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	<title>Società Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Società Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Il sociologo Francesco Pira: “La povertà di Francesco è una scelta di libertà”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 13:15:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/Francesco-pira-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/Francesco-pira-1.jpg 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/Francesco-pira-1-300x249.jpg 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Il docente dell’Università di Messina: “La fraternità, al tempo dei social e dell’intelligenza artificiale, si esercita prima di tutto qui: nel modo in cui scegliamo le parole, nel rispetto dell’altro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Il docente dell’Università di Messina: “La fraternità, al tempo dei social e dell’intelligenza artificiale, si esercita prima di tutto qui: nel modo in cui scegliamo le parole, nel rispetto dell’altro che abita ogni nostro messaggio. Un mondo più umano comincia da un linguaggio più umano, e questa è una responsabilità che nessuna macchina può assumersi al posto nostro”</strong></em></p>
<h4>Intervista a cura di Pietro  Salvatore Reina</h4>
<p style="font-weight: 400;">Quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, una figura fondamentale della storia italiana ed europea. La vita, le opere, le parole del Poverello d’Assisi hanno attraversato secoli ed ancora oggi il suo messaggio mantiene intatta la sua forza etica, spirituale e culturale. La parabola di san Francesco assurge, da sempre, a simbolo di dialogo tra le culture, pace, fraternità con l’intero creato. Valori più che mai attuali nell’attuale situazione geo-politica caratterizzata e segnata da crisi (economiche, sociali, ambientali), disuguaglianze, guerre. La vita di francesco d’Assisi, nato come Giovanni di Pietro da Bernardomne, è un viaggio, un cammino segnato da trasformazioni, conversioni, scelte coraggiose. Un cammino che lo porta a scoprire il significato più profondo e autentico dell’esistenza che raggiunge il suo punto più alto nell’atto del perdono, del perdonare. Un verbo che per e in Francesco si incastona nell’Incarnazione di Gesù che sceglie di “svuotarsi, spogliarsi” – come insegna san Paolo nella sua Lettera ai Filippesi – per farsi “dono”: come Gesù Cristo ha svuotato sé stesso (ekenosen) assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini e umiliandosi fino alla morte di croce così san Francesco si fa povero per accogliere l’altro, gli altri. Farsi povero per Francesco significa liberarsi per poter perfettamente amare. Significa esistere solo nella relazione all’altro. Povertà allora diviene ed è ricchezza d’esperienza, un’energia che brucia. Un’impronta, una “significatione” dell’Altissimo. L’amore per la povertà in Francesco è la conseguenza della sua conversione a Dio. A Dio ci si converte, secondo le parole stesse di Gesù, solo “morendo a sé stessi”. La povertà è il segno di quella morte e di questo abbandono.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> <img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-128977 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-300x225.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-768x576.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-585x439.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />D.: Professore Pira, l’ottavo centenario della morte di san Francesco offre l’occasione per tornare su una domanda che attraversa i secoli. Che cosa può dire oggi, a una società che misura tutto in prestazioni e risultati, la scelta di povertà del Poverello d’Assisi?<br />
</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>R.: «La povertà di Francesco è una scelta di libertà, e la società contemporanea ne ha un bisogno urgente, anche quando fatica a riconoscerlo. Viviamo in un sistema che ci valuta per ciò che produciamo, per il capitale che accumuliamo, per la visibilità che otteniamo: l’identità stessa è diventata una prestazione da esibire. Zygmunt Bauman ha descritto la modernità liquida come un tempo in cui le appartenenze si dissolvono e ciascuno deve costruirsi da solo, in una corsa che finisce ogni volta da capo. In questo scenario la povertà francescana è sottrazione: la scelta di togliere di mezzo ciò che ingombra, per liberare spazio alle persone. Spogliarsi, per Francesco, significa alleggerirsi per poter amare, e questa è una lezione che riguarda tutti: le relazioni autentiche nascono dove c’è spazio, e lo spazio si crea togliendo qualcosa».</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>D.: Il perdono è il vertice della parabola di Francesco. In un’epoca che premia la reazione immediata e trasforma ogni offesa in uno scontro pubblico, che cosa resta di quella parola?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">R.: «Il perdono è un atto sociale prima che morale, ed è il gesto che interrompe la catena della vendetta. La sociologia lo osserva da tempo: ogni comunità si tiene insieme grazie a meccanismi che riparano i legami, e il perdono è il più potente di tutti, perché restituisce all’altro la possibilità di ricominciare. Oggi quel gesto è diventato difficile, e le ragioni sono strutturali. Le piattaforme premiano la risposta immediata, il conflitto genera attenzione, l’offesa pubblica costruisce consenso. Il perdono, al contrario, è lento: richiede tempo, silenzio, elaborazione. È per questo che appare fuori moda, e proprio per questo resta indispensabile. Una società che smette di perdonare diventa più fragile, perché ogni frattura si fa definitiva e nessuno può più correggersi. Francesco ci ricorda che il perdono è la forma più alta di amore per salvare ogni relazione».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>D.: Oggi disponiamo di sistemi capaci di generare parole e conversazioni in quantità illimitata. Che cosa può insegnare, a chi li usa, l’umiltà di Francesco?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">R.: «Credo che l’umiltà di Francesco offra il criterio più utile proprio per abitare questa novità. Oggi possiamo produrre parole senza sforzo: un testo, una risposta, una conversazione, in un istante e all’infinito. È un potere nuovo, e come ogni potere nuovo chiede di essere governato. Francesco aveva una consapevolezza opposta e complementare: la parola nasce da un incontro. Scriveva a persone reali, si rivolgeva a uomini e donne che conosceva, costruiva i suoi testi dentro relazioni concrete. Il suo linguaggio era umile nel senso più forte del termine: aderente alla realtà, misurato su chi lo ascoltava. Un sistema generativo lavora all’inverso. Produce parole medie, calcolate sulla probabilità di ciò che è già stato detto, e le offre a chi le chiede. Il rischio è un linguaggio che funziona e tocca nessuno: risponde, informa, intrattiene, e resta fuori dalla relazione. Il punto, allora, è questo: la tecnologia può amplificare la nostra voce, e sta a noi decidere che cosa amplificare. Se le affidiamo il compito di parlare al posto nostro, rinunciamo a ciò che rende umana la comunicazione, cioè la responsabilità di scegliere le parole e di rispondere di esse. Un mondo più umano nasce da parole più umane, e questa resta una responsabilità nostra, anche quando le scrive una macchina».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>D.: Lei porta il nome di Francesco. Come si traduce, oggi, il suo messaggio di pace e fraternità nel lavoro di chi studia la comunicazione e forma i giovani?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">R.: «Lo porto con me come una responsabilità: il punto di contatto sta nella cura del linguaggio. Francesco parlava agli uomini del suo tempo con parole che tutti potevano capire, e il Cantico delle creature è un testo di pace scritto nella lingua della gente: una scelta comunicativa rivoluzionaria, perché toglieva potere ai linguaggi che escludevano. Oggi il nostro compito è analogo. Dalla formazione nelle scuole alla ricerca e all’insegnamento universitario, il cuore del mio lavoro non cambia: educare a una lettura critica della comunicazione. Aiuto studenti e ragazzi a riconoscere chi parla per unire e chi per dividere, distinguendo la forza di un’idea dalla violenza di un insulto. La fraternità, al tempo dei social e dell’intelligenza artificiale, si esercita prima di tutto qui: nel modo in cui scegliamo le parole, nel rispetto dell’altro che abita ogni nostro messaggio. Un mondo più umano comincia da un linguaggio più umano, e questa è una responsabilità che nessuna macchina può assumersi al posto nostro».<img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-128977" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840.jpg" alt="" width="900" height="675" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840.jpg 900w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-300x225.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-768x576.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/sanfrancesco-immagine-subiaco-20210717075840-585x439.jpg 585w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p style="font-weight: 400;"> Un dipinto che ha un fascino: Francesco è senza aureola e stimmate. Quindi, sicuramente, è stato realizzato prima del 1224, anno in cui Francesco “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra due anni portarno” (Dante, Paradiso, XI, vv. 106-108)</p>
<p>Fonte: <strong>Il salto della quaglia.com</strong></p>
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		<title>Il 74% dei giovani studia con l’IA e si fida di lei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Pira]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 21:54:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Chat Gpt]]></category>
		<category><![CDATA[Credibilita’ chatbot]]></category>
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		<category><![CDATA[JIM Study 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1007" height="1025" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603.jpeg 1007w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-295x300.jpeg 295w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-768x782.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-585x595.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /></p>
<p>Dalla ricerca tedesca JIM Study 2025, una riflessione su identità, disuguaglianze e sul compito degli adulti nell&#8217;epoca dei chatbot Di Francesco Pira-Professore Associato di Sociologia Università di Messina C’è un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/27/giovani-intelligenza-artificiale-jim-study-2025-bozza-automatica/">Il 74% dei giovani studia con l’IA e si fida di lei</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1007" height="1025" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603.jpeg 1007w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-295x300.jpeg 295w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-768x782.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5603-585x595.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /></p><h6>Dalla ricerca tedesca JIM Study 2025, una riflessione su identità, disuguaglianze e sul compito degli adulti nell&#8217;epoca dei chatbot</h6>
<p><strong>Di Francesco Pira-Professore Associato di Sociologia Università di Messina</strong></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">C’è un dato che dovrebbe farci fermare, e non riguarda la potenza dei sistemi di intelligenza artificiale. Riguarda la credibilità che i più giovani ripongono in loro. Una ricerca tedesca, lo JIM Study 2025 – un sondaggio rappresentativo condotto su un campione di 1200 giovani di età compresa tra i dodici e i diciannove anni – ripresa dal sito di </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Galaxus.it </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">in un pezzo della giornalista Debora Pape dal titolo “Imparare con l’IA: il 74 percento dei giovani si fida dei chatbot”, racconta un passaggio che nelle statistiche sull’innovazione spesso sfugge: non stiamo assistendo soltanto all’adozione di uno strumento, ma alla consegna di una parte della nostra formazione a un interlocutore che non ha volto, né responsabilità, né coscienza.</span></span></p>
<h5><span class="s6"><span class="bumpedFont15">I numeri colpiscono per la rapidità dell’evoluzione. “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il 91 percento dei giovani tra i dodici e i diciannove anni utilizza almeno un’applicazione di IA</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, in netta cresci</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">ta rispetto al 62 percento del </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">2024.</span></span></h5>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">ChatGPT è lo stru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">mento dominante, adoperato dall’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">84 pe</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">rcento degli intervistati, con “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">metà dei bambini</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> che vi ricorre più volte alla settiman</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">a. Il 70 percento si serve dell’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">IA anche per cercare informazioni</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> generali, e “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">il 57 percento dei giovani considera affidabili i risultati generati dall’IA</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Questo rappresenta il</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> ritratto preciso di una generazione che sta cambiando il modo di ragionare.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Colpisce, in particolare, la </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">trasformazione della funzione d’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">uso. L&#8217;articolo lo ri</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">assume con precisione: l’IA “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">passa dall’intrattenimento all’ausilio per l’apprendimento</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Il 54 percento chiede alla macchina di mo</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">strargli come si fa qualcosa; l’uso per puro divertimento è l’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">unico motivo in calo, sceso al 47 percento, mentre restano marginali gli impieghi creativi, come generare immagini, video e musica. Lo studio rileva anche una differenza di atteggiamento: i più </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">giovani tendono a servirsi dell’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">IA per piacere, mentre gli adulti la impiegano soprattutto per scopi conoscitivi.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Emerge poi un quadro ambivalente, ch</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">e è la parte più interessante. “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Circa il 60 percento dei giovani crede che l’IA aiuti a superare le sfide sociali</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, nei settori del clima, della mobilità, della medicina. M</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">a quasi altrettanti temono che “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">possa escludere le persone dalle professioni</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, e il 37 percento esprime preoccupazione in generale. Solo il 35 percento si dichiara bravo nel riconoscere un deepfake, mentre il 40 percento della fascia più giovane </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">non ha mai sentito quella parola. La ricerca segnala infine una diff</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">erenza di genere: “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">il 44 per cento</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> del</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">le ragazze esprime riserve sull’IA, contro “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">solo il 31 percento dei ragazzi</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Come ha osservato Papa Leone XIV nel Messaggio per la Giornata mondiale</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> delle Comunicazioni sociali, l’intelligenza artificiale “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">non è più una semplice sfida tecnologica, ma una questione antropologica</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Il punto è decisivo, ed è quello che le cifre dello JIM Study rendono tangibile: se un ragazzo su due considera attendibile ciò che gli restituisce un sistema generativo, non parliamo di uno strumento in più, ma di una trasformazion</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">e nel modo in cui si esercita l’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">intelligenza.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"> </span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Manuel Castells, sociologo spagnolo, aveva descri</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">tto la società in rete come un “individualismo connesso”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">: solitudini che si incontrano nei flussi. Oggi il quadro richiede un aggiornamento, perché quelle connessioni non avvengono più soltanto tra persone: avvengono con sistemi che apprendono dai nostri dati per restituirci versioni di noi stessi più prevedibili e più appetibili. È quella che possiamo chiamare socialità algoritmica: una so</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">litudine che non dialoga con un’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">altra solitudine, ma con una macchina che simula la comprensione.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">C’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">è poi la questione delle disuguaglianze, che Ulrich Beck, sociologo tedesco, ci ha insegnato a leggere con la sua teoria della società del rischio: i pericoli moderni non colpiscono tutti allo stesso modo, seguono le tracce della stratif</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">icazione sociale. Nel caso dell’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">IA il divario è cognitivo prima che digitale: da una parte chi usa questi s</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">istemi per pensare meglio, dall’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">altra chi, non sapendoli interrogare, finisce per pensare sempre meno. </span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">E infine c’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">è il tema dell’identità. Il sociologo britannico Anthony Giddens spiegava che la nostra identità è un progetto in continua evoluzione, un lavoro interiore fatto di desideri e resistenze. Giddens, però, non poteva pr</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">evedere un interlocutore come l’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">intelligenza artificiale: una tecnologia capace di capirci al volo e di offrirci risposte prima ancora che finiamo di formulare le domande. In questo modo, la nostra identità rischia di non essere più il frutto di una nostra scelta, ma di una </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">previsione della macchina. E un’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">identità già predetta diventa inevitabilmente limitata. Il vero pericolo no</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">n è che la tecnologia ci rubi l’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">identità, ma che riesca a convincerci che il profilo che ha creato per n</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">oi sia il nostro autentico modo di essere</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">I numeri dello studio raccontano una generazione che cerca strumenti per studiare, per capire e per orien</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">tarsi in un mondo complicato. L’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">affidamento ai chatbot è la risposta a un mondo adulto spesso troppo distratto per accorgersi dei loro bisogni, a famiglie che non hanno gli str</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">umenti per accompagnarli e a un’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">epoca che chiede competenze nuove ogni anno.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il compito che ci attende non è vietare, ma educare. Significa insegnare a interrogare la macchina invece di crederle, a riconoscere un contenuto generato, a chiedersi chi ha costruito uno strumento e con quali dati è stato addestrato. Significa rivendicare i tempi lenti del pensiero contro la velocità della risposta automa</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">tica. Significa, come ricorda </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">l’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">enciclica </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Magnifica Humanitas</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> di papa Leone XIV, abitare il futuro con discernimento, sapendo che nessuna innovazione potrà sostituire lo sguardo di un insegnante, la pazienza di un genitore, la cura di una comunità che educa.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Custodire l&#8217;umano, al tempo dell&#8217;intelligenza artificiale, è una scelta quotidiana fatta di piccole resistenze e di gesti apparentem</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">ente inutili: </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">il tempo dedicato all’altro, senza la pretesa di ottenere qualcosa in cambio</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">la domanda che nessuno aveva posto, il dubbio coltivato quando sarebbe più comodo affidarsi a una risposta pronta. </span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"> </span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il vero rischio non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che noi smettiamo di esercitare quelle forme di intelligenza che sfuggono agli algoritmi: quelle della pazienza, della compa</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">ssione, della creatività</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. E il fatto che leggiamo</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, analizziamo</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> e discutiamo questi numeri è già, in sé, una forma di custodia.</span></span></p>
<p class="s7"><span class="s6"> </span></p>
<p class="s7"><span class="s6"> </span></p>
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		<title>Voi fate i cani, noi facciamo i figli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Pelillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 20:50:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[dati Istat]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[futuro italiani]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Tra denatalità, immigrazione e identità, l’Italia discute di chi verrà dopo mentre nascono sempre meno bambini: la crisi demografica mette a confronto paure collettive e realtà dei numeri La frase,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/7b97f622-141b-43c0-afcd-86d1e47cf552-2-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><h1>Tra denatalità, immigrazione e identità, l’Italia discute di chi verrà dopo mentre nascono sempre meno bambini: la crisi demografica mette a confronto paure collettive e realtà dei numeri</h1>
<h1></h1>
<p>La frase, bisogna ammetterlo, è di quelle che ti arrivano addosso mentre stai pensando a tutt&#8217;altro.</p>
<p>«Voi fate i cani, noi facciamo i figli».</p>
<p>A pronunciarla, con assoluta tranquillità, è stato un fruttivendolo egiziano che vive e lavora a Roma. Di fronte a lui, un mio amico italiano, dirigente di una multinazionale, uomo di successo, curriculum internazionale, stipendio dignitoso e, soprattutto, una vita sentimentale organizzata con quella prudenza tipica dell&#8217;uomo occidentale contemporaneo: prima la carriera, poi la casa, poi il mutuo, poi un figlio, poi anche un cane.</p>
<p>Il fruttivendolo, invece, aveva evidentemente saltato qualche passaggio.</p>
<p>Non so se avesse studiato demografia. Probabilmente no. Ma aveva studiato la vita. E, soprattutto, aveva capito una cosa che in Italia sembra essere diventata materia da convegno: <strong>per avere un futuro bisogna prima avere qualcuno che venga al mondo.</strong></p>
<p>Ed è qui che comincia il nostro magnifico cortocircuito nazionale.</p>
<p>Perché esiste un genere di dibattito italiano che ha il fascino ipnotico di un cane che si rincorre la coda: quello sulla cosiddetta &#8220;sostituzione etnica&#8221;.</p>
<p>Ci sono persone che passano ore a discutere, sui social e nei talk show, di chi occuperà l&#8217;Italia fra cinquanta o cento anni.</p>
<p>«L&#8217;Italia deve restare italiana!» «Non possiamo farci sostituire!» «Bisogna difendere la nostra identità!» Tutto molto nobile.</p>
<p>Peccato che, nel frattempo, qualcuno dovrebbe occuparsi di un dettaglio piuttosto imbarazzante: <strong>fare gli italiani.</strong></p>
<p>Nel 2024, infatti, in Italia sono nati 369.944 bambini. La fecondità è scesa a 1,18 figli per donna, il valore più basso mai registrato. Insomma, mentre noi discutiamo animatamente su chi potrebbe sostituirci nel futuro, il futuro medesimo sembra essersi messo in lista d&#8217;attesa.</p>
<p>È un po&#8217; come prenotare un tavolo al ristorante per centoventi persone e poi presentarsi da soli. «Gli altri?» «Eh, vediamo. Forse arrivano.»</p>
<p>«Quando?» «Non lo sappiamo. Intanto abbiamo prenotato.»</p>
<p>Il problema è che la demografia non funziona così.</p>
<p>Non puoi lamentarti che qualcuno stia occupando il tavolo se tu non hai invitato nessuno.</p>
<p>E qui arriva la parte più surreale.</p>
<p>Perché spesso le ragioni per cui gli italiani fanno pochi figli sono assolutamente comprensibili: precarietà del lavoro, costo delle abitazioni, difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, servizi insufficienti, maternità sempre più tardiva. Sono esattamente alcuni dei fattori che l&#8217;Istat individua nel suo rapporto sulla natalità.</p>
<p>Poi però, invece di discutere seriamente di queste cose, noi preferiamo discutere di chi nascerà. È una forma di programmazione strategica davvero originale.</p>
<p>Prima non facciamo il bambino. Poi ci preoccupiamo di chi sarà il bambino.</p>
<p>È come non piantare l&#8217;orto e passare l&#8217;estate a litigare con il vicino perché potrebbe raccogliere i pomodori. Nel frattempo, però, accade qualcosa di molto meno teorico. Nel 2024, il 21,8% dei bambini nati in Italia aveva almeno un genitore straniero. E oltre 50 mila sono nati da due genitori entrambi stranieri.</p>
<p>Non è una &#8220;invasione&#8221;. È demografia.</p>
<p>E la demografia, a differenza dei talk show, non ha opinioni.</p>
<p>Conta. Registra. Aspetta.</p>
<p>E alla fine presenta il conto. Peraltro, c&#8217;è un&#8217;altra ironia.</p>
<p>Molti degli adulti di origine straniera che oggi fanno lavori che gli italiani considerano poco desiderabili — nei mercati, nei ristoranti, nei cantieri, nell&#8217;assistenza, nei trasporti, nella logistica — stanno crescendo figli che frequentano le nostre scuole, parlano italiano, giocano a calcio nei nostri campetti e, magari, tifano per la stessa squadra del figlio dell&#8217;italianissimo vicino di casa.</p>
<p>Tra vent&#8217;anni, alcuni di quei bambini saranno medici. Altri ingegneri. Altri imprenditori. Altri insegnanti. Altri continueranno a vendere frutta. E qualcuno, probabilmente, sarà anche ministro.</p>
<p>La cittadinanza e l&#8217;integrazione, naturalmente, sono questioni politiche e giuridiche complesse e non si possono ridurre alla semplice equazione &#8220;fare figli = diventare italiani&#8221;. Ma c&#8217;è un dato demografico che rimane: una parte crescente delle nuove generazioni nasce in famiglie con almeno un genitore straniero.</p>
<p>E allora torniamo alla frase del fruttivendolo.</p>
<p>«Voi fate i cani, noi facciamo i figli.»</p>
<p>Forse non voleva fare un trattato di sociologia. Forse stava semplicemente prendendo in giro il mio amico. Ma dentro quella battuta c&#8217;è una fotografia abbastanza spietata dell&#8217;Italia contemporanea.</p>
<p>Noi abbiamo trasformato il cane in un figlio. Con tanto di passeggino.</p>
<p>Toelettatura. Veterinario. Cuc<wbr />ce termiche. Profilo Instagram. E compleanno con torta personalizzata.</p>
<p>Per carità: nessun problema con i cani. Sono meravigliosi. Il problema nasce quando poi, davanti al calo demografico, ci chiediamo dove siano finiti i bambini.</p>
<p>Potrebbero essere a casa. A scuola. Al parco. Da qualche parte.</p>
<p>Solo che, per adesso, statisticamente sono meno numerosi di quanto ci piacerebbe. E quindi eccoci qui: un Paese sempre più vecchio, con sempre meno nascite, che discute con grandissima preoccupazione di chi potrebbe &#8220;sostituirlo&#8221;.</p>
<p>Nel frattempo, al 1° gennaio 2026, i residenti di cittadinanza straniera erano circa 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. La popolazione italiana continuava invece a diminuire.</p>
<p>E l&#8217;Istat prevede che, senza cambiamenti nelle dinamiche demografiche, la popolazione residente italiana possa scendere fino a circa 54,7 milioni entro il 2050.</p>
<p>Quindi forse la domanda non è soltanto: <strong>«Chi ci sostituirà?»</strong></p>
<p>La domanda preliminare sarebbe: <strong>«Noi, esattamente, chi pensavamo di lasciare?»</strong></p>
<p>Perché per difendere una cultura, una lingua, una tradizione, una cucina, un&#8217;identità nazionale — qualunque significato vogliamo dare a queste parole — serve qualcuno che erediti tutto questo.</p>
<p>E per ereditare qualcosa bisogna prima nascere. Il fruttivendolo egiziano, probabilmente, non aveva letto nessun rapporto dell&#8217;Istat.</p>
<p>Ma mentre vendeva mele, arance e pomodori aveva capito una cosa elementare: la demografia non si fa con i post su Facebook.</p>
<p>Si fa con i figli.</p>
<p>E noi italiani, almeno su questo, abbiamo sviluppato una strategia innovativa.</p>
<p>Facciamo meno figli. Adottiamo più cani. Poi discutiamo animatamente di chi occuperà l&#8217;Italia nel 2100.</p>
<p>Che, a pensarci bene, è un po&#8217; come preoccuparsi di chi vincerà la partita di domenica mentre stiamo ancora cercando di capire dove abbiamo messo il pallone.</p>
<p>Alla fine, forse, aveva ragione lui.</p>
<p><strong>Voi fate i cani.</strong></p>
<p><strong>Noi facciamo i figli.</strong></p>
<p>E magari, fra qualche decennio, saranno proprio quei figli — italiani, egiziani, rumeni, marocchini, albanesi, italiani-egiziani, italiani-rumeni, italiani-marocchini, o semplicemente italiani e basta — a guardarci da lontano e chiedersi come diavolo abbiamo fatto a passare tutto quel tempo a discutere su chi sarebbe venuto dopo di noi.</p>
<p>Mentre noi non riuscivamo nemmeno a metterci d&#8217;accordo su chi dovesse portare fuori il cane.</p>
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		<title>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 07:46:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti.Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto.</p></blockquote>
<p><strong>Il punto di vista di Pierfranco Bruni- saggista, antropologo</strong></p>
<div id="attachment_66422" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-66422" class="size-thumbnail wp-image-66422" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-66422" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche. La scuola è inclusiva già di per sé. Per sua natura, per sua fondazione costituzionale, per sua vocazione pedagogica. Non è possibile pensare a classificazioni, a percentuali, a schedature. La scuola non è un ufficio anagrafe, non è una dogana. È il primo luogo della comunità.</p>
<p>È un atto culturale e pedagogico soprattutto in un tempo super tecnologico. Conoscenza e apprendimento. I due pilastri. Ridurre il problema dell&#8217;istruzione alla questione degli &#8220;extracomunitari&#8221; o alla presenza di alunni stranieri in classe significa non aver compreso che cosa sia oggi la scuola italiana e che cosa sia l&#8217;Italia stessa. È un problema molto serio e profondo che va a toccare anche il tema delle contaminazioni.</p>
<p>Non si tratta di una questione soltanto politica o di scelte politiche. È un tratto psicologico che interessa l&#8217;educazione e l&#8217;integrazione. È un fatto antropologico. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti. Quando si introduce una logica di separazione, di conteggio, di tetto massimo, si produce un effetto immediato e devastante sul piano psicologico: si dice a un bambino che la sua presenza è un problema, che è di troppo. È l&#8217;esatto contrario di ogni principio educativo. Educere! Tirare fuori ciò che si ha e  riportarlo dentro con capacità cognitive percettivi sensoriali. Qui parliamo di una filosofia della pedagogia.</p>
<p>È giusto che la pedagogia dia il suo parere, e lo dia con forza. Perché la pedagogia non è ancella della politica. Ha un suo statuto scientifico, una sua autonomia.</p>
<blockquote><p>La pedagogia ci dice da almeno cinquant&#8217;anni che l&#8217;apprendimento è cooperativo e collaborativo, che la differenza è un moltiplicatore cognitivo, che una classe plurale apprende di più e meglio di una classe omologata. Ma oltre questo bisogna partire dal punto che le infanzie sono sempre inclusive.</p></blockquote>
<p>Qui entra la lezione che ho sempre difeso: il mio Francesco d&#8217;Assisi è stato il primo pedagogista della modernità. Non ha mai contato i suoi fratelli, non ha mai chiesto da dove venissero. Ha insegnato la fratellanza come metodo, non come predica. La scuola francescana è inclusiva perché guarda l&#8217;uomo, non l&#8217;etnia. Questa è la nostra radice occidentale e mediterranea. In fondo c&#8217;è sempre un tratto religioso in ciò.</p>
<p>Siamo una Nazione in cui il pluralismo ha un fondamento preciso, che non è una concessione moderna, ma è la nostra storia. Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Siamo greci, latini, arabi, normanni, albanesi, sloveni, walser, occitani. Siamo la Magna Grecia e siamo l&#8217;emigrazione del Novecento. Il Mediterraneo che ci ha generati è un mare di contaminazioni, non di purezze. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto. E tanto si può creare un conflitto.</p>
<p>Perciò non si insista sul problema degli &#8220;extracomunitari&#8221;, che è una definizione giuridica vecchia, superata e offensiva sul piano umano. Il bambino che siede accanto a mio figlio non è un &#8220;extracomunitario&#8221;. È un bambino. È un alunno. È un compagno di classe. Ha un nome, una storia, una lingua madre che diventerà una ricchezza anche per gli altri. E questo significa costume e tradizione.</p>
<p>Bisogna certamente pensare ad altre strade. La strada da seguire è un&#8217;altra. Non è quella delle classi separate, delle quote, delle paure agitate per consenso. È la strada dell&#8217;investimento.</p>
<blockquote><p>Servono più insegnanti, più mediatori culturali, più tempo scuola, più formazione per i docenti. Serve una scuola che non abbia paura della realtà, ma che la accolga e la trasformi in progetto educativo. Appunto. Un progetto educativo interattivo perché l&#8217;educazione è il pensare delle conoscenze.</p></blockquote>
<p>Bisogna considerare però che l&#8217;inclusione non è buonismo. È l&#8217;unica forma di intelligenza possibile. Una scuola che esclude, che conta, che scheda, ha già fallito la sua missione prima ancora di iniziare. Sono bambini.  Saranno ragazzi. Non pongo la questione in termini politici.  È appunto pedagogico</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/22/la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche/">La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Salute mentale e tecnologie digitali: i nuovi dati dell’indagine Eurispes</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/01/salute-mentale-e-tecnologie-digitali-i-nuovi-dati-dellindagine-eurispes/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=salute-mentale-e-tecnologie-digitali-i-nuovi-dati-dellindagine-eurispes</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 15:15:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Uso intenso, difficoltà di disconnessione, tecnostress e pressione sociale colpiscono soprattutto i più giovani, mentre cresce la consapevolezza dei rischi legati a piattaforme e smartphone La relazione tra tecnologie digitali&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/01/salute-mentale-e-tecnologie-digitali-i-nuovi-dati-dellindagine-eurispes/">Salute mentale e tecnologie digitali: i nuovi dati dell’indagine Eurispes</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/684E766B-76AB-48C8-9152-05B515653BFB-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><strong>Uso intenso, difficoltà di disconnessione, tecnostress e pressione sociale colpiscono soprattutto i più giovani, mentre cresce la consapevolezza dei rischi legati a piattaforme e smartphone</strong></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La relazione tra tecnologie digitali e salute mentale si colloca all’incrocio di due fenomeni ormai di massa: la diffusione pressoché universale della connessione e il crescente peso del disagio psicologico.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’indagine svolta dall’Eurispes </strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">sul </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">rapporto fra italiani, tecnologie digitali e salute mentale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> non vuole stabilire se il digitale sia in assoluto un “bene” o un “male”, ma osservare come si distribuiscono intensità d’uso, competenze, vulnerabilità, difficoltà di autoregolazione, vissuti connessi ai Social network, forme di tecnostress e pratiche di benessere digitale. I risultati restituiscono </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">un quadro ambivalente</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: gli strumenti digitali sono percepiti come utili e ormai irrinunciabili, ma </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">una parte consistente della popolazione segnala automatismi, fatica, perdita di controllo e impatti negativi, con criticità particolarmente concentrate tra i più giovani</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">.</span></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Una vita quotidiana ad alta intensità digitale</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La presenza del digitale nella quotidianità si conferma pressoché universale. Lo smartphone viene utilizzato regolarmente dal 94,3% degli interpellati, il computer o laptop dal 65,2% e la Smart Tv dal 61,2%. Seguono tablet (33,6%), smartwatch (28,4%), console per videogiochi (17,5%). Lo smartphone è trasversale alle generazioni: resta sopra il 95% fino ai 64 anni e coinvolge comunque l’89,9% degli over 64. Gli altri dispositivi mostrano invece un netto </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">divario generazionale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Il computer è usato dall’80,2% dei 18-24enni, nelle altre fasce d’età resta sopra al 70%, mentre fra i più anziani si ferma al 39,1%; il tablet passa dal 52,3% al 18,1%, lo smartwatch dal 46,5% al 12,7%, la console dal 43% al 4,7%. Il genere incide meno dell’età, con l’eccezione delle console, più diffuse fra gli uomini (23,9% contro 11%), e degli smartwatch (30,9% contro 25,9%).</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nei giorni feriali il tempo trascorso sui dispositivi combina uso nel tempo libero e uso obbligato</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Per svago, il 93,3% utilizza lo smartphone almeno per una parte della giornata e il 24,1% supera le tre ore; per lavoro o studio lo usa il 66,7% e il 22,2% oltrepassa le tre ore. Il computer è meno comune nel tempo libero, ma centrale nelle attività professionali e formative: il 64,8% lo usa almeno nei giorni feriali per lavoro o studio e il 39,8% per più di tre ore. </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nei fine settimana</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> l’uso dello smartphone coinvolge il 95,1% degli intervistati e quasi tre su dieci superano le tre ore.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Anche l’intensità d’uso è fortemente legata alla variabile generazionale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Fra i 18-24enni e i 25-34enni l’esposizione ricreativa allo smartphone è molto più prolungata e si accompagna a un utilizzo frequente di computer, video, Social e console. Più della metà del campione di età compresa fra 18 e 24 anni usa lo smartphone per svago nei giorni feriali per più di tre ore (52,4%), percentuale che sale al 60,5% nei giorni festivi; fra 25 e 34 anni si arriva al 40,4% nei giorni feriali mentre nei festivi si scende al 37%; in tutte le altre fasce d’età l’utilizzo superiore alle tre ore è sensibilmente inferiore e decresce progressivamente con l’età. Per i più anziani l’uso è selettivo, concentrato quasi esclusivamente sullo smartphone, mentre gli altri strumenti digitali non vengono mai utilizzati dal campione over 64, tanto nei giorni feriali quanto in quelli festivi.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nel tempo libero</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">, Internet è utilizzato soprattutto per cercare informazioni (82,8%), inviare e ricevere email (71,5%), chattare (70,7%), guardare filmati (68,9%) e frequentare Social network (67,9%). Più della metà accede al conto bancario (56,4%), legge giornali online (55,1%) o effettua acquisti (54,7%); il 43,9% guarda film e serie in streaming e il 42,8% paga bollette. Gaming (23,9%), forum (25,6%) e siti di incontri (12,5%) restano più circoscritti. I giovani primeggiano nelle attività relazionali e di intrattenimento; le fasce centrali, soprattutto i 35-44enni, mostrano un uso più ampio dei servizi pratici, finanziari e amministrativi.</span></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Modalità d’uso: partecipazione e consumo passivo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’indagine distingue fra attività che richiedono partecipazione e produzione di contenuti e forme di fruizione prevalentemente osservativa</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Il 69,2% pubblica contenuti originali almeno qualche volta e il 63,4% commenta quelli altrui. La messaggistica privata o di gruppo è ancora più diffusa: il 79% la utilizza almeno qualche volta. Risultano però quasi altrettanto comuni le pratiche passive: il 79,8% scorre feed e contenuti senza interagire e il 78,3% guarda profili o attività altrui senza intervenire e circa il 30% svolge spesso attività di questo tipo. Solo la partecipazione a discussioni di gruppo rimane meno generalizzata, pur coinvolgendo almeno qualche volta il 52,2% del campione.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il profilo dei più giovani combina uso attivo e passivo con intensità eccezionale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Fra i 18-24enni il 97,7% pubblica contenuti sui Social e invia messaggi in chat private e l’86% commenta post di altri, ma sono altrettanto elevate le percentuali di chi scorre contenuti senza interagire (96,5%) e di chi osserva profili altrui senza alcuna interazione (il 98,8%). Ciò significa che la produzione di post e messaggi convive con una lunga esposizione passiva a rappresentazioni delle vite degli altri, terreno nel quale possono svilupparsi confronto sociale, percezione di inadeguatezza e perdita della cognizione del tempo. L’uso passivo non è di per sé patologico, ma diventa più critico quando è automatico, ripetitivo e orientato alla ricerca continua di stimoli.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le finalità dichiarate confermano la </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">natura multifunzionale del digitale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Il 76% lo usa per informarsi, il 73,2% per mantenere relazioni, il 61,9% per lavoro o studio e il 51,4% per intrattenimento e gioco. Fra i 18-24enni la funzione relazionale raggiunge il 91,9% e quella ricreativa il 76,7%. Anche le motivazioni mostrano una forte stratificazione per età. Nel complesso, il 75,1% attribuisce importanza al mantenimento delle amicizie, il 71,4% al restare informato e il 70,2% ai rapporti familiari; il 53,6% usa le tecnologie per rilassarsi. Sono meno diffuse, ma non marginali, la ricerca di distrazione dai problemi (37,2%), la possibilità di conoscere persone nuove (36,1%), l’espressione della propria identità (29,6%) e la ricerca di approvazione o feedback positivi (26%).</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nella fascia 18-24 anni queste motivazioni assumono un peso decisamente rilevante</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: il 74,4% considera importante conoscere nuove persone, il 67,5% esprimere la propria identità, il 56,9% ricevere approvazione e il 70,9% distrarsi dai problemi. Fra gli over 64 le stesse quote scendono rispettivamente al 19,9%, 10,9%, 9,7% e 20,6%. Il digitale è dunque, per i giovani, non solo un mezzo operativo, ma uno spazio di costruzione identitaria, riconoscimento e regolazione emotiva.</span></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Competenze digitali: il gap è generazionale</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">valutazione delle proprie competenze</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> si distribuisce su tre livelli con risultati quasi equivalenti: il 32,8% le giudica scarse o molto scarse, il 35% sufficienti e il 32,2% buone o ottime. Dietro questa apparente simmetria si nasconde ancora una volta una frattura generazionale. Fra i 18-24enni il 61,6% si considera competente, mentre soltanto il 4,7% si colloca nell’area dell’insufficienza; tra gli over 64 le proporzioni si capovolgono, con il 67,3% che valuta negativamente le proprie capacità e appena il 9,4% che le considera buone.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Per quanto riguarda la </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">sicurezza nello svolgere alcune attività online</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">, le percezioni variano in relazione al compito. Il 76,5% si sente sicuro nel comunicare con familiari e amici, ma la quota scende al 52,9% nell’uso dei servizi online bancari, sanitari o della Pubblica amministrazione, al 49,3% negli acquisti, al 45,6% nel riconoscimento di truffe e tentativi di raggiro e al 41,8% nella gestione della privacy e della sicurezza dei dati. Ciò significa che la familiarità con chat e messaggi non equivale a una competenza digitale piena: oltre la metà del campione non si sente adeguatamente protetta di fronte a frodi e trattamento dei dati personali.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Tra gli over 64 si sente sicuro nell’uso dei servizi online soltanto il 29%, negli acquisti il 18,8%, nell’individuare truffe il 24,3% e nel proteggere dati e privacy il 21%.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Di fronte a una difficoltà</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">, il 29,4% di chi naviga chiede aiuto a familiari o conoscenti, il 24,7% cerca tutorial e soluzioni online e il 23,8% prova a risolvere autonomamente, l’8,4% abbandona l’attività e il 5,8% evita in seguito la tecnologia che ha creato il problema. Fra gli over 64 il ricorso ad amici o parenti sale al 45,3%, mentre abbandono ed evitamento raggiungono insieme il 28,2%.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Sul piano soggettivo, il 59,2% si sente competente nell’uso delle tecnologie abituali e il 52,6% ha fiducia nella propria capacità di risolvere i problemi, ma il 41,4% si sente sopraffatto dalla velocità del cambiamento e il 35,2% prova frustrazione quando non riesce a utilizzare una nuova piattaforma. La metà del campione (50,2%) ritiene che competenze migliori aumenterebbero la soddisfazione personale e il 46,2% che offrirebbero maggiori opportunità lavorative, sociali o personali. </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La vulnerabilità digitale assume dunque anche la forma dell’esclusione</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: non poter usare con autonomia e sicurezza gli strumenti significa rinunciare a servizi, opportunità e partecipazione.</span></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Esperienze negative online e ricadute sul benessere</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’esposizione a episodi spiacevoli o dannosi è tutt’altro che marginale con il 26% del campione che afferma di aver incontrato involontariamente contenuti violenti o disturbanti, il 23,4% di aver subito commenti offensivi, insulti o attacchi personali e il 21,8% la condivisione non autorizzata di fotografie o video. Il 16,4% è stato bersaglio di phishing, il 15,2% ha subìto la violazione di un account o il furto di identità, il 14,6% forme di esclusione intenzionale, il 12,1% furto di dati o denaro, il 12% molestie e il 10,1% minacce.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Anche in questo caso </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">i giovani risultano più esposti</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Fra i 18-24enni il 40,7% ha visto contenuti violenti o disturbanti, il 38,4% ha ricevuto offese o attacchi, il 37,2% ha sperimentato la condivisione non autorizzata di immagini, il 26,7% molestie, il 25,6% esclusione e il 22,1% minacce. L’elevata incidenza può dipendere dal maggior tempo trascorso online e dalla centralità delle piattaforme nella vita relazionale, ma segnala anche che l’ambiente nel quale i giovani cercano appartenenza e riconoscimento è lo stesso che li espone frequentemente ad aggressioni e violazioni.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Per chi le ha vissute, </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">le esperienze negative producono conseguenze significative</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Il 45,9% riconosce un impatto sul benessere emotivo, il 39,3% sull’autostima, il 49,3% sulla fiducia nelle piattaforme e il 43,8% sul proprio comportamento online. Fra i più giovani l’impatto sul benessere emotivo raggiunge il 65,6%, quello sull’autostima il 59%, la perdita di fiducia il 59% e la modifica dei comportamenti il 50,8%. Il dato è particolarmente importante se confrontato con la funzione compensatoria attribuita alle piattaforme, particolarmente rilevante nei giovani adulti: fra i 18-24enni il 91,9% dichiara di usare i Social almeno qualche volta per alleviare emozioni negative.</span></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Dalla routine all’automatismo: l’ansia da connessione colpisce soprattutto i più giovani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Numerosi comportamenti indicano che </span><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">il controllo del telefono e degli aggiornamenti è ormai incorporato nelle routine quotidiane</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Il 51,3% controlla le notifiche appena sveglio e la stessa quota verifica durante la giornata la presenza di novità anche in assenza di avvisi, il 46,8% legge subito le chat di gruppo per capire che cosa sta accadendo, il 36,2% controlla ciò che pubblicano le persone conosciute e il 29,9% interrompe altre attività per guardare notifiche o aggiornamenti. Per il 21,3% è importante condividere online i propri stati d’animo. Circa due persone su tre dichiarano di riuscire a restare tranquille senza conoscere immediatamente ciò che avviene online (67,6%) e di potersi disconnettere senza disagio (67,7%), segnalando una diffusa capacità di distaccamento dal digitale, pur risultando preoccupante la presenza di un italiano su tre che mostra difficoltà in tal senso.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Tra i 18-24enni il controllo al risveglio raggiunge l’86%, la verifica senza notifiche l’80,3%, la lettura immediata delle chat il 73,2%, il monitoraggio dei post altrui il 65,1% e l’interruzione di altre attività il 58,1%. Nella stessa fascia il 53,5% attribuisce importanza alla condivisione online degli stati d’animo. L’intensità cala progressivamente con l’età, a conferma del fatto che per i nativi digitali la connessione è parte integrante della vita quotidiana.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il tentativo di ridurre l’uso del telefonino senza riuscirvi</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> riguarda il 26,6% della popolazione e supera il 40% fra i 18 e i 34 anni. Si tratta di un indicatore rilevante perché misura lo scarto fra intenzione e comportamento: la persona riconosce l’eccesso, prova a limitarlo e non riesce a mantenere il controllo.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">I comportamenti potenzialmente problematici coinvolgono quote molto ampie almeno occasionalmente: l’83,9% ha usato lo smartphone più a lungo di quanto previsto, il 70,8% ha avuto la sensazione di sprecare troppo tempo online, il 69,9% ha utilizzato il telefono durante i pasti, il 65,3% ha provato ansia quando la batteria era scarica, il 58,7% ha percepito di non riuscire a disconnettersi, il 58,6% si è sentito irrequieto non potendo controllare lo smartphone, il 57,5% ha avuto difficoltà di concentrazione per il pensiero ricorrente rivolto a Social o chat e il 57,3% ha usato i Social per alleviare emozioni negative. Le frequenze elevate, date da “spesso” e “sempre”, riguardano il 36% per il tempo d’uso superiore al previsto, il 29,2% per la sensazione di spreco, il 29,7% per l’ansia da batteria scarica, il 27,6% per l’uso durante i pasti e circa il 22-23% per difficoltà di concentrazione, irrequietezza, regolazione delle emozioni e impossibilità di disconnettersi.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Fra i 18-24enni quasi tutti hanno sperimentato almeno qualche volta questi comportamenti: il 97,7% ha prolungato l’uso oltre le intenzioni, il 93% ha usato lo smartphone durante i pasti, il 91,9% ha percepito di sprecare tempo e la stessa quota lo ha utilizzato per alleviare emozioni negative, l’88,4% ha avuto difficoltà di concentrazione, l’86% ansia per la batteria scarica, l’84,9% difficoltà a disconnettersi e l’83,7% irrequietezza quando non poteva controllare il telefono.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il telefonino invade tempi e luoghi</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’integrazione dello smartphone nella vita quotidiana emerge anche dall’analisi dei contesti nei quali viene utilizzato. Il 66,7% lo usa a letto al risveglio o prima di dormire, il 65,2% a tavola quando mangia da solo e il 63,3% mentre guarda la televisione. Il 55% lo porta in bagno, il 51,1% lo consulta mentre cammina, il 50,5% lo usa per motivi personali durante il lavoro e il 49,7% quando esce con gli amici, quasi tre persone su dieci lo usano a tavola in compagnia (29,3%), il 30,5% ai semafori e il 22,8% alla guida.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’uso nei momenti di riposo e socialità è particolarmente diffuso fra i giovani: lo smartphone a letto riguarda l’87,2% dei 18-24enni, l’89% dei 25-34enni e l’83% dei 35-44enni; fra i più giovani il 79,1% lo consulta mentre cammina o durante le uscite con gli amici, il 51,2% a tavola con altre persone e il 40,7% alla guida.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">negativi.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Social network tra utilità e rischi</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le opinioni sui Social network sono ambivalenti e rispecchiano i vantaggi comunemente attribuiti a queste piattaforme come anche i rischi ad esse connesse. L’80,5% ritiene che aiutino a restare in contatto con gli amici, il 77,7% che consentano di essere informati sull’attualità, il 65,9% che siano utili nel lavoro, il 58,2% che favoriscano nuove conoscenze e il 55,4% che rappresentino un buon passatempo; ma allo stesso tempo il 79,9% pensa che inducano un uso eccessivo, il 78,3% che l’anonimato favorisca comportamenti aggressivi e offensivi, il 73,8% che mettano a rischio la privacy e il 66,5% che influenzino l’orientamento politico. Il 46,2% li considera una perdita di tempo.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La consapevolezza dei rischi è ancora più netta quando si entra nel merito dei contenuti: l’85,8% attribuisce ai Social un ruolo nella diffusione di fake news, il 76,3% nell’esaltazione di stili di vita fondati su ricchezza, apparenza e superficialità, il 75,8% nella propagazione di modelli di comportamento sbagliati, il 74,9% nel cyberbullismo e il 63,9% nel danneggiamento della vita sociale.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Queste consapevolezze non riducono la diffusione delle piattaforme: il 79,6% è iscritto ad almeno un Social network, con quote del 95,3% fra i 18-24enni e del 60,1% fra gli over 64. WhatsApp è utilizzato dal 96,4% degli iscritti, Facebook dal 67,5%, Instagram dal 63%, YouTube dal 45,6%, TikTok dal 36,3%, Telegram dal 32,2%, LinkedIn dal 26,4% e X dal 17,9%. La composizione varia molto con l’età: Instagram e TikTok caratterizzano soprattutto le fasce giovani, Facebook conserva un peso maggiore fra adulti e anziani, LinkedIn riflette la posizione professionale e WhatsApp mantiene un ruolo quasi universale.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nell’uso concreto prevalgono pratiche relazionali e informative: l’81,6% guarda attività e foto degli amici, il 78,1% chatta, il 74,3% si informa, il 70,9% guarda o ascolta video, il 63,2% segue eventi e il 62,3% commenta contenuti degli amici. Il 58,1% condivide foto o video propri, il 53% musica, video e link, il 48,8% scambia opinioni e il 48,6% racconta ciò che sta facendo. Il 36,7% promuove la propria attività, il 36,5% cerca nuove conoscenze e il 26,4% gioca.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Giudizio, confronto sociale e vissuti emotivi</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Una parte degli utenti vive la pubblicazione come uno spazio di valutazione sociale, esprimendo in qualche misura preoccupazione per il giudizio altrui nel 60,4% dei casi quando pubblicano contenuti on line (26,2% in forma più intensa), il 55% teme valutazioni negative (22,3% “abbastanza” e “molto”), il 52,4% ha paura di esprimere la propria opinione (19,7% in modo marcato), il 63,6% controlla con frequenza i like ricevuti ai propri post e circa la metà del campione modifica i post per timore delle reazioni e prova disagio quando le interazioni sono poche. Le donne mostrano una sensibilità più elevata con percentuali più elevate degli uomini per quante vivono queste situazioni più intensamente (“molto” e “abbastanza”): il 32,2% si preoccupa di ciò che pensano gli altri, il 27,8% teme giudizi negativi, il 24,8% limita l’espressione delle proprie opinioni e il 41,6% controlla i riscontri ottenuti.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Riguardo alle sensazioni provate utilizzando i Social Network, il confronto con le vite altrui coinvolge in misura più intensa (“abbastanza” e “molto”) circa un utente su cinque (19,9%), mentre le sensazioni più diffuse sono lo spreco di tempo (40,5%) e la perdita della cognizione temporale (38,2%). Il 33,9% si sente più libero di esprimersi e interagire, il 33,1% meno solo, il 30,9% avverte il bisogno di collegarsi continuamente e la stessa quota si innervosisce se non può farlo; il 29,2% si sente fuori dal mondo reale.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nei giovani questi vissuti raggiungono livelli molto più alti: fra i 18-24enni il 74,4% perde la cognizione del tempo, il 67% si innervosisce se non può collegarsi, il 65,8% si sente più libero di esprimersi, il 59,7% avverte un bisogno continuo di connessione, il 58,5% sente di perdere tempo, il 53,7% si sente meno solo, il 46,3% fuori dal mondo reale e il 45,1% inferiore rispetto alla vita mostrata dagli altri. I Social svolgono dunque una funzione di appartenenza e facilitazione espressiva, ma proprio questa centralità può rendere più intenso il confronto, il timore di esclusione e la dipendenza dal flusso delle interazioni. Sentirsi meno soli e più liberi di esprimersi non esclude dunque il disagio e può, al contrario, aumentare la dipendenza funzionale dalla piattaforma quando questa diventa il principale spazio nel quale ricevere riconoscimento, regolare le emozioni o sperimentare relazioni.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Chat di gruppo: legami, continuità e obblighi sociali</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le chat di gruppo coinvolgono il 69,1% degli intervistati e sono leggermente più diffuse fra le donne (71,6% contro 66,5%). Vi partecipa l’87,2% dei 18-24enni, l’82,9% dei 25-34enni, l’80,7% dei 35-44enni e il 73,8% dei 45-64enni; fra gli over 64 la quota scende al 42,4%. I gruppi più comuni sono quelli fra amici (78,6% di chi partecipa ad almeno una chat) e nel nucleo familiare ristretto (76,6%). Seguono lavoro (58,2%), famiglia allargata (50%), sport o hobby (39,5%), gruppi di genitori (28,1%), studio (27,9%) e vicinato o condominio (20,8%).</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le chat mantengono legami familiari e amicali e coordinano attività quotidiane, ma creano anche aspettative di presenza. Il 38,9% si sente obbligato a leggere tutti i messaggi e il 38,3% in dovere di rispondere; il 38,4% è disturbato dalle notifiche durante altre attività e il 37,5% sente il bisogno di controllare il telefono non appena riceve un avviso. Il 24,4% vorrebbe uscire da alcune chat ma teme conseguenze sociali e il 18,6% evita di esprimere la propria opinione per timore del giudizio.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Questi dati mostrano come le chat prolungano le relazioni oltre i momenti e i luoghi nei quali si svolgerebbero in presenza trasformando il silenzio o l’uscita dal gruppo in segnali che possono essere interpretati dagli altri. La pressione resta moderata per la maggioranza, ma per una quota significativa leggere, rispondere e controllare diventano piccoli obblighi ripetuti che frammentano l’attenzione e rendono più difficile stabilire tempi di indisponibilità.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Lavoro e tecnologie digitali: reperibilità e tecnostress</strong></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il digitale è ormai strutturale nel lavoro</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: il 48,2% svolge un’attività che richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, il 28,4% ne ha bisogno in alcune occasioni e soltanto il 23,4% non è esposto in modo rilevante. La presenza fisica resta la modalità di lavoro prevalente (60,9%), ma il 32,8% lavora in forma ibrida e il 6,3% interamente da remoto: nel complesso, quasi quattro lavoratori su dieci sperimentano almeno in parte forme di Smart Working.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La tecnologia estende il lavoro oltre il suo orario formale con il 77,3% del campione che controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, con una frequenza elevata per il 38,5%; il 68,1% risponde anche durante le ferie e il 34,7% lo fa spesso o sempre. Il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente, con il 38% in modo frequente; il 72,9% ha avuto difficoltà a staccare mentalmente e il 37,6% le sperimenta spesso o sempre.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’esposizione è molto diversa tra le professioni. Il controllo frequente fuori orario raggiunge il 62,1% fra dirigenti e quadri, il 57,2% fra liberi professionisti e il 51,1% fra autonomi; fra gli operai il 57,3% non lo fa mai. Durante il tempo libero rispondono frequentemente il 60,7% dei liberi professionisti, il 54,5% degli imprenditori, il 51,1% degli autonomi e il 50% dei dirigenti. La reperibilità in ferie è particolarmente marcata per i liberi professionisti (67,9%, con il 30,4% sempre), seguiti da dirigenti (48,3%) e imprenditori (45,5%). La difficoltà frequente a staccare mentalmente raggiunge il 60,3% fra dirigenti e quadri e il 50% fra liberi professionisti.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il sovraccarico non dipende soltanto dal tempo, ma anche dalle caratteristiche delle tecnologie digitali</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro, il 36,7% fatica a seguire aggiornamenti e nuovi software, il 35% ritiene che email, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione e il 39,3% si sente mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie. Al tempo stesso, il 59,6% ritiene di riuscire a separare tempo lavorativo e personale, mentre il 22,2% considera eccessivo il tempo assorbito dalle videoriunioni.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nei sei mesi precedenti la rilevazione il 68,6% ha sperimentato almeno qualche volta sintomi di stress o affaticamento legati alle tecnologie professionali (mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi) e il 33,8% li ha avuti spesso o sempre. Tra chi usa sempre intensamente il digitale sul lavoro, l’85% ha registrato almeno qualche episodio e il 46,2% una frequenza elevata; fra chi non ne fa un uso intensivo le quote scendono al 34,9% e al 13,4%, con un nesso che evidenzia una relazione molto forte fra intensità tecnologica, reperibilità e sintomi percepiti.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Benessere digitale tra poca misurazione e strategie discontinue</strong></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La maggioranza di chi usa tecnologie digitali non conosce con precisione il proprio tempo online.</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> Solo l’11,2% lo controlla regolarmente attraverso app o impostazioni, il 52,9% ne ha un’idea approssimativa e il 35,9% non sa quantificarlo. In altre parole, l’88,8% non dispone di una misurazione puntuale, nonostante molti comportamenti digitali avvengano in modo frammentato e automatico e siano quindi difficili da stimare a memoria.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le strategie di autoregolazione sono poco diffuse</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">: il 12,7% ne ha adottata almeno una, il 30,4% non lo ha fatto ma ritiene che dovrebbe, mentre il 56,9% pensa di non averne bisogno. Nei gruppi giovani e centrali il riconoscimento del bisogno è più elevato. Ha sperimentato forme di riduzione il 19,8% dei 18-24enni, il 17,8% dei 25-34enni e il 19,9% dei 35-44enni; la quota scende al 12,3% fra i 45-64enni e al 4% fra gli over 64. A dichiarare “non lo faccio, ma dovrei” è il 37,2% dei più giovani, il 34,3% dei 25-34enni, il 38% dei 35-44enni, il 34,7% dei 45-64enni e il 15,6% degli anziani.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le pratiche più usate</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> sono la disattivazione delle notifiche (27,9% di chi ha adottato strategie) e timer o limiti sulle applicazioni (27%); seguono la definizione di spazi e momenti senza dispositivi, ad esempio pasti e tempo familiare (16,7%), periodi di digital detox (11,6%) e orari prestabiliti di inutilizzo (8,6%). L’efficacia percepita è nel complesso positiva: il 36,3% afferma di aver raggiunto gli obiettivi e il 44,4% almeno in parte; l’8,9% continua a utilizzare le strategie pur non trovandole efficaci e il 10,4% le ha abbandonate.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’uso di applicazioni dedicate al benessere resta marginale</strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">. Quelle per il monitoraggio del benessere digitale vengono usate regolarmente dal 4,3% e occasionalmente dal 14,3%; il 9,6% le ha provate e abbandonate e il 71,8% non le ha mai utilizzate. Le app per benessere mentale, respirazione, meditazione, sonno o diario digitale mostrano valori analoghi: 4,5% di uso regolare, 13,5% occasionale, 10,2% di abbandono e oltre sette persone su dieci che non le hanno mai provate. Il dato suggerisce che la consapevolezza è spesso generica: molte persone percepiscono di trascorrere troppo tempo online o pensano di dover ridurre, ma non trasformano questa percezione in obiettivi verificabili e pratiche stabili.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Sonno, algoritmi e percezione di un rapporto problematico</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’81,4% utilizza dispositivi nell’ora precedente il sonno almeno qualche volta e il 45,7% spesso o sempre, con percentuali molto elevate fra i 18-24enni, di cui solo l’1,2% dichiara di non farlo mai; il “mai” sale progressivamente fino al 45,3% degli over 64. Il telefono rimane in camera durante la notte per il 77,5%: il 23,3% lo tiene acceso con notifiche attive, il 37,5% in modalità silenziosa o sonno e il 16,7% spento; mentre il 22,5% lo lascia in un’altra stanza.</span></p>
<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Gli utenti riconoscono in larga misura la personalizzazione algoritmica. </strong><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il 71,7% ritiene che le piattaforme mostrino contenuti coerenti con i propri interessi e il 56,3% che propongano novità capaci di stimolare curiosità. Il 29,7% attribuisce loro un’influenza su opinioni o stati d’animo. Fra i 18-24enni le quote salgono rispettivamente al 91,9%, 73,3% e 60,5%; fra gli over 64 la percezione dei contenuti personalizzati scende al 49,6% e quella dell’influenza al 17,4%. I giovani mostrano dunque maggiore consapevolezza della mediazione algoritmica, ma anche una più forte esposizione ai suoi effetti emotivi e cognitivi.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nel complesso, il 65,8% del campione valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali. I livelli più elevati di criticità raggiungono il 41,9% fra i 18-24enni e il 30,2% fra i 25-34enni, per poi scendere nelle fasce d’età successive fino al 28,3% degli over 64, ma in questa fascia è più alta la quota che esprime la valutazione estrema (10,2% molto problematico), probabilmente perché una parte degli anziani sperimenta difficoltà specifiche di adattamento.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il 10,4% del campione ha cercato un aiuto professionale per problemi legati all’uso delle tecnologie (il 2,5% è attualmente in terapia e il 7,9% lo è stato in passato) mentre il 20,8% non lo ha fatto ma ci ha pensato. Nel complesso, il 31,2% ha quindi avuto un contatto con la questione della cura, almeno come possibilità. Fra i 18-24enni la quota sale al 43% e fra i 25-34enni al 38,4%; la maggioranza, tuttavia, continua a ritenere di non averne bisogno.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le aree del disagio</strong></p>
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<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Gli incroci fra percezione di problematicità e comportamenti consentono di individuare un profilo coerente. Chi considera il proprio rapporto con il digitale problematico controlla più spesso le notifiche al risveglio rispetto a chi non avverte problematicità (56,5% contro 49,2%), cerca aggiornamenti anche senza avvisi (61,4% contro 47,2%), interrompe altre attività per controllare il telefono (45,2% contro 23,6%) e ha provato più frequentemente a ridurre l’uso senza riuscirvi (40,6% contro 21%). Il 46,9% del gruppo critico non riesce a disconnettersi senza disagio, rispetto al 26,4% di chi non percepisce problemi.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Queste relazioni vengono confermate anche nelle domande sulla frequenza di adozione di comportamenti a rischio. Fra chi definisce problematico il rapporto, il 51,5% usa spesso o sempre lo smartphone più a lungo del previsto, contro il 29,9% del gruppo non critico; le difficoltà frequenti di concentrazione riguardano il 39,9% contro il 15,7%; l’irrequietezza quando non è possibile controllare il telefono il 41,9% contro il 16%; l’uso dei Social per alleviare emozioni negative il 36,3% contro il 18,2%; l’ansia per la batteria scarica e la sensazione di sprecare tempo il 44,2% contro il 23,9% e il 23,2%; la difficoltà a disconnettersi il 39,6% contro il 15,7%.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nel gruppo critico il 36,7% segnala un peggioramento del benessere psicologico, contro il 13,1% fra chi non avverte problematicità; il giudizio negativo sulle relazioni passa dall’8,4% al 20,2%, sulla produttività dall’11,2% al 23,1%, sugli hobby dal 10% al 21,8% e sulla qualità di vita dal 10,6% al 27,4%. Per una parte degli utenti la problematicità non è quindi soltanto una sensazione astratta, ma si accompagna alla percezione di conseguenze concrete.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Anche il rapporto con i Social risulta più intenso e ambivalente fra coloro che si riconoscono nell’area critica: il 46,7% si sente fuori dal mondo reale, rispetto al 22,6% degli altri; il 50,2% avverte un bisogno continuo di collegarsi, contro il 23,7%; il 48,9% si sente meno solo e il 49,3% più libero di esprimersi, contro il 27,3% e il 28,1%. Allo stesso tempo, il 33,2% si sente inferiore rispetto alle vite mostrate dagli altri, contro il 15%.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nonostante i segnali di consapevolezza, raramente questa si traduce in effettiva richiesta di aiuto: solo il 44,8% di chi reputa problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali non ritiene di aver bisogno di aiuto, ma è attualmente in terapia il 5% è attualmente in terapia e il 15,2% lo è stato, mentre il 35% ha pensato di rivolgersi a un professionista senza farlo.</span></p>
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<p dir="ltr"><strong data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Alcune considerazioni conclusive</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">L’indagine conferma che il digitale è ormai una dimensione ordinaria dell’esperienza e che non sarebbe realistico contrapporre una vita online a una vita reale: lavoro, relazioni, informazione, servizi e intrattenimento si svolgono in continuità fra i due ambienti. La questione centrale non riguarda dunque la presenza della tecnologia, ma il grado di autonomia con cui viene utilizzata e la capacità di riconoscerne benefici, costi e meccanismi di funzionamento.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Il principale fattore di differenziazione è l’età: le fasce d’età più giovani presentano maggiore competenza, intensità e varietà d’uso, ma anche più automatismi, pressione sociale, ricorso alle piattaforme per regolare le emozioni e difficoltà di disconnessione. Gli anziani hanno un coinvolgimento inferiore, ma sono più vulnerabili sul piano delle competenze, della sicurezza e dell’accesso ai servizi. Il titolo di studio aggiunge una frattura educativa: la carenza di capacità digitali riduce la possibilità di informarsi, formarsi, proteggersi e risolvere autonomamente i problemi, trasformando il divario digitale in una forma di esclusione sociale.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La consapevolezza dei rischi è elevata, ma non sufficiente a modificare i comportamenti. Pur riconoscendo i rischi di fake news, aggressività, privacy, modelli superficiali e uso eccessivo, gli italiani monitorano raramente il tempo online e adottano poche strategie strutturate.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Sul lavoro, la cultura della reperibilità continua e della rapidità di risposta sembrano limitare il diritto alla disconnessione, portando a forme di tecnostress specie nelle categorie professionali più “connesse” e digitalizzate, aggravate dalla difficoltà a gestire la rapida evoluzione delle tecnologie necessarie al lavoro.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La responsabilità non può essere attribuita soltanto agli utenti e ad una presunta incapacità di autoregolazione: l’architettura stessa delle piattaforme digitali – feed infiniti, notifiche, raccomandazioni personalizzate, metriche di approvazione e rinforzi intermittenti – è progettata per massimizzare coinvolgimento e permanenza. Servono quindi trasparenza degli algoritmi, limiti alle pratiche persuasive, tutele rafforzate per minori e soggetti vulnerabili, strumenti di controllo semplici e predefiniti, responsabilità delle piattaforme rispetto ai contenuti dannosi e alle conseguenze dei propri sistemi di raccomandazione.</span></p>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">In un contesto in cui il digitale è destinato ad accrescere la sua pervasività nell’esperienza umana quotidiana, l’obiettivo non può essere quello di limitare o contrastare la diffusione delle tecnologie digitali, ma di governarne l’impatto riducendo le disuguaglianze, tutelando le vulnerabilità e valorizzando le potenzialità. Non è una partita che si può giocare solo sul piano normativo, ma una sfida culturale ed educativa che richiede di ripensare il rapporto tra innovazione e benessere dotando le persone – in particolare le generazioni più immerse nell’ambiente digitale – degli strumenti cognitivi, emotivi e relazionali necessari per vivere la dimensione digitale con consapevolezza, dignità e libertà.</span></p>
<table class="m_6140988488120336207mcnTextContentContainer" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td class="m_6140988488120336207mcnTextContent" valign="top">
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Dopo l’iscrizione al sito,</span><a href="https://eurispesufficiostampa.voxmail.it/nl/pvysc5/whixtb/zfz73l2/uf/1/aHR0cHM6Ly9ldXJpc3Blcy5ldS9yaWNlcmNhLXJhcHBvcnRvL3RlY25vbG9naWUtZGlnaXRhbGktZS1zYWx1dGUtbWVudGFsZS1pbmRhZ2luZS0yMDI2Lw?_d=B80&amp;_c=896389c8" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://eurispesufficiostampa.voxmail.it/nl/pvysc5/whixtb/zfz73l2/uf/1/aHR0cHM6Ly9ldXJpc3Blcy5ldS9yaWNlcmNhLXJhcHBvcnRvL3RlY25vbG9naWUtZGlnaXRhbGktZS1zYWx1dGUtbWVudGFsZS1pbmRhZ2luZS0yMDI2Lw?_d%3DB80%26_c%3D896389c8&amp;source=gmail&amp;ust=1788337050687000&amp;usg=AOvVaw0gjwlACdBZykQ0MUXe3c2U"> <u data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">l’indagine integrale è visualizzabile cliccando qui.</u></a></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p dir="ltr">
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/01/salute-mentale-e-tecnologie-digitali-i-nuovi-dati-dellindagine-eurispes/">Salute mentale e tecnologie digitali: i nuovi dati dell’indagine Eurispes</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Giornata mondiale del cane, il 26 agosto celebra un legame sempre più forte nelle famiglie italiane</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/24/giornata-mondiale-del-cane-il-26-agosto-celebra-un-legame-sempre-piu-forte-nelle-famiglie-italiane/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giornata-mondiale-del-cane-il-26-agosto-celebra-un-legame-sempre-piu-forte-nelle-famiglie-italiane</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 13:23:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="658" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-300x167.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-1024x571.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-1170x653.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-585x326.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Dalla compagnia alla tutela degli animali: la ricorrenza richiama l’attenzione sul ruolo dei cani nella vita quotidiana, mentre cresce in Italia il numero delle famiglie che li accolgono e cambia&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/24/giornata-mondiale-del-cane-il-26-agosto-celebra-un-legame-sempre-piu-forte-nelle-famiglie-italiane/">Giornata mondiale del cane, il 26 agosto celebra un legame sempre più forte nelle famiglie italiane</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="658" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-300x167.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-1024x571.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-1170x653.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5052-585x326.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>Dalla compagnia alla tutela degli animali: la ricorrenza richiama l’attenzione sul ruolo dei cani nella vita quotidiana, mentre cresce in Italia il numero delle famiglie che li accolgono e cambia anche il modo di viaggiare insieme</em></p>
<p>Il 26 agosto si celebra la Giornata mondiale del cane, una ricorrenza dedicata a uno degli animali che più profondamente hanno intrecciato la propria storia con quella dell’uomo. Una giornata che va oltre le immagini affettuose e i racconti di vita domestica, per richiamare l’attenzione sul benessere degli animali, sulla lotta contro l’abbandono e sulla responsabilità che comporta accogliere un cane nella propria famiglia.</p>
<p>La ricorrenza internazionale, conosciuta come International Dog Day o National Dog Day, è legata all’iniziativa avviata negli Stati Uniti nel 2004 dall’attivista per il benessere animale Colleen Paige. La scelta del 26 agosto è collegata al giorno in cui, secondo il racconto della fondatrice, la sua famiglia adottò il suo primo cane quando lei era bambina.</p>
<p>Da allora la giornata ha acquisito una crescente visibilità internazionale, diventando un’occasione per celebrare non soltanto i cani che vivono nelle nostre case, ma anche quelli impegnati quotidianamente al fianco dell’uomo.</p>
<p>E proprio la presenza dei cani nelle case italiane mostra quanto questo rapporto sia ormai radicato nella vita quotidiana. Gli ultimi dati Istat disponibili indicano che nel 2024 il 22,1% delle famiglie italiane vive con almeno un cane, mentre complessivamente il 37,7% ospita almeno un animale domestico. La presenza dei cani risulta inoltre cresciuta rispetto al 2006, quando interessava il 20,7% delle famiglie.</p>
<p>Numeri che raccontano un legame sempre più presente nelle abitudini familiari e che si riflette anche nel modo di organizzare il tempo libero e le vacanze. La crescente attenzione verso il turismo pet-friendly segnala infatti un cambiamento: non si tratta più semplicemente di trovare una struttura che “accetti” gli animali, ma di scegliere luoghi nei quali anche il cane possa essere considerato parte dell’esperienza di viaggio.</p>
<p>Spiagge attrezzate, alberghi e strutture ricettive con servizi dedicati, aree verdi e destinazioni pensate per facilitare gli spostamenti con gli animali stanno progressivamente ampliando le possibilità per chi non vuole separarsi dal proprio cane durante le vacanze. Un fenomeno che accompagna una trasformazione più generale: il cane è sempre meno confinato alla dimensione domestica e sempre più presente nella vita sociale della famiglia.</p>
<p>Ma il rapporto con l’uomo assume anche forme che vanno molto oltre la compagnia. Ci sono i cani guida per le persone non vedenti, quelli addestrati per la ricerca e il soccorso, le unità cinofile delle forze dell’ordine e della Protezione civile, i cani impiegati in attività assistite e quelli capaci di individuare persone disperse sotto le macerie o in ambienti difficili. Compiti diversi che mostrano quanto questa relazione abbia assunto nel tempo anche una rilevanza sociale.</p>
<p>Il 26 agosto rappresenta però soprattutto un richiamo alla responsabilità.</p>
<p>Accogliere un cane non significa acquistare o adottare un animale destinato semplicemente a fare compagnia. Significa assumere un impegno che può durare molti anni e che comprende alimentazione adeguata, cure veterinarie, movimento, educazione, tempo e attenzione alle esigenze specifiche dell’animale.</p>
<p>Proprio durante l’estate il tema dell’abbandono torna con particolare forza. La Giornata mondiale del cane diventa così un’occasione per ribadire che un animale non può essere considerato un oggetto di cui liberarsi quando cambiano le condizioni familiari, arrivano le vacanze o emergono difficoltà organizzative. E la diffusione di un’offerta turistica maggiormente attenta agli animali rende ancora più evidente la possibilità di programmare viaggi e soggiorni tenendo conto anche della loro presenza.</p>
<p>Accanto alla lotta contro l’abbandono resta centrale il tema delle adozioni consapevoli. Canili e rifugi ospitano animali in attesa di una nuova famiglia, ma adottare richiede una valutazione concreta delle proprie possibilità. Spazi disponibili, tempo, stile di vita e caratteristiche del cane devono essere considerati prima della scelta, evitando decisioni dettate esclusivamente dall’emotività del momento.</p>
<p>La relazione con il cane attraversa ormai molti aspetti della società contemporanea. Gli animali entrano nelle famiglie, accompagnano bambini e anziani, condividono viaggi e attività quotidiane e sono sempre più presenti anche negli spazi pubblici.</p>
<p>Dietro questa crescente vicinanza rimane però una questione essenziale: il rispetto dell’animale per ciò che è, con i suoi bisogni e i suoi comportamenti, evitando tanto l’abbandono quanto una sua eccessiva umanizzazione.</p>
<p>La Giornata mondiale del cane del 26 agosto assume quindi un significato che supera la celebrazione simbolica. Ricorda un rapporto costruito nel corso di millenni e, soprattutto, la responsabilità che deriva dall’aver trasformato il cane in uno dei compagni più presenti nella vita dell’uomo.</p>
<p>Perché il modo in cui una società tratta gli animali che ha scelto di accogliere racconta anche qualcosa della propria cultura della cura e della responsabilità.</p>
<p>@riproduzione riservata</p>
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		<title>Femminicidi, Giorlandino: «La vera sfida è intervenire prima che la violenza diventi irreparabile»</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/21/femminicidi-giorlandino-la-vera-sfida-e-intervenire-prima-che-la-violenza-diventi-irreparabile/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=femminicidi-giorlandino-la-vera-sfida-e-intervenire-prima-che-la-violenza-diventi-irreparabile</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 16:12:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="775" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg 775w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-731x1024.jpg 731w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-768x1076.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-585x820.jpg 585w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></p>
<p>&#160; di Mariastella Giorlandino Presidente Fondazione Artemisia ETS Ci sono parole alle quali non dovremmo mai abituarci. Femminicidio è una di queste. Eppure gli ultimi drammatici episodi di cronaca ci restituiscono ancora una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/21/femminicidi-giorlandino-la-vera-sfida-e-intervenire-prima-che-la-violenza-diventi-irreparabile/">Femminicidi, Giorlandino: «La vera sfida è intervenire prima che la violenza diventi irreparabile»</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="775" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg 775w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-731x1024.jpg 731w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-768x1076.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-585x820.jpg 585w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></p><p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Mariastella Giorlandino</strong> <strong>Presidente Fondazione Artemisia ETS</strong></p>
<p>Ci sono parole alle quali non dovremmo mai abituarci.<a href="https://tg24.sky.it/cronaca/2026/08/21/femminicidio-tania-terrin-ultime-notizie"> Femminicidio</a> è una di queste. Eppure gli ultimi drammatici episodi di cronaca ci restituiscono ancora una volta storie di donne uccise proprio da chi aveva fatto parte della loro vita, trasformando un legame affettivo in possesso, controllo e infine violenza.</p>
<p>La sensazione, di fronte al susseguirsi di queste tragedie, è che il fenomeno non stia arretrando e che, nonostante anni di battaglie, leggi e campagne di sensibilizzazione, la violenza contro le donne continui a rappresentare un’emergenza sociale e culturale. È questo che deve preoccuparci: il rischio che la ripetizione trasformi l’orrore in abitudine e che l’ennesimo femminicidio diventi soltanto un’altra notizia destinata a scomparire nel giro di pochi giorni.</p>
<h2 id="h-femminicidi-dai-volti-alle-vite-alla-storia" class="wp-block-heading">Femminicidi: dai volti, alle vite, alla storia</h2>
<p>Dietro ogni nome non c’è un numero, ma una vita. Ci sono figli, genitori, amici, colleghi. Ci sono progetti interrotti e famiglie destinate a convivere per sempre con un’assenza. Gli ultimi episodi ci ricordano quanto sia necessario reagire prima che una nuova tragedia costringa ancora una volta il Paese a domandarsi che cosa avrebbe potuto fare.</p>
<p><strong>La storia dovrebbe averci insegnato quanto sia stato lungo il cammino delle donne verso la libertà. Simone de Beauvoir scriveva nel 1949: «Non si nasce donna: lo si diventa».</strong> Una frase che attraversa il Novecento e ci ricorda quanto l’identità e il ruolo attribuiti alla donna siano stati condizionati da modelli culturali e sociali. Negli anni Settanta un altro principio sarebbe diventato simbolo del movimento femminista: «Il personale è politico». Ciò che accadeva dentro una casa, all’interno di una relazione o di una famiglia, non poteva più essere considerato una questione esclusivamente privata.</p>
<p>In Italia sono trascorsi appena 45 anni dall’abolizione del cosiddetto delitto d’onore. Fino al 1981 il nostro ordinamento prevedeva infatti una pena fortemente ridotta per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella in circostanze legate alla tutela del proprio «onore». È un passaggio storico che oggi appare lontanissimo e che invece appartiene a un passato sorprendentemente vicino.</p>
<p>Le leggi sono cambiate, la società è cambiata, ma evidentemente non abbastanza. E proprio il modo in cui è cambiata la società ci impone oggi una riflessione ulteriore. Le relazioni sono diventate più complesse, i confini tra vita reale e dimensione digitale sempre più sottili e, talvolta, anche i segnali di una relazione squilibrata sono più difficili da distinguere. Il controllo può nascondersi dietro una richiesta apparentemente innocua, la gelosia dietro un messaggio continuo, la possessività dietro la pretesa di sapere sempre dove si trovi l’altra persona, con chi sia e che cosa stia facendo. Comportamenti che rischiano di essere normalizzati e che, invece, dobbiamo imparare a riconoscere.</p>
<h2 id="h-le-trasformazioni-sociali" class="wp-block-heading">Le trasformazioni sociali</h2>
<p>Viviamo inoltre in una società che negli ultimi decenni ha trasformato profondamente ruoli, abitudini e rapporti tra uomini e donne. È stato un cambiamento necessario, che ha accompagnato conquiste fondamentali di libertà e autonomia femminile. Ma ogni grande trasformazione sociale richiede anche la capacità di costruire nuovi punti di riferimento. Quando questi vengono meno, il rischio è che nelle relazioni si creino incomprensioni, fragilità e conflitti che non sappiamo più interpretare prima che degenerino.</p>
<h2 id="h-l-equilibrio-tra-uomo-e-donna" class="wp-block-heading">L’equilibrio tra uomo e donna</h2>
<p>Per questo credo sia necessario recuperare un equilibrio autentico nel rapporto tra uomo e donna. Non significa tornare indietro, né riproporre ruoli che la storia ha giustamente superato. Significa andare avanti costruendo un rapporto nuovo, fondato sulla pari dignità, sul rispetto e sulla libertà reciproca. La conquista dell’autonomia femminile non può essere vissuta come una perdita di ruolo o di identità maschile, così come l’affermazione dell’uno non può mai richiedere la rinuncia alla libertà dell’altra.</p>
<p>Uomo e donna non devono essere avversari. Devono potersi incontrare su un terreno nel quale nessuno prevalga, nessuno possieda e nessuno debba sentirsi minacciato dalla libertà dell’altro. È questo equilibrio che dobbiamo ricostruire, soprattutto nelle nuove generazioni: la capacità di vivere una relazione senza trasformarla in dipendenza, di accettarne anche la fine e di comprendere che amare una persona significa innanzitutto riconoscerne la libertà.</p>
<p>È anche questa una delle grandi sfide culturali del nostro tempo: educare non soltanto le donne a riconoscere la violenza e a chiedere aiuto, ma donne e uomini a costruire relazioni fondate sul rispetto, sul dialogo e sull’accettazione della libertà reciproca. Perché la prevenzione più profonda comincia proprio qui, prima della denuncia e prima dell’intervento delle istituzioni: nella capacità di distinguere l’amore dal possesso, la cura dal controllo e il legame dalla sopraffazione.</p>
<p>La repressione è indispensabile, ma interviene quando la violenza è già avvenuta. La vera sfida è riuscire ad agire prima.</p>
<h2 id="h-l-importanza-di-riconoscere-i-segnali" class="wp-block-heading">L’importanza di riconoscere i segnali</h2>
<p>Dobbiamo imparare a riconoscere i segnali: il controllo ossessivo, la gelosia trasformata in sorveglianza, l’isolamento, le minacce, le umiliazioni, la persecuzione, il controllo dei movimenti e delle relazioni, la convinzione che la libertà dell’altra persona rappresenti un affronto. Nessuna di queste manifestazioni può essere confusa con l’amore. E soprattutto dobbiamo ascoltare una donna quando trova il coraggio di chiedere aiuto.</p>
<p>Lo stalking, in particolare, non deve mai essere sottovalutato. Pedinamenti, telefonate e messaggi continui, appostamenti, minacce, intrusioni nella vita privata e tentativi di controllo possono rappresentare i segnali di una progressione della violenza. Riconoscerli e intervenire tempestivamente può significare impedire che una persecuzione si trasformi in qualcosa di irreparabile.</p>
<h2 id="h-uscire-dalla-violenza-attraverso-l-impegno-della-fondazione-artemisia-ets" class="wp-block-heading">Uscire dalla violenza attraverso l’impegno della Fondazione Artemisia ETS</h2>
<p>È proprio su questo principio che da anni si fonda l’impegno della <a href="https://www.artemisiafondazione.it/"><strong>Fondazione Artemisia ETS</strong></a>, che ho l’onore di presiedere. Abbiamo scelto di mettere al centro la persona e di costruire intorno alle donne che vivono situazioni di violenza, stalking o particolare fragilità una rete concreta di ascolto e assistenza. Attraverso un’équipe multidisciplinare di medici, psicologi e avvocati offriamo orientamento e percorsi personalizzati, perché uscire dalla violenza significa spesso dover affrontare contemporaneamente ferite fisiche, psicologiche, familiari e sociali.</p>
<p>A disposizione di chi vive una condizione di paura, violenza o persecuzione c’è il numero verde della Fondazione Artemisia ETS<strong> 800 967 510</strong>, attivo 24 ore su 24, attraverso il quale è possibile ricevere ascolto e assistenza. Chiedere aiuto può sembrare un gesto difficilissimo, soprattutto quando si è stati progressivamente isolati o intimiditi. Proprio per questo è essenziale che dall’altra parte ci sia una rete pronta ad ascoltare.</p>
<h2 id="h-ridare-dignita-e-fiducia-alle-vittime" class="wp-block-heading">Ridare dignità e fiducia alle vittime</h2>
<p>Negli anni abbiamo voluto costruire questa rete anche attraverso la collaborazione con le istituzioni. Un passaggio particolarmente importante è rappresentato dal protocollo d’intesa con la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, nato per sviluppare iniziative finalizzate alla prevenzione, all’informazione e alla tutela delle vittime. Nell’ambito di questa collaborazione si inserisce anche il progetto <strong>RIGENERADERMA</strong>, dedicato alle donne che hanno riportato cicatrici invalidanti in conseguenza di reati commessi nell’ambito della violenza di genere o domestica.</p>
<p>La collaborazione con la Polizia di Stato assume un valore che va oltre l’assistenza successiva alla violenza: significa diffondere conoscenza sul territorio, spiegare quali siano i primi segnali da non ignorare, far conoscere gli strumenti di tutela e incoraggiare le vittime a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.</p>
<p>Particolare attenzione viene dedicata alle donne che hanno riportato sfregi o gravi lesioni in conseguenza della violenza, accompagnandole, con il contributo di specialisti qualificati, in percorsi di cura e ricostruzione che non riguardano soltanto il corpo, ma anche la possibilità di recuperare fiducia, autonomia e dignità.</p>
<p>Ma intervenire sulle conseguenze non basta. La prevenzione deve cominciare prima, soprattutto dalla scuola e dall’educazione delle nuove generazioni. In questa direzione assume particolare rilievo il Protocollo d’intesa sottoscritto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e la Fondazione Artemisia ETS, che riconosce il valore scientifico, civico e formativo del percorso Artemisia Academy – Formazione Scuola-Lavoro.</p>
<h2 id="h-la-formazione-diventa-prevenzione" class="wp-block-heading">La formazione diventa prevenzione</h2>
<p>È un riconoscimento importante, che rafforza l’impegno della Fondazione nel portare nel mondo della scuola competenze, conoscenze e strumenti capaci di contribuire alla crescita consapevole dei più giovani. La formazione diventa così anche prevenzione: parlare con ragazze e ragazzi di rispetto, dignità della persona, parità, libertà nelle relazioni e capacità di riconoscere comportamenti di controllo e sopraffazione significa intervenire sulle radici culturali dalle quali può nascere la violenza.</p>
<p>È proprio tra i giovani che dobbiamo costruire un cambiamento duraturo. Educare significa insegnare che amare non vuol dire possedere, che un «no» deve essere rispettato, che la gelosia non giustifica il controllo e che la fine di una relazione non può mai trasformarsi in persecuzione. Significa però anche educare al dialogo tra uomo e donna, alla capacità di comprendere l’altro e alla gestione delle emozioni, delle frustrazioni, del rifiuto e della separazione.</p>
<p>La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito rappresenta, da questo punto di vista, un tassello fondamentale di quella rete di prevenzione che deve unire scuola, famiglie, istituzioni, sanità, Forze dell’ordine e Terzo settore.</p>
<p>Come Presidente della Fondazione Artemisia ETS e come donna, credo profondamente nel valore della prevenzione. Lo facciamo ogni giorno per proteggere la salute delle persone e dobbiamo imparare a farlo con altrettanta determinazione quando a essere in pericolo è la loro sicurezza. Sanità, istituzioni, scuola, famiglie, Forze dell’ordine, servizi sociali e Terzo settore devono essere parti della stessa rete.</p>
<p>Una donna non appartiene a un uomo. Non appartiene a un marito, a un compagno o a un ex compagno. La sua libertà non è una concessione e il suo «no» non deve essere negoziato. Allo stesso tempo dobbiamo insegnare agli uomini, fin da ragazzi, che il rifiuto, la separazione e la libertà dell’altra persona non rappresentano una sconfitta, un’umiliazione o una sottrazione della propria identità. È anche da questa consapevolezza che può nascere quell’equilibrio nuovo tra uomo e donna di cui la nostra società ha bisogno.</p>
<h2 id="h-l-allarme-non-va-ignorato" class="wp-block-heading">L’allarme non va ignorato</h2>
<p>Ogni donna uccisa rappresenta una sconfitta collettiva. Per questo gli ultimi femminicidi non possono essere considerati soltanto gli ultimi casi di una lunga sequenza. Devono essere un allarme. Non possiamo limitarci all’indignazione dei giorni successivi all’ennesima tragedia. Dobbiamo conservare la stessa attenzione quando le telecamere si spengono e i nomi delle vittime scompaiono dalle prime pagine.</p>
<p>È anche per questo che, con la Fondazione Artemisia ETS, continueremo a esserci: nell’ascolto, nella prevenzione, nella formazione, nell’assistenza e soprattutto accanto a chi trova la forza di chiedere aiuto. Continueremo a farlo insieme alle istituzioni e alle Forze dell’ordine, cercando di costruire quella rete di protezione che può fare la differenza tra una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata e una vita salvata.</p>
<p>Perché nessuna donna dovrebbe sentirsi sola nel momento in cui decide di liberarsi dalla violenza.</p>
<p>La civiltà di una società si misura anche dalla capacità di proteggere chi chiede aiuto. E arriveremo davvero alla fine di questa battaglia soltanto quando nessuna donna dovrà più avere paura della persona che dice di amarla.</p>
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		<title>Don Biagio Amata, settant’anni di vita salesiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 20:14:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Don Biagio Amata]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-di-vita-salesiana-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-di-vita-salesiana-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-di-vita-salesiana-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-di-vita-salesiana-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Una lunga esperienza di fede, cultura, servizio pastorale e formazione dei giovani, vissuta alla luce del carisma di San Giovanni Bosco. Il settantesimo anniversario della prima professione religiosa e il&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una lunga esperienza di fede, cultura, servizio pastorale e formazione dei giovani, vissuta alla luce del carisma di San Giovanni Bosco.<br />
Il settantesimo anniversario della prima professione religiosa e il sessantacinquesimo della professione perpetua di don Biagio Amata, figura di grande rilievo della Congregazione Salesiana. Dal 6 al 16 agosto 2026 il Giubileo sarà celebrato tra Sant’Agata di Militello, sua città natale in provincia di Messina, e Palermo, nell’Istituto Salesiano “Don Bosco Ranchibile”, dove prosegue il suo ministero</em></p>
<p>di <em>Maria Sole Stancampiano</em></p>
<p>Palermo, 2 agosto 2026 – “<strong><em>Miei cari, io vi amo con tutto il cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai</em> “.</strong> È con questa parola di <strong>Don Bosco</strong>, semplice e ardente, che si può entrare nel cuore della vita di <strong>don Biagio Amata</strong>, figura di grande rilievo della Famiglia Salesiana.</p>
<p><strong>Settant’anni nel segno di Don Bosco</strong>. È un anniversario che racchiude una vita interamente attraversata dalla vocazione salesiana quello che accompagnerà <strong>don Biagio Amata </strong>in questo mese di agosto appena iniziato. Un <strong>cammino</strong> che prende avvio il <strong>16 agosto 1956</strong>, quando, a San Gregorio di Catania, emise la prima <strong>professione religiosa nella Congregazione Salesiana</strong>, e che prosegue con la <strong>professione perpetua</strong>, celebrata il <strong>16 agosto 1960</strong>.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112472" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-ordinazione-sacerdotale-.jpg" sizes="(max-width: 462px) 100vw, 462px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-ordinazione-sacerdotale-.jpg 462w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-ordinazione-sacerdotale--201x300.jpg 201w" alt="" width="462" height="689" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Ordinazione sacerdotale. Messina, 19 marzo 1965</em></figcaption></figure>
</div>
<p><strong>Questi anniversari seguono il sessantesimo di sacerdozio</strong>, già celebrato da don Biagio lo scorso anno, il <strong>19 marzo 2025</strong>. Solennità di San Giuseppe e <strong>Anno Santo</strong>, nel sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta a <strong>Messina il 19 marzo 1965.</strong></p>
<p>Un percorso che oggi raggiunge un altro significativo traguardo e che la Famiglia Salesiana si appresta a celebrare come una storia di fedeltà alla vocazione, al Vangelo e al carisma di San Giovanni Bosco.</p>
<p><strong>L’Istituto Salesiano Don Bosco Ranchibile di Palermo</strong>, dove don Biagio continua il suo ministero, sarà al centro delle <strong>celebrazioni</strong> insieme alla sua <strong>Sant’Agata di Militello</strong>, cittadina dell’area tirrenica della provincia di Messina, nella quale è nato il 9 agosto 1939 e  alla quale è rimasto profondamente legato fin dall’infanzia e dai primi passi della sua formazione umana e cristiana, maturata nella comunità parrocchiale locale e nel contesto familiare che ha segnato in modo decisivo la sua vocazione.</p>
<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112479" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-fedelta-Cristo-ai-giovan-682x1024.jpg" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-fedelta-Cristo-ai-giovan-682x1024.jpg 682w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-fedelta-Cristo-ai-giovan-200x300.jpg 200w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-fedelta-Cristo-ai-giovan-768x1154.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-70-anni-fedelta-Cristo-ai-giovan.jpg 1023w" alt="" width="682" height="1024" data-id="112479" /></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112480" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo--635x1024.jpg" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo--635x1024.jpg 635w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo--186x300.jpg 186w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo--768x1238.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo--953x1536.jpg 953w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/D-Biagio-Amata-s-agata-Militello-e-Palermo-.jpg 1074w" alt="" width="635" height="1024" data-id="112480" /></figure>
</figure>
<p><strong>Le celebrazioni si snoderanno dal 6 al 16 agosto</strong> (2026), tra <strong>Sant’Agata di Militello e Palermo</strong>. Domenica <strong>9 agosto</strong>, alle ore 11, sarà celebrata la Santa Messa nel <strong>Duomo</strong> della sua città natale. <strong>Una data particolarmente significativa</strong> perché la celebrazione coinciderà con il compleanno di don Biagio, che proprio il 9 agosto compirà 87 anni. Domenica <strong>16 agosto</strong>, alle ore 8.30, nel giorno esatto del settantesimo anniversario della prima professione religiosa e del sessantacinquesimo della professione perpetua, la <strong>liturgia</strong> sarà celebrata nella chiesa di <strong>San Giovanni Bosco dell’Istituto Salesiano “Villa Ranchibile” a Palermo.</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112504" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-il-prof-Zichichi.jpg" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-il-prof-Zichichi.jpg 557w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-il-prof-Zichichi-300x220.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-il-prof-Zichichi-80x60.jpg 80w" alt="" width="557" height="409" /></figure>
</div>
<p><strong>La ricorrenza ripercorre una storia umana, </strong>sacerdotale e culturale di particolare intensità. Don Biagio Amata è infatti una figura nella quale la vocazione salesiana, l’insegnamento, la ricerca e il ministero pastorale hanno sempre camminato insieme.</p>
<p>Dopo la formazione salesiana, nel <strong>1969</strong> conseguì la <strong>laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Messina,</strong> con una tesi dedicata ad Arnobio di Sicca, autore cristiano dell’antichità. <strong>Da quella solida formazione classica</strong> sarebbe maturato il percorso dello studioso di letteratura cristiana antica latina, patristica e cultura classica, ambiti ai quali avrebbe dedicato una parte importante della propria esistenza.</p>
<p>Il profilo dello studioso  e l’educatore salesiano convivono nella figura di don Biagio, il quale prima dell’esperienza universitaria, aveva svolto il proprio <strong>servizio nelle opere salesiane della Sicilia</strong>, a <strong>Catania</strong>, <strong>Messina</strong> e <strong>Palermo</strong>, ricoprendo anche incarichi di direzione e di presidenza.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112491" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/San-Luigi-ist-salesiano-Messina-anni-20-1024x652.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/San-Luigi-ist-salesiano-Messina-anni-20-1024x652.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/San-Luigi-ist-salesiano-Messina-anni-20-300x191.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/San-Luigi-ist-salesiano-Messina-anni-20-768x489.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/San-Luigi-ist-salesiano-Messina-anni-20.jpg 1073w" alt="" width="1024" height="652" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte foto Facebook Antica Messina (anni ’20)</figcaption></figure>
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<p>Tra questi, quello al glorioso <strong>San Luigi di Messina</strong>, all’epoca collegio-convitto maschile.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112496" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele-1024x682.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele-1024x682.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele-300x200.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele-768x512.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele-1536x1023.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Madonnina-del-Porto-Messina-stele.jpg 1659w" alt="" width="1024" height="682" /></figure>
</div>
<p>Situato accanto alla chiesa della Madonna di Pompei, sulla circonvallazione, con un affaccio mozzafiato sulla <strong>stele</strong> della <strong>Madonna della Lettera, </strong>posta all’estrema punta della lingua phari, o falce, dell’ansa del porto, suggestiva apertura della città sullo Stretto.</p>
<p><strong>Un’esperienza educativa</strong> che lo ha messo a contatto con <strong>generazioni di giovani</strong> e che ha contribuito a consolidare un rapporto profondo e duraturo con gli <strong>allievi</strong> e con gli <strong>exallievi salesian</strong>i, molti dei quali hanno continuato a considerarlo un <strong>punto di riferimento spirituale e umano</strong> anche dopo gli anni della formazione. Nel tempo, questo <strong>legame</strong> si è espresso attraverso incontri, celebrazioni, momenti associativi, distintivi della comunità salesiana nel mondo, e contatti personali mantenuti con costanza, frutto di un legame educativo e umano che non si è mai interrotto.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112508" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-papa-Wojtyla.jpg" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-papa-Wojtyla.jpg 640w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-papa-Wojtyla-300x226.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-papa-Wojtyla-326x245.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-salesiano-con-papa-Wojtyla-80x60.jpg 80w" alt="" width="640" height="482" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Don Biagio Amata e Papa Wojtyla<br />
Giovanni Paolo II</em></figcaption></figure>
</div>
<p>Per lunghi anni <strong>ha insegnato</strong> nella <strong>Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell’Università Pontificia Salesiana di Roma,</strong> dove ha ricoperto anche l’incarico di decano. La sua attività accademica è stata accompagnata dalla ricerca e da una vasta produzione scientifica, ma soprattutto dalla formazione di generazioni di studenti, sacerdoti e studiosi provenienti da diverse parti del mondo.</p>
<p>Un elemento fondamentale per conoscere la statura culturale e umana di don Biagio è il volume <strong><em>Christum amplecti. Studi in onore del prof. Biagio Amata SDB</em></strong> ( Salesiani di Don Bosco)  Testo latino a fronte (2018) curato da Miran<strong> Sajovic</strong> e <strong>Andrea Sollena</strong>. Nell’introduzione viene presentato come «classicista, patrologo e maestro» e vengono ricordate le numerose tesi da lui seguite, con studenti provenienti dall’Europa centro-orientale, dall’Africa e dall’Asia. È significativo che il titolo scelto per gli studi in suo onore sia Christum amplecti, cioè «<strong>abbracciare Cristo</strong>». Un titolo che in qualche modo restituisce la densità della sua esperienza. Ovvero lo studioso della cultura cristiana antica e il sacerdote che ha fatto <strong>dell’incontro con Cristo</strong> il centro della propria esistenza.</p>
<p>Accanto alla cultura e all’insegnamento don Biagio, ha sempre esercitato con instancabile <strong>dedizione il ministero sacerdotale</strong>, come confessore, predicatore e accompagnatore spirituale. Una missione svolta in Italia e all’estero, attraverso celebrazioni, predicazioni, ritiri spirituali e incontri, mantenendo al centro quella dimensione pastorale e umana che ha caratterizzato la sua  essenza salesiana. L’attività pastorale e culturale lo ha portato anche fuori dall’Italia. Nel corso della sua lunga esperienza ha viaggiato in diversi Paesi, da Shanghai a San Francisco, da Betlemme a Oxford, oltre che in numerose località italiane e siciliane, per celebrare, predicare e guidare ritiri spirituali. Una dimensione internazionale che si accompagna a quella spirituale del pastore d’anime, particolarmente apprezzato per la confessione, accoglienza  e vicinanza personale.</p>
<p>In questa storia assume un significato particolare anche il <strong>rapporto con la Sicilia</strong> e <strong>con Sant’Agata di Militello</strong>, la sua terra d’origine, così come quello <strong>con le comunità salesiane</strong> nelle quali ha svolto il proprio ministero.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112476" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-60-anni-di-sacerdozio-salesiano--683x1024.jpg" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-60-anni-di-sacerdozio-salesiano--683x1024.jpg 683w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-60-anni-di-sacerdozio-salesiano--200x300.jpg 200w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-60-anni-di-sacerdozio-salesiano--768x1151.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-60-anni-di-sacerdozio-salesiano-.jpg 905w" alt="" width="683" height="1024" /></figure>
</div>
<p>È un legame che attraversa il suo percorso umano e sacerdotale e che si intreccia con una concezione del sacerdote come «<strong><em>servo per amore</em></strong>», espressione che restituisce  il senso di una missione vissuta nella dedizione agli altri. Un fil rouge che accompagna tutta la sua vita.</p>
<p><strong>Nel suo messaggio</strong> per il sessantesimo anniversario di sacerdozio, don Biagio Amata ha affidato il cammino compiuto alla protezione di <strong>Maria Ausiliatrice</strong>, di <strong>San Giuseppe</strong> e di <strong>San Giovanni Bosco</strong>, trasformando gli anni trascorsi in un <strong>rendimento di grazie</strong> per le persone incontrate, per le comunità servite e per le tante vite incrociate nel corso del suo ministero.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112501" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Screenshot_20260802-181010_Facebook-1024x746.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Screenshot_20260802-181010_Facebook-1024x746.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Screenshot_20260802-181010_Facebook-300x219.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Screenshot_20260802-181010_Facebook-768x560.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Screenshot_20260802-181010_Facebook.jpg 1080w" alt="" width="1024" height="746" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Don Biagio Amata</em></figcaption></figure>
</div>
<p>Il <strong>Giubileo dell’agosto 2026</strong>, supera la ricorrenza personale rappresentando una lunga storia di fedeltà a Cristo, alla Chiesa.  È la celebrazione di settant’anni di vita religiosa secondo il carisma di San Giovanni Bosco, di sessantacinque anni di professione perpetua e di una storia sacerdotale che ha già raggiunto il traguardo dei sessant’anni. <strong>Una festa per la Famiglia Salesian</strong>a e per quanti, nel corso dei decenni, hanno incontrato lungo il cammino  don Biagio Amata,  dallo sguardo rivolto alle nuove generazioni  secondo la  <strong>missione del “Santo dei giovani </strong>“.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112483" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-semplicemente-buongiorno--692x1024.jpg" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-semplicemente-buongiorno--692x1024.jpg 692w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-semplicemente-buongiorno--203x300.jpg 203w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-semplicemente-buongiorno--768x1136.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-semplicemente-buongiorno-.jpg 918w" alt="" width="692" height="1024" /></figure>
</div>
<p><strong>Chi frequenta don Biagio Amata </strong>sa che ogni giornata inizia con un messaggio speciale. <strong>All’alba, attraverso un semplice “Buongiorno”</strong> inviato con affetto, il sacerdote raggiunge amici, confratelli ed ex allievi con pensieri, immagini e brevi meditazioni che restituiscono un momento di vicinanza e di speranza.È una forma di apostolato coniugato al lungo servizio di docente, confessore e guida spirituale.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112485" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-don-bosco-Ranchibile-Palermo--775x1024.jpg" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-don-bosco-Ranchibile-Palermo--775x1024.jpg 775w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-don-bosco-Ranchibile-Palermo--227x300.jpg 227w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-don-bosco-Ranchibile-Palermo--768x1015.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Don-Biagio-Amata-don-bosco-Ranchibile-Palermo-.jpg 1080w" alt="" width="775" height="1024" /></figure>
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<p><strong>In quei messaggi</strong> si ritrovano la cultura umanistica del latinista, la sensibilità del sacerdote e il cuore del salesiano. Un invito a riconoscere la bellezza<strong> delle piccole cose,</strong> a custodire le relazioni umane e a riscoprire il valore di un saluto che diviene attenzione, ascolto e fraternità.</p>
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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-112487" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Semplicemente-buongiorno-.jpg" sizes="(max-width: 937px) 100vw, 937px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Semplicemente-buongiorno-.jpg 937w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Semplicemente-buongiorno--300x156.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/08/Semplicemente-buongiorno--768x398.jpg 768w" alt="" width="937" height="486" /></figure>
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<p>Poche parole  in un saluto che ogni mattina ricorda che la <strong>felicità nasce dai piccoli gesti</strong> e dalla capacità di accogliere l’altro. Per questo i suoi messaggi sono un augurio e un invito a vivere con maggiore dolcezza fraterna  : “<strong><em>Il buongiorno di oggi non è semplicemente uguale a quello di ieri, ma ti dice con convinzione: grazie perché esisti</em></strong>“. E ancora: “<em><strong>Ogni buongiorno è la nostra occasione per dare piccoli segni d’amore</strong></em>“.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Rocco Chinnici, il giudice che non dimenticò mai Misilmeri</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/29/rocco-chinnici-il-giudice-che-non-dimentico-mai-misilmeri/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=rocco-chinnici-il-giudice-che-non-dimentico-mai-misilmeri</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gian Piero Corso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 17:50:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="399" height="313" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1.jpg 399w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1-300x235.jpg 300w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></p>
<p>Nel 43° anniversario della strage di via Pipitone Federico, il ricordo personale di un uomo conosciuto da vicino: «Per me non era soltanto il giudice Chinnici, era Rocco» Di  Gian&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/29/rocco-chinnici-il-giudice-che-non-dimentico-mai-misilmeri/">Rocco Chinnici, il giudice che non dimenticò mai Misilmeri</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="399" height="313" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1.jpg 399w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/images-1-300x235.jpg 300w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></p><p><em>Nel 43° anniversario della strage di via Pipitone Federico, il ricordo personale di un uomo conosciuto da vicino: «Per me non era soltanto il giudice Chinnici, era Rocco» </em></p>
<p><em><strong>Di  Gian Piero Corso</strong></em></p>
<p>MISILMERI, 29 luglio 2026 –  Ci sono persone che la storia consegna alla memoria collettiva e altre che, prima ancora di diventare nomi nei libri di storia, rimangono nel cuore di chi le ha conosciute nella loro dimensione più autentica, lontano dai riflettori e dagli incarichi istituzionali.</p>
<p>Per me <strong>Rocco Chinnici</strong> è anche questo.</p>
<p>Oggi, 29 luglio, nel 43° anniversario della strage di via Pipitone Federico, il ricordo del magistrato che ideò il pool antimafia e che fu tra i protagonisti della stagione che avrebbe cambiato per sempre la lotta alla mafia torna inevitabilmente a Palermo e alla Sicilia. Ma torna anche a <strong>Misilmeri</strong>, il paese nel quale Chinnici era nato il 19 gennaio 1925 e al quale rimase profondamente legato.</p>
<p>La sua morte, il 29 luglio 1983, fu una delle pagine più terribili della storia della nostra Repubblica. Una Fiat 126 imbottita di esplosivo esplose davanti alla sua abitazione. Insieme al giudice morirono i carabinieri della scorta <strong>Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta</strong> e il portiere dello stabile, <strong>Stefano Li Sacchi</strong>.</p>
<p>Ma oggi voglio ricordarlo soprattutto <strong>come uomo</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Un legame che andava oltre la parentela</strong></a></h2>
<p>Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente il giudice Chinnici.</p>
<p>Il rapporto con la mia famiglia nasceva anche da un legame familiare che lui stesso sentiva con particolare affetto. Considerava mio padre quasi un parente, anche se, a voler ricostruire con precisione i gradi di parentela, era cugino di un mio zio.</p>
<p>Ma, davanti all’affetto, certe distanze genealogiche diventano davvero poca cosa.</p>
<p>Chinnici aveva con la mia famiglia un rapporto sincero, familiare, fatto di quella semplicità che oggi, ripensandoci, appare ancora più preziosa.</p>
<p>E c’è un ricordo che custodisco in modo particolare.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Quel pranzo a Partanna e il giudice ai fornelli</strong></a></h2>
<p>Un giorno fui invitato, insieme ai miei zii, a pranzo a <strong>Partanna</strong>. Ed è proprio qui che il ricordo del magistrato lascia spazio al ricordo dell’uomo. Rocco Chinnici si mise ai fornelli.</p>
<p>Era un esperto di cucina, amava il buon cibo e sapeva evidentemente anche prepararlo. E, con quella naturalezza che lo contraddistingueva, decise di coinvolgermi: mi nominò suo <strong>aiutante cuoco</strong>. A fine giornata mi regalò due bottiglie di vino fatto con le uve del suo vigneto.</p>
<p>È un’immagine che, a distanza di tanti anni, mi ritorna alla mente con una forza particolare.</p>
<p>Pensare oggi a Rocco Chinnici, al magistrato che stava costruendo una nuova stagione della lotta alla mafia, significa inevitabilmente pensare alle sue intuizioni giudiziarie, alle sue battaglie, ai magistrati che raccolsero la sua eredità.</p>
<p>Ma io lo ricordo anche così: <strong>in cucina, davanti ai fornelli, intento a preparare il pranzo e a coinvolgere un ragazzo come suo aiutante</strong>.</p>
<p>È questa la forza dei ricordi personali: restituiscono alla storia il volto dell’uomo.</p>
<p>Quando vado a trovare i miei cari al cimitero non manca mai il mio fiore davanti alla tomba del Giudice.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Quella villa sopra Palermo e gli uomini della scorta</strong></a></h2>
<p>Un altro ricordo è legato a mio padre.</p>
<p>Un giorno andammo insieme a vedere alcuni lavori da realizzare nella villa sopra Palermo. Fu in quella circostanza che conobbi anche alcuni degli uomini che componevano la sua scorta. Un’altra volta, mi racconta mio padre, quando andarono a vedere l’avanzamento dei lavori, il giudice per essere accompagnato al Palazzo di Giustizia, si mise nella vecchia Fiat 128 con mio padre, scortati fino al Tribunale. Era questo Rocco Chinnici.</p>
<p>Era una realtà che, allora, percepivo certamente in modo diverso da come la comprendo oggi. Quelli che per me erano gli uomini che accompagnavano il giudice erano, in realtà, persone che condividevano con lui una condizione di pericolo quotidiano.</p>
<p>Eppure Rocco Chinnici, anche in quella situazione, non sembrava voler mostrare alcuna distanza. Ricordo il suo <strong>fare semplice, quasi umile</strong>, il modo naturale con cui si rapportava alle persone.</p>
<p>Non c’era nel suo comportamento la rigidità del magistrato che occupava una posizione prestigiosa. C’era piuttosto l’uomo che sapeva parlare con gli altri, ascoltare, scherzare, stare in mezzo alla gente.</p>
<p>Ed è forse proprio questa semplicità a rendere ancora più grande la figura di Chinnici.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>«Gli mancava la sua Misilmeri»</strong></a></h2>
<p>Chinnici era profondamente legato a Misilmeri.</p>
<p>La sua biografia racconta che proprio a Misilmeri studiò e lavorò negli anni difficili del dopoguerra, prima di entrare in magistratura. La sua esperienza di pretore a Partanna, durata dodici anni, contribuì poi a formare quella particolare concezione di magistrato vicino alla gente che avrebbe portato con sé anche a Palermo.</p>
<p>Ma dietro il magistrato c’era sempre il misilmerese. E io ricordo quanto gli mancasse la sua Misilmeri.</p>
<p>Non era soltanto il luogo dove era nato. Era una parte della sua identità, della sua storia, della sua memoria.</p>
<p>Forse anche per questo, incontrandolo, si aveva la sensazione di trovarsi davanti a un uomo che, nonostante la grande responsabilità che aveva assunto nella lotta alla mafia, <strong>non aveva mai dimenticato da dove veniva</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Il magistrato che cambiò la lotta alla mafia</strong></a></h2>
<p>Rocco Chinnici fu molto più di un magistrato coraggioso. Fu un innovatore.</p>
<p>A Palermo, alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale, intuì la necessità di superare la solitudine del singolo magistrato e di creare un metodo di lavoro fondato sulla condivisione delle informazioni e sulla collaborazione. Da questa intuizione nacque quello che sarebbe diventato il <strong>pool antimafia</strong>, al quale avrebbero partecipato, tra gli altri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.</p>
<p>Chinnici comprese anche che la mafia non poteva essere combattuta soltanto nelle aule dei tribunali.</p>
<p>Bisognava entrare nelle scuole. Bisognava parlare ai giovani. Bisognava costruire una cultura della legalità.</p>
<p>La Fondazione Rocco Chinnici ricorda proprio il suo impegno nelle scuole e il suo convincimento che fosse necessario contribuire alla crescita di una coscienza sociale nuova e alla consapevolezza che il fenomeno mafioso dovesse essere combattuto a ogni livello.</p>
<p>Era, in questo senso, un magistrato moderno e lungimirante.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Quel 29 luglio che cambiò Palermo</strong></a></h2>
<p>La mattina del 29 luglio 1983 Palermo fu sconvolta da un’esplosione. La mafia aveva deciso di colpire Rocco Chinnici. Ma quella bomba non riuscì a cancellare il suo lavoro.</p>
<p>Il suo progetto sarebbe stato raccolto e sviluppato da altri magistrati. Il pool antimafia avrebbe prodotto risultati fondamentali e avrebbe contribuito alla stagione dei grandi processi a Cosa nostra.</p>
<p>La mafia uccise l’uomo. Non riuscì a uccidere la sua idea di giustizia.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>Oggi lo ricordo così</strong></a></h2>
<p>Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua morte, davanti alla grande figura pubblica di Rocco Chinnici sento il bisogno di aggiungere una memoria più piccola, personale, forse persino intima.</p>
<p>Io non ricordo soltanto il giudice.</p>
<p>Ricordo <strong>Rocco</strong>.</p>
<p>Ricordo il suo affetto verso la mia famiglia.</p>
<p>Ricordo quel pranzo a Partanna.</p>
<p>Ricordo quando, con la sua semplicità, mi nominò suo aiutante cuoco.</p>
<p>Ricordo mio padre accanto a me nella villa sopra Palermo.</p>
<p>Ricordo gli uomini della scorta.</p>
<p>Ricordo soprattutto quel suo modo di essere semplice e umano, quasi disarmante, nonostante sapesse benissimo di essere un uomo nel mirino della mafia.</p>
<p>E ricordo il suo legame con Misilmeri.</p>
<p>Forse è proprio questo che rende ancora più doloroso il ricordo: sapere che dietro il magistrato, dietro il simbolo, dietro il protagonista della storia della lotta alla mafia, c’era <strong>un uomo che amava la sua terra, la sua famiglia, la sua gente e le cose semplici della vita</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading"><a><strong>La memoria non è soltanto commemorazione</strong></a></h2>
<p>A quarantatré anni da quella mattina di sangue, Rocco Chinnici non appartiene soltanto alla storia della magistratura italiana.</p>
<p>Appartiene alla Sicilia.</p>
<p>Appartiene a Palermo.</p>
<p>Appartiene a Partanna.</p>
<p>E appartiene soprattutto a <strong>Misilmeri</strong>, che gli diede i natali e che ancora oggi ne custodisce la memoria.</p>
<p>Ricordarlo significa certamente deporre una corona di fiori e pronunciare parole solenni.</p>
<p>Ma significa soprattutto continuare a credere nelle idee per le quali visse.</p>
<p>E, per chi come me ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, significa anche qualcosa di più semplice e più umano:</p>
<p><strong>ricordare il sorriso di un uomo che, per un giorno, mi volle accanto a sé ai fornelli.</strong></p>
<p>Quella memoria, oggi, vale più di molte fotografie.</p>
<p>Perché dietro il nome del giudice Rocco Chinnici, dietro la storia, dietro la strage, c’era un uomo.</p>
<p>E quell’uomo non aveva mai dimenticato la sua Misilmeri. (GPC)</p>
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		<title>Trame 2026, fiducia sociale e miglioramento continuo: la sfida culturale contro i modelli mafiosi</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/25/trame-2026-fiducia-sociale-e-miglioramento-continuo-la-sfida-culturale-contro-i-modelli-mafiosi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=trame-2026-fiducia-sociale-e-miglioramento-continuo-la-sfida-culturale-contro-i-modelli-mafiosi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Demetrio Fortunato Crucitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 16:06:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Dal 15° Festival di Lamezia Terme una riflessione su legalità, beni confiscati, giovani, prevenzione e qualità dei processi sociali: da Nicola Gratteri ad Avviso Pubblico, fino al ruolo delle istituzioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/25/trame-2026-fiducia-sociale-e-miglioramento-continuo-la-sfida-culturale-contro-i-modelli-mafiosi/">Trame 2026, fiducia sociale e miglioramento continuo: la sfida culturale contro i modelli mafiosi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 15° Festival di Lamezia Terme una riflessione su legalità, beni confiscati, giovani, prevenzione e qualità dei processi sociali: da Nicola Gratteri ad Avviso Pubblico, fino al ruolo delle istituzioni e della formazione civica</p>
<p><strong>COERENZA, COMPORTAMENTI, CONTENUTI E COMPLESSITÀ. FIDUCIA SOCIALE GRAZIE AL MIGLIORAMENTO CONTINUO.</strong></p>
<p>Il 15° Festival TRAME 2026, svoltosi nei giorni scorsi a Lamezia Terme (CZ), segna proprio un giro di boa. Fin dalla sua nascita ha permesso una sempre maggiore partecipazione e una consapevolezza crescente dei cittadini, che permette loro un dialogo aperto tra gli stessi cittadini e lo Stato, attraverso la saggistica di numerosi scrittori e testimonianze, anche dello stesso Gratteri che è intervenuto a TRAME l’ultimo giorno. Ma andiamo per ordine: le immagini di copertina  comunicano un messaggio eloquente, rappresentano un <em>modus operandi</em> sociale a cui tendere e rappresentano la realizzazione plastica di una filiera, anzi di una barriera sociale, che garantisce una FIDUCIA SOCIALE che deve essere caparbiamente attuata e difesa. E questo grazie all’associazione Avviso Pubblico, a cui si deve la costanza del Festival Trame, che oggi festeggia la sua 15ª edizione. Pierpaolo Romani, Coordinatore Nazionale dell’Associazione Avviso Pubblico, ha dialogato con il Sottosegretario all’Interno, on. Wanda Ferro, ricordando l’importante impegno dell’Associazione nell’ambito della formazione degli amministratori pubblici locali e noi vogliamo ricordare l’importante contributo dato dall’Associazione Avviso Pubblico nella recente consultazione pubblica lanciata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) in merito alla realizzazione di una linea guida per la ludopatia, intervenendo per una più comprensibile comunicazione chiara verso i cittadini.</p>
<p>Nel corso di TRAME viene intervistata la regista Giulia Zaffino dal giornalista Filippo Veltri, che ha firmato numerosi documentari, tra questi  “Chi ha ucciso Giovanni Losardo”, che è stato proiettato durante l&#8217;evento. È importante citarlo perché i contenuti hanno una valenza fondamentale per il futuro dei giovani e della società. Il Sottosegretario Wanda Ferro, nel suo intervento, mette in evidenza molte criticità e ricordiamo  tra le più importanti, le prospettive di cambiamento per affrontare insieme -cittadini e istituzioni- la lotta alla criminalità, mettendo in evidenza come lo Stato, assegnando i beni confiscati a soggetti del sociale produttivo e a istituzioni locali, riesce a dare alla collettività servizi ad alto valore aggiunto</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-97881" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato.jpeg" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato.jpeg 900w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato-300x200.jpeg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato-768x512.jpeg 768w" alt="" width="900" height="600" /><figcaption class="wp-element-caption">Gratteri</figcaption></figure>
</div>
<p>La presenza, senza soluzione di continuità, del Procuratore Nicola Gratteri, prima di Catanzaro e ora di Napoli, intervistato dalla postazione radiotelevisiva del Festival TRAME, ha affermato che si ritiene soddisfatto per la crescente partecipazione e impegno dei cittadini nel promuovere azioni di denuncia rivolgendosi  a cuore aperto ai magistrati,  da lui stesso fortemente voluto nel periodo di gestione della Procura di Catanzaro.</p>
<p>Poi ha messo in risalto la presenza della mafia che non agisce più con avvenimenti eclatanti, ma  attraverso un nuovo modus operandi:  per esempio, comprando reti televisive,operando con i Bitcoin e facendo uso dell’Intelligenza Artificiale per implementare i propri traffici.</p>
<p>Nel corso di questo Festival Gratteri ha parlato del libro <strong>“Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”</strong>, un romanzo di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso che esplora il tema del riscatto sociale, della legalità e della riabilitazione attraverso il lavoro nei campi. Riportiamo una sintesi della trama del libro:  un esempio  di “buone pratiche” da attuare nei confronti di tanti figli e figlie che desiderano uscirne. Grazie al lavoro, agricolo,  ci puo&#8217; essere  REDENZIONE.</p>
<p>Anche nei modelli sociali occorre prendere in considerazione i processi decisionali che per tanti anni sono stati presi a riferimento dal mondo industriale per garantire la continuità dell’impresa. Bene, il giro di boa che auspichiamo si chiama: “MIGLIORAMENTO CONTINUO”: non è uno slogan, bensì un metodo che deve essere attentamente studiato e applicato per passi successivi a un determinato processo (nel campo industriale era il processo produttivo oppure il processo lavorativo), nato per garantire la qualità del prodotto/del risultato. Oggi la sfida è quella di portare il metodo del Miglioramento Continuo anche nel campo sociale. Un esempio per tutti: come mai nella classifica realizzata dal Sole 24 Ore sulle città capoluogo di provincia la città di Reggio Calabria sta sempre all’ultimo posto, ovvero 107ª? La verifica di un processo produttivo e/o lavorativo in campo industriale si realizza attuando delle misure e oggi questo è possibile anche nel mondo sociale, e occorre trovare delle variabili misurabili.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-110725" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai-.jpg" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai-.jpg 913w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai--300x102.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai--768x261.jpg 768w" alt="" width="913" height="310" /></figure>
</div>
<p>Altro esempio: assegnato un bene confiscato per attività sociali non remunerative, dopo la cerimonia di assegnazione occorre nuovamente tornare sul posto, anche senza clamori, e “verificare”; e appena si trova un processo che funziona, si standardizza, si approva e si comunica, si promuovono le procedure adottate. È questa la nuova frontiera di Avviso Pubblico. Occorre scrivere storie fantastiche con la speranza che si realizzino in positivo. Una specie di studio/libro <em>ex ante</em>, come quello  di Gratteri, per individuare anche i punti su cui agire.</p>
<p>Alcuni anni or sono Gratteri e Nicaso presentarono in RAI un libro edito proprio da RaiEri sull’inganno della mafia e con il sottotitolo: “Quando i criminali diventano eroi”. Allora misero in evidenza il rischio dell’assuefazione, dell’emulazione; perciò è necessario creare una FILIERA SOCIALE in grado di creare maggiore consapevolezza per ridurre al minimo storico l’assuefazione e l’emulazione.</p>
<p>Per ridurre l’emulazione dei modelli mafiosi non basta più informare: occorre costruire una filiera sociale a valenza culturale ed educativa che trasformi la conoscenza in capacità critica, appartenenza sociale e alternative concrete. Un festival come Trame – Festival dei Libri sulle Mafie può essere un nodo importante, ma da solo l’Associazione Avviso Pubblico difficilmente produce cambiamenti duraturi, anche con importanti Comuni aderenti, se non si agisce sulla consapevolezza delle persone. Una possibile filiera potrebbe articolarsi così:</p>
<p><strong>1. Produzione di contenuti:</strong> libri, documentari, podcast, graphic novel e contenuti social che raccontino non solo i crimini mafiosi, ma anche i danni reali alle comunità. Maggiore attenzione alle storie di chi si oppone alle mafie, evitando di trasformare i boss in personaggi affascinanti o “vincenti”.</p>
<p><strong>2. Mediazione educativa:</strong> dopo o prima di ogni presentazione pubblica, occorre attivare laboratori nelle scuole; gruppi di lettura; incontri con giornalisti, magistrati, sociologi, psicologi, forze dell’ordine e familiari delle vittime e, perché no, <em>ex ante</em> anche con ingegneri esperti per il sociale, per iniziare a intervenire e garantire l’accessibilità delle case, dei trasporti, e rendere sicuro l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale; percorsi di educazione civica collegati ai temi emersi durante TRAME. La ricerca educativa mostra che la semplice esposizione a informazioni ha effetti limitati se non è accompagnata da discussione guidata e riflessione critica, nonché da giochi di ruolo partecipati.</p>
<p><strong>3. Coinvolgimento dei giovani:</strong> creare spazi in cui i ragazzi diventino produttori di contenuti; web radio; cortometraggi; giornalismo scolastico; podcast territoriali; monitoraggio civico dei beni confiscati, intesi come verifiche del mantenimento della QUALITÀ. È auspicabile che, quando una persona partecipa attivamente, sia meno probabile che assuma passivamente narrazioni criminali.</p>
<p><strong>4. Collegamento con il territorio:</strong> la consapevolezza cresce se si vedono esempi concreti, per esempio con visite a beni confiscati, cooperative sociali, associazioni impegnate nell’antimafia; imprese che rifiutano il pizzo. Un altro grande esempio è quello dell’Associazione Libera, che mostra come memoria, partecipazione e utilizzo sociale dei beni confiscati possano rafforzare la cultura della legalità.</p>
<p><strong>5. Misurazione dell’impatto:</strong> è risaputo che molte iniziative culturali non valutano i risultati, mentre questi, con le “tecnologie decisionali”, oggi si potrebbero misurare, per esempio: cambiamenti nelle percezioni dei giovani; conoscenza dei fenomeni mafiosi; fiducia nelle istituzioni; atteggiamenti verso scorciatoie illegali e modelli di potere criminale.</p>
<p><strong>6. Creazione di modelli alternativi di successo, di qualità e di miglioramento continuo dei processi:</strong> l’emulazione nasce spesso quando la mafia appare come una via rapida a prestigio, denaro e riconoscimento. Per contrastarla è utile dare visibilità a imprenditori etici; innovatori sociali; amministratori pubblici virtuosi; giovani che hanno creato opportunità economiche nei territori difficili.</p>
<p>Allora si potrebbe pensare a uno schema operativo che vede coinvolti soggetti che interagiscono in serie e anche in parallelo: <strong>Festival → Scuole → Associazioni → Media locali → Università → Imprese sociali → Comunità.</strong> In questo modo l’autore che presenta un libro a Trame non conclude il proprio impatto con l’evento stesso, ma diventa il punto di partenza di un percorso che continua per mesi sul territorio.</p>
<p>Forse oggi l’obiettivo non è più soltanto “sapere cos’è la mafia”, ma rendere culturalmente meno desiderabile e socialmente meno imitabile il modello mafioso, sostituendolo con modelli di appartenenza, successo e riconoscimento alternativi, e gestione di progetti (<em>project management</em>) in coerenza con la qualità totale dei processi, anche sociali, a favore del benessere delle persone.</p>
<p>La foto con il Questore di Roma, dott. Roberto Massucci (alla sua sinistra l’ing. Stefano Giovenale, Vice Presidente dell’Ordine, e alla sua destra l’ing. Massimo Cerri, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Roma e provincia), che ha relazionato su <strong>“La Sicurezza del Territorio e prevenzione: il Modello Roma”</strong> durante un seminario presso l’Ordine degli Ingegneri di Roma dal titolo <strong>“Sicurezza Urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico e privato per le città del futuro – il ruolo delle istituzioni, delle tecnologie e dei professionisti per una sicurezza integrata, sostenibile e partecipata”</strong>, tenutosi nei giorni precedenti al Festival Trame, è significativa. Il Questore spesso ha fatto riferimento al MIGLIORAMENTO CONTINUO sia per la gestione in generale del territorio e della prevenzione, sia per la gestione dell’ordine pubblico nella Capitale, dove nello stesso giorno contemporaneamente si svolgono, con migliaia di persone, manifestazioni e cortei: il supporto alle decisioni deve avere un alto grado di qualità.</p>
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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-88867" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/05/Demetrio-Crucitti-1-1.jpg" alt="" width="299" height="242" /><figcaption class="wp-element-caption">Demetrio Fortunato Crucitti</figcaption></figure>
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<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/25/trame-2026-fiducia-sociale-e-miglioramento-continuo-la-sfida-culturale-contro-i-modelli-mafiosi/">Trame 2026, fiducia sociale e miglioramento continuo: la sfida culturale contro i modelli mafiosi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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