di Domenica Puleio
Il potere ha cambiato lingua: non scrive più decreti in italiano, ma compila algoritmi in Python. Mentre ci perdiamo nelle discussioni estetiche sull’innovazione, una nuova architettura burocratica sta silenziosamente demolendo il pilastro fondamentale della nostra civiltà: la responsabilità delle decisioni. Se un tempo potevi guardare in faccia un funzionario e contestare un’ingiustizia, oggi ti scontri con un «Il sistema non lo permette». E quel sistema non ha orecchie per ascoltare, né una morale per discernere.
L’integrazione tra i database fiscali e il nuovo Euro Digitale ha creato un’arma di controllo che nessun regime del passato avrebbe osato sognare. Non parliamo di futuro, ma di una realtà tecnica già operativa: lo Stato può ora programmare il denaro. Un sussidio per l’affitto o un bonus spesa possono essere vincolati da stringhe di codice che ne decidono la validità in base alla tua “condotta digitale”. Se il tuo profilo scivola sotto una certa soglia di affidabilità statistica, il tuo portafoglio digitale si blocca. È la fine del diritto universale, sostituito da una concessione algoritmica revocabile con un click, senza che un assistente sociale possa intervenire.
Nelle procure e nei tribunali, la bilancia della giustizia sta lasciando il posto ai software di Risk Assessment. Questi sistemi non giudicano ciò che hai commesso, ma calcolano la probabilità di ciò che potresti commettere. Se sei nato nel CAP sbagliato, se hai frequentazioni che l’algoritmo giudica “pericolose” o se i tuoi dati di acquisto rivelano fragilità, il tuo punteggio di rischio sale. Questa “colpa statistica” diventa un muro invisibile che ti nega la libertà vigilata o i permessi premio. Stiamo trasformando il diritto penale in una gestione preventiva dei flussi umani, dove la presunzione d’innocenza soccombe davanti a una proiezione matematica.
Il vero scandalo risiede nell’opacità del codice. Gran parte dei software che decidono della nostra vita sono prodotti da aziende private protette dal segreto industriale. Quando un cittadino chiede di conoscere la logica dietro un’esclusione, la risposta è il silenzio: il codice è proprietà privata. Abbiamo appaltato pezzi di sovranità a programmatori che non rispondono a nessun elettore, creando un regime dove la legge è un software proprietario e inaccessibile. La trasparenza, tanto sbandierata nei convegni, finisce esattamente dove inizia l’interesse commerciale delle software house.
Dobbiamo smetterla di considerare la tecnica come un’entità neutra. Ogni riga di codice contiene una scelta politica, un pregiudizio, un’esclusione. Se non rivendichiamo il diritto di ispezionare gli algoritmi e di avere sempre un essere umano come ultimo arbitro, finiremo per vivere in una società perfettamente ottimizzata, ma profondamente ingiusta. La dignità non è una variabile statistica e non può essere lasciata in gestione a un database.
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