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	<title>Società Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Società Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Trame 2026, fiducia sociale e miglioramento continuo: la sfida culturale contro i modelli mafiosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Demetrio Fortunato Crucitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 16:06:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-Gratteri-rai-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Dal 15° Festival di Lamezia Terme una riflessione su legalità, beni confiscati, giovani, prevenzione e qualità dei processi sociali: da Nicola Gratteri ad Avviso Pubblico, fino al ruolo delle istituzioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/25/trame-2026-fiducia-sociale-e-miglioramento-continuo-la-sfida-culturale-contro-i-modelli-mafiosi/">Trame 2026, fiducia sociale e miglioramento continuo: la sfida culturale contro i modelli mafiosi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 15° Festival di Lamezia Terme una riflessione su legalità, beni confiscati, giovani, prevenzione e qualità dei processi sociali: da Nicola Gratteri ad Avviso Pubblico, fino al ruolo delle istituzioni e della formazione civica</p>
<p><strong>COERENZA, COMPORTAMENTI, CONTENUTI E COMPLESSITÀ. FIDUCIA SOCIALE GRAZIE AL MIGLIORAMENTO CONTINUO.</strong></p>
<p>Il 15° Festival TRAME 2026, svoltosi nei giorni scorsi a Lamezia Terme (CZ), segna proprio un giro di boa. Fin dalla sua nascita ha permesso una sempre maggiore partecipazione e una consapevolezza crescente dei cittadini, che permette loro un dialogo aperto tra gli stessi cittadini e lo Stato, attraverso la saggistica di numerosi scrittori e testimonianze, anche dello stesso Gratteri che è intervenuto a TRAME l’ultimo giorno. Ma andiamo per ordine: le immagini di copertina  comunicano un messaggio eloquente, rappresentano un <em>modus operandi</em> sociale a cui tendere e rappresentano la realizzazione plastica di una filiera, anzi di una barriera sociale, che garantisce una FIDUCIA SOCIALE che deve essere caparbiamente attuata e difesa. E questo grazie all’associazione Avviso Pubblico, a cui si deve la costanza del Festival Trame, che oggi festeggia la sua 15ª edizione. Pierpaolo Romani, Coordinatore Nazionale dell’Associazione Avviso Pubblico, ha dialogato con il Sottosegretario all’Interno, on. Wanda Ferro, ricordando l’importante impegno dell’Associazione nell’ambito della formazione degli amministratori pubblici locali e noi vogliamo ricordare l’importante contributo dato dall’Associazione Avviso Pubblico nella recente consultazione pubblica lanciata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) in merito alla realizzazione di una linea guida per la ludopatia, intervenendo per una più comprensibile comunicazione chiara verso i cittadini.</p>
<p>Nel corso di TRAME viene intervistata la regista Giulia Zaffino dal giornalista Filippo Veltri, che ha firmato numerosi documentari, tra questi  “Chi ha ucciso Giovanni Losardo”, che è stato proiettato durante l&#8217;evento. È importante citarlo perché i contenuti hanno una valenza fondamentale per il futuro dei giovani e della società. Il Sottosegretario Wanda Ferro, nel suo intervento, mette in evidenza molte criticità e ricordiamo  tra le più importanti, le prospettive di cambiamento per affrontare insieme -cittadini e istituzioni- la lotta alla criminalità, mettendo in evidenza come lo Stato, assegnando i beni confiscati a soggetti del sociale produttivo e a istituzioni locali, riesce a dare alla collettività servizi ad alto valore aggiunto</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-97881" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato.jpeg" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato.jpeg 900w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato-300x200.jpeg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/nicola-gratteri-magistrato-768x512.jpeg 768w" alt="" width="900" height="600" /><figcaption class="wp-element-caption">Gratteri</figcaption></figure>
</div>
<p>La presenza, senza soluzione di continuità, del Procuratore Nicola Gratteri, prima di Catanzaro e ora di Napoli, intervistato dalla postazione radiotelevisiva del Festival TRAME, ha affermato che si ritiene soddisfatto per la crescente partecipazione e impegno dei cittadini nel promuovere azioni di denuncia rivolgendosi  a cuore aperto ai magistrati,  da lui stesso fortemente voluto nel periodo di gestione della Procura di Catanzaro.</p>
<p>Poi ha messo in risalto la presenza della mafia che non agisce più con avvenimenti eclatanti, ma  attraverso un nuovo modus operandi:  per esempio, comprando reti televisive,operando con i Bitcoin e facendo uso dell’Intelligenza Artificiale per implementare i propri traffici.</p>
<p>Nel corso di questo Festival Gratteri ha parlato del libro <strong>“Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”</strong>, un romanzo di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso che esplora il tema del riscatto sociale, della legalità e della riabilitazione attraverso il lavoro nei campi. Riportiamo una sintesi della trama del libro:  un esempio  di “buone pratiche” da attuare nei confronti di tanti figli e figlie che desiderano uscirne. Grazie al lavoro, agricolo,  ci puo&#8217; essere  REDENZIONE.</p>
<p>Anche nei modelli sociali occorre prendere in considerazione i processi decisionali che per tanti anni sono stati presi a riferimento dal mondo industriale per garantire la continuità dell’impresa. Bene, il giro di boa che auspichiamo si chiama: “MIGLIORAMENTO CONTINUO”: non è uno slogan, bensì un metodo che deve essere attentamente studiato e applicato per passi successivi a un determinato processo (nel campo industriale era il processo produttivo oppure il processo lavorativo), nato per garantire la qualità del prodotto/del risultato. Oggi la sfida è quella di portare il metodo del Miglioramento Continuo anche nel campo sociale. Un esempio per tutti: come mai nella classifica realizzata dal Sole 24 Ore sulle città capoluogo di provincia la città di Reggio Calabria sta sempre all’ultimo posto, ovvero 107ª? La verifica di un processo produttivo e/o lavorativo in campo industriale si realizza attuando delle misure e oggi questo è possibile anche nel mondo sociale, e occorre trovare delle variabili misurabili.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" class="wp-image-110725" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai-.jpg" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai-.jpg 913w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai--300x102.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/06/Trame-rai--768x261.jpg 768w" alt="" width="913" height="310" /></figure>
</div>
<p>Altro esempio: assegnato un bene confiscato per attività sociali non remunerative, dopo la cerimonia di assegnazione occorre nuovamente tornare sul posto, anche senza clamori, e “verificare”; e appena si trova un processo che funziona, si standardizza, si approva e si comunica, si promuovono le procedure adottate. È questa la nuova frontiera di Avviso Pubblico. Occorre scrivere storie fantastiche con la speranza che si realizzino in positivo. Una specie di studio/libro <em>ex ante</em>, come quello  di Gratteri, per individuare anche i punti su cui agire.</p>
<p>Alcuni anni or sono Gratteri e Nicaso presentarono in RAI un libro edito proprio da RaiEri sull’inganno della mafia e con il sottotitolo: “Quando i criminali diventano eroi”. Allora misero in evidenza il rischio dell’assuefazione, dell’emulazione; perciò è necessario creare una FILIERA SOCIALE in grado di creare maggiore consapevolezza per ridurre al minimo storico l’assuefazione e l’emulazione.</p>
<p>Per ridurre l’emulazione dei modelli mafiosi non basta più informare: occorre costruire una filiera sociale a valenza culturale ed educativa che trasformi la conoscenza in capacità critica, appartenenza sociale e alternative concrete. Un festival come Trame – Festival dei Libri sulle Mafie può essere un nodo importante, ma da solo l’Associazione Avviso Pubblico difficilmente produce cambiamenti duraturi, anche con importanti Comuni aderenti, se non si agisce sulla consapevolezza delle persone. Una possibile filiera potrebbe articolarsi così:</p>
<p><strong>1. Produzione di contenuti:</strong> libri, documentari, podcast, graphic novel e contenuti social che raccontino non solo i crimini mafiosi, ma anche i danni reali alle comunità. Maggiore attenzione alle storie di chi si oppone alle mafie, evitando di trasformare i boss in personaggi affascinanti o “vincenti”.</p>
<p><strong>2. Mediazione educativa:</strong> dopo o prima di ogni presentazione pubblica, occorre attivare laboratori nelle scuole; gruppi di lettura; incontri con giornalisti, magistrati, sociologi, psicologi, forze dell’ordine e familiari delle vittime e, perché no, <em>ex ante</em> anche con ingegneri esperti per il sociale, per iniziare a intervenire e garantire l’accessibilità delle case, dei trasporti, e rendere sicuro l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale; percorsi di educazione civica collegati ai temi emersi durante TRAME. La ricerca educativa mostra che la semplice esposizione a informazioni ha effetti limitati se non è accompagnata da discussione guidata e riflessione critica, nonché da giochi di ruolo partecipati.</p>
<p><strong>3. Coinvolgimento dei giovani:</strong> creare spazi in cui i ragazzi diventino produttori di contenuti; web radio; cortometraggi; giornalismo scolastico; podcast territoriali; monitoraggio civico dei beni confiscati, intesi come verifiche del mantenimento della QUALITÀ. È auspicabile che, quando una persona partecipa attivamente, sia meno probabile che assuma passivamente narrazioni criminali.</p>
<p><strong>4. Collegamento con il territorio:</strong> la consapevolezza cresce se si vedono esempi concreti, per esempio con visite a beni confiscati, cooperative sociali, associazioni impegnate nell’antimafia; imprese che rifiutano il pizzo. Un altro grande esempio è quello dell’Associazione Libera, che mostra come memoria, partecipazione e utilizzo sociale dei beni confiscati possano rafforzare la cultura della legalità.</p>
<p><strong>5. Misurazione dell’impatto:</strong> è risaputo che molte iniziative culturali non valutano i risultati, mentre questi, con le “tecnologie decisionali”, oggi si potrebbero misurare, per esempio: cambiamenti nelle percezioni dei giovani; conoscenza dei fenomeni mafiosi; fiducia nelle istituzioni; atteggiamenti verso scorciatoie illegali e modelli di potere criminale.</p>
<p><strong>6. Creazione di modelli alternativi di successo, di qualità e di miglioramento continuo dei processi:</strong> l’emulazione nasce spesso quando la mafia appare come una via rapida a prestigio, denaro e riconoscimento. Per contrastarla è utile dare visibilità a imprenditori etici; innovatori sociali; amministratori pubblici virtuosi; giovani che hanno creato opportunità economiche nei territori difficili.</p>
<p>Allora si potrebbe pensare a uno schema operativo che vede coinvolti soggetti che interagiscono in serie e anche in parallelo: <strong>Festival → Scuole → Associazioni → Media locali → Università → Imprese sociali → Comunità.</strong> In questo modo l’autore che presenta un libro a Trame non conclude il proprio impatto con l’evento stesso, ma diventa il punto di partenza di un percorso che continua per mesi sul territorio.</p>
<p>Forse oggi l’obiettivo non è più soltanto “sapere cos’è la mafia”, ma rendere culturalmente meno desiderabile e socialmente meno imitabile il modello mafioso, sostituendolo con modelli di appartenenza, successo e riconoscimento alternativi, e gestione di progetti (<em>project management</em>) in coerenza con la qualità totale dei processi, anche sociali, a favore del benessere delle persone.</p>
<p>La foto con il Questore di Roma, dott. Roberto Massucci (alla sua sinistra l’ing. Stefano Giovenale, Vice Presidente dell’Ordine, e alla sua destra l’ing. Massimo Cerri, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Roma e provincia), che ha relazionato su <strong>“La Sicurezza del Territorio e prevenzione: il Modello Roma”</strong> durante un seminario presso l’Ordine degli Ingegneri di Roma dal titolo <strong>“Sicurezza Urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico e privato per le città del futuro – il ruolo delle istituzioni, delle tecnologie e dei professionisti per una sicurezza integrata, sostenibile e partecipata”</strong>, tenutosi nei giorni precedenti al Festival Trame, è significativa. Il Questore spesso ha fatto riferimento al MIGLIORAMENTO CONTINUO sia per la gestione in generale del territorio e della prevenzione, sia per la gestione dell’ordine pubblico nella Capitale, dove nello stesso giorno contemporaneamente si svolgono, con migliaia di persone, manifestazioni e cortei: il supporto alle decisioni deve avere un alto grado di qualità.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-88867" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/05/Demetrio-Crucitti-1-1.jpg" alt="" width="299" height="242" /><figcaption class="wp-element-caption">Demetrio Fortunato Crucitti</figcaption></figure>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Esclusi dalla casa che doveva accogliere</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/23/esclusi-dalla-casa-che-doveva-accogliere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=esclusi-dalla-casa-che-doveva-accogliere</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 14:06:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="864" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="864" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_4331-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><em>Quando una persona continua a cercare riconoscimento proprio dove è stata ferita, non sta solo chiedendo di rientrare: sta domandando che la sua storia non venga cancellata. Nella Chiesa e nei movimenti cattolici la vera sfida non è difendere confini, ma imparare ad abitare le ferite che quei confini hanno generato</em></p>
<p>Pensiamo a una persona esclusa da un gruppo. Il pensiero semplice dice: se ne faccia una ragione. Il pensiero complesso, invece, si ferma. Non giudica subito. Non liquida. Non archivia. Domanda.</p>
<p>Perché una persona continua a cercare riconoscimento proprio lì dove è stata ferita? Perché torna, anche solo interiormente, davanti a quella porta che si è chiusa? Perché desidera ancora una parola, uno sguardo, una spiegazione, un gesto, una restituzione, proprio da chi l’ha fatta sentire fuori posto?</p>
<p>È una domanda che attraversa molte storie. Storie di uomini e donne che, in modi diversi, si sono sentiti esclusi dalla Chiesa cattolica, da un movimento ecclesiale, da una comunità religiosa, da un gruppo che un tempo chiamavano casa. Persone separate o divorziate, persone riaccompagnate, persone omoaffettive, persone che hanno posto domande scomode, donne che non si sono più accontentate di ruoli marginali, giovani che hanno smesso di riconoscersi in un linguaggio percepito come distante, adulti che hanno vissuto una crisi spirituale, consacrati e consacrate che hanno mostrato fragilità, laici che hanno osato pensare, dissentire, chiedere coerenza.</p>
<div class="fm-essential-box">
<div class="fm-essential-title">FRASI ESSENZIALI</div>
<ul>
<li>Non si esce da una casa interiore come si esce da una stanza.</li>
<li>Chi bussa dove è stato ferito non chiede sempre di rientrare: chiede che il suo nome non venga cancellato.</li>
<li>La questione non è aprire tutto senza criterio. La questione è non chiudere mai senza amore.</li>
<li>Una comunità non diventa più fedele perché esclude meglio, ma quando discerne senza disumanizzare.</li>
</ul>
</div>
<p>Non sempre sono stati cacciati formalmente. A volte l’esclusione non ha bisogno di un decreto. Basta un silenzio. Basta non essere più chiamati. Basta essere guardati con sospetto. Basta che la propria presenza diventi imbarazzante. Basta che il gruppo inizi a parlare di te senza parlare più con te. Basta che il tuo nome venga pronunciato con prudenza, quasi fosse un problema da gestire e non una vita da incontrare.</p>
<p>La ferita dell’esclusione, soprattutto quando nasce dentro ambienti ecclesiali, non è mai soltanto organizzativa. Non riguarda solo un ruolo perso, una responsabilità tolta, una porta chiusa. È qualcosa di più profondo. Perché la Chiesa, una comunità, un movimento cattolico non sono percepiti come spazi qualunque. Sono luoghi che parlano di Vangelo, fraternità, comunione, misericordia, famiglia, amore reciproco, unità. Quando un luogo che usa queste parole ti fa sentire fuori, la ferita non colpisce solo la tua appartenenza: colpisce la tua fiducia.</p>
<p>Chi si sente escluso non soffre solo perché non può più partecipare. Soffre perché si domanda se quello che ha vissuto fosse vero. Se gli anni donati avessero valore. Se le relazioni costruite fossero autentiche o condizionate. Se l’amore ricevuto fosse gratuito o legato alla capacità di restare dentro un perimetro prestabilito. Se era accolto come persona o accettato finché non disturbava l’immagine ordinata del gruppo.</p>
<p>È qui che il pensiero semplice diventa crudele. “Vai avanti.” “Non pensarci più.” “Se non ti vogliono, cerca altro.” “Non puoi pretendere riconoscimento da tutti.” Sono frasi che contengono anche una parte di verità, ma rischiano di diventare disumane quando ignorano la profondità del legame. Perché non si esce da una casa interiore come si esce da una stanza. Non si abbandona facilmente un luogo in cui si è pregato, servito, pianto, creduto, sperato. Non si chiude senza dolore una storia in cui si è consegnata una parte della propria identità.</p>
<p>Chi continua a cercare riconoscimento proprio dove è stato ferito non sempre vuole rientrare. A volte vuole semplicemente che qualcuno dica: ti abbiamo visto. La tua sofferenza è reale. Il tuo dolore non è una ribellione. La tua domanda non è un capriccio. La tua diversità non cancella il bene che hai portato. La tua storia non può essere ridotta all’elemento che ci ha messo in difficoltà.</p>
<p>Il bisogno di riconoscimento non è debolezza. È un bisogno umano radicale. Ognuno di noi ha bisogno di sapere che la propria vita ha lasciato una traccia, che il proprio nome non è stato cancellato, che il proprio passaggio non è stato tollerato solo finché utile. Essere riconosciuti significa poter dire: io sono esistito dentro questa storia, e questa storia non può raccontarsi come se io non ci fossi mai stato.</p>
<p>Nella Chiesa e nei movimenti cattolici questa domanda diventa ancora più delicata. Perché lì non si parla solo di appartenenza umana. Si parla anche di Dio. E quando una persona viene respinta da chi parla in nome di Dio, la ferita rischia di diventare spirituale. La persona non si domanda soltanto: perché loro non mi vogliono? Arriva, nei momenti più duri, a chiedersi: forse nemmeno Dio mi vuole così come sono?</p>
<p>Questa è la ferita più grave. Non l’esclusione da un incarico. Non la perdita di un posto. Ma il sospetto, spesso non detto, di essere diventati indegni di casa. Di essere amati a condizione. Di dover scegliere tra la propria verità e la propria appartenenza. Tra la propria coscienza e il desiderio di restare. Tra il bisogno di essere fedeli a sé stessi e il bisogno di non perdere tutto.</p>
<p>Eppure, per comprendere davvero, non basta entrare nella ferita di chi è stato escluso. Bisogna avere il coraggio, senza giustificare, di guardare anche le paure di chi ha escluso.</p>
<p>Perché chi esclude non sempre si percepisce come violento. A volte si percepisce come custode. Custode di una dottrina, di una tradizione, di una identità, di un carisma, di una storia, di un equilibrio comunitario. Chi esclude spesso dice a sé stesso: sto proteggendo il gruppo. Sto evitando scandali. Sto difendendo la chiarezza. Sto custodendo l’unità. Sto impedendo che la confusione entri nella casa.</p>
<p>Ma qui nasce la domanda decisiva: che cosa stiamo davvero proteggendo quando, per difendere una casa, lasciamo fuori una persona ferita?</p>
<p>A volte si protegge il Vangelo. Ma altre volte si protegge una paura. La paura del disordine. La paura della complessità. La paura che una vita non classificabile metta in crisi le categorie con cui abbiamo sempre letto il mondo. La paura che una domanda apra altre domande. La paura che ascoltare significhi cedere. La paura che accogliere significhi approvare tutto. La paura che fare spazio a una storia ferita costringa l’intera comunità a rivedere il proprio modo di amare.</p>
<p>Ci sono paure legittime, certamente. Ogni comunità ha bisogno di criteri, di discernimento, di responsabilità. Non tutto può essere accolto senza domande. Non ogni richiesta può diventare immediatamente diritto. Non ogni ferita autorizza a distruggere. Non ogni esclusione è ingiustizia. Esistono situazioni in cui un confine è necessario, soprattutto quando c’è abuso, manipolazione, violenza, mancanza di rispetto, distruzione della fiducia.</p>
<p>Ma il problema nasce quando il confine non viene abitato con umanità. Quando non si distingue più tra proteggere la comunità e cancellare una persona. Quando il discernimento diventa freddezza. Quando la prudenza diventa distanza. Quando la dottrina viene usata come muro e non come cammino. Quando l’unità viene confusa con l’uniformità. Quando il carisma diventa una proprietà da difendere invece che un dono da incarnare nel presente.</p>
<p>La paura di chi esclude, allora, va ascoltata, ma non lasciata governare. Perché una comunità guidata dalla paura può diventare ordinata, efficiente, apparentemente fedele, ma smettere di essere evangelica. Può salvare la forma e perdere il volto. Può difendere la casa e dimenticare chi è rimasto sulla soglia.</p>
<p>C’è una frase non detta che attraversa molte esclusioni: “Tu ci costringi a cambiare sguardo, e noi non siamo pronti.” Forse è qui il nodo. L’escluso non è solo una persona fuori posto. È spesso una domanda vivente. La sua presenza obbliga il gruppo a interrogarsi. Una persona divorziata e riaccompagnata interroga il modo in cui parliamo di famiglia, fallimento, fedeltà e misericordia. Una persona omoaffettiva interroga il modo in cui teniamo insieme dottrina, coscienza, affettività, dignità e appartenenza ecclesiale. Una donna che chiede responsabilità reali interroga il potere maschile nascosto dietro linguaggi spirituali. Un giovane che se ne va interroga la distanza tra parole alte e vita concreta. Una persona ferita da dinamiche interne interroga la qualità delle relazioni che diciamo di vivere.</p>
<p>E spesso il gruppo, invece di lasciarsi interrogare, si difende. Non sempre con cattiveria. A volte con automatismi. Con frasi già pronte. Con riunioni ristrette. Con comunicazioni prudenti. Con silenzi spiritualizzati. Con quel modo sottile di far capire che il problema non è la comunità, ma la persona che non si adatta più.</p>
<p>Così l’esclusione diventa doppia. Prima si viene messi ai margini. Poi si viene anche interpretati. Si diventa “feriti”, “polemici”, “fragili”, “confusi”, “non riconciliati”, “in crisi”, “non adatti”. Raramente ci si chiede se quella fragilità sia stata prodotta anche dal modo in cui la comunità ha gestito la diversità. Raramente si domanda: quale parte di questa sofferenza l’abbiamo generata noi?</p>
<p>Questa domanda è difficile, ma necessaria. Perché una comunità cristiana non può misurare la propria fedeltà solo da chi resta dentro. Deve misurarla anche da come guarda chi si è allontanato, chi è stato allontanato, chi non riesce più a entrare, chi resta sulla soglia, chi porta ancora addosso il dolore di una porta chiusa.</p>
<p>Il Vangelo non elimina i confini, ma li attraversa con la misericordia. Gesù non banalizza il male, ma non riduce mai la persona al suo errore, alla sua condizione, alla sua ferita, alla sua storia irregolare. Incontra. Domanda. Guarda. Si lascia toccare. Restituisce nome. E spesso scandalizza proprio perché rimette al centro chi il sistema religioso aveva collocato ai margini.</p>
<p>Questo non significa trasformare la Chiesa in uno spazio senza identità. Significa ricordare che l’identità cristiana non può essere costruita contro le persone ferite. Una comunità non diventa più fedele perché esclude meglio. Diventa più fedele quando sa discernere senza disumanizzare, correggere senza umiliare, custodire senza cancellare, dire dei no senza togliere dignità, riconoscere una ferita anche quando non sa ancora come risolverla.</p>
<p>Forse molte persone escluse non chiedono soluzioni immediate. Chiedono verità. Chiedono che non venga negato il dolore. Chiedono che la loro presenza non sia trattata come minaccia. Chiedono che la comunità abbia il coraggio di dire: non sappiamo ancora come abitare questa complessità, ma non vogliamo più farlo senza ascoltarti.</p>
<p>Questa sarebbe già una conversione enorme. Passare da una Chiesa che gestisce i casi a una Chiesa che incontra i volti. Da movimenti che proteggono l’immagine a comunità che custodiscono le storie. Da gruppi che chiedono adattamento a relazioni che cercano insieme la verità. Da appartenenze condizionate a case capaci di reggere la complessità della vita.</p>
<p>Perché, alla fine, la domanda non è solo perché l’escluso continua a cercare riconoscimento. La domanda è anche perché la comunità fa tanta fatica a riconoscere il dolore che ha generato. Forse perché riconoscerlo significherebbe perdere l’innocenza. Significherebbe ammettere che anche luoghi nati per amare possono ferire. Che anche parole spirituali possono diventare strumenti di distanza. Che anche la fedeltà a un ideale può trasformarsi, se non vigilata, in rigidità, controllo, selezione.</p>
<p>Ma perdere l’innocenza non significa perdere la fede. Può significare maturarla. Una comunità adulta non è quella che non sbaglia mai. È quella che sa chiedere perdono. Che sa tornare sui propri passi. Che sa riaprire conversazioni interrotte. Che non ha paura di dire: abbiamo difeso qualcosa, ma forse abbiamo dimenticato qualcuno.</p>
<p>E chi è stato escluso? Quale cammino può fare?</p>
<p>Anche qui serve delicatezza. Non si può chiedere a chi è ferito di guarire in fretta per non disturbare. Non si può pretendere che perdoni prima ancora che il dolore venga riconosciuto. Non si può spiritualizzare la ferita dicendo semplicemente: offri tutto. Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo, di parola, di accompagnamento, di giustizia, di distanza, persino di nuove appartenenze.</p>
<p>Ma c’è un passaggio possibile, quando arriva il momento: non lasciare che il rifiuto diventi la misura del proprio valore. Non restare prigionieri della porta chiusa. Non consegnare per sempre la propria identità a chi non ha saputo riconoscerla. Continuare a cercare casa, ma anche diventare casa. Trasformare la ferita in una capacità nuova di ascoltare chi oggi vive la stessa esclusione.</p>
<p>Perché l’escluso, se non viene divorato dal rancore, può diventare profezia. Può ricordare alla Chiesa ciò che la Chiesa rischia di dimenticare: che nessuna verità cristiana può essere annunciata senza misericordia. Che nessun carisma è vivo se non sa incontrare le ferite del presente. Che nessuna comunità può parlare di famiglia se non sa accogliere chi una famiglia l’ha perduta, cercata, ricostruita o mai trovata.</p>
<p>La questione non è aprire tutto senza criterio. La questione è non chiudere mai senza amore.</p>
<p>Forse abbiamo bisogno di comunità capaci di stare sulla soglia. Non per indebolire l’identità, ma per renderla più evangelica. Comunità che non abbiano paura delle domande. Che non trasformino ogni differenza in pericolo. Che sappiano dire: camminiamo, anche se non abbiamo tutto chiaro. Comunità dove il riconoscimento non sia un premio per chi corrisponde al modello, ma il primo atto di giustizia verso ogni persona.</p>
<p>Perché chi bussa alla porta da cui è stato escluso non sta sempre chiedendo un posto. A volte sta chiedendo qualcosa di più essenziale: non cancellate il mio nome. Non riducete la mia vita alla vostra paura. Non fate della mia ferita una colpa. Non parlate di me senza guardarmi negli occhi.</p>
<p>E forse la Chiesa, se vuole essere davvero casa, deve ripartire proprio da lì: da chi è rimasto fuori, da chi non osa più entrare, da chi entra ma si sente tollerato, da chi ama ancora ma non sa più dove sedersi, da chi ha smesso di credere non in Dio, ma nella capacità dei credenti di fare spazio.</p>
<p>La vera domanda, allora, non è soltanto: perché alcuni continuano a cercare riconoscimento dove sono stati feriti?</p>
<p>La domanda più evangelica è un’altra: che cosa dice alla Chiesa il dolore di chi non si sente più a casa?</p>
<p>E se quel dolore non fosse un attacco, ma una chiamata? Se non fosse solo una ferita da gestire, ma una soglia da attraversare? Se proprio da chi abbiamo lasciato fuori potesse arrivare una parola necessaria per ritrovare il cuore del Vangelo?</p>
<p>Forse la comunità cristiana non sarà giudicata solo dalla chiarezza dei suoi principi, ma dalla tenerezza con cui avrà saputo abitare le vite che quei principi non riuscivano subito a contenere.</p>
<p>Perché una casa non è vera quando non ha porte. È vera quando, anche davanti a una porta difficile, nessuno viene trattato come uno scarto.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/23/esclusi-dalla-casa-che-doveva-accogliere/">Esclusi dalla casa che doveva accogliere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Mariastella Giorlandino : intelligenza artificiale e mondo del lavoro: l&#8217;impatto sulle future generazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 08:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>La presidente di Fondazione Artemisia:  &#8220;Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma un domani, quelle stesse tecnologie&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p><strong><em>La presidente di Fondazione Artemisia:  &#8220;Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma un domani, quelle stesse tecnologie potrebbero diventare concorrenti diretti nel mondo del lavoro. Prepararli significa renderli consapevoli, non spaventarli&#8221;</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ROMA – L&#8217;intelligenza artificiale, la robotica e le nuove tecnologie stanno avanzando a una velocità mai vista prima. Ogni giorno vengono presentati strumenti sempre più sofisticati, capaci di svolgere attività che fino a ieri erano affidate esclusivamente alle persone. Un progresso che affascina, incuriosisce e promette efficienza. Ma dietro l&#8217;entusiasmo collettivo si nasconde una domanda che pochi hanno il coraggio di affrontare.</p>
<p>A lanciare la riflessione è la dottoressa <strong>Mariastella Giorlandino</strong>, presidente della <strong>Fondazione Artemisia</strong>, che invita istituzioni, famiglie e mondo della formazione a interrogarsi sul futuro delle nuove generazioni.</p>
<p>«Ci stiamo abituando a parlare dei vantaggi dell&#8217;intelligenza artificiale, ma quasi nessuno affronta il tema delle conseguenze sociali che questa trasformazione porterà con sé. Se le macchine saranno in grado di sostituire una parte sempre più ampia del lavoro umano, dobbiamo chiederci che spazio rimarrà per milioni di persone».<br />
La riflessione nasce anche dall&#8217;esperienza diretta. Nelle nuove strutture sanitarie, spiega Giorlandino, vengono già proposti sistemi automatizzati in grado di sostituire i centralini tradizionali. Voci artificiali cortesi, disponibili ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro, capaci di fornire informazioni in modo rapido e preciso. Una soluzione efficiente, ma che apre interrogativi inevitabili.</p>
<p>«Se un avatar o un sistema di intelligenza artificiale può svolgere il lavoro di un operatore, dove andranno le persone che oggi svolgono quella mansione? Dove troveranno occupazione coloro che lavorano negli uffici, nei servizi amministrativi, nella gestione delle informazioni?».</p>
<p>Secondo la presidente della Fondazione Artemisia, il vero rischio è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli aspetti positivi dell&#8217;innovazione, senza preparare adeguatamente i giovani alle profonde trasformazioni che li attendono.</p>
<p>«Abbiamo il dovere di essere sinceri con i ragazzi. Non possiamo limitarci a raccontare loro un futuro fatto soltanto di opportunità tecnologiche. Dobbiamo anche spiegare che il mercato del lavoro cambierà radicalmente e che molte professioni potrebbero scomparire o essere profondamente ridimensionate».</p>
<p>Da qui l&#8217;appello a ripensare i percorsi educativi e formativi, valorizzando competenze che difficilmente potranno essere replicate dalle macchine. «Forse dovremo tornare a dare maggiore importanza alle professioni manuali, all&#8217;artigianato, ai lavori che richiedono sensibilità umana, capacità relazionali,</p>
<p>creatività e presenza fisica. Dobbiamo iniziare oggi a costruire le competenze che serviranno domani».</p>
<p>La preoccupazione della dottoressa Giorlandino si estende anche alle implicazioni sociali di lungo periodo. Se la tecnologia dovesse concentrare ricchezza e opportunità nelle mani di pochi soggetti, il rischio sarebbe quello di creare una società sempre più diseguale, nella quale intere generazioni potrebbero trovarsi escluse dal mercato del lavoro.</p>
<p>«Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma dobbiamo anche spiegare loro che, un domani, quelle stesse tecnologie potrebbero diventare concorrenti diretti nel mondo del lavoro. Prepararli significa renderli consapevoli, non spaventarli».</p>
<p>Per la Fondazione Artemisia, il tema non riguarda il rifiuto del progresso, ma la necessità di governarlo con responsabilità. L&#8217;innovazione deve restare uno strumento al servizio dell&#8217;uomo e non trasformarsi in un processo che finisce per sostituirlo senza che la società abbia predisposto adeguate tutele.</p>
<p>«La tecnologia può rappresentare una straordinaria opportunità per l&#8217;umanità. Ma il vero progresso non si misura dalla capacità delle macchine di fare tutto. Si misura dalla capacità della società di non lasciare indietro nessuno. E oggi il nostro primo dovere è dire la verità ai giovani sul mondo che li aspetta».</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>A scuola di algoritmo: la Fondazione Artemisia porta l’intelligenza artificiale tra i banchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 05:59:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1376" height="1143" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1.png 1376w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-300x249.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-1024x851.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-768x638.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-1170x972.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-585x486.png 585w" sizes="(max-width: 1376px) 100vw, 1376px" /></p>
<p>Un progetto nazionale promosso con il Ministero dell’Istruzione per aiutare gli adolescenti a comprendere social network, dipendenza digitale e rischi dell’IA Per aiutarmi a farmi spiegare qualche argomento”, “per studiare”,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/02/a-scuola-di-algoritmo-la-fondazione-artemisia-porta-lintelligenza-artificiale-tra-i-banchi/">A scuola di algoritmo: la Fondazione Artemisia porta l’intelligenza artificiale tra i banchi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1376" height="1143" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1.png 1376w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-300x249.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-1024x851.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-768x638.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-1170x972.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/2364345D-C0C8-4917-8D76-5EAEAFBC72B1-585x486.png 585w" sizes="(max-width: 1376px) 100vw, 1376px" /></p><p><em>Un progetto nazionale promosso con il Ministero dell’Istruzione per aiutare gli adolescenti a comprendere social network, dipendenza digitale e rischi dell’IA</em></p>
<p>Per aiutarmi a farmi spiegare qualche argomento”, “per studiare”, “per fare ricerche”. Ma anche “uso e abuso direi”. Sono gli studenti a raccontare, senza filtri, il rapporto ormai quotidiano con l’intelligenza artificiale. Un rapporto che per molti adolescenti è diventato naturale, continuo, spesso totalizzante. C’è chi la utilizza per approfondire argomenti scolastici e chi ammette che grazie all’IA “un alunno che non ha intenzione di svolgere un determinato compito è capace di farlo senza neanche impegnarsi”.</p>
<p>Tra i racconti emerge anche un aspetto più profondo e delicato: “Mi ricordo di una ragazzina che spesso chiedeva consigli relazionali all’intelligenza artificiale invece che alle sue amiche”. Un fenomeno che, secondo gli esperti, sta trasformando il rapporto dei più giovani con la socialità, l’identità e perfino con la gestione delle emozioni. “Molti utenti fruiscono dell’intelligenza artificiale quasi come una forma di psicoanalisi”, viene spiegato nel servizio.</p>
<p>È da questa consapevolezza che nasce il nuovo progetto della Fondazione Artemisia dedicato alle scuole italiane, con l’obiettivo di aiutare gli adolescenti a comprendere il funzionamento dei social network e dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>“Con il ministro Valditara abbiamo firmato a settembre dell’anno scorso un protocollo che riguardava anche le scuole a livello nazionale”, spiega Mariastella Giorlandino, Presidente di Findazione Artemisia. “Ora stiamo lavorando a un aggiornamento proprio per quello che riguarderà la formazione nelle scuole sull’intelligenza artificiale”.</p>
<p>Per Giorlandino il problema non riguarda soltanto la tecnologia in sé, ma la mancanza di strumenti adeguati per interpretarla. “L’intelligenza artificiale, se non è controllata, se questi ragazzi non vengono formati, può creare i seri problemi ai quali ultimamente purtroppo assistiamo”.</p>
<p>Il progetto punta quindi a costruire una vera alfabetizzazione digitale ed emotiva, capace di affrontare anche le nuove forme di violenza e disagio giovanile che nascono online.</p>
<p>“Non possiamo più considerare i fatti di violenza adolescenziale come isolati o inspiegabili”, osserva Paolo Poletti , docente di  diritto e pratica della cybersicurezza presso l’università Link di Roma . “Esiste un percorso di radicalizzazione digitale e violenza emulativa che va studiato”.</p>
<p>Secondo Poletti, una parte della responsabilità riguarda il funzionamento stesso delle piattaforme digitali: “Non tanto per i contenuti, ma per come sono progettate, cioè per creare dipendenza continua”. Un meccanismo che può generare isolamento, esclusione sociale e comportamenti estremi.</p>
<p>Il corso promosso dalla Fondazione Artemisia nasce quindi con una finalità precisa: proteggere i giovani che utilizzano quotidianamente piattaforme digitali e strumenti di IA, aiutandoli a distinguere tra identità reale e identità virtuale.</p>
<p>“Devono capire che il sé digitale è un prolungamento, non una sostituzione”, conclude Poletti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/02/a-scuola-di-algoritmo-la-fondazione-artemisia-porta-lintelligenza-artificiale-tra-i-banchi/">A scuola di algoritmo: la Fondazione Artemisia porta l’intelligenza artificiale tra i banchi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Messina, incontro su giovani, adulti e democrazia: l’intervista a Marco Pappalardo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/07/messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 14:10:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pappalardo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="647" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-300x165.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-1024x562.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-768x421.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-1170x642.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-585x321.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Promosso dall’Azione Cattolica, il 9 maggio al Centro diocesano si terrà un momento di confronto tra generazioni. L’incontro sarà dedicato al senso della partecipazione e al valore della responsabilità civica,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/07/messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo/">Messina, incontro su giovani, adulti e democrazia: l’intervista a Marco Pappalardo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Promosso dall’Azione Cattolica, il 9 maggio al Centro diocesano si terrà un momento di confronto tra generazioni. L’incontro sarà dedicato al senso della partecipazione e al valore della responsabilità civica, con la partecipazione tra gli ospiti del professore Marco Pappalardo, autore e giornalista, direttore della Pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Catania</em></p>
<p>Messina – Un’occasione di dialogo tra generazioni per riflettere sul senso della partecipazione e sul valore della responsabilità civica. Si terrà sabato <strong>9 maggio 2026</strong> alle ore <strong>17.00</strong>, presso il <strong>Centro diocesano</strong> di via I Settembre, l’incontro dal titolo “<strong><em>Giovani e adulti dentro la democrazia: voce, responsabilità, futuro”</em></strong>, promosso dal Settore Adulti e dal Settore Giovani dell’Azione Cattolica di Messina Lipari Santa Lucia del Mela.<br />
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di mettere a confronto esperienze e sensibilità diverse, favorendo un dialogo concreto tra giovani e adulti su temi centrali per la vita democratica, dalla partecipazione alla cittadinanza attiva, fino alla costruzione condivisa del futuro.</p>
<p>Interverranno <strong>Chiara D’Andrea, Francesco Gitto, Daniele Saglimbeni </strong>e <strong>Marco Pappalardo. </strong>Quest’ultimo, giornalista, scrittore e docente di Lettere presso il Liceo Classico “Cutelli e Salanitro” di Catania, collabora con Avvenire, La Sicilia e il settimanale Credere su temi legati a educazione, scuola, giovani e new media. È Direttore dell’Ufficio Pastorale Scolastica e Universitaria della Conferenza Episcopale Siciliana, autore di diversi libri dedicati al mondo giovanile e da anni impegnato nell’educazione e nel volontariato, con particolare attenzione ai migranti, alle persone senza dimora e alle famiglie in difficoltà.<br />
A condurre l’incontro sarà <strong>Emanuele Cammaroto,</strong> che guiderà il confronto favorendo il dialogo tra relatori e pubblico.<br />
In un contesto segnato da cambiamenti profondi e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni, <strong>l’appuntamento intende rilanciare la democrazia </strong>come spazio di partecipazione reale, fondato sulla responsabilità individuale e collettiva, <strong>con uno sguardo attento al ruolo dei giovani.</strong></p>
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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40125" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-1024x648.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-1024x648.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-300x190.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-768x486.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp.jpg 1312w" alt="" width="1024" height="648" /></figure>
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<p>Proprio a partire dal significato di questo incontro, <strong>abbiamo raccolto una riflessione di Marco Pappalardo</strong>, che diventa chiave di lettura dell’intero appuntamento.</p>
<p><strong>Professore, oggi si parla spesso di democrazia. Ma cosa significa davvero viverla?</strong><br />
“C’è una parola che oggi rischia di svuotarsi se non viene abitata: democrazia. La pronunciamo spesso, la diamo per acquisita, eppure sempre più raramente la viviamo come esperienza concreta di partecipazione, responsabilità e costruzione condivisa. L’incontro tra giovani e adulti diventa allora uno spazio decisivo, non solo per parlarsi, ma per riconoscersi reciprocamente come soggetti attivi dentro la vita democratica.”</p>
<p><strong>Nel titolo dell’incontro compaiono tre parole chiave: voce, responsabilità, futuro. Che percorso indicano?</strong><br />
““Voce, responsabilità, futuro” non sono semplici parole-chiave ma un percorso. La voce richiama il diritto  e il dovere di esprimersi, di prendere parola, di non restare spettatori. La responsabilità è il passaggio più esigente. Non basta avere voce, occorre orientarla al bene comune. La democrazia vive di scelte quotidiane, di coerenza, di piccoli gesti che costruiscono fiducia. Infine il futuro, non come qualcosa di astratto, come ciò che già oggi prendiamo in consegna. Una democrazia senza futuro è una democrazia stanca, ripiegata su se stessa. Invece il futuro nasce quando qualcuno si sente parte di una storia e decide di investirvi energie, tempo, passione.”</p>
<p><strong>Quale può essere oggi il contributo dell’impegno associativo ed ecclesiale?</strong><br />
“Dentro questo orizzonte, l’impegno associativo ed ecclesiale può offrire un contributo prezioso: educare alla partecipazione, formare coscienze libere e responsabili, custodire il valore del “noi”.”</p>
<p>L’incontro è aperto alla cittadinanza e rientra nel percorso formativo dell’Azione Cattolica, da sempre impegnata nella promozione della cultura della partecipazione e del senso di comunità.<br />
Ingresso libero.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata </strong></p>
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		<title>DENTRO LA SCATOLA NERA: IL CODICE CHE CI HA TOLTO IL DIRITTO DI REPLICA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 15:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Algoritmi]]></category>
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		<category><![CDATA[colpa statistica]]></category>
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<p>di Domenica Puleio Il potere ha cambiato lingua: non scrive più decreti in italiano, ma compila algoritmi in Python. Mentre ci perdiamo nelle discussioni estetiche sull’innovazione, una nuova architettura burocratica&#8230;</p>
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<p>Il potere ha cambiato lingua: non scrive più decreti in italiano, ma compila algoritmi in Python. Mentre ci perdiamo nelle discussioni estetiche sull’innovazione, una nuova architettura burocratica sta silenziosamente demolendo il pilastro fondamentale della nostra civiltà: la responsabilità delle decisioni. Se un tempo potevi guardare in faccia un funzionario e contestare un’ingiustizia, oggi ti scontri con un «Il sistema non lo permette». E quel sistema non ha orecchie per ascoltare, né una morale per discernere.</p>
<p>L’integrazione tra i database fiscali e il nuovo Euro Digitale ha creato un’arma di controllo che nessun regime del passato avrebbe osato sognare. Non parliamo di futuro, ma di una realtà tecnica già operativa: lo Stato può ora programmare il denaro. Un sussidio per l’affitto o un bonus spesa possono essere vincolati da stringhe di codice che ne decidono la validità in base alla tua “condotta digitale”. Se il tuo profilo scivola sotto una certa soglia di affidabilità statistica, il tuo portafoglio digitale si blocca. È la fine del diritto universale, sostituito da una concessione algoritmica revocabile con un click, senza che un assistente sociale possa intervenire.</p>
<p>Nelle procure e nei tribunali, la bilancia della giustizia sta lasciando il posto ai software di Risk Assessment. Questi sistemi non giudicano ciò che hai commesso, ma calcolano la probabilità di ciò che potresti commettere. Se sei nato nel CAP sbagliato, se hai frequentazioni che l’algoritmo giudica “pericolose” o se i tuoi dati di acquisto rivelano fragilità, il tuo punteggio di rischio sale. Questa “colpa statistica” diventa un muro invisibile che ti nega la libertà vigilata o i permessi premio. Stiamo trasformando il diritto penale in una gestione preventiva dei flussi umani, dove la presunzione d’innocenza soccombe davanti a una proiezione matematica.</p>
<p>Il vero scandalo risiede nell’opacità del codice. Gran parte dei software che decidono della nostra vita sono prodotti da aziende private protette dal segreto industriale. Quando un cittadino chiede di conoscere la logica dietro un’esclusione, la risposta è il silenzio: il codice è proprietà privata. Abbiamo appaltato pezzi di sovranità a programmatori che non rispondono a nessun elettore, creando un regime dove la legge è un software proprietario e inaccessibile. La trasparenza, tanto sbandierata nei convegni, finisce esattamente dove inizia l’interesse commerciale delle software house.</p>
<p>Dobbiamo smetterla di considerare la tecnica come un’entità neutra. Ogni riga di codice contiene una scelta politica, un pregiudizio, un’esclusione. Se non rivendichiamo il diritto di ispezionare gli algoritmi e di avere sempre un essere umano come ultimo arbitro, finiremo per vivere in una società perfettamente ottimizzata, ma profondamente ingiusta. La dignità non è una variabile statistica e non può essere lasciata in gestione a un database.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/u_yzoxh6dzpy-40722084/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8393582">u_yzoxh6dzpy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8393582">Pixabay</a></p>
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		<title>Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 07:29:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>“Il pensiero non è più tale. Hanno preso il sopravvento le idee, ma sono idee confuse, distoniche, disordinate, pressapochiste e arroganti. Le idee senza Pensiero sono sfuggevoli e incanalate verso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/29/essere-e-apparire-la-vacuita-del-moderno-dal-barbiere-della-sera-15-05-2003/">Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/557369AA-6051-484F-8E50-7492475D3B04-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><em>“Il pensiero non è più tale. Hanno preso il sopravvento le idee, ma sono idee confuse, distoniche, disordinate, pressapochiste e arroganti. Le idee senza Pensiero sono sfuggevoli e incanalate verso il vuoto o verso il nulla. Siamo nel tempo della banalità.</em></p>
<p><em>La modernità ha annullato tutto questo, trasformando il tutto in spettacolo, in una recita continua dove l’apparire ha divorato l’essere. Si vive di riflessi, di luci della ribalta, di palcoscenici allestiti in fretta per nascondere la mancanza di fondamenta. L’agonia della politica, in questo contesto, genera un’immagine di vacuità che spaventa chi ancora prova a ragionare con la propria testa.</em></p>
<p><em>Si è perso il garbo, si è smarrita la gentilezza del confronto, sostituita dall’arroganza di chi pensa che alzare la voce o occupare uno spazio visivo equivalga ad avere ragione. Ma il potere senza dignità è solo rumore bianco. È un castello di carta che attende solo un soffio di verità per crollare.</em></p>
<p><em>Camminiamo su tappeti di volti sorridenti stampati su carta lucida, promesse che già il giorno dopo giacciono nel fango. Li calpestiamo beatamente, questi programmi elettorali che non leggerà nessuno, mentre i candidati urlano dai palchi una realtà che non esiste. La nostra indifferenza è proporzionale al peso della carta che calpestiamo.</em></p>
<p><em>Nel momento in cui ci si trova nel bosco, assurge una parola — una sola parola — a indicare due strade: il deserto e la prateria. Il deserto è la ripetizione dell’identico, della piattezza, dell’urlo sguaiato. La prateria è lo spazio del pensiero libero, delle radici, della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è. Abbiamo i cavalli giusti per cavalcare la prateria o ci accontenteremo di morire di sete nel deserto dell’apparenza?”</em></p>
<p><strong>@Riproduzione riservata</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/29/essere-e-apparire-la-vacuita-del-moderno-dal-barbiere-della-sera-15-05-2003/">Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Sanità, regole e realtà: il nodo che non si può più ignorare</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/28/sanita-regole-e-realta-il-nodo-che-non-si-puo-piu-ignorare/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=sanita-regole-e-realta-il-nodo-che-non-si-puo-piu-ignorare</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 17:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Salute e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de.png 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de-300x240.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de-1024x819.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de-768x614.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de-1170x936.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/0f465c27-b913-4d1e-8d86-ccf7224492de-585x468.png 585w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>di Maria Stella Giorlandino Sanità digitale obbligatoria, ma regole incoerenti.Le farmacie ampliano funzioni senza essere integrate nel Fascicolo Sanitario Elettronico.Si crea una disparità tra chi rispetta obblighi completi e chi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Maria Stella Giorlandino</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-112568" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-731x1024.jpg 731w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-768x1076.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-585x820.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg 775w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p><em>Sanità digitale obbligatoria, ma regole incoerenti.</em><br data-start="51" data-end="54" /><em>Le farmacie ampliano funzioni senza essere integrate nel Fascicolo Sanitario Elettronico.</em><br data-start="143" data-end="146" /><em>Si crea una disparità tra chi rispetta obblighi completi e chi opera con vincoli ridotti.</em><br data-start="235" data-end="238" /><em>Il rischio ricade sui cittadini: qualità, sicurezza e continuità dell’assistenza non sono garantite in modo uniforme.</em></p>
<p>Dal 31 marzo, tutte le strutture sanitarie e i professionisti sono obbligati a trasmettere in formato digitale i documenti clinici, affinché ogni informazione sanitaria sia tracciabile, condivisa e accessibile nel percorso di cura del cittadino. È un passaggio importante, perché significa responsabilità, trasparenza e continuità dell’assistenza.</p>
<p>Ma proprio qui emerge una contraddizione che non può essere ignorata.</p>
<p>Negli ultimi anni, alle farmacie è stato attribuito un ruolo sempre più ampio attraverso la cosiddetta “farmacia dei servizi”: prestazioni, esami, attività che entrano a pieno titolo nel percorso sanitario delle persone. Tuttavia, mentre queste funzioni sono cresciute, le regole non sono state aggiornate con la stessa velocità. La disciplina del Fascicolo Sanitario Elettronico è rimasta indietro e oggi non riflette più questa evoluzione.</p>
<p>Il risultato è semplice da capire: chi è una struttura sanitaria deve rispettare obblighi precisi, trasmettere dati, garantire tracciabilità e assumersi piena responsabilità; chi svolge attività sempre più vicine a quelle sanitarie, invece, non è ancora inserito nello stesso sistema di regole.</p>
<p>Non è una questione tecnica. È una questione di equilibrio.</p>
<p>Se si amplia il ruolo di un soggetto nella sanità, bisogna anche adeguare le regole che lo riguardano. In caso contrario si crea inevitabilmente una disparità: da una parte chi è sottoposto a controlli stringenti e a obblighi completi, dall’altra chi opera nello stesso ambito con vincoli diversi.</p>
<p>Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha più volte sottolineato il valore delle farmacie come presidio di prossimità, come punto di accesso vicino ai cittadini. È un’esigenza reale, soprattutto in un sistema che deve rafforzare la sanità territoriale. Ma la vicinanza, da sola, non può sostituire le regole.</p>
<p>Perché la qualità dell’assistenza non dipende solo dal fatto che un servizio sia facilmente accessibile. Dipende da come è organizzato, da chi lo eroga, dalle responsabilità che lo accompagnano e dalla capacità del sistema di garantire controlli e coerenza.</p>
<p>Dire che la refertazione è affidata a un medico non basta. La sanità non è solo il momento finale di una prestazione. È l’insieme delle condizioni che rendono quella prestazione sicura, appropriata e pienamente integrata nel percorso di cura.</p>
<p>Oggi, invece, si sta creando una situazione ambigua: le funzioni si allargano, ma le regole restano parziali. E quando le regole non tengono il passo, si generano squilibri.</p>
<p>A questo si aggiunge un ulteriore elemento che i cittadini comprendono molto bene: quello economico. Le strutture sanitarie accreditate sostengono costi elevati per garantire standard, personale qualificato, tecnologie e sicurezza. Eppure, in alcuni casi, il sistema finisce per riconoscere condizioni più favorevoli ad altri soggetti che non sono sottoposti agli stessi oneri.</p>
<p>Anche questo contribuisce a creare una sanità a doppia velocità.</p>
<p>L’Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti e ospedalità privata (U.A.P.) non mette in discussione la necessità di rafforzare i servizi sul territorio. Al contrario, ritiene che sia una priorità. Ma proprio per questo chiede coerenza: stesse funzioni devono corrispondere a regole comparabili.</p>
<p>Il punto, in fondo, è semplice. Non si può costruire una sanità moderna ampliando i ruoli senza aggiornare allo stesso tempo le responsabilità. Non si può chiedere a qualcuno di rispettare tutto e consentire ad altri di operare con meno vincoli nello stesso ambito.</p>
<p>Il recente esito referendario ha espresso chiaramente una domanda di qualità, serietà e trasparenza. I cittadini non chiedono scorciatoie. Chiedono servizi accessibili, ma anche affidabili. Chiedono un sistema che funzioni, non un sistema che si adatti a interessi particolari.</p>
<p>Per questo il nodo non è la farmacia in sé, né la prossimità territoriale. Il nodo è la coerenza delle regole.</p>
<p>E il Fascicolo Sanitario Elettronico, oggi, lo dimostra con grande chiarezza: quando le funzioni cambiano ma le regole restano indietro, il sistema perde equilibrio.</p>
<p>È su questo equilibrio che bisogna intervenire. Non per fermare l’innovazione, ma per renderla giusta, sostenibile e davvero al servizio dei cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Perché non siamo felici? La verità sul vuoto del nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 16:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[benessere sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/6fde5f68-646f-49e9-b70a-8f00ee7da0b6-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Siamo pieni di cose, di connessioni e di parole, ma qualcosa continua a mancare. Forse il problema non è la felicità che ci sfugge, ma il modo in cui abbiamo&#8230;</p>
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<p>Perché non siamo felici? È una domanda che attraversa il nostro tempo con una forza quasi silenziosa. Non sempre viene detta ad alta voce, ma abita molte vite. Siamo pieni di cose, di connessioni, di parole. Abbiamo strumenti per comunicare in ogni momento, possibilità che fino a poco tempo fa sembravano impensabili, occasioni continue per mostrarci, reagire, condividere. Eppure, nonostante tutto questo, qualcosa continua a mancare.Il punto è che oggi non manca solo la felicità. Manca spesso il modo vero di riconoscerla. Forse non è la felicità che ci sfugge, ma il modo in cui abbiamo imparato a cercarla.</p>
<p>Abbiamo ricevuto un’idea di felicità troppo pesante, troppo perfetta, troppo esigente. Ci è stato insegnato che essere felici significa stare bene sempre, sentirsi realizzati, avere una vita piena, controllata, riconosciuta, magari anche ammirata. Così la felicità ha smesso di essere un’esperienza umana ed è diventata una prestazione. Non qualcosa da vivere, ma qualcosa da dimostrare.</p>
<p>Ed è qui che nasce una delle ferite più profonde del presente. Perché quando la felicità diventa un dovere, ogni fragilità sembra una colpa. Ogni stanchezza sembra una sconfitta. Ogni crisi sembra la prova che qualcosa in noi non funziona.</p>
<p>A volte non siamo felici perché viviamo sotto peso. Sotto il peso di aspettative troppo alte, che ci fanno sentire sempre un passo indietro rispetto a ciò che dovremmo essere. Sotto il peso dei confronti continui, che ci spingono a guardare la vita degli altri come se fosse il metro del nostro valore. Sotto il peso di ferite non guarite, che restano aperte dentro di noi anche quando proviamo a coprirle con il lavoro, con le parole, con l’efficienza o con il silenzio.</p>
<p>Molte persone oggi non vivono solo una crisi di benessere emotivo. Vivono una crisi di senso. Sentono di dover reggere tutto, rispondere a tutto, essere sempre all’altezza. Ma il cuore umano non è fatto per abitare una rincorsa permanente. È fatto per respirare, per sostare, per sentire che la propria vita ha un significato anche quando non è perfetta.</p>
<p>Poi c’è la solitudine moderna. Una delle contraddizioni più forti del nostro tempo. Siamo iperconnessi, eppure spesso interiormente isolati. Parliamo molto, ma non sempre ci sentiamo compresi. Riceviamo messaggi, notifiche, reazioni, ma tutto questo non coincide automaticamente con la vicinanza. Essere connessi non significa essere in relazione. E senza relazione vera, la felicità si svuota, perché resta senza radici.</p>
<p>Un’altra parola decisiva è paura. In particolare, la paura di non bastare. Non bastare come persone, come professionisti, come compagni, come genitori, come amici. È una paura che lavora in profondità e che spesso si maschera da perfezionismo, da ipercontrollo, da bisogno di conferme. Ma la verità è che chi vive temendo di non bastare non riesce quasi mai a riposare davvero dentro la propria vita. Anche i successi diventano fragili. Anche le gioie durano poco. Perché tutto viene filtrato dalla sensazione di essere sempre in difetto.</p>
<p>E infine c’è il desiderio di controllo. Vogliamo controllare i tempi, gli esiti, le relazioni, le emozioni. Vogliamo evitare il dolore, prevenire le delusioni, governare tutto. Ma la vita non si lascia controllare fino in fondo. E quando trasformiamo anche la felicità in un obiettivo da gestire, finiamo per soffocarla. La felicità non nasce dal dominio assoluto sulle cose. Nasce più spesso da una forma di verità accolta, da una presenza sincera, da una riconciliazione con ciò che siamo.</p>
<p>Per questo oggi è importante capire che cosa ci rende davvero infelici. Non sempre la mancanza di risultati. Non sempre l’assenza di opportunità. Spesso ci rende infelici l’aver imparato a cercare la felicità nei posti sbagliati: nell’approvazione continua, nel confronto, nell’immagine, nella perfezione, nel controllo. Tutte cose che possono riempire il tempo, ma non sempre il cuore.</p>
<p>La felicità autentica è più sobria di quanto ci abbiano raccontato. Non è una vita senza problemi. Non è un entusiasmo costante. Non è una serenità permanente. È qualcosa di più vero e più umano. È poter stare dentro la propria esistenza senza sentirsi continuamente sbagliati. È trovare un senso anche nei giorni difficili. È avere relazioni che non chiedono di dimostrare, ma di esserci. È sentire che il proprio valore non dipende solo dalla prestazione, dal giudizio o dal successo.</p>
<p>Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto perché non siamo felici e iniziare a chiederci che cosa stiamo chiamando felicità. Perché da questa risposta dipende molto della nostra vita interiore, della qualità delle nostre relazioni e persino della salute delle nostre comunità. Una società che trasforma tutto in confronto, prestazione e visibilità non genera persone più felici. Genera spesso persone più stanche, più fragili, più sole.</p>
<p>Il nostro tempo ha bisogno di una nuova educazione alla felicità. Una felicità meno esibita e più vera. Meno costruita e più abitata. Meno fondata sull’apparire e più radicata nella possibilità di essere accolti, amati, riconosciuti senza maschere. Forse non siamo fatti per essere felici sempre. Ma siamo fatti per non perdere il senso, per non smarrire del tutto la luce, per non consegnare al vuoto l’ultima parola.</p>
<p>Forse la felicità non ci ha lasciati. Forse siamo noi che, inseguendola come un trofeo, non riusciamo più a riconoscerla quando arriva in forme semplici: una presenza che resta, una parola che cura, una pace che non fa rumore, un frammento di verità che rimette insieme il cuore.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>IONIQA: Chi costruisce davvero una Destinazione? Alla Fiera Pessima di Manduria  il dibattito sul futuro turistico del Tarantino</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/11/ioniqa-chi-costruisce-davvero-una-destinazione-alla-fiera-pessima-di-manduria-il-dibattito-sul-futuro-turistico-del-tarantino/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=ioniqa-chi-costruisce-davvero-una-destinazione-alla-fiera-pessima-di-manduria-il-dibattito-sul-futuro-turistico-del-tarantino</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 19:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[IONIQA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="650" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/manduria.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/manduria.png 650w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/manduria-300x203.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/manduria-585x396.png 585w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Il prossimo 12 marzo 2026, nell&#8217;ambito della storica campionaria di Manduria, IONIQA riunisce istituzioni, esperti e stakeholder per definire la governance del territorio tra grandi eventi e visione strategica. MANDURIA&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/11/ioniqa-chi-costruisce-davvero-una-destinazione-alla-fiera-pessima-di-manduria-il-dibattito-sul-futuro-turistico-del-tarantino/">IONIQA: Chi costruisce davvero una Destinazione? Alla Fiera Pessima di Manduria  il dibattito sul futuro turistico del Tarantino</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il prossimo 12 marzo 2026, nell&#8217;ambito della storica campionaria di Manduria, IONIQA riunisce istituzioni, esperti e stakeholder per definire la governance del territorio tra grandi eventi e visione strategica.</em></p>
<p>MANDURIA (TA) – Costruire una destinazione turistica non è un atto spontaneo, ma l’esito di un &#8220;intreccio&#8221; consapevole tra governance, professionalità e visione a lungo termine. È questo il tema centrale del panel talk “Chi costruisce davvero una Destinazione? Il nostro territorio e il ruolo del Destination Manager”, che si terrà giovedì <strong>12 marzo 2026</strong>, a partire dalle ore 17:30, presso il Padiglione 4 (Spazio CSV) della <strong>Fiera Pessima di Manduria</strong>.</p>
<p>L’evento, promosso da <strong>Sabrina Sicara</strong>, <strong>Gabriella Mazzola</strong> e <strong>Wanda Pucci</strong> (anime del progetto <strong>IONIQA</strong>), si pone l&#8217;obiettivo di avviare un confronto concreto sul futuro dell’area ionico-tarantina. In un momento cruciale per la <strong>Puglia</strong>, segnato dalla sfida dei grandi eventi, il dibattito si concentrerà sugli strumenti necessari per gestire il &#8220;prima&#8221; e il &#8220;dopo&#8221;, trasformando i flussi temporanei in sviluppo strutturale.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-118589" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-724x1024.jpg" alt="" width="724" height="1024" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-724x1024.jpg 724w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-212x300.jpg 212w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-768x1086.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-1087x1536.jpg 1087w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026-585x827.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Locandina-12-marzo-2026.jpg 1132w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></p>
<p>Il tavolo tecnico, moderato dalla giornalista <strong>Tiziana Grassi</strong>, vedrà la partecipazione di figure chiave del panorama istituzionale, economico e accademico, tra cui: <strong>Dario Daggiano</strong> (Confcommercio Manduria e GAL Terre del Primitivo); <strong>Gianfranco Lopane</strong> (Imprenditore turistico); <strong>Giuseppe Fischetti</strong> (Consigliere Regionale); <strong>Vito Parisi</strong> (Vicepresidente Nazionale ANCI); <strong>Carlo Molfetta</strong> (Direttore Generale Giochi del Mediterraneo 2026); <strong>Vincenzo Cesareo</strong> (Presidente Camera di Commercio Brindisi-Taranto), Accademici dell’Unisalento e numerosi rappresentanti di Confcommercio, Confindustria e del terzo settore (CSV).</p>
<p>&#8220;Questo appuntamento rappresenta il primo tassello di un percorso di lavoro che proseguirà nei prossimi mesi&#8221;, spiegano le organizzatrici. &#8220;Il ruolo di tutti i presenti sarà cruciale: non si può parlare di destinazione senza un coinvolgimento attivo e una sinergia reale tra sistema pubblico e privato&#8221;.</p>
<p>L&#8217;incontro sarà l&#8217;occasione per presentare ufficialmente la visione di <strong>IONIQA</strong>, un progetto nato dall&#8217;esperienza e dalla sinergia di Sabrina Sicara, Gabriella Mazzola e Wanda Pucci. Più che un semplice network professionale, IONIQA si propone come il &#8220;filo conduttore&#8221; capace di intrecciare competenze per dare una forma organica all&#8217;identità territoriale.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è superare la frammentazione attuale, agendo come un vero e proprio laboratorio di pensiero e azione che affianca istituzioni e privati nella creazione di una destinazione unica, coerente, competitiva e <strong>finalmente consapevole del proprio straordinario potenziale collettivo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/11/ioniqa-chi-costruisce-davvero-una-destinazione-alla-fiera-pessima-di-manduria-il-dibattito-sul-futuro-turistico-del-tarantino/">IONIQA: Chi costruisce davvero una Destinazione? Alla Fiera Pessima di Manduria  il dibattito sul futuro turistico del Tarantino</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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