbastanza chiara.</p>
<p><em>Amoris laetitia</em> ha valorizzato l’accompagnamento e il discernimento delle situazioni familiari.</p>
<p>Il Sinodo del 2024 ha sviluppato il tema della partecipazione e della corresponsabilità ecclesiale.</p>
<p>Leone XIV, nei messaggi del 2026 e nell’omelia del 14 ottobre, ha ribadito la necessità di approfondire e attuare l’insegnamento di Francesco, riconoscendo alle famiglie un ruolo attivo nella missione della Chiesa.</p>
<p><strong>Questi sono gli elementi documentati.</strong></p>
<p>Resta invece da verificare quanto tali orientamenti abbiano trasformato le pratiche concrete delle diocesi, delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti.</p>
<p>Per rispondere servirebbero testimonianze, documenti pastorali, esperienze verificabili e un confronto fra differenti realtà ecclesiali.</p>
<p>Senza questo lavoro non sarebbe corretto affermare che l’attuazione sia fallita. Ma non sarebbe neppure sufficiente considerarla compiuta per il solo fatto che i documenti ne ribadiscono la necessità.</p>
<p><strong>La sfida del prossimo decennio potrebbe essere proprio questa: passare dalla formulazione dei principi alla verifica delle relazioni e dei processi che quei principi dovrebbero generare.</strong></p>
<p>Una famiglia può avere bisogno di essere sostenuta. Ma può anche avere qualcosa da insegnare, da proporre e da donare alla comunità.</p>
<p>Riconoscere questa reciprocità significa superare l’idea di una pastorale in cui alcuni sono sempre chiamati a guidare e altri soltanto a ricevere.</p>
<p>Non per cancellare la diversità delle vocazioni e delle responsabilità, ma per riconoscere che la comunione ecclesiale cresce anche attraverso il contributo di chi vive esperienze differenti.</p>
<p>Dieci anni dopo <em>Amoris laetitia</em>, dunque, la domanda non è semplicemente se la Chiesa abbia imparato a parlare con maggiore attenzione delle famiglie.</p>
<p>È se stia imparando a costruire la propria vita <strong>anche insieme alle famiglie, nelle loro storie concrete</strong>.</p>
<p>Perché una comunità non diventa necessariamente più umana quando moltiplica le dichiarazioni di accoglienza.</p>
<p>Lo diventa quando le persone possono riconoscersi reciprocamente, contribuire al cammino comune e sperimentare che la loro presenza non è soltanto tollerata, ma considerata significativa.</p>
</div>
<aside class="fm-pip-nota-editoriale" aria-label="Nota editoriale dell'autore">
<h2>Nota editoriale | fr@ncesco Mazzarella</h2>
<p>C’è una differenza che considero fondamentale tra essere accolti e sentirsi parte.</p>
<p>Possiamo accogliere una persona senza conoscerla veramente. Possiamo ascoltare la sua storia senza permettere che ci interroghi. Possiamo persino accompagnarla continuando a considerarla soltanto qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto.</p>
<p>La relazione, invece, comincia a diventare reciproca quando riconosciamo che anche l’altro può contribuire a trasformare il nostro modo di vedere, comprendere e costruire la comunità.</p>
<p>Questo vale nelle famiglie, nelle relazioni personali, nelle istituzioni e, naturalmente, nella Chiesa.</p>
<p>Credo che <em>Amoris laetitia</em> abbia aperto un cammino che non può essere misurato soltanto attraverso il numero di incontri organizzati, i documenti prodotti o le dichiarazioni pubbliche.</p>
<p>La sua fecondità dovrebbe emergere anche dalla qualità delle relazioni e dalla possibilità concreta di costruire comunità nelle quali le persone non vengano ridotte alla propria condizione familiare, ai propri errori o alle proprie fragilità.</p>
<p>La fedeltà a un ideale non dovrebbe rendere invisibili le persone. Al contrario, dovrebbe aiutarci a incontrarle con maggiore profondità.</p>
<p>E la sinodalità, se vuole essere qualcosa di più di un linguaggio ecclesiale, deve misurarsi con questa realtà.</p>
<p>Non si tratta di chiedere una Chiesa senza regole o senza responsabilità distinte. Si tratta di domandarsi se le regole, le strutture e le responsabilità vengano vissute come strumenti di comunione oppure, talvolta, come confini che impediscono di riconoscere pienamente l’altro.</p>
<p>Per questo considero importante l’invito di Leone XIV a coinvolgere le famiglie nel discernimento.</p>
<p>Perché partecipare non significa soltanto essere presenti.</p>
<p>Significa poter offrire il proprio piccolo pezzo di esperienza, responsabilità e umanità alla costruzione di qualcosa che appartiene a tutti.</p>
<p>E forse la domanda da cui ripartire è proprio questa:</p>
<p><strong>Siamo davvero disponibili a lasciarci cambiare dall’incontro con le storie che diciamo di voler accompagnare?</strong></p>
<p><strong>fr@ncesco Mazzarella</strong><br />
<em>Giornalista e comunicatore relazionale</em></p>
</aside>
<section class="fm-pip-fonti" aria-label="Fonti documentali ufficiali">
<h2>Fonti documentali ufficiali</h2>
<ol>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20261014-messa-amoris-laetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Omelia per la Santa Messa nel X anniversario di Amoris laetitia, 14 ottobre 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20261013-messaggio-fine-incontro-amorislaetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Messaggio al termine dell’incontro per il decimo anniversario di Amoris laetitia, 13 ottobre 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20260319-messaggio-amorislaetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Messaggio per il decimo anniversario di Amoris laetitia, 19 marzo 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Francesco.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Amoris laetitia, 19 marzo 2016, in particolare capitolo VIII, nn. 297–305</a>.</li>
<li><strong>Sinodo dei Vescovi.</strong> <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20241026_doc-final-sinodo2024-chiesa-sinodale_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Documento finale «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione», 26 ottobre 2024, nn. 65, 77, 87, 90 e 94</a>.</li>
<li><strong>Dicastero per la Dottrina della Fede.</strong> <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_pro_20230925_risposte-card-duka_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Risposte al cardinale Dominik Duka sui divorziati in nuova unione, 25 settembre 2023</a>.</li>
</ol>
<p>Il testo distingue i contenuti dei documenti ufficiali dalle valutazioni e dalle domande editoriali dell’autore. Le prassi pastorali locali richiederebbero un’indagine empirica specifica.</p>
<p>&nbsp;</p>
</section>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/18/amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa/">Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:14:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari dall&#8217;Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>di Francesco Mazzarella</p>
<article class="pip-editoriale" lang="it">
<header><strong>EDITORIALE | ESTERI — 15 ottobre 2026</strong></p>
<h1>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</h1>
<p><strong>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari  dall’Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana.</strong></p>
<p><em>di Francesco Mazzarella</em></p>
</header>
<p>A Gaza, la ricostruzione non si misura soltanto contando gli edifici rimessi in piedi. Si misura anche dalla possibilità di acquistare del pane, trovare un indumento per l’inverno, procurarsi il necessario per una famiglia. È in questi gesti quotidiani che una comunità comincia a recuperare autonomia dopo la devastazione.</p>
<p>Il 15 ottobre 2026 arriva un nuovo segnale della fragilità di questo processo. Le merci commerciali hanno smesso di entrare attraverso i canali di approvvigionamento israeliani, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane e confermato dagli operatori palestinesi del trasporto. Restano invece segnalati ingressi di aiuti umanitari e di merci provenienti dall’Egitto.</p>
<p>La distinzione è essenziale. Non siamo di fronte alla conferma di una chiusura assoluta di ogni rifornimento, ma a un’interruzione che interessa una componente fondamentale dell’economia quotidiana della Striscia.</p>
<h2>Due versioni, una conseguenza concreta</h2>
<p>Il COGAT, organismo israeliano incaricato del coordinamento delle attività civili nei territori palestinesi, sostiene che i commercianti di Gaza abbiano sospeso il coordinamento delle importazioni a seguito di richieste economiche avanzate da Hamas.</p>
<p>Secondo la ricostruzione israeliana, sarebbe stato richiesto un pagamento di 10.000 shekel per camion e una quota delle vendite in contanti.</p>
<p>Hamas e gli organismi governativi di Gaza contestano la descrizione di queste somme come imposte obbligatorie. I rappresentanti dei trasportatori palestinesi, inoltre, attribuiscono alle restrizioni israeliane la responsabilità dell’interruzione.</p>
<p>Le ricostruzioni restano contrapposte. Non disponiamo di elementi indipendenti sufficienti per stabilire quale versione descriva completamente le cause della sospensione.</p>
<p>Ma una cosa emerge con chiarezza: quando i flussi commerciali si interrompono, sono le famiglie a subirne le possibili conseguenze.</p>
<h2>Gli aiuti sono indispensabili. Ma non sostituiscono una società che funziona</h2>
<p>Gli aiuti umanitari sono fondamentali per la sopravvivenza della popolazione. Eppure una società non può ricostruirsi soltanto attraverso la distribuzione di beni di emergenza.</p>
<p>Un mercato funzionante consente alle persone di scegliere, ai commercianti di lavorare, alle famiglie di organizzare la propria vita. Permette, almeno in parte, di uscire dalla condizione di dipendenza assoluta.</p>
<p>La portavoce del Norwegian Refugee Council, Shaina Low, ha ricordato ad Associated Press che il settore umanitario non può soddisfare da solo tutti i bisogni della popolazione e che il funzionamento dei mercati resta necessario.</p>
<p>Non è soltanto una questione economica. È una questione di dignità e di capacità di decidere della propria quotidianità.</p>
<h2>Il problema era già visibile</h2>
<p>Nel rapporto dell’11 settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, OCHA, aveva documentato una situazione commerciale estremamente fragile.</p>
<p>Tra il 31 agosto e il 6 settembre erano stati registrati 881 carichi commerciali raccolti nella Striscia dal settore privato. Il 28% trasportava beni non essenziali, mentre i prezzi dei prodotti di base restavano molto elevati rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.</p>
<p>Il rapporto sottolineava inoltre la vulnerabilità di un sistema logistico concentrato su pochi punti di accesso.</p>
<p>La sospensione segnalata oggi si inserisce dunque in un contesto già compromesso. Non crea da sola tutte le difficoltà, ma rischia di aggravare squilibri esistenti.</p>
<h2>Una scuola aperta non basta, se intorno manca la vita</h2>
<p>Nei mesi scorsi abbiamo raccontato i tentativi di restituire ai bambini di Gaza luoghi e occasioni per imparare, anche tra le macerie.</p>
<p>Quelle esperienze conservano tutto il loro valore.</p>
<p>Ma la ricostruzione educativa non può essere separata dalle condizioni materiali delle famiglie. Un bambino ha bisogno di una scuola, certamente. Ha bisogno anche di cibo, di un riparo adeguato, di vestiti e di adulti che possano provvedere alla vita quotidiana.</p>
<p>La scuola rappresenta una possibilità di futuro. Il funzionamento dei mercati e dei servizi rende quel futuro più concretamente abitabile.</p>
<p>Non si tratta di contrapporre gli aiuti umanitari al commercio, ma di riconoscere che entrambi svolgono funzioni necessarie e differenti.</p>
<h2>La domanda che resta aperta</h2>
<p>Le prossime ore diranno se la sospensione sarà temporanea o se produrrà conseguenze più durature.</p>
<p>Sarà necessario verificare quanti camion entreranno effettivamente, quali merci saranno disponibili, come cambieranno i prezzi e se verranno adottate misure per ripristinare i flussi.</p>
<p>Non possiamo ancora parlare di un nuovo collasso alimentare provocato da questi due giorni di interruzione. Possiamo però riconoscere il rischio che una situazione già precaria subisca un ulteriore peggioramento.</p>
<p>La ricostruzione di Gaza non riguarda soltanto ciò che si deve portare dentro la Striscia. Riguarda anche la possibilità di restituire alle persone le condizioni per vivere, lavorare, scegliere e costruire relazioni sociali.</p>
<p><strong>Perché un territorio non torna a vivere quando riceve soltanto ciò che gli serve per sopravvivere. Torna a vivere quando i suoi abitanti possono ricominciare a costruire il proprio domani.</strong></p>
<section class="nota-editoriale" aria-labelledby="nota-fm">
<hr />
<h2 id="nota-fm">Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Raccontare Gaza attraverso il numero dei camion può essere necessario. Ma non è sufficiente.</p>
<p>Dietro ogni rifornimento interrotto ci sono persone che cercano di organizzare una giornata normale in condizioni tutt’altro che normali.</p>
<p>Mi colpisce soprattutto questa contraddizione: parliamo di ricostruzione, di scuole, di futuro, mentre perfino la possibilità di acquistare ciò che serve rimane esposta a decisioni e conflitti che le famiglie non possono controllare.</p>
<p>La solidarietà è indispensabile. Ma non dovrebbe trasformarsi in una condizione permanente di dipendenza.</p>
<p>Ricostruire significa anche restituire libertà quotidiana: la possibilità di scegliere, lavorare, educare i figli e immaginare qualcosa oltre l’emergenza.</p>
<p>È lì, nella vita ordinaria che prova a ricominciare, che si misura la concretezza della pace.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong></p>
</section>
<section class="fonti" aria-labelledby="fonti-articolo">
<hr />
<h2 id="fonti-articolo">Fonti e documentazione</h2>
<ol>
<li><a href="https://apnews.com/article/744d4b8c005b20d94ce6fc952a63e063" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Associated Press, 15 ottobre 2026</a> — Sospensione degli ingressi commerciali e conseguenze per la popolazione.</li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-says-commercial-goods-no-longer-entering-gaza-after-merchants-suspend-2026-10-15/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters, 15 ottobre 2026</a> — Dichiarazioni del COGAT, posizione palestinese e distinzione tra flussi commerciali e umanitari.</li>
<li><a href="https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-government-denies-imposing-fees-on-trucks-demands-entry-of-600-daily/4090071" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Anadolu Agency, 15 ottobre 2026</a> — Posizione dell’ufficio stampa governativo di Gaza.</li>
<li><a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-11-september-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">OCHA, Humanitarian Situation Report, 11 settembre 2026</a> — Dati sul commercio, prezzi e vulnerabilità logistiche.</li>
</ol>
</section>
</article>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Trump tratta con Putin sul gasolio e incrina la linea occidentale sull’Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mimma Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 06:24:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[gasolio]]></category>
		<category><![CDATA[occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Gli analisti invitano alla cautela: dalle forniture russe alla tregua energetica ancora da verificare, le contraddizioni di Trump riaprono il confronto sulla guerra, sulle responsabilità dell’Europa e sulle ambiguità della&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/13/trump-tratta-con-putin-sul-gasolio-e-incrina-la-linea-occidentale-sullucraina/">Trump tratta con Putin sul gasolio e incrina la linea occidentale sull’Ucraina</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5967-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Gli analisti invitano alla cautela: dalle forniture russe alla tregua energetica ancora da verificare, le contraddizioni di Trump riaprono il confronto sulla guerra, sulle responsabilità dell’Europa e sulle ambiguità della &#8220;democrazia americana esportata&#8221;. L’attualità della satira di Giorgio Gaber e il difficile cammino verso una pace che richiede autonomia politica e diplomatica</em></p>
<p>12 Ott. 2026 – <strong>Donald Trump tratta con Vladimir Putin sulle forniture di gasolio russo </strong>e imprime una nuova svolta alla politica americana sulla guerra in Ucraina. Dopo gli anni della presidenza di Joe Biden, durante i quali Washington ha guidato il sostegno militare e finanziario a Kiev coinvolgendo gli alleati europei, la decisione di allentare le restrizioni sulle esportazioni energetiche russe evidenzia le contraddizioni della strategia statunitense. Gli interessi economici interni sembrano prevalere sugli impegni politici assunti in precedenza, riaprendo il dibattito sulla credibilità degli Stati Uniti e sulle responsabilità di un’Europa che ha sostenuto l’Ucraina con risorse ingenti senza riuscire a costruire una propria iniziativa diplomatica altrettanto incisiva.<br />
<strong>Il 9 ottobre Trump ha annunciato un’intesa</strong> per immettere sui mercati americano e internazionale oltre 300 mila tonnellate di gasolio russo, con ulteriori quantitativi previsti a novembre e nei mesi successivi. Secondo le ricostruzioni di <strong>Reuters</strong> e del <strong>Financial Times</strong>, il piano comprende altre <strong>500 mila tonnellate a novembre</strong>, un milione in una fase successiva e possibili forniture aggiuntive. Per agevolare l’operazione, l’amministrazione statunitense ha introdotto una deroga temporanea alle restrizioni sulle esportazioni russe di gasolio. L’obiettivo dichiarato è contenere il costo dei carburanti negli Stati Uniti, aumentato nel contesto della crisi energetica legata alla guerra con l’Iran.<br />
<strong>Le prime valutazioni degli analisti invitano tuttavia alla cautela</strong>. Reuters ha osservato il 12 ottobre che l’effetto dell’accordo sui prezzi potrebbe essere limitato, anche perché la capacità di raffinazione russa è stata danneggiata dagli attacchi ucraini e le quantità annunciate restano contenute rispetto alle dimensioni del mercato internazionale. Il calo registrato dai contratti sul gasolio dopo l’annuncio non dimostra, da solo, che le forniture si tradurranno in un beneficio significativo per i consumatori. Anche il Financial Times ha segnalato dubbi sulla possibilità che Mosca riesca a rispettare tempi e volumi previsti.<br />
La questione è politica prima ancora che commerciale. Se gli scambi con Mosca tornano convenienti quando aumentano i costi energetici americani, su quali principi si fonda la strategia finora richiesta agli alleati? Trump rivendica il pragmatismo della propria scelta, ma il ritorno del gasolio russo sui mercati mostra quanto rapidamente le dichiarazioni di principio possano cedere il passo alle esigenze economiche interne. La pressione esercitata sul Cremlino rischia così di perdere coerenza proprio quando gli Stati Uniti decidono di riaprire uno spazio commerciale che avevano contribuito a restringere.<br />
Le <strong>critiche</strong> non provengono soltanto da <strong>Kiev</strong> o dai governi europei. Come ha riferito <strong>l’Associated Press il 12 ottobre</strong>, <strong>sei senatori statunitensi</strong>, appartenenti sia al Partito repubblicano sia a quello democratico, hanno chiesto a Trump di revocare la decisione, sostenendo che l’apertura al gasolio russo contraddice la politica delle sanzioni e rischia di sostenere indirettamente le risorse economiche di Mosca mentre la guerra continua. <strong>La contestazione</strong> riguarda dunque anche l’efficacia e la coerenza della strategia americana, oltre ai rapporti con gli alleati.</p>
<p><strong>Questa contraddizione, tuttavia, non nasce con Trump</strong>. Gli Stati Uniti hanno a lungo presentato i propri interventi internazionali come strumenti di difesa della libertà e di promozione della democrazia. <strong>La storia restituisce anche un bilancio più problematico</strong>, segnato da guerre devastanti, instabilità e obiettivi politici rimasti incompiuti. <strong>L’invasione dell’Iraq del 2003,</strong> avviata sotto la presidenza di <strong>George W. Bush</strong>, fu giustificata anche con accuse sulla presenza di armi di distruzione di massa che non furono trovate. Resta uno degli esempi più gravi delle conseguenze di una guerra fondata su presupposti rivelatisi infondati. <strong>L’Afghanistan rappresenta un’altra ferita aperta</strong>. L’intervento militare iniziò nel <strong>2001</strong>, durante la presidenza sempre di George W. Bush, e proseguì sotto i suoi successori, <strong>Barack Obama, Donald Trump</strong> e <strong>Joe</strong> <strong>Biden</strong>. Dopo <strong>vent’anni di presenza militare</strong> occidentale, il <strong>ritiro del 2021</strong>, deciso da Biden in attuazione dell’accordo negoziato dall’amministrazione Trump con i talebani nel <strong>2020</strong>, si concluse con il <strong>ritorno dei talebani al potere</strong> e il collasso del governo sostenuto da Washington.</p>
<p>La distanza tra i principi democratici proclamati da Washington e la realtà delle sue scelte internazionali appare ancora più evidente con l’operazione militare statunitense in <strong>Venezuela</strong> del <strong>3 gennaio 2026</strong>, culminata nella cattura di <strong>Nicolás Maduro</strong>, e con la <strong>guerra contro l’Iran</strong>, iniziata il <strong>28 febbraio</strong> con gli <strong>attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele.</strong></p>
<p><strong>Reuters ha documentato l’avvio dell’operazione contro l’Iran</strong> e, nei giorni scorsi, ha riferito che il conflitto resta aperto, mentre proseguono i tentativi di negoziato.<br />
Il <strong>rapporto privilegiato tra Trump e Benjamin Netanyahu </strong>ha accompagnato un’escalation dalle conseguenze umane e geopolitiche gravissime. Dall’Iraq all’Afghanistan, fino al Venezuela e all’Iran, si ripropone una logica che invoca la sicurezza per legittimare l’uso della forza, mettendo a rischio la sovranità degli Stati e aggravando l’instabilità internazionale. Quando le armi prevalgono sulla diplomazia e il diritto internazionale viene subordinato agli interessi delle grandi potenze, i principi proclamati rischiano di trasformarsi in strumenti di giustificazione del potere.<br />
<strong>In questa contraddizione  mantiene tutta la sua attualità il monologo L’America</strong>, scritto da <strong>Giorgio Gaber</strong> con <strong>Sandro Luporini </strong>nel <strong>1995</strong>. Con la sua <strong>satira</strong> sulla <strong>pretesa degli Stati Uniti di presentarsi come promotori ed esportatori della democrazia</strong>, Gaber metteva in discussione una narrazione che gli interventi militari e i loro esiti avrebbero continuato a smentire. <strong>A distanza di oltre trent’anni,</strong> le guerre e le loro conseguenze sottolineano quanto possa essere profonda la distanza tra le promesse di liberazione e la <strong>realtà</strong>lasciata <strong>sconsiderevolmente sul campo</strong> . La presidenza Trump accentua questo divario, ma non ne rappresenta l’origine.<br />
La stessa autonomia di giudizio deve valere per l’Ucraina. <strong>L’aggressione russa resta una responsabilità</strong>. Condannare l’invasione, tuttavia, <strong>non significa approvare ogni decisione del presidente ucraino</strong> né sostenere senza limiti una strategia militare il cui esito rimane incerto. Le decisioni del governo di Zelensky  devono poter essere discusse e valutate, come quelle di qualsiasi altro leader politico.<br />
Il sostegno militare fornito dall’Unione europea, dall’Italia e dagli altri Paesi occidentali pone interrogativi che non possono essere liquidati come cedimenti alla propaganda russa. <strong>Quante risorse sono state destinate agli armamenti? Quali risultati sono stati raggiunti? Quale strategia diplomatica accompagna gli aiuti? E soprattutto, quali condizioni potrebbero consentire di passare dalla guerra a un negoziato credibile?</strong><br />
Sempre più si delinea l’impressione che <strong>l’Europa abbia seguito troppo spesso le priorità strategiche di Washington, </strong>accettando costi economici e politici considerevoli senza riuscire a elaborare una linea diplomatica autonoma. Il sostegno a Kiev può essere motivato dalla difesa della sovranità ucraina, ma non dovrebbe trasformarsi in un assegno in bianco alle scelte militari del governo Zelensky né alle oscillazioni della Casa Bianca. Una politica europea efficace dovrebbe puntare alla sicurezza del continente e alla ricerca di condizioni concrete per una pace giusta e duratura.<br />
<strong>La contraddizione americana emerge</strong> con particolare evidenza <strong>proprio in questi giorni</strong>. Mentre per anni Washington ha chiesto agli alleati di mantenere la pressione sulla Russia, <strong>Trump adesso tratta direttamente con Putin </strong>quando il mercato energetico e le esigenze interne degli Stati Uniti lo richiedono. L’intesa sul gasolio rischia di indebolire la pressione economica su Mosca senza garantire, almeno per ora, progressi concreti verso la fine delle ostilità. Il presidente americano ha presentato l’operazione come una risposta al caro carburanti, ma le riserve espresse da analisti e parlamentari statunitensi mostrano che i benefici attesi restano incerti.<br />
<strong>Per l’Italia, l’accordo non garantisce </strong>una riduzione immediata del prezzo del diesel. L’effettivo arrivo delle forniture, l’andamento dei mercati internazionali, i costi di distribuzione e la fiscalità concorrono a determinare il prezzo finale. <strong>Un eventuale beneficio per famiglie e imprese</strong> resta quindi da verificare. <strong>Sul piano politico,</strong> invece, la questione è già concreta. Roma deve contribuire a una politica europea capace di valutare costi, risultati e prospettive diplomatiche senza dipendere automaticamente dalle decisioni americane.<br />
<strong>L’11 ottobre Trump ha inoltre annunciato</strong> sui social una tregua energetica tra Russia e Ucraina, sostenendo che entrambe le parti avessero accettato di interrompere gli attacchi alle rispettive infrastrutture. L’annuncio, tuttavia, non è stato accompagnato da dettagli sulle condizioni e sulle modalità di attuazione e non ha ricevuto una conferma reciproca. <strong>Il giorno successivo, il presidente ucraino Zelensky</strong> ha denunciato la prosecuzione degli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche, compreso un impianto nell’area di <strong>Kharkiv</strong>. Secondo l’Associated Press, il <strong>Cremlino</strong> non aveva confermato l’intesa e il <strong>portavoce Dmitrij Peskov</strong> aveva dichiarato che i contatti erano ancora in corso. <strong>Kiev</strong> si è detta disponibile a sospendere gli attacchi contro gli impianti energetici russi se <strong>Mosca</strong> farà altrettanto. In assenza di un accordo confermato da entrambe le parti e di garanzie verificabili, non è possibile considerare la tregua un risultato diplomatico consolidato, secondo quanto diffuso da  Associated Press, l’11 e il 12 ottobre.<br />
L’accostamento tra l’accordo commerciale sul gasolio e l’annuncio della tregua è politicamente significativo. <strong>Da una parte, Washington apre uno spazio alle forniture russe</strong> con l’obiettivo di contenere i prezzi; <strong>dall’altra, Trump </strong>presenta come raggiunta <strong>un’intesa</strong> che, <strong>almeno al 12 ottobre, non risulta confermata da Mosca </strong>e non ha fermato gli attacchi segnalati da Kiev. La diplomazia richiede accordi verificabili, impegni reciproci e meccanismi di attuazione. Gli annunci presidenziali, da soli, non bastano a dimostrare che le condizioni per la pace siano cambiate.<br />
Gli scenari restano aperti. L’intesa sul gasolio potrebbe produrre benefici limitati sui prezzi e offrire nuove entrate a Mosca. Potrebbe anche diventare un punto di partenza per una trattativa più ampia, purché le aperture commerciali siano accompagnate da impegni reciproci e passi concreti verso la fine delle ostilità. <strong>Se invece Washington</strong>continuerà a modificare unilateralmente la propria linea, <strong>l’Europa</strong> rischierà di trovarsi ancora una volta esposta alle decisioni di un <strong>alleato che privilegia i propri interessi nazionali.</strong><br />
La pace non può essere affidata alla propaganda di una potenza né al prolungamento indefinito del conflitto.<br />
<strong>La vera prova per l’Europa e per l’Italia</strong> è recuperare <strong>autonomia politica</strong> e capacità <strong>negoziale</strong>. La democrazia perde credibilità quando viene invocata per giustificare gli interessi dei più forti e accantonata quando entra in conflitto con le convenienze economiche. Quanto alla pace, l’orizzonte resta incerto. Sarà difficile avvicinarla finché le grandi potenze continueranno a subordinare la ricerca di una soluzione politica ai propri vantaggi strategici ed economici. <strong>Per l’Europa, sottrarsi a questa logica</strong> significherebbe assumersi finalmente la responsabilità di una politica estera autonoma, capace di difendere i propri interessi e di lavorare concretamente per la fine della guerra.<br />
@Riproduzione riservata</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 13:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[autorevolezza]]></category>
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		<category><![CDATA[Papa Wojtyla]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p>
<p>L’annuncio dell’intervento al polmone di Leone XIV richiama la testimonianza di Giovanni Paolo II. Due momenti profondamente diversi, un interrogativo comune: può l’autorità mostrarsi fragile senza perdere autorevolezza? Una riflessione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/12/da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita/">Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p><p><strong><em>L’annuncio dell’intervento al polmone di Leone XIV richiama la testimonianza di Giovanni Paolo II. Due momenti profondamente diversi, un interrogativo comune: può l’autorità mostrarsi fragile senza perdere autorevolezza? Una riflessione sulla malattia, sulla comunicazione e sul diritto di restare umani.</em></strong></p>
<p class="pip-intro">bastato un minuto, al termine dell’Angelus di domenica 11 ottobre, per aprire una riflessione che va molto oltre le condizioni di salute del Pontefice.</p>
<p>Papa Leone XIV ha <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/angelus/2026/documents/20261011-angelus.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">annunciato personalmente ai fedeli </a>che dovrà sottoporsi a un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo polmonare, individuato durante alcuni controlli.</p>
<p>Lo ha fatto con poche parole, senza particolari enfasi, senza trasformare la notizia in un evento drammatico.</p>
<p>Ha spiegato che il nodulo è circoscritto, individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. Ha comunicato di aver accolto il consiglio dei medici e di aver deciso di sottoporsi all’operazione nei prossimi giorni.</p>
<p>Poi ha ringraziato i fedeli, affidandosi alla loro preghiera.</p>
<p>Non sappiamo quale sia la natura del nodulo. Non è stata comunicata una diagnosi definitiva e, proprio per questo, ogni interpretazione medica sarebbe prematura.</p>
<p>Ma c’è già un fatto sul quale vale la pena soffermarsi.</p>
<div class="pip-evidenza"><strong>Il Papa ha scelto di raccontare personalmente una propria condizione di vulnerabilità.</strong></div>
<p>Non ha atteso che altri parlassero al suo posto. Non ha presentato la salute come una questione incompatibile con la sua responsabilità. Ha semplicemente condiviso ciò che riteneva giusto far conoscere.</p>
<p>E questo gesto richiama inevitabilmente un’altra immagine, rimasta nella memoria di milioni di persone.</p>
<h2>La lezione silenziosa di Wojtyła</h2>
<p>Chi ha vissuto gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II ricorda un uomo progressivamente segnato dalla malattia.</p>
<p>Il passo diventato incerto. La mano tremante. La fatica di parlare. I movimenti sempre più difficili.</p>
<p>Un uomo che aveva attraversato il mondo con un’energia straordinaria e che, lentamente, si trovava a fare i conti con i limiti del proprio corpo.</p>
<p>Wojtyła non scomparve dalla vita pubblica per evitare che quei limiti fossero visibili.</p>
<p>Continuò, fin dove gli fu possibile, a incontrare le persone, a partecipare alle celebrazioni, a mostrarsi.</p>
<p>Nel marzo 2005, durante gli ultimi giorni del suo pontificato, il mondo vide un Papa che cercava di parlare e non riusciva più a farlo.</p>
<p>La benedizione silenziosa della Pasqua di quell’anno rimane una delle immagini più forti della sua storia.</p>
<p>Era il 27 marzo. Pochi giorni dopo, il 2 aprile, Giovanni Paolo II sarebbe morto.</p>
<p>Quel silenzio non cancellava la sua responsabilità pastorale. Ne mostrava, piuttosto, una dimensione che spesso dimentichiamo: anche l’uomo chiamato a guidare una comunità mondiale conserva tutta la vulnerabilità della condizione umana.</p>
<p>Anni dopo, nel 2009, il cardinale Tarcisio Bertone, <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20091112_visita-gpii-parlam_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricordando Wojtyła davanti al Parlamento italiano </a>, affermò che il Pontefice non aveva mai fatto mistero della propria malattia.</p>
<p>E Benedetto XVI, nel suo <a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">discorso alla Curia romana del dicembre 2005 </a>, parlò della lezione lasciata dal predecessore dalla «cattedra della sofferenza e del silenzio».</p>
<p>È una definizione che aiuta a comprendere quel pontificato, senza bisogno di idealizzare il dolore.</p>
<p>Perché Wojtyła non fu autorevole in quanto malato.</p>
<p><strong>Rimase una persona degna di ascolto anche quando la malattia limitò le capacità attraverso le quali aveva esercitato la propria missione.</strong></p>
<p>E la differenza è sostanziale.</p>
<h2>Leone XIV: la forza di una comunicazione semplice</h2>
<p>Il confronto con Leone XIV non deve farci dimenticare che siamo davanti a due vicende molto diverse.</p>
<p>Giovanni Paolo II attraversò un lungo e progressivo deterioramento delle condizioni fisiche. Leone XIV ha comunicato la necessità di un intervento per una condizione individuata precocemente, della quale non conosciamo ancora la diagnosi.</p>
<p>Sarebbe improprio sovrapporre le due situazioni, immaginare sviluppi o cercare analogie cliniche che non esistono.</p>
<p>Il collegamento riguarda un’altra dimensione: il modo di comunicare la vulnerabilità.</p>
<p>Wojtyła la rese visibile soprattutto attraverso il proprio corpo.</p>
<p>Leone XIV, in questa circostanza, ha scelto di raccontarla attraverso le parole.</p>
<p>Due forme differenti di presenza pubblica.</p>
<p>Nel primo caso, un’esperienza di malattia prolungata che diventò parte integrante dell’immagine del pontificato.</p>
<p>Nel secondo, una comunicazione preventiva, personale e misurata.</p>
<p>Ciò che accomuna le due esperienze non è il dolore, ma la possibilità di non considerare la fragilità un elemento da nascondere necessariamente.</p>
<p>È significativo anche un altro aspetto dell’annuncio di Leone XIV: il riferimento esplicito ai medici e alla decisione di seguire le loro indicazioni.</p>
<p>Un Papa che parla della propria salute riconoscendo il valore della competenza sanitaria non compie soltanto un gesto personale.</p>
<p>Comunica, attraverso il proprio esempio, che affidarsi alla medicina non è una diminuzione della fede né un cedimento dell’autonomia.</p>
<div class="pip-evidenza">La fiducia nella scienza e la dimensione spirituale possono convivere senza essere poste in contrapposizione.</div>
<h2>Quando la fragilità incontra il potere</h2>
<p>Viviamo in una società che continua a rappresentare l’autorità attraverso alcuni attributi ricorrenti: sicurezza, efficienza, controllo, capacità di decidere, assenza di esitazioni.</p>
<p>Da un dirigente a un leader politico, da un responsabile di comunità a una figura religiosa, ci aspettiamo frequentemente che chi guida sappia essere forte.</p>
<p>E talvolta finiamo per confondere la forza con l’invulnerabilità.</p>
<p>La malattia incrina questa rappresentazione.</p>
<p>Ci ricorda che nessun ruolo mette al riparo dal limite umano.</p>
<div class="pip-domanda">Ma siamo davvero certi che una persona diventi meno autorevole quando riconosce di non poter controllare tutto?</div>
<p>La domanda riguarda anche il nostro modo di costruire e vivere le relazioni.</p>
<p>Un’autorità che non può mai mostrarsi fragile rischia di diventare distante.</p>
<p>Chi la esercita può sentirsi obbligato a nascondere paure, dubbi, stanchezza e difficoltà per continuare a essere riconosciuto.</p>
<p>E chi la osserva può finire per attribuirle caratteristiche che nessun essere umano possiede.</p>
<p>Il problema non è soltanto personale.</p>
<p>È culturale e, spesso, organizzativo.</p>
<p><strong>Quando una struttura pretende che chi la guida sia sempre forte, rischia di costruire un’immagine dell’autorità che allontana dalla realtà delle persone.</strong></p>
<p>Il gesto di Leone XIV permette di interrogare anche le comunità ecclesiali.</p>
<p>Sappiamo riconoscere la vulnerabilità di chi ha una responsabilità? Oppure la consideriamo qualcosa che deve rimanere invisibile per non indebolire l’istituzione?</p>
<p>E, soprattutto, sappiamo accompagnare chi attraversa una difficoltà senza trasformarla immediatamente in un giudizio sulla sua capacità di continuare a servire?</p>
<h2>Il rischio di trasformare la sofferenza in un modello obbligatorio</h2>
<p>C’è però un punto sul quale credo sia necessario fermarsi.</p>
<p>Raccontare pubblicamente la propria malattia può essere una testimonianza di libertà.</p>
<p>Ma non deve diventare un obbligo.</p>
<p>La scelta di Giovanni Paolo II di continuare a mostrarsi e quella di Leone XIV di rendere nota la propria situazione sanitaria non autorizzano a pretendere lo stesso comportamento da chiunque.</p>
<p>La malattia appartiene alla sfera più delicata della vita personale.</p>
<p>C’è chi desidera condividerla e chi ha bisogno di viverla nel riserbo. Chi trova conforto nelle relazioni pubbliche e chi preferisce proteggere uno spazio intimo.</p>
<p>Nessuna di queste scelte, da sola, misura il coraggio, la fede o la dignità di una persona.</p>
<p>Sarebbe sbagliato costruire una nuova retorica secondo la quale il malato debba necessariamente mostrarsi, parlare, essere esempio per gli altri o attribuire alla propria sofferenza un significato edificante.</p>
<p>La sofferenza non rende automaticamente migliori.</p>
<p>E soprattutto non deve diventare una prestazione spirituale.</p>
<p>Giovanni Paolo II aveva affrontato profondamente il tema nella lettera apostolica <a href="https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1984/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Salvifici doloris</em> </a>del 1984, proponendo una lettura cristiana della sofferenza umana.</p>
<p>Ma proprio perché quella riflessione appartiene a un’esperienza di fede, non può trasformarsi in una richiesta rivolta indistintamente a tutti.</p>
<p>La dignità non nasce dalla capacità di sopportare il dolore in maniera esemplare.</p>
<div class="pip-evidenza">Appartiene alla persona anche quando ha paura, protesta, si scoraggia, chiede aiuto o semplicemente non vuole raccontare ciò che sta vivendo.</div>
<h2>Il compito della comunicazione: informare senza invadere</h2>
<p>L’annuncio di Leone XIV pone anche una questione giornalistica.</p>
<p>Quando una persona pubblica comunica un problema di salute, dove finisce il diritto all’informazione e dove comincia il diritto alla riservatezza?</p>
<p>Nel caso di un Pontefice esiste certamente un interesse pubblico a conoscere le condizioni che potrebbero incidere sull’esercizio delle sue responsabilità.</p>
<p>Ma questo interesse non autorizza diagnosi a distanza, speculazioni o invasioni della sfera privata.</p>
<p>C’è una differenza tra spiegare ciò che è stato comunicato e cercare di riempire ogni spazio lasciato vuoto.</p>
<p>È una differenza che il giornalismo dovrebbe saper custodire.</p>
<p>Anche le parole che scegliamo contano.</p>
<p>Un annuncio sanitario può essere raccontato come un dramma imminente, come una prova di eroismo oppure, più semplicemente, come un fatto umano che merita attenzione e rispetto.</p>
<p>La notizia non ha bisogno di essere ingigantita per essere importante.</p>
<p>Riconoscere il valore comunicativo del gesto di Leone XIV non significa conoscere già l’esito dell’intervento né attribuirgli intenzioni che non ha dichiarato.</p>
<p>Significa osservare ciò che è accaduto, distinguere i fatti dalle interpretazioni e lasciare che il lettore possa formulare il proprio giudizio.</p>
<h2>La dignità di essere uomini, prima ancora che figure pubbliche</h2>
<p>Forse è questo l’aspetto più interessante del filo che possiamo riconoscere tra Wojtyła e Leone XIV.</p>
<p>Prima di essere simboli, rappresentanti di un’istituzione o riferimenti spirituali, sono persone.</p>
<p>Uomini che, come tutti, hanno un corpo, una storia, una salute da custodire e una vulnerabilità con cui confrontarsi.</p>
<p>Non dobbiamo dimenticarlo quando li ammiriamo.</p>
<p>E nemmeno quando li critichiamo.</p>
<p>Perché il riconoscimento della fragilità non diminuisce la possibilità di esercitare responsabilità, né impedisce di essere valutati per le proprie decisioni.</p>
<p>Una persona può essere vulnerabile e continuare a rispondere delle proprie scelte.</p>
<p>Può avere bisogno di cure e conservare la propria autorevolezza.</p>
<p>Può chiedere aiuto senza perdere la dignità.</p>
<p>E può anche decidere di fermarsi quando le circostanze lo richiedono.</p>
<p>Non è necessario trasformare ogni limite in un’impresa da superare.</p>
<p>Forse una delle forme più mature di responsabilità consiste proprio nel riconoscere quando abbiamo bisogno degli altri.</p>
<p>Giovanni Paolo II lo ha mostrato, negli ultimi anni, attraverso una presenza sempre più faticosa.</p>
<p>Leone XIV, oggi, lo racconta attraverso una comunicazione semplice e diretta.</p>
<p>Il loro messaggio non è identico, così come non sono identiche le circostanze.</p>
<p>Ma entrambi ci invitano a mettere in discussione un’immagine del potere che spesso dimentica l’umanità di chi lo esercita.</p>
<div class="pip-finale"><strong>Perché la fragilità non è il contrario dell’autorevolezza. </strong>È una dimensione della condizione umana che neppure l’autorità può cancellare.</div>
<aside class="pip-nota">
<h2>Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Non credo che la malattia debba essere trasformata in una lezione per gli altri. Chi soffre non ha il dovere di insegnarci qualcosa, né quello di essere forte o di apparire sereno.</p>
<p>Eppure, quando una persona che ha grandi responsabilità sceglie liberamente di condividere la propria vulnerabilità, quel gesto può aiutarci a rivedere il modo in cui guardiamo agli altri.</p>
<p>Ho sempre trovato profondamente umana l’immagine di Giovanni Paolo II che, negli ultimi giorni, cercava di parlare senza riuscirci.</p>
<p>Non perché quella sofferenza fosse bella. Non lo era.</p>
<p>Ma perché ci poneva davanti a una persona che continuava a essere riconoscibile e degna di ascolto anche quando il suo corpo non le permetteva più di comunicare come prima.</p>
<p>Oggi, ascoltando le parole di Leone XIV, ritrovo una domanda che riguarda tutti noi, nelle nostre famiglie, nelle comunità, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni quotidiane.</p>
<p><strong>Sappiamo continuare a riconoscere il valore di una persona anche quando non riesce più a corrispondere all’immagine di forza che ci siamo costruiti di lei?</strong></p>
<p>Forse il primo passo non è imparare a essere invulnerabili, ma costruire relazioni nelle quali non sia necessario fingere di esserlo.</p>
<p class="pip-nota-firma">fr@ncesco</p>
</aside>
<div class="pip-firma"><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
Giornalista e comunicatore relazionale<br />
Paese Italia Press</div>
<section class="pip-fonti">
<h3>Fonti e documentazione</h3>
<ul>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/angelus/2026/documents/20261011-angelus.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Angelus di Leone XIV, 11 ottobre 2026 </a>. Dichiarazione originale del Pontefice.</li>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/pope-leo-says-will-undergo-surgery-small-growth-lung-2026-10-11/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters — Pope Leo says he will undergo surgery for small growth on lung </a>. 11 ottobre 2026.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20091112_visita-gpii-parlam_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Cardinale Tarcisio Bertone, commemorazione di Giovanni Paolo II </a>. 12 novembre 2009.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Benedetto XVI, discorso alla Curia romana </a>. 22 dicembre 2005.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1984/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giovanni Paolo II — Lettera apostolica Salvifici doloris </a>. 11 febbraio 1984.</li>
<li><a href="https://www.rainews.it/amp/video/2025/03/ventanni-dalla-morte-di-papa-wojtyla-lultima-apparizione-alla-finestra-senza-riuscire-a-parlare-3fe4b81b-eda3-42f7-b521-901bace86b5a.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">RaiNews — L’ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II </a>. Documentazione audiovisiva.</li>
</ul>
<p class="pip-avvertenza">Le informazioni sanitarie riportate si riferiscono esclusivamente ai dati resi pubblici e disponibili al 12 ottobre 2026. Non vengono formulate ipotesi diagnostiche sulla natura del nodulo polmonare.</p>
<p>Francesco Mazzarella @Riproduzione riservata</p>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/12/da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita/">Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 19:33:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p>
<p>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/7-ottobre-tre-anni-dopo-ricordare-la-strage-senza-smettere-di-vedere-laltro/">7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p><h1>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</h1>
<div class="fm-subtitle">Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone rapite. Tre anni dopo, gli ostaggi sono tornati, ma le ferite restano aperte. E Gaza porta le conseguenze devastanti della guerra che ne è seguita. Ricordare una vittima non dovrebbe richiedere di cancellarne un’altra</div>
<div>
<div class="fm-editor-note">
<div class="fm-note-title">Nota editoriale</div>
<p>Ho scelto di scrivere questo articolo perché, a tre anni dal 7 ottobre, sento il rischio che persino la memoria sia diventata un luogo nel quale siamo chiamati a schierarci.</p>
<p>Ricordare la strage compiuta da Hamas non significa dimenticare Gaza. Guardare ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza non significa cancellare le vittime israeliane del 7 ottobre.</p>
<p>Non voglio mettere sullo stesso piano storie, fatti e responsabilità differenti. Voglio provare a fare qualcosa che oggi sembra molto più difficile: <strong>tenere insieme lo sguardo sulle persone</strong>.</p>
<p>Perché quando il dolore dell’altro diventa accettabile soltanto se appartiene alla parte che sentiamo vicina, abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.</p>
<p>Questo articolo nasce da qui. Non dalla ricerca di un’equidistanza, ma dal tentativo di non diventare indifferenti davanti a nessuna vittima.</p>
<p class="fm-signature">Francesco Mazzarella</p>
</div>
<p class="fm-opening">Alle 6.29 del mattino, tre anni fa, cominciò tutto.</p>
<p>Le sirene. I razzi. Gli uomini armati che attraversavano il confine. Le case dei kibbutz. Il festival Nova. Le persone che correvano, quelle che cercavano un riparo, quelle che telefonavano ai familiari.</p>
<p>Poi i morti.</p>
<p>Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Altre 251 furono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Numeri ripetuti così tante volte da correre il rischio più terribile: che diventino soltanto numeri.</p>
<p>Ma dietro 1.200 ci sono vite interrotte. Dietro 251 ci sono persone e famiglie che hanno atteso per mesi, e in alcuni casi per anni, una liberazione, una notizia, il ritorno di un corpo.</p>
<p>Questa mattina, esattamente alle 6.29, il presidente israeliano Isaac Herzog e la moglie Michal hanno acceso una candela commemorativa a Gerusalemme. A Kfar Aza, uno dei kibbutz travolti dall’attacco, gli abitanti hanno ricordato in silenzio le persone uccise.</p>
<p>Tre anni dopo, gli ostaggi del 7 ottobre non sono più trattenuti a Gaza. Ma questo non significa che quella storia sia conclusa.</p>
<h2>Una strage non ha bisogno di un “ma”</h2>
<p>Forse bisogna ricominciare proprio da qui.</p>
<p>Il 7 ottobre fu una strage.</p>
<p>Civili furono assassinati nelle loro case. Giovani furono uccisi mentre partecipavano a un festival. Famiglie furono distrutte. Uomini, donne, bambini e anziani furono rapiti.</p>
<p>Non serve aggiungere immediatamente un “ma”.</p>
<p>Non serve cercare una frase che attenui quella realtà.</p>
<p>La memoria delle vittime merita uno spazio nel quale possa semplicemente essere memoria.</p>
<p>Ed è possibile farlo senza trasformarla in uno strumento politico.</p>
<p>Perché riconoscere fino in fondo il dolore israeliano non significa approvare automaticamente tutto ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Esattamente come riconoscere fino in fondo il dolore palestinese non significa giustificare ciò che accadde il 7 ottobre.</p>
<p>Sembrerebbe una distinzione elementare.</p>
<p>Tre anni dopo scopriamo quanto sia diventata difficile.</p>
<h2>Poi venne Gaza</h2>
<p>Dopo il 7 ottobre è arrivata la guerra.</p>
<p>E anche qui i numeri rischiano di proteggerci dalla realtà anziché raccontarcela.</p>
<p>Secondo le autorità sanitarie della Striscia, più di 74.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. UNICEF riferisce che almeno 1,3 milioni di persone risultano ancora sfollate e che il 97,5 per cento delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto.</p>
<p>Un cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non ha chiuso la guerra. Gli attacchi sono continuati e la ricostruzione procede con enorme difficoltà.</p>
<p>Abbiamo raccontato anche bambini che tornano a studiare tra le macerie.</p>
<p>Non perché Gaza sia tornata alla normalità.</p>
<p>Proprio perché non lo è.</p>
<p>Una tenda trasformata in aula può essere contemporaneamente una luce di speranza e la misura esatta della tragedia che l’ha resa necessaria.</p>
<h2>Quando persino il dolore diventa una scelta di campo</h2>
<p>Forse una delle conseguenze più profonde di questi tre anni è che abbiamo imparato a dividere persino il dolore.</p>
<p>Se ricordiamo i morti del 7 ottobre, qualcuno domanda immediatamente: «E Gaza?».</p>
<p>Se raccontiamo i bambini morti o le famiglie sfollate a Gaza, qualcun altro risponde: «E il 7 ottobre?».</p>
<p>Come se esistesse una bilancia.</p>
<p>Come se il dolore di una madre israeliana potesse diminuire quello di una madre palestinese.</p>
<p>O viceversa.</p>
<blockquote><p>Non dovremmo chiederci quale dolore pesa di più. Dovremmo domandarci quando abbiamo cominciato ad avere bisogno dell’identità di una vittima prima di decidere se commuoverci.</p></blockquote>
<p>Israeliana. Palestinese. Ebrea. Musulmana.</p>
<p>Prima ancora di queste parole ce n’è un’altra:</p>
<p><strong>persona.</strong></p>
<h2>Ricordare significa anche chiedere responsabilità</h2>
<p>La memoria, però, non può diventare soltanto commemorazione.</p>
<p>Tre anni dopo, in Israele continua una domanda che non si è chiusa: come è stato possibile che l’attacco del 7 ottobre avvenisse con quelle dimensioni?</p>
<p>Anche oggi familiari delle vittime e manifestanti hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle falle di sicurezza che precedettero l’attacco. Il governo di Benjamin Netanyahu ha finora resistito alla richiesta di una commissione indipendente.</p>
<p>Quali segnali furono sottovalutati? Quali errori furono commessi? Chi doveva proteggere quelle comunità?</p>
<p>Sono domande che non indeboliscono la memoria delle vittime.</p>
<p>La rendono adulta.</p>
<p>Perché ricordare significa anche impedire che ciò che è accaduto venga consegnato soltanto alla ritualità delle cerimonie.</p>
<p>E la stessa esigenza di responsabilità deve attraversare ciò che è avvenuto dopo.</p>
<p>Ogni guerra produce decisioni. Ogni decisione produce conseguenze. E ogni conseguenza che riguarda la vita dei civili deve poter essere documentata e valutata secondo i fatti e il diritto, non secondo l’appartenenza.</p>
<h2>Tre anni dopo</h2>
<p>Forse il modo più difficile di ricordare il 7 ottobre è anche il più semplice.</p>
<p>Fermarsi davanti a chi non c’è più.</p>
<p>Senza chiedergli da quale parte della storia si trovasse.</p>
<p>Senza usarlo per dimostrare qualcosa.</p>
<p>Senza trasformare il suo corpo in un argomento.</p>
<p>Ricordare i ragazzi del Nova Festival. Le famiglie dei kibbutz. Gli ostaggi.</p>
<p>E poi avere ancora abbastanza umanità per guardare un bambino palestinese che entra in una scuola costruita sotto una tenda.</p>
<p>Non perché le storie siano uguali.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Non perché le responsabilità siano indistinguibili.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Ma perché <strong>la dignità di una persona non cambia quando cambia il lato del confine nel quale è nata.</strong></p>
<p>Tre anni dopo, forse la domanda che il 7 ottobre continua a consegnarci non riguarda soltanto Israele, Hamas o Gaza.</p>
<p>Riguarda noi.</p>
<blockquote><p>Quanto dolore dell’altro siamo ancora capaci di guardare senza sentirlo come una minaccia al nostro?</p></blockquote>
<p>Se per ricordare una vittima abbiamo bisogno di dimenticarne un’altra, allora qualcosa, dentro di noi, quella guerra lo ha già conquistato.</p>
<p>E forse la memoria può cominciare proprio dal gesto contrario:</p>
<p><strong>ricordare senza cancellare.</strong></p>
<div class="fm-sources">
<h3>Fonti</h3>
<p><strong>Reuters, 7 ottobre 2026</strong> — “Israelis mark three years since Hamas attack that set off Gaza assault”. Dati sull’attacco del 7 ottobre 2023, commemorazioni, richiesta di un’inchiesta indipendente e situazione nella Striscia di Gaza.</p>
<p><strong>Presidenza dello Stato di Israele, 7 ottobre 2026</strong> — comunicazione ufficiale sull’accensione della candela commemorativa alle ore 6.29 da parte del presidente Isaac Herzog e della First Lady Michal Herzog.</p>
<p><strong>National Insurance Institute of Israel, ottobre 2026</strong> — dati ufficiali relativi alle vittime civili, agli ostaggi e alle persone riconosciute come vittime di atti ostili dal 7 ottobre 2023.</p>
<p><strong>UNICEF, 2026</strong> — Humanitarian Action for Children, State of Palestine: dati aggiornati su minori, sfollamento e danni alle strutture scolastiche nella Striscia di Gaza.</p>
</div>
<div class="fm-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/7-ottobre-tre-anni-dopo-ricordare-la-strage-senza-smettere-di-vedere-laltro/">7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 17:46:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Bab el-Mandeb]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto yemenita]]></category>
		<category><![CDATA[Houthi]]></category>
		<category><![CDATA[mar Rosso]]></category>
		<category><![CDATA[rischio geopolitico]]></category>
		<category><![CDATA[Riyadh]]></category>
		<category><![CDATA[stretto di Hormuz]]></category>
		<category><![CDATA[Suez]]></category>
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<p>Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/06/hormuz-il-petrolio-ha-trovato-unaltra-strada-ma-la-guerra-lo-sta-seguendo/">Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<h1>Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</h1>
<div class="pip-subtitle">Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar Rosso. Ma proprio sull’altra porta della rotta, Bab el-Mandeb, la guerra torna ad allargarsi</div>
<div></div>
<div>
<p class="pip-opening">redici giorni fa siamo andati a guardare lo Stretto di Hormuz e abbiamo trovato quasi il vuoto. Nel nostro precedente approfondimento, <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/"><strong>“Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte”</strong></a>, avevamo documentato il crollo del traffico commerciale attraverso uno dei passaggi strategici più importanti del pianeta. Il 21 settembre risultavano due transiti commerciali tracciabili, il giorno successivo tre. Prima dell’attuale conflitto erano circa 125 le grandi navi commerciali che attraversavano quotidianamente quel braccio di mare.</p>
<p>La fotografia era impressionante. Ma una fotografia, per capire davvero una trasformazione, qualche volta non basta.</p>
<p><strong>Siamo tornati a guardare.</strong></p>
<p>E quello che sta accadendo racconta qualcosa forse ancora più importante: il petrolio sta tornando a circolare, ma il sistema che lo trasporta non è più quello di prima.</p>
<h2>Quasi sei milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso</h2>
<p>Il ministro saudita dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato il 6 ottobre che il flusso attraverso l’East-West Pipeline ha raggiunto <strong>5,8 milioni di barili al giorno</strong>.</p>
<p>È l’arteria che attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest, collegando le aree petrolifere del Golfo al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Riyadh la sta utilizzando per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e mantenere le esportazioni nonostante la crisi.</p>
<p>Circa <strong>4 milioni di barili di greggio al giorno</strong> vengono attualmente dirottati attraverso questa infrastruttura: una quantità equivalente a circa il 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale.</p>
<div class="pip-factbox">
<p><strong>Il cambiamento in tredici giorni</strong></p>
<p><strong>23 settembre:</strong> Hormuz appare quasi vuoto nei dati delle navi tracciabili.</p>
<p><strong>6 ottobre:</strong> l’East-West Pipeline saudita trasporta 5,8 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso.</p>
<p><strong>Settembre:</strong> i flussi petroliferi dei Paesi del Golfo, escluso l’Iran, sono risaliti complessivamente a oltre l’81% dei livelli precedenti alla guerra.</p>
<p><strong>Greggio e condensati:</strong> circa 91% dei livelli prebellici.<br />
<strong>Prodotti raffinati:</strong> circa 60%.</p>
</div>
<p>È proprio quest’ultimo dato a impedire una conclusione troppo semplice.</p>
<p>Dire che “il petrolio è tornato” non significa dire che la crisi sia finita. Il greggio riesce nuovamente a muoversi in quantità considerevoli, ma diesel, carburante per aerei e altri prodotti raffinati restano molto più indietro. E trasportare energia è diventato più costoso, complesso e rischioso.</p>
<h2>Il sistema si adatta</h2>
<p>I dati di Vortexa mostrano che a settembre i flussi petroliferi dai Paesi del Golfo, Iran escluso, hanno raggiunto in media <strong>19,2 milioni di barili al giorno</strong>, contro i 23,6 milioni precedenti alla guerra.</p>
<p>L’Arabia Saudita è stata il motore principale della ripresa: le sue esportazioni di greggio sono aumentate fortemente rispetto ad agosto.</p>
<p>Non significa che Hormuz sia diventato irrilevante. Al contrario: grandi quantità di petrolio continuano ad attraversarlo e i transiti sono tornati a crescere.</p>
<p>Significa però che produttori, compagnie e governi stanno imparando ad adattarsi a uno dei punti più vulnerabili del commercio mondiale.</p>
<p>Oleodotti terrestri. Terminal alternativi. Trasbordi. Navi che in alcuni casi attraversano le zone più pericolose riducendo la propria visibilità elettronica.</p>
<p><strong>Il sistema energetico non ha eliminato il rischio. Sta imparando a conviverci.</strong></p>
<h2>Ma dall’altra parte c’è Bab el-Mandeb</h2>
<p>Qui la storia cambia nuovamente.</p>
<p>Il petrolio che raggiunge Yanbu arriva sul Mar Rosso. Per dirigersi verso l’Europa può risalire verso il Canale di Suez; per muoversi verso l’Oceano Indiano deve invece confrontarsi con un altro passaggio strategico: <strong>Bab el-Mandeb</strong>.</p>
<p>Ed è precisamente lì che nelle ultime ore la guerra yemenita è tornata a muoversi.</p>
<p>Le forze del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenute dall’Arabia Saudita hanno riconquistato diverse aree intorno allo stretto. Associated Press ha documentato la ripresa di Dhubab e di altre località strategiche. Il governo yemenita sostiene di avere ottenuto il controllo effettivo dello stretto, ma la completa neutralizzazione della capacità Houthi di minacciare la navigazione non può ancora essere considerata dimostrata.</p>
<p>Il punto, quindi, non è affermare che Bab el-Mandeb sia diventato sicuro.</p>
<p>È osservare che proprio mentre il sistema energetico cerca alternative a Hormuz, aumenta il valore strategico dell’altra porta del Mar Rosso.</p>
<h2>La guerra raggiunge anche il territorio saudita</h2>
<p>Nella serata del 5 ottobre sono stati colpiti anche gli aeroporti sauditi di <strong>Jazan e Najran</strong>, vicino al confine con lo Yemen.</p>
<p>L’Autorità generale dell’aviazione civile saudita ha confermato tre feriti lievi e danni materiali. Gli attacchi arrivano mentre gli Houthi rivendicano operazioni con missili e droni contro obiettivi sauditi e mentre Riyadh intensifica il proprio sostegno alle forze governative yemenite.</p>
<p>Anche qui bisogna fermarsi prima di trasformare la coincidenza geografica in una spiegazione.</p>
<p>Non abbiamo elementi per affermare che gli attacchi agli aeroporti siano stati compiuti per colpire la strategia saudita di aggiramento di Hormuz.</p>
<p>Abbiamo però davanti due processi contemporanei e documentabili: l’Arabia Saudita sta trasferendo quantità enormi di petrolio verso il Mar Rosso e il conflitto yemenita sta tornando a investire sia l’area di Bab el-Mandeb sia il territorio saudita.</p>
<h2>Il paradosso del petrolio</h2>
<p>Ed è qui che compare il paradosso più interessante.</p>
<p>Mentre la guerra si allarga, il mercato sta reagendo alla maggiore disponibilità di greggio. Il Brent è tornato sotto la soglia dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni del 6 ottobre, anche grazie alla ripresa delle esportazioni mediorientali e all’utilizzo coordinato delle riserve di emergenza.</p>
<p>Il rischio geopolitico cresce, ma almeno per il momento il sistema energetico riesce ad assorbirne una parte.</p>
<p>È forse questa la vera notizia.</p>
<p>Quando il <strong>23 settembre</strong> abbiamo raccontato <strong>“<a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">Hormuz quasi vuoto</a>”</strong>, abbiamo visto quanto il mondo fosse vulnerabile alla chiusura di pochi chilometri di mare.</p>
<p>Oggi vediamo l’altra faccia della stessa storia: quanto velocemente quel sistema sia capace di cercare un’altra strada.</p>
<p>Ma ogni nuova strada crea nuove dipendenze.</p>
<p>Hormuz conduce al Golfo. Yanbu conduce al Mar Rosso. Il Mar Rosso conduce verso Suez da una parte e Bab el-Mandeb dall’altra.</p>
<p>E Bab el-Mandeb è nuovamente dentro una guerra.</p>
<p>Il petrolio, dunque, ha trovato un’altra strada.</p>
<p><strong>Il problema è che la guerra sembra conoscere la stessa geografia.</strong></p>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-note">
<p><strong>Nota editoriale</strong></p>
<p>Questo articolo distingue i dati verificabili dalle interpretazioni geopolitiche. I flussi dell’East-West Pipeline, la ripresa delle esportazioni petrolifere del Golfo, gli attacchi agli aeroporti sauditi e l’avanzata delle forze governative yemenite nell’area di Bab el-Mandeb sono elementi documentati dalle fonti citate. Le affermazioni delle parti coinvolte nel conflitto vengono riportate come tali quando non risultano verificabili indipendentemente.</p>
<p>La contemporaneità tra diversificazione delle rotte energetiche e intensificazione del conflitto nel Mar Rosso costituisce una correlazione strategicamente rilevante, ma non dimostra che le operazioni militari in Yemen o gli attacchi contro obiettivi sauditi siano stati causati dalla strategia energetica di Riyadh.</p>
</div>
<div class="pip-sources">
<p><strong>Fonti</strong></p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-energy-minister-says-oil-pumped-through-east-west-pipeline-reached-58-2026-10-06/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 6 ottobre 2026 — East-West Pipeline e flussi verso Yanbu</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/energy/gulf-oil-flows-rise-average-81-pre-war-rate-september-data-shows-2026-10-06/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 6 ottobre 2026 — Flussi petroliferi del Golfo e dati Vortexa</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/yemeni-government-forces-seize-district-by-bab-el-mandeb-military-sources-say-2026-10-05/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 5 ottobre 2026 — Offensiva yemenita nell’area di Bab el-Mandeb</a></li>
<li><a href="https://apnews.com/article/e87beb84a0d146e4f0546b50508f7e32" target="_blank" rel="noopener">Associated Press, 5 ottobre 2026 — Dhubab e combattimenti intorno allo stretto</a></li>
<li><a href="https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/06/two-saudi-airports-targeted-on-monday-as-fighting-with-yemen-s-houthis-escalates" target="_blank" rel="noopener">Reuters / Internazionale, 6 ottobre 2026 — Attacchi agli aeroporti di Jazan e Najran</a></li>
<li><a href="https://saudigazette.com.sa/article/665161/saudi-arabia/three-injured-in-attacks-on-jazan-najran-airports" target="_blank" rel="noopener">Saudi Gazette / GACA, 6 ottobre 2026 — Feriti e danni negli aeroporti sauditi</a></li>
<li><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">LaFrecciaweb, 23 settembre 2026- Hormuz quasi vuoto: Due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</a></li>
</ul>
</li>
</ul>
</div>
<div class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/06/hormuz-il-petrolio-ha-trovato-unaltra-strada-ma-la-guerra-lo-sta-seguendo/">Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>San Francesco, abbiamo reso innocuo il suo messaggio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 13:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[800 anni dopo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="San Francesco 800 anni dopo" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/download-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ottocento anni dopo la sua morte celebriamo Francesco d’Assisi. Ma siamo davvero disposti a lasciarci ancora mettere in discussione dalla radicalità della sua vita? San Francesco, abbiamo reso innocuo il&#8230;</p>
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<h1>San Francesco, abbiamo reso innocuo il suo messaggio?</h1>
<p class="pip-subtitle">Ottocento anni dopo la sua morte celebriamo Francesco d’Assisi. Ma siamo davvero disposti a lasciarci ancora mettere in discussione dalla radicalità della sua vita?</p>
<p class="pip-lead">Oggi celebriamo San Francesco.</p>
<p>Lo facciamo ottocento anni dopo la sua morte, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226.</p>
<p>Assisi torna ancora una volta al centro dell’attenzione. Nell’anno dell’ottavo centenario, il 4 ottobre 2026 assume un significato particolare: è anche la prima Festa nazionale di San Francesco d’Assisi dopo l’entrata in vigore della legge che l’ha istituita, richiamando i valori della pace, della fratellanza, della tutela dell’ambiente e della solidarietà. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella partecipa alle celebrazioni di Assisi.</p>
<p>Ma c’è una domanda che rischia di perdersi tra cerimonie, immagini, discorsi e memoria.</p>
<div class="pip-question">Quanto siamo davvero disposti ad ascoltare Francesco?</div>
<p>Non il santo rassicurante.</p>
<p>Non la figura addolcita dalla distanza del tempo.</p>
<p>Ma l’uomo.</p>
<p>Quello che scelse di uscire dagli schemi.</p>
<p>Quello che rinunciò ai privilegi della propria condizione.</p>
<p>Quello che modificò radicalmente il proprio rapporto con il denaro, il potere, i poveri, il nemico, la natura e perfino con se stesso.</p>
<div class="pip-emphasis"><strong>Forse abbiamo imparato a celebrare Francesco proprio per non doverci più lasciare disturbare da lui.</strong></div>
<h2>Il Francesco che abbiamo addomesticato</h2>
<p>Nel tempo abbiamo costruito un’immagine quasi rassicurante di Francesco.</p>
<p>Il santo degli uccelli.</p>
<p>Il santo del presepe.</p>
<p>Il santo della natura.</p>
<p>Il santo della pace.</p>
<p>Tutto vero.</p>
<p>Ma non basta.</p>
<p>Perché Francesco d’Assisi non fu soltanto un uomo mite.</p>
<p><strong>Fu un uomo radicale.</strong></p>
<p>Figlio di una famiglia benestante, avrebbe potuto continuare la vita che gli era stata preparata.</p>
<p>Non lo fece.</p>
<p>Si spogliò.</p>
<p>E quella spogliazione non fu soltanto materiale.</p>
<p>Fu il rifiuto di lasciare che fosse il possesso a definire il valore di una persona.</p>
<p>In una società fortemente gerarchica, Francesco scelse una parola che ancora oggi conserva tutta la sua forza:</p>
<div class="pip-question">fratello.</div>
<h2>Non chiede semplicemente di essere buoni</h2>
<p>Francesco non chiede semplicemente di essere buoni.</p>
<p>Sarebbe una lettura troppo facile.</p>
<p>Chiede di cambiare il posto dal quale guardiamo l’altro.</p>
<p>Il povero non è soltanto qualcuno da assistere.</p>
<p>Il nemico non è soltanto qualcuno da combattere.</p>
<p>La natura non è soltanto qualcosa da utilizzare.</p>
<p>Il diverso non è qualcuno da ricondurre dentro le nostre categorie.</p>
<div class="pip-emphasis"><strong>È la relazione stessa a cambiare.</strong></div>
<p>Ed è forse proprio questo che rende Francesco ancora oggi molto più radicale di quanto siamo abituati a raccontarlo.</p>
<p>La sua rivoluzione è una rivoluzione relazionale.</p>
<p>Cambia il rapporto con le cose.</p>
<p>Cambia il rapporto con il denaro.</p>
<p>Cambia il rapporto con chi è escluso.</p>
<p>Cambia il rapporto con il potere.</p>
<p>Cambia il rapporto con il creato.</p>
<p>Cambia il rapporto con il nemico.</p>
<p>E cambia il rapporto con se stesso.</p>
<p>Francesco non propone semplicemente una serie di comportamenti migliori.</p>
<p><strong>Propone un altro modo di abitare il mondo.</strong></p>
<h2>Attraversare il confine</h2>
<p>Uno degli episodi più potenti della sua vita avviene durante la quinta crociata.</p>
<p>Nel 1219 Francesco attraversa le linee del conflitto e incontra il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil.</p>
<p>Non possiamo trasformare quell’incontro in una favola pacifista contemporanea.</p>
<p>Non fermò la guerra.</p>
<p>Non cancellò il conflitto.</p>
<p>Non possiamo neppure attribuirgli categorie politiche moderne.</p>
<p>Ma resta un fatto straordinario.</p>
<p>Nel momento in cui cristiani e musulmani si combattevano, Francesco attraversò fisicamente la linea che separava un campo dall’altro.</p>
<p>Andò incontro all’uomo che dall’altra parte veniva considerato nemico.</p>
<p>È un gesto che conserva ancora oggi una forza enorme.</p>
<p>Non perché risolva la complessità dei conflitti.</p>
<p>Ma perché ricorda che, anche dentro il conflitto, l’altro continua a essere umano.</p>
<p>Ed è forse una delle lezioni più difficili da accettare nel nostro tempo.</p>
<p>Abbiamo infatti una straordinaria capacità di trasformare identità, differenze e appartenenze in frontiere.</p>
<p><strong>Francesco, invece, attraversava le frontiere.</strong></p>
<h2>Prima della categoria c’è la persona</h2>
<p>Lo stesso vale quando guardiamo chi è povero, escluso, migrante, ferito o semplicemente diverso da noi.</p>
<p>Le società hanno bisogno di regole.</p>
<p>Gli Stati hanno bisogno di confini.</p>
<p>I fenomeni complessi devono essere governati.</p>
<p>Ma prima di ogni categoria esiste una persona.</p>
<p>È questo il passaggio che spesso perdiamo.</p>
<p>Riduciamo l’altro a una definizione.</p>
<p>Migrante.</p>
<p>Straniero.</p>
<p>Povero.</p>
<p>Avversario.</p>
<p>Credente.</p>
<p>Non credente.</p>
<p>Progressista.</p>
<p>Conservatore.</p>
<p>E quando la categoria diventa più importante della persona, la relazione scompare.</p>
<p>Francesco continua a disturbare proprio qui.</p>
<p><strong>Perché costringe a guardare il volto prima dell’etichetta.</strong></p>
<h2>Francesco non era un ambientalista</h2>
<p>Anche nel rapporto con la natura dobbiamo evitare una semplificazione.</p>
<p>Francesco non era un ambientalista.</p>
<p>Non poteva esserlo.</p>
<p>Non conosceva il cambiamento climatico, le emissioni di CO₂, la perdita di biodiversità o le categorie scientifiche contemporanee.</p>
<p>Trasformarlo in un ecologista del XIII secolo sarebbe un anacronismo.</p>
<p>Ma aveva compreso qualcosa di profondissimo.</p>
<div class="pip-emphasis"><strong>L’essere umano non è il proprietario assoluto della Terra.</strong></div>
<p>È parte di essa.</p>
<p>Il sole diventa fratello.</p>
<p>La luna sorella.</p>
<p>L’acqua sorella.</p>
<p>Persino la morte diventa sorella.</p>
<p>Non è ecologia scientifica.</p>
<p>È una concezione della relazione.</p>
<p>Prima ancora di chiederci come dobbiamo trattare la natura, Francesco sembra costringerci a una domanda più radicale:</p>
<div class="pip-question">che posto crediamo di occupare dentro il vivente?</div>
<p>La Terra esisteva prima dell’uomo.</p>
<p>E potrebbe continuare a esistere anche dopo di noi.</p>
<p>Quando diciamo che dobbiamo “salvare il pianeta”, rischiamo persino di sopravvalutare noi stessi.</p>
<p>Non è il pianeta ad aver bisogno di essere salvato dall’estinzione.</p>
<p><strong>Siamo noi che dobbiamo imparare a vivere senza distruggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa presenza.</strong></p>
<h2>Francesco nel tempo della comunicazione</h2>
<p>E poi c’è il nostro mondo digitale.</p>
<p>Non possiamo sapere come Francesco avrebbe utilizzato uno smartphone, un social network o una piattaforma digitale.</p>
<p>Ma possiamo usare la sua vita per porci una domanda.</p>
<p>Oggi comunichiamo continuamente ciò che facciamo.</p>
<p>Aiutiamo e raccontiamo.</p>
<p>Incontriamo e pubblichiamo.</p>
<p>Ci indigniamo e condividiamo.</p>
<p>Costruiamo immagini di noi stessi.</p>
<p>Non è necessariamente un male.</p>
<p>Raccontare il bene è importante.</p>
<p>Far conoscere un’ingiustizia può essere necessario.</p>
<p>La comunicazione può generare consapevolezza, solidarietà e relazione.</p>
<p>Il problema nasce quando il racconto diventa più importante dell’incontro.</p>
<p>Quando la rappresentazione del gesto supera il gesto stesso.</p>
<p>Quando il bisogno di mostrare ciò che facciamo rischia di diventare più importante del bene che stiamo facendo.</p>
<div class="pip-question">Se nessuno sapesse quello che stai facendo, lo faresti ugualmente?</div>
<p>È una domanda difficile.</p>
<p>Anche per chi, come me, lavora con la comunicazione.</p>
<p>Forse soprattutto per chi lavora con la comunicazione.</p>
<p>Perché la tecnologia può servire la relazione.</p>
<p><strong>Ma può anche sostituirla.</strong></p>
<h2>Il santo fuori dagli schemi</h2>
<p>Francesco era profondamente dentro la Chiesa.</p>
<p>Ma viveva qualcosa che rompeva gli schemi del proprio tempo.</p>
<p>Non costruì la propria identità semplicemente contro qualcuno.</p>
<p>Non ebbe bisogno di distruggere l’altro per testimoniare ciò in cui credeva.</p>
<p><strong>La sua contestazione più potente fu la sua vita.</strong></p>
<p>Anche questo è estremamente scomodo oggi.</p>
<p>Viviamo in un tempo nel quale abbiamo sempre più bisogno di definire chi siamo attraverso ciò che combattiamo.</p>
<p>Le appartenenze diventano identità.</p>
<p>Le identità diventano contrapposizioni.</p>
<p>Le contrapposizioni diventano nemici.</p>
<p>Francesco introduce invece una parola che disarma questa logica.</p>
<div class="pip-question">Fratello.</div>
<p>Fratello non significa essere uguali.</p>
<p>Non significa pensarla allo stesso modo.</p>
<p>Non significa cancellare il conflitto.</p>
<p><strong>Significa impedire al conflitto di cancellare l’umanità dell’altro.</strong></p>
<h2>Abbiamo reso innocuo il suo messaggio?</h2>
<p>Forse il rischio più grande arriva proprio adesso.</p>
<p>Ottocento anni dopo la sua morte, Francesco è universalmente riconosciuto.</p>
<p>È amato.</p>
<p>È citato.</p>
<p>È celebrato.</p>
<p>È diventato simbolo di pace, povertà, fraternità, ecologia.</p>
<p>Ed è giusto che sia così.</p>
<p>Ma ogni simbolo corre un rischio.</p>
<p><strong>Diventare innocuo.</strong></p>
<p>Perché una volta trasformata una persona in icona possiamo continuare ad ammirarla senza lasciare che ci metta davvero in discussione.</p>
<p>Possiamo parlare di Francesco senza modificare il nostro rapporto con il denaro.</p>
<p>Possiamo cantare il Cantico delle creature senza interrogarci sul nostro modo di consumare.</p>
<p>Possiamo invocare la pace continuando a trattare chi ci è vicino come un nemico.</p>
<p>Possiamo parlare di fraternità e costruire continuamente categorie che separano.</p>
<p>Possiamo celebrare la povertà vivendo nella logica dell’accumulo.</p>
<p>Ed è qui che Francesco torna improvvisamente scomodo.</p>
<h2>Ottocento anni dopo</h2>
<p>Forse, allora, la domanda non è:</p>
<div class="pip-question">che cosa direbbe Francesco al mondo di oggi?</div>
<p>È una domanda affascinante, ma rischia sempre di farci usare Francesco per confermare ciò che pensiamo già.</p>
<p>La domanda più seria è un’altra:</p>
<div class="pip-emphasis"><strong>Che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio ciò che Francesco ha già detto con la propria vita?</strong></div>
<p>Perché celebrare Francesco è relativamente facile.</p>
<p>Ricordarlo è facile.</p>
<p>Trasformarlo in simbolo è facile.</p>
<p>Molto più difficile è permettergli ancora di mettere in discussione il nostro rapporto con il denaro, il potere, il nemico, il creato e perfino con noi stessi.</p>
<div class="pip-separator"></div>
<p class="pip-question">Forse Francesco non ha bisogno di essere reso contemporaneo.</p>
<p class="pip-question">Siamo noi che dobbiamo decidere se vogliamo ancora lasciarci mettere in discussione da lui.</p>
<section class="pip-editorial-note">
<h2>Nota editoriale</h2>
<p>Questo articolo non vuole attribuire a Francesco d’Assisi posizioni contemporanee che non avrebbe potuto conoscere.</p>
<p>Non sappiamo che cosa penserebbe delle guerre di oggi, delle migrazioni, dei social network o della crisi climatica.</p>
<p>Il tentativo è diverso: mettere alcune sue scelte accanto alle nostre.</p>
<p>Da giornalista e da persona che lavora sulla comunicazione e sulle relazioni, ciò che continua a interrogarmi di Francesco non è soltanto la povertà.</p>
<p>È il suo modo di cambiare le relazioni.</p>
<p>Con le persone.<br />
Con il potere.<br />
Con le cose.<br />
Con il diverso.<br />
Con il nemico.<br />
Con il creato.</p>
<p>Forse è proprio qui che, ottocento anni dopo, Francesco continua a parlarci.</p>
<p>Non perché avesse previsto il nostro mondo.</p>
<p><strong>Ma perché aveva compreso qualcosa dell’essere umano.</strong></p>
<p><strong>Fr@ncesco Mazzarella</strong></p>
</section>
<section class="pip-related-audio">
<div>Ascolta anche</div>
<h2>Il Cantico delle creature: quando il mondo torna a essere fratello</h2>
<p>Una puntata di <strong>Tra pagine e legami</strong> per continuare la riflessione sul rapporto tra Francesco, il creato e il nostro modo di abitare il mondo.</p>
<p><iframe src="https://open.spotify.com/embed/episode/2BTuKglE7rPDZjNuOfQnmh/video?utm_source=generator&amp;si=1369866b49744ead" width="100%" height="351" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" data-testid="embed-iframe" data-mce-fragment="1"></iframe>Per ascoltare le altre puntate e scoprire gli approfondimenti del progetto:<br />
<a href="https://www.francescomazzarella.eu/podcast/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">francescomazzarella.eu/podcast</a></p>
</section>
<section class="pip-sources">
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li><strong>Normattiva – Legge 8 ottobre 2025, n. 151</strong>, “Istituzione della festa nazionale di San Francesco d’Assisi”. Entrata in vigore il 1° gennaio 2026.<br />
<a href="https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=25G00153&amp;atto.dataPubblicazioneGazzetta=2025-10-10" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulta il testo della legge</a></li>
<li><strong>Basilica di San Francesco d’Assisi – Sacro Convento</strong>, “Celebrazioni per la festa di San Francesco d’Assisi, 3 e 4 ottobre 2026”, 17 settembre 2026.<br />
<a href="https://basilica.sanfrancesco.org/notizie/celebrazioni-per-la-festa-di-san-francesco-dassisi-3-e-4-ottobre-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Programma ufficiale delle celebrazioni</a></li>
<li><strong>Presidenza della Repubblica – Quirinale</strong>, Agenda del Presidente della Repubblica: partecipazione alla cerimonia del 4 ottobre 2026 ad Assisi in occasione della Festa nazionale di San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della morte.<br />
<a href="https://www.quirinale.it/agenda" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Agenda del Presidente della Repubblica</a></li>
<li><strong>Commission on the Franciscan Intellectual Tradition</strong>, documentazione sulla vita e sulla tradizione francescana, compreso l’incontro del 1219 tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata.<br />
<a href="https://www.franciscantradition.org/blog/saint-francis-il-poverello/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Franciscan Intellectual Tradition</a></li>
<li><strong>Basilica di San Francesco d’Assisi</strong>, “4 ottobre 2026: il mondo viene da san Francesco”, 27 settembre 2026.<br />
<a href="https://basilica.sanfrancesco.org/notizie/4-ottobre-2026-il-mondo-viene-da-san-francesco-2" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Approfondimento sull’ottavo centenario</a></li>
</ul>
</section>
<div class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
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		<title>Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 11:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
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		<category><![CDATA[East-West Pipeline]]></category>
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		<category><![CDATA[stretto di Hormuz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, contro circa 125 prima del conflitto. Tra rotte alternative, petroliere meno visibili e diplomazia, lo Stretto rivela la fragilità delle reti globali Hormuz&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><em>Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, contro circa 125 prima del conflitto. Tra rotte alternative, petroliere meno visibili e diplomazia, lo Stretto rivela la fragilità delle reti globali</em></p>
<h1 class="pip-title">Hormuz quasi vuoto: quando il mondo scopre di dipendere da pochi chilometri di mare</h1>
<p class="pip-subtitle">Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, dopo le due del giorno precedente, contro circa 125 grandi navi al giorno prima dell’attuale conflitto. Mentre <strong>Teheran</strong> apre condizionatamente alla possibilità di riaprire lo Stretto e l’<strong>Arabia Saudita</strong> riattiva una via alternativa verso il Mar Rosso, Hormuz mostra quanto energia, commercio e sicurezza globale dipendano da pochi nodi strategici</p>
<p class="pip-lead">Ci sono luoghi che sembrano lontanissimi finché non smettono di funzionare. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi.</p>
<p>È un braccio di mare tra Iran e Oman che molti europei avrebbero difficoltà a indicare con precisione su una carta geografica, ma dal quale dipende una parte essenziale della circolazione energetica mondiale.</p>
<p>Oggi quel passaggio è quasi vuoto.</p>
<p>I dati sul traffico marittimo raccontano qualcosa di impressionante: martedì 22 settembre soltanto <strong>tre navi commerciali legate alle materie prime risultavano avere attraversato lo Stretto</strong>. Il giorno precedente erano state due. Prima dell’attuale conflitto transitavano da Hormuz circa <strong>125 grandi navi commerciali al giorno</strong>.</p>
<p>È però necessaria una precisazione importante. Questi numeri riguardano le navi rilevabili attraverso i sistemi di tracciamento. Alcune imbarcazioni possono attraversare l’area con i <strong>transponder AIS</strong> <strong>disattivati</strong>, rendendo incompleta la fotografia del traffico effettivo.</p>
<div class="pip-factbox"><strong>Il dato chiave</strong></p>
<p>Prima del conflitto: circa <strong>125 grandi navi commerciali al giorno</strong>.<br />
Lunedì 21 settembre: <strong>2 transiti commerciali tracciabili</strong>.<br />
Martedì 22 settembre: <strong>3 transiti commerciali tracciabili</strong>.</p>
<p>Il dato AIS non permette però di conoscere con certezza tutte le navi effettivamente presenti nello Stretto.</p></div>
<p>Ed è proprio qui che la storia diventa più interessante del numero.</p>
<h2>Il mondo non si ferma: cerca un’altra strada</h2>
<p>Quando un’arteria si restringe, il sistema cerca immediatamente altre vene.</p>
<p>L’Arabia Saudita ha riavviato l’<strong>East-West Pipeline</strong>, l’oleodotto che attraversa il Paese permettendo al greggio di raggiungere il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, senza attraversare Hormuz. L’infrastruttura era stata danneggiata dagli attacchi dei giorni precedenti.</p>
<p>Nel frattempo <strong>Riyadh</strong> aveva aumentato le esportazioni dai terminal del Golfo e sviluppato anche trasferimenti di greggio nave-nave nelle acque dell’<strong>Oman</strong>. I flussi energetici, insomma, non sono semplicemente scomparsi: hanno cominciato a <strong>ridisegnarsi</strong>.</p>
<p>È una straordinaria dimostrazione della capacità di adattamento dei sistemi globali. Ma è anche la dimostrazione della loro fragilità.</p>
<p>Perché trovare una strada alternativa non significa eliminare il rischio. Significa spesso <strong>spostarlo altrove</strong>.</p>
<p>Se Hormuz diventa insicuro, aumenta l’importanza dell’oleodotto saudita. Se quell’oleodotto viene colpito, aumenta l’importanza del Mar Rosso. Se Bab el-Mandeb diventa pericoloso, entrano in difficoltà le rotte verso Suez.</p>
<p class="pip-highlight">Ogni alternativa dipende da un’altra infrastruttura, da un altro territorio, da un altro equilibrio politico. La globalizzazione ci ha insegnato a essere interconnessi. Forse non ci ha insegnato abbastanza a essere resilienti.</p>
<h2>Le navi che scompaiono</h2>
<p>C’è poi un dettaglio che sembra tecnico e invece racconta bene il nostro tempo.</p>
<p>Alcune navi attraversano quelle acque spegnendo il proprio sistema automatico di identificazione, l’AIS.</p>
<p>Questo non significa automaticamente che siano coinvolte in attività illecite. In un’area di conflitto, rendersi meno facilmente individuabili può rispondere anche a esigenze di sicurezza.</p>
<p>Ma produce un paradosso.</p>
<p>Viviamo nell’epoca in cui possiamo osservare quasi in tempo reale una nave dall’altra parte del pianeta, eppure quando aumenta il pericolo una parte di quella realtà può improvvisamente diventare invisibile.</p>
<p>Anche l’informazione diventa così parte della sicurezza. Sapere dove si trova una nave significa poterla seguire. Ma significa anche poterla trovare.</p>
<p>È un piccolo esempio di una questione molto più grande: <strong>la trasparenza tecnologica che rende efficienti le nostre reti può trasformarsi in vulnerabilità quando cambia il contesto nel quale quelle reti operano.</strong></p>
<h2>Intanto la diplomazia prova a muoversi</h2>
<p>Mentre il traffico diminuisce, sul piano diplomatico arrivano segnali che richiedono attenzione ma anche molta prudenza.</p>
<p><strong>Teheran</strong> ha fatto sapere di essere disponibile a riaprire lo Stretto entro una settimana qualora gli<strong> Stati Uniti</strong> riducano la pressione militare e rimuovano il blocco dei porti iraniani. La delegazione iraniana presente a New York per l’<strong>Assemblea generale delle Nazioni Unite</strong> avrebbe ricevuto mandato per negoziare.</p>
<p>È importante utilizzare le parole corrette: <strong>Hormuz non sta riaprendo.</strong> L’Iran ha espresso una disponibilità condizionata.</p>
<p>Parallelamente <strong>Francia e Stati Uniti</strong> stanno lavorando a una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione nello Stretto.</p>
<p>Anche il presidente russo <strong>Vladimir Putin</strong> e il principe ereditario saudita <strong>Mohammed bin Salman</strong> hanno richiamato la necessità di garantire passaggi sicuri attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb.</p>
<p>Non significa che siamo davanti a una distensione.</p>
<p>Significa però che attori con interessi molto differenti sembrano condividere almeno una consapevolezza: <strong>tenere troppo a lungo compromesse le arterie del commercio mondiale può produrre conseguenze che nessuno riesce più a controllare completamente.</strong></p>
<h2>Non esistono più crisi lontane</h2>
<p>È forse questa la lezione più importante di Hormuz.</p>
<p>Continuiamo a utilizzare categorie geografiche per descrivere problemi che geografici non sono più.</p>
<p>Una crisi è “mediorientale”. Una guerra è “europea”. Un attacco informatico avviene “in America”. Una siccità colpisce “l’Africa”.</p>
<p>Ma energia, merci, dati, finanza, alimentazione e tecnologia attraversano continuamente quei confini.</p>
<p>Una nave che non parte dal Golfo può diventare una consegna che ritarda in Europa. Un oleodotto colpito in Arabia Saudita può modificare il prezzo del petrolio a migliaia di chilometri di distanza. Una raffineria danneggiata può incidere sulla disponibilità di carburanti utilizzati da trasporti, agricoltura e industria.</p>
<p class="pip-highlight">La distanza geografica continua a esistere. La distanza delle conseguenze molto meno.</p>
<p>Ed è qui che Hormuz smette di essere soltanto una storia di geopolitica.</p>
<p>Diventa una storia di <strong>relazioni</strong>.</p>
<p>Relazioni tra Paesi, naturalmente, ma anche tra infrastrutture, economie, tecnologie e persone.</p>
<h2>La fragilità è nelle connessioni</h2>
<p>Per decenni abbiamo costruito sistemi sempre più efficienti.</p>
<p>Produzione concentrata dove costa meno. Merci trasportate attraverso le rotte più convenienti. Energia movimentata attraverso pochi grandi corridoi. Catene logistiche ottimizzate per ridurre tempi, scorte e costi.</p>
<p>Ha funzionato.</p>
<p>Ma l’efficienza assoluta possiede un lato fragile: quando tutto dipende da pochi nodi, <strong>il nodo diventa più importante dell’intera rete.</strong></p>
<p>Hormuz oggi ce lo mostra con una chiarezza quasi brutale.</p>
<p>Non serve che il commercio mondiale si fermi. È sufficiente che pochi chilometri di mare diventino troppo pericolosi perché governi, compagnie petrolifere, assicurazioni, marine militari, mercati finanziari e diplomazie di mezzo mondo debbano contemporaneamente cambiare comportamento.</p>
<p>E forse la domanda più importante non è quanto velocemente riusciremo a riaprire completamente Hormuz.</p>
<p>È un’altra:</p>
<p class="pip-highlight"><strong>Quanti altri Hormuz abbiamo costruito senza accorgercene?</strong></p>
<p>Nell’energia. Nei semiconduttori. Nei cavi sottomarini. Nei dati. Nelle materie prime. Nelle piattaforme tecnologiche. Persino nell’intelligenza artificiale.</p>
<p>La vera sicurezza del nostro tempo potrebbe allora non consistere soltanto nel difendere meglio questi passaggi.</p>
<p>Potrebbe significare imparare a costruire sistemi capaci di continuare a vivere anche quando uno dei loro nodi si interrompe.</p>
<p>Perché essere connessi non significa necessariamente essere resilienti.</p>
<p>E Hormuz, quasi vuoto, ce lo sta ricordando.</p>
<div class="pip-editorial-note">
<div class="pip-editorial-note-title">NOTA EDITORIALE</div>
<p>Questo editoriale nasce dal lavoro di monitoraggio, che osserva i singoli fatti non soltanto per il loro valore immediato di cronaca, ma cercando connessioni, ricorrenze e trasformazioni di medio periodo.</p>
<p>Nel caso dello Stretto di Hormuz distinguiamo nettamente <strong>i fatti verificati</strong> — la forte riduzione del traffico marittimo tracciabile, la riattivazione dell’East-West Pipeline saudita e i movimenti diplomatici in corso — dalle <strong>dichiarazioni politiche</strong> e dalle <strong>interpretazioni editoriali</strong>.</p>
<p>In particolare, al momento della pubblicazione <strong>non esiste un accordo per la riapertura dello Stretto</strong>: esiste una disponibilità iraniana condizionata. Analogamente, i dati basati sui sistemi AIS non permettono di conoscere con assoluta certezza il numero complessivo delle navi che attraversano l’area, poiché alcune possono navigare senza trasmettere pubblicamente la propria posizione.</p>
<p>La riflessione sulla fragilità delle reti globali rappresenta quindi <strong>l’analisi dell’autore</strong>, costruita a partire dai fatti documentati e non presentata come una relazione causale già dimostrata.</div>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ul>
<li><strong>Reuters — 23 settembre 2026</strong><br />
“Shipping traffic via Strait of Hormuz stays below 10% of pre-war average, data shows”<br />
Dati aggiornati sui transiti commerciali nello Stretto e sulle limitazioni del rilevamento AIS.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/shipping-traffic-via-strait-hormuz-stays-below-10-day-average-data-shows-2026-09-23/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – traffico nello Stretto di Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Iran ready to reopen Strait of Hormuz if US eases military pressure, lifts blockade”<br />
Disponibilità condizionata iraniana alla riapertura dello Stretto e negoziati a New York.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-ready-reopen-strait-hormuz-if-us-eases-military-pressure-lifts-blockade-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – proposta iraniana su Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“France mulls new UN Security Council resolution on Hormuz, diplomats say”<br />
Iniziativa franco-statunitense per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/france-mulls-new-un-security-council-resolution-hormuz-diplomats-say-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – possibile risoluzione ONU su Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Saudi Arabia restarts East-West oil pipeline to resume exports from Yanbu”<br />
Riattivazione dell’oleodotto saudita verso il Mar Rosso.<br />
<a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-arabia-restarts-east-west-oil-pipeline-resume-exports-yanbu-sources-say-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – riavvio East-West Pipeline</a></li>
<li><strong>Reuters — 21 settembre 2026</strong><br />
“Saudi Arabia ramps up Gulf oil exports after pipeline attack, shipping data shows”<br />
Dati sulle esportazioni saudite e sulle strategie alternative utilizzate durante la crisi.<br />
<a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-arabia-ramps-up-gulf-oil-exports-after-pipeline-attack-shipping-data-shows-2026-09-21/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – flussi petroliferi sauditi</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Putin, Saudi crown prince call for safe passage via Hormuz, Bab el-Mandeb”<br />
Colloquio tra Vladimir Putin e Mohammed bin Salman sulla sicurezza delle principali rotte marittime.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/putin-saudi-crown-prince-call-safe-passage-via-hormuz-bab-el-mandeb-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – Hormuz e Bab el-Mandeb</a></li>
<li><strong>U.S. Energy Information Administration (EIA)</strong><br />
“World Oil Transit Chokepoints”<br />
Dati strutturali sull’importanza dello Stretto di Hormuz per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.<br />
<a href="https://www.eia.gov/international/content/analysis/special_topics/World_Oil_Transit_Chokepoints/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">U.S. EIA – World Oil Transit Chokepoints</a></li>
</ul>
</div>
<div class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/22/la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 07:46:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti.Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto.</p></blockquote>
<p><strong>Il punto di vista di Pierfranco Bruni- saggista, antropologo</strong></p>
<div id="attachment_66422" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-66422" class="size-thumbnail wp-image-66422" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-66422" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche. La scuola è inclusiva già di per sé. Per sua natura, per sua fondazione costituzionale, per sua vocazione pedagogica. Non è possibile pensare a classificazioni, a percentuali, a schedature. La scuola non è un ufficio anagrafe, non è una dogana. È il primo luogo della comunità.</p>
<p>È un atto culturale e pedagogico soprattutto in un tempo super tecnologico. Conoscenza e apprendimento. I due pilastri. Ridurre il problema dell&#8217;istruzione alla questione degli &#8220;extracomunitari&#8221; o alla presenza di alunni stranieri in classe significa non aver compreso che cosa sia oggi la scuola italiana e che cosa sia l&#8217;Italia stessa. È un problema molto serio e profondo che va a toccare anche il tema delle contaminazioni.</p>
<p>Non si tratta di una questione soltanto politica o di scelte politiche. È un tratto psicologico che interessa l&#8217;educazione e l&#8217;integrazione. È un fatto antropologico. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti. Quando si introduce una logica di separazione, di conteggio, di tetto massimo, si produce un effetto immediato e devastante sul piano psicologico: si dice a un bambino che la sua presenza è un problema, che è di troppo. È l&#8217;esatto contrario di ogni principio educativo. Educere! Tirare fuori ciò che si ha e  riportarlo dentro con capacità cognitive percettivi sensoriali. Qui parliamo di una filosofia della pedagogia.</p>
<p>È giusto che la pedagogia dia il suo parere, e lo dia con forza. Perché la pedagogia non è ancella della politica. Ha un suo statuto scientifico, una sua autonomia.</p>
<blockquote><p>La pedagogia ci dice da almeno cinquant&#8217;anni che l&#8217;apprendimento è cooperativo e collaborativo, che la differenza è un moltiplicatore cognitivo, che una classe plurale apprende di più e meglio di una classe omologata. Ma oltre questo bisogna partire dal punto che le infanzie sono sempre inclusive.</p></blockquote>
<p>Qui entra la lezione che ho sempre difeso: il mio Francesco d&#8217;Assisi è stato il primo pedagogista della modernità. Non ha mai contato i suoi fratelli, non ha mai chiesto da dove venissero. Ha insegnato la fratellanza come metodo, non come predica. La scuola francescana è inclusiva perché guarda l&#8217;uomo, non l&#8217;etnia. Questa è la nostra radice occidentale e mediterranea. In fondo c&#8217;è sempre un tratto religioso in ciò.</p>
<p>Siamo una Nazione in cui il pluralismo ha un fondamento preciso, che non è una concessione moderna, ma è la nostra storia. Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Siamo greci, latini, arabi, normanni, albanesi, sloveni, walser, occitani. Siamo la Magna Grecia e siamo l&#8217;emigrazione del Novecento. Il Mediterraneo che ci ha generati è un mare di contaminazioni, non di purezze. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto. E tanto si può creare un conflitto.</p>
<p>Perciò non si insista sul problema degli &#8220;extracomunitari&#8221;, che è una definizione giuridica vecchia, superata e offensiva sul piano umano. Il bambino che siede accanto a mio figlio non è un &#8220;extracomunitario&#8221;. È un bambino. È un alunno. È un compagno di classe. Ha un nome, una storia, una lingua madre che diventerà una ricchezza anche per gli altri. E questo significa costume e tradizione.</p>
<p>Bisogna certamente pensare ad altre strade. La strada da seguire è un&#8217;altra. Non è quella delle classi separate, delle quote, delle paure agitate per consenso. È la strada dell&#8217;investimento.</p>
<blockquote><p>Servono più insegnanti, più mediatori culturali, più tempo scuola, più formazione per i docenti. Serve una scuola che non abbia paura della realtà, ma che la accolga e la trasformi in progetto educativo. Appunto. Un progetto educativo interattivo perché l&#8217;educazione è il pensare delle conoscenze.</p></blockquote>
<p>Bisogna considerare però che l&#8217;inclusione non è buonismo. È l&#8217;unica forma di intelligenza possibile. Una scuola che esclude, che conta, che scheda, ha già fallito la sua missione prima ancora di iniziare. Sono bambini.  Saranno ragazzi. Non pongo la questione in termini politici.  È appunto pedagogico</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/22/la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche/">La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>EU KIDS Act, l’Europa cambia le regole per i minori: social, videogiochi e chatbot AI sotto osservazione</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/16/eu-kids-act-leuropa-cambia-le-regole-per-i-minori-social-videogiochi-e-chatbot-ai-sotto-osservazione1/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=eu-kids-act-leuropa-cambia-le-regole-per-i-minori-social-videogiochi-e-chatbot-ai-sotto-osservazione1</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:43:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Eu Kids Act]]></category>
		<category><![CDATA[fornitori servizi]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
		<category><![CDATA[Piattaforme social]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[safe by design]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>EU KIDS Act, l’Europa cambia le regole per i minori: social, videogiochi e chatbot AI sotto osservazione La Commissione europea propone limiti d’età e nuovi obblighi di sicurezza per le&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/16/eu-kids-act-leuropa-cambia-le-regole-per-i-minori-social-videogiochi-e-chatbot-ai-sotto-osservazione1/">EU KIDS Act, l’Europa cambia le regole per i minori: social, videogiochi e chatbot AI sotto osservazione</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/fffd1e36-cf1d-4231-8cec-4d94a771db5e-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><strong>EU KIDS Act, l’Europa cambia le regole per i minori: social, videogiochi e chatbot AI sotto osservazione</strong></p>
<h2><em>La Commissione europea propone limiti d’età e nuovi obblighi di sicurezza per le piattaforme digitali. Il principio cambia: non saranno più soltanto famiglie e ragazzi a doversi proteggere, ma i servizi dovranno dimostrare di essere sicuri per i minori. E l’intelligenza artificiale entra pienamente nella questione educativa</em></h2>
<p>Per anni abbiamo posto quasi sempre la stessa domanda.</p>
<p>Quanto tempo passa un ragazzo davanti allo smartphone?</p>
<p>A che età dovrebbe avere il primo social?</p>
<p>I genitori controllano abbastanza?</p>
<p>I ragazzi conoscono i pericoli della rete?</p>
<p>Domande legittime. Ma tutte costruite, in fondo, intorno alla responsabilità di chi utilizza la tecnologia.</p>
<p>Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha messo sul tavolo una proposta che prova a spostare il punto di osservazione.</p>
<p>Con l’<strong>EU KIDS Act</strong>, Bruxelles propone di vietare l’accesso ai social network ai minori di 13 anni e di fissare a 15 anni l’età minima per aprire autonomamente un proprio account. Ma il passaggio più significativo non è probabilmente quello anagrafico.</p>
<p>È un altro.</p>
<p>Secondo la Commissione, saranno i fornitori dei servizi digitali a dover dimostrare che ciò che offrono ai minori è <strong>appropriato all’età e “safe by design”, sicuro già nella progettazione</strong>.</p>
<div class="pip-highlight"><strong>Il cambio di prospettiva:</strong> finora abbiamo chiesto ai ragazzi di difendersi dalla tecnologia. L’Europa comincia a chiedere alla tecnologia di dimostrare di essere adatta ai ragazzi.</div>
<p>In altre parole, la domanda comincia a cambiare.</p>
<blockquote><p>Non soltanto: “Questo ragazzo è abbastanza preparato per entrare in quella piattaforma?”</p>
<p>Ma anche: “Quella piattaforma è stata progettata in modo abbastanza responsabile per accogliere un ragazzo?”</p></blockquote>
<h2>Non riguarda soltanto Instagram e TikTok</h2>
<p>Il nome stesso della proposta — <strong>EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy Act</strong> — lascia intuire un perimetro più ampio.</p>
<p>La documentazione della Commissione chiarisce che l’obiettivo è proteggere i minori non soltanto dai servizi digitali considerati rischiosi, ma anche dai <strong>sistemi di intelligenza artificiale</strong>.</p>
<p>Secondo i dettagli della proposta riportati da Reuters, nel campo di applicazione entrerebbero social network, piattaforme di condivisione video, videogiochi online e <strong>chatbot basati sull’intelligenza artificiale</strong>.</p>
<p>Ed è probabilmente qui che il provvedimento assume una dimensione nuova.</p>
<p>Perché fino a pochi anni fa il problema educativo digitale veniva identificato soprattutto con i social.</p>
<p>Oggi un adolescente può trascorrere ore non soltanto guardando contenuti o interagendo con altri utenti, ma anche <strong>parlando con un sistema artificiale capace di rispondere, ricordare il contesto, simulare vicinanza, offrire consigli e costruire una relazione conversazionale apparentemente personale</strong>.</p>
<p>Non è più soltanto una questione di contenuti.</p>
<p>È anche una questione di <strong>relazione</strong>.</p>
<h2>Dai contenuti al modo in cui la tecnologia trattiene</h2>
<p>Il progetto europeo non guarda soltanto a ciò che compare sullo schermo.</p>
<p>Guarda anche a <strong>come il servizio è costruito</strong>.</p>
<p>Fra le misure riportate figurano restrizioni alle funzioni progettate per aumentare il coinvolgimento continuo, limiti a sistemi di raccomandazione personalizzata, notifiche notturne e meccanismi come lo scorrimento infinito. Per gli account dei minori sono previste inoltre impostazioni più protettive per privacy, geolocalizzazione, microfono e fotocamera.</p>
<p>È un passaggio importante.</p>
<p>Per molto tempo abbiamo parlato del digitale come se fosse uno spazio neutro nel quale qualcuno decide liberamente quanto rimanere.</p>
<p>Ma le piattaforme non sono semplicemente stanze vuote.</p>
<p>Sono ambienti progettati.</p>
<p>Ogni notifica, ricompensa, suggerimento, sequenza automatica di video o contenuto consigliato può essere pensato per aumentare il tempo di permanenza.</p>
<p>E quando l’utente è un bambino o un adolescente, la questione non può essere ridotta alla sua capacità individuale di “sapersi controllare”.</p>
<h2>La responsabilità torna anche agli adulti che progettano</h2>
<p>La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sintetizzato il principio sostenendo che molte delle tecnologie con cui oggi interagiscono i bambini non sono nate avendo come priorità il loro benessere. Con il KIDS Act, ha spiegato la Commissione, l’onere della prova dovrebbe quindi spostarsi sulle piattaforme.</p>
<p>È forse questo il cambiamento culturale più interessante.</p>
<p>Negli ultimi anni abbiamo spesso chiesto ai genitori di educare meglio.</p>
<p>Alle scuole di fare media education.</p>
<p>Ai ragazzi di essere più consapevoli.</p>
<p>Tutto necessario.</p>
<p>Ma mancava spesso un quarto soggetto:</p>
<blockquote><p>chi costruisce l’ambiente nel quale quelle relazioni avvengono.</p></blockquote>
<p>Non possiamo chiedere a una famiglia di combattere da sola contro strumenti progettati da aziende che dispongono di enormi quantità di dati, psicologia comportamentale, algoritmi predittivi e sistemi capaci di adattarsi continuamente all’utente.</p>
<p>La responsabilità educativa resta.</p>
<p>Ma non può diventare un alibi per deresponsabilizzare la tecnologia.</p>
<h2>E con i chatbot cambia ancora qualcosa</h2>
<p>L’ingresso esplicito dell’intelligenza artificiale nel ragionamento europeo apre però una questione che va oltre quella dei social.</p>
<p>Un social network può suggerire un contenuto.</p>
<p>Un chatbot può <strong>rispondere</strong>.</p>
<p>Può essere interrogato quando si è soli.</p>
<p>Può ricevere una confidenza.</p>
<p>Può diventare uno spazio dove cercare spiegazioni, consigli, rassicurazioni.</p>
<p>E proprio per questo la protezione dei minori davanti all’AI non può ridursi alla semplice logica del filtro dei contenuti.</p>
<blockquote><p>Quando la tecnologia aiuta un ragazzo a raggiungere l’altro e quando comincia invece a sostituire l’altro?</p></blockquote>
<p>È una domanda educativa prima ancora che tecnologica.</p>
<p>Un chatbot può aiutare a studiare, comprendere un concetto, tradurre, creare, esplorare.</p>
<p>Ma nessun sistema artificiale dovrebbe farci dimenticare che crescita, identità, affettività e capacità di abitare il conflitto nascono dentro relazioni umane reali.</p>
<p>Proteggere un minore significa allora anche impedirgli di confondere una simulazione relazionale molto sofisticata con la reciprocità di una relazione umana.</p>
<h2>Vietare, però, non basta</h2>
<p>Qui emerge il possibile punto debole di ogni normativa costruita principalmente intorno all’età.</p>
<p>Possiamo fissare una soglia.</p>
<p>Possiamo introdurre account supervisionati.</p>
<p>Possiamo progettare sistemi di verifica.</p>
<p>Possiamo eliminare alcune funzioni considerate manipolative.</p>
<p>Ma un ragazzo che compie 15 anni non acquisisce improvvisamente, allo scoccare della mezzanotte, una piena maturità digitale.</p>
<p>La vera questione resta l’<strong>accompagnamento</strong>.</p>
<p>Perché educare al digitale non significa creare una barriera fino a una certa età e poi aprirla improvvisamente.</p>
<p>Significa abitare insieme gradualmente quegli ambienti.</p>
<p>Parlarne.</p>
<p>Chiedere cosa accade.</p>
<p>Conoscere le piattaforme che utilizziamo.</p>
<p>Aiutare i ragazzi a riconoscere quando uno strumento li sta servendo e quando invece sta cominciando a occupare troppo spazio nella loro attenzione, nel loro tempo o nelle loro relazioni.</p>
<h2>Il paradosso della verifica dell’età</h2>
<p>C’è poi un’altra questione che la proposta dovrà affrontare.</p>
<p>Per impedire l’accesso a determinate fasce d’età, una piattaforma deve poter verificare l’età dell’utente.</p>
<p>La proposta europea prevede sistemi di age verification e indica anche strumenti certificati collegati all’identità digitale europea.</p>
<p>Ma proprio qui nasce un paradosso.</p>
<p>Per proteggere la privacy di bambini e adolescenti potremmo avere bisogno di sistemi che raccolgono o verificano ulteriori informazioni sulla loro identità.</p>
<p>L’associazione dell’industria tecnologica CCIA Europe ha già sollevato preoccupazioni sulla quantità di dati che potrebbe essere necessario trattare e sui possibili rischi di sicurezza informatica.</p>
<p>Sarà uno dei nodi centrali del negoziato.</p>
<p>Ed è bene ricordarlo: l’EU KIDS Act <strong>non è ancora una legge definitivamente applicabile</strong>. La Commissione ha adottato la proposta, che dovrà ora essere discussa e approvata dagli Stati membri e dal Parlamento europeo.</p>
<h2>Forse stiamo entrando in una seconda fase del digitale</h2>
<p>Per molti anni abbiamo costruito strumenti digitali e soltanto dopo abbiamo cominciato a interrogarci sulle conseguenze.</p>
<p>Prima la piattaforma.</p>
<p>Poi il problema.</p>
<p>Prima l’algoritmo.</p>
<p>Poi la tutela.</p>
<p>Prima l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Poi la domanda su ciò che può accadere quando entra nella vita quotidiana delle persone.</p>
<p>L’EU KIDS Act potrebbe rappresentare un piccolo cambio di paradigma.</p>
<p>Non significa opporsi alla tecnologia.</p>
<p>Significa cominciare a pretendere che <strong>la qualità della relazione umana diventi uno dei criteri con cui giudichiamo anche la qualità della tecnologia</strong>.</p>
<blockquote><p>“Che tipo di persone, relazioni e comunità stanno contribuendo a costruire quegli schermi?”</p></blockquote>
<p>E soprattutto:</p>
<blockquote><p>“Gli strumenti digitali che consegniamo loro sono progettati per accompagnarli nella crescita oppure semplicemente per trattenerli il più a lungo possibile?”</p></blockquote>
<p>L’Europa prova oggi a mettere una prima regola.</p>
<p>Il resto, però, continua a riguardare noi.</p>
<p>Famiglie, educatori, scuole, istituzioni.</p>
<p>E anche chi quella tecnologia la progetta.</p>
<p>Perché proteggere non significa soltanto chiudere una porta.</p>
<p>Significa insegnare ad attraversarla senza perdere la relazione con gli altri e con se stessi.</p>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ul>
<li><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/eu-kids-act-restrict-social-media-platforms-access-children-eu" target="_blank" rel="noopener">Commissione europea – EU KIDS Act</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/eu-commission-proposes-social-media-ban-children-under-13-2026-09-17/" target="_blank" rel="noopener">Reuters – EU Commission proposes social media ban for children under 13</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/legal/litigation/what-is-eus-planned-kids-act-2026-09-17/" target="_blank" rel="noopener">Reuters – What is the EU’s planned KIDS Act?</a></li>
</ul>
</div>
<div class="pip-author"><strong>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</strong></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/16/eu-kids-act-leuropa-cambia-le-regole-per-i-minori-social-videogiochi-e-chatbot-ai-sotto-osservazione1/">EU KIDS Act, l’Europa cambia le regole per i minori: social, videogiochi e chatbot AI sotto osservazione</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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