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	<title>viaggi Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Mata Hari. L’occhio del giorno e la danza infinita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:11:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="943" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-300x240.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-1024x819.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-768x614.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-1170x936.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-585x468.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>A centocinquant’anni dalla nascita, Pierfranco Bruni traccia il ritratto di una donna diventata leggenda: danzatrice, amante e presunta spia, sospesa tra eros, mistero e verità. A centocinquant’anni dalla nascita di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A<em> centocinquant’anni dalla nascita, Pierfranco Bruni traccia il ritratto di una donna diventata leggenda: danzatrice, amante e presunta spia, sospesa tra eros, mistero e verità.</em></p>
<p>A centocinquant’anni dalla nascita di Mata Hari.  Una vita tra gli amori e la bellezza, gli intrighi e la musica ballata.  Una leggenda nel mito. E una morte tagliata dal vento dell’alba.  Fu una danza fatale. Percorse i suoi ultimi passi con la cadenza lenta. Non volle che le si fasciassero gli occhi. Volle vedere i propri fucilatori negli sguardi. Volle osservare il plotone di esecuzione che sparò senza indugio. Era stata condannata per spionaggio.   C’era una volta una danzatrice che portò l’Oriente sulla scena dei teatri della Grande Guerra. Il corpo fu oriente tra i venti e parole. Il suo canto, la sua musica, i suoi abiti nella nudità del corpo e della fattezza della sua bellezza, portavano l’incanto, il segreto, il sogno.  Penetrare per pochi istanti la dimenticanza della tragedia che invadeva il mondo significava assentarsi dalla triste realtà.   Era bella. I suoi vestimenti leggeri sembravano il trionfo di Cleopatra. I bracciali, le collane, gli orecchini: un suono d’Oriente.   La danzatrice che fu definita “la spia più enigmatica e più elegante”, la cortigiana più amata dall’aristocrazia militare di quegli anni. Si chiamava Mata Hari. In lingua malese significa “Occhio del Giorno”.  E proprio come il sole, attraversò il cielo dei palcoscenici e abbagliò. Nacque in Olanda, a Leeuwarden, il 7 agosto 1876. Il suo vero nome era Margaretha Gertruida Zelle.   Dal 1895 al 1900 fu sposata, infelicemente, con un ufficiale olandese di vent’anni più grande di lei.  Fu a Parigi che trovò la sua vera vocazione: intrecciare danza e canto tra i diversi palcoscenici.  Da Parigi a Berlino, sino in Italia, dove approdò a Milano. Portava con sé un corpo che parlava e un silenzio che mentiva. Si narra che sia stata coinvolta in un complicato giro di spionaggio tra Medio Oriente, Germania e Francia durante la Grande Guerra.  Lei negò sempre. Con la stessa grazia con cui danzava. Venne fucilata in Francia, a Vincennes, il 15 ottobre 1917.   Mentre il plotone sparava, gridava di essere innocente.  Oggi il suo Paese, l’Olanda, ne chiede la riabilitazione: “passata per le armi senza alcuna prova”.  Ma la storia non assolve. Il mito sì. Una donna che seppe vivere</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-126896 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-207x300.jpeg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-207x300.jpeg 207w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-706x1024.jpeg 706w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-768x1113.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-1170x1696.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-585x848.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></p>
<p>amando. Amò fino a morirne.  Fino a non temere la morte perché sapeva che la vita è un attraversare la morte quotidianamente.  Si ama fino a superare la morte nell’esercizio stesso della vita. Aveva negli occhi la sensualità di quell’Oriente che portava la trasparenza del mistero e dell’onirico.  Non rinunciò mai alle notti e ai giorni della passione. Seppe cogliere, danzando, ogni gesto di una profonda eroticità.  Perché l’eros non è peccato. L’eros è</p>
<p><img decoding="async" class="alignright wp-image-126898 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-214x300.jpeg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-214x300.jpeg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-732x1024.jpeg 732w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-768x1075.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-1170x1637.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904-585x819.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4904.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p>attrazione del vivere. È scavo tra corpo e anima. Mata Hari non seppe mai fingere. Restò sulla scena anche osservando i fucili sparare.  Forse una donna simbolo in un tempo di grandi complicità e ambiguità. Un Secolo contraddittorio che aveva bisogno di capri espiatori belli. Diceva tutto in una frase: “La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento”.   Questa sua frase resta incisa. È la sintesi di una vita: trasformare il corpo in verso. E quando le comunicarono la condanna disse: “State sicuri che saprò morire senza paura. Farò quella che si chiama una bella morte!”.   E la fece. Con la schiena dritta. Con gli occhi aperti. Con la dignità di chi non si è mai piegata. Greta Garbo la rappresentò nel film del 1931 in modo sublime.  Ma nessuna attrice ha</p>
<p><img decoding="async" class="alignright wp-image-126897 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-197x300.jpeg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-197x300.jpeg 197w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-674x1024.jpeg 674w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-768x1167.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-1170x1777.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-585x889.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></p>
<p>potuto rendere il suo vero movimento: quello tra mito e verità. Allora. Danzatrice? Cortigiana? Spia?  Fu tutte e tre le cose. E nessuna.  Fu una donna che scelse di vivere sul filo. E sul filo morì. Ho scritto spesso di Mata Hari. Ho realizzato una Cartella con schede tra racconto, poesie e immagini la cui realizzazione grafica è stata curata, in modo sublime, da Anna Montella, la quale ha realizzato anche un affascinante video.</p>
<p>https://pierfrancobruni.weebly.com/mata-hari-cartelle.html</p>
<p>Un tracciato poetico.  Un sogno raccontato e vissuto solo in sogno. Perché Mata Hari non appartiene alla cronaca. Appartiene all’immaginario.  È il corpo che diventa simbolo. È l’Oriente che entra in Occidente senza permesso.  È la donna che danza mentre il mondo spara. Una danza infinita.  Aveva soltanto 41 anni.   Nel vento dell’alba la danza fu infinita.  Mi ha attraversato con il suo fascino e il suo misterioso cammino. Mata Hari: un mito.   Una donna nel fascino dell’attrazione.  Seppe vivere con la dignità con la quale si presentò davanti ai suoi carnefici. E forse aveva ragione.  Perché ci sono morti che uccidono e morti che consacrano.  La sua fu consacrazione. L’Occhio del Giorno si è chiuso.  Ma la danza continua. Fu Demetra o Atena. O Circe. Anzi fu Calipso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La scomparsa di Francesco Guccini. La nostalgia come poesia e linguaggio musicale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 14:16:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Guccini]]></category>
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<p>Francesco Guccini ha trasformato la nostalgia in poesia, la memoria in racconto e la canzone in letteratura. Il ricordo di Pierfranco Bruni ripercorre l’eredità culturale di un artista che ha&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1ecf480a-c2cf-40f6-bb71-7fb1556d305c-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p><p><em><b>Francesco Guccini ha trasformato la nostalgia in poesia, la memoria in racconto e la canzone in letteratura. Il ricordo di Pierfranco Bruni ripercorre l’eredità culturale di un artista che ha fatto del tempo e delle radici il cuore della sua opera.</b></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A 86 anni Francesco Guccini è andato via con il silenzio di quella terra che amava. Lo ascoltavo nei miei anni universitari. Poi ho scritto su di lui. Poi l&#8217;ho incontrato. Di Proust e del canto popolare tra un mio caffè e un suo &#8220;rosso&#8221; in bicchiere di vetro o di ceramica. Ha raccontato. Abbiamo discusso da due posizioni diverse. Ma con onestà  culturale. Sempre. Tra i ricordi e i sogni che si rincorrono per non disperdere i segni del tempo. Un lungo canto in cui la musica è scenario e il battuto narrante è un ritornello di ritmi. È già da molti anni che Francesco Guccini, sì il Guccini cantautore, quello di Dio è morto, di Noi non ci saremo, di Radici, di Primavera di Praga, della straordinaria La canzone del bambino nel vento, è entrato nella temperie narrativa.<br />
Una epifania di immagini dentro una coralità di linguaggi. Un ripensare la realtà attraverso i codici della memoria che ci permette di raccontare ricordando. Perché il tempo non si perde. È un viaggiare senza dimenticare nella consapevolezza di ciò che si è stati.<br />
Le vie dell’infanzia sono infinite come quelle della giovinezza. Le vie del tempo perduto ridisegnano dentro di noi immagini vissute. Le vie del tempo sono anche le vie dei luoghi che ci hanno attraversato e che noi abbiamo attraversato. La letteratura custodisce i segreti, le emozioni, le albe e le lune del nostro viaggio tra ciò che siamo stati e ciò che siamo. E in questo che siamo i fili si aggomitolano. Penetrano dentro di noi con i loro destini e con i loro vocalizzi. Questi fili non sono altro che i ricordi. Gli immensi e a volte gli indefinibili ricordi che creano un raccordo tra la storia o le storie e le giornate infinite che riempiono il nostro essere.<br />
La letteratura è una conchiglia che raccoglie gli echi del tempo. Forse viviamo cercandoci nell’immenso e forse siamo immensi nei tralicci che intrecciano note scordate. Un tempo vissuto non è un tempo perduto. È soltanto un tempo nella lontananza. O è soltanto una lontananza nel frantumarsi del tempo che ci appartiene. Così  in Cittanòva blues e il mosaico-memoria. I ricordi che fila e sfila il romanzo di Francesco Guccini, Cittanòva blues, Mondadori 2003, sono anditi nel tempo rivelato. Non è un romanzo che convince dal punto di vista prettamente letterario. Ma suscita attenzione. Non è un romanzo rivelatore. È un tassello del mosaico-memoria dentro il quale i segni del perduto si raccontano. Non affascina per lingua levigata o per architettura estetica. Ma bussa costantemente alle pareti del labirinto che interseca nelle nostre nostalgie. La letteratura che ricostruisce grazie ai ricordi e alla fabula ha qualcosa di magico. Non ci troviamo di fronte a un grande romanzo. È un romanzo che però ci tocca. Come ci toccano e ci hanno interessato le sue poesie-canzoni. Ed è così che “i giorni passavano, incredibile ma scivolavano, uno dopo l’altro, di noia e abitudini, ma più che altro bechìsia, ormai rassegnati, allineati e coperti…”.<br />
“Bechìsia” sta per rincoglionito: lo spiega lo stesso Guccini nel Glossario in appendice. Si racconta qui dei giorni di caserma. Uno spaccato di un tempo attraversato e ora ricostruito con un linguaggio che ha rimandi poetici. Quel mondo fortemente esistenziale è un ritagliare spigoli di vita, frasi di generazioni, calpestio di anni. Non parodia. Non realtà pura. Metafora. Girotondo dentro il mondo. C’è un itinerario letterario: dalla canzone al libro. Quelle sue recitate musicate continuano ad appartenerci. Hanno durezza. Sono sceneggiatura allegorica della cronaca nella storia.<br />
La storia che raccoglie il fogliame della cronaca. Anche Cittanòva blues è oltre la musica ma nella musica. Perché raccontando la musica e parlando di musica si tracciano profili di generazioni. Una musica fatta non solo di note ma di linguaggio parlato. Di parole che raccontano in una lingua di paese, di dialetto, di popolo. E il popolo ha radicamento di tradizione.</p>
<p>Il romanzo richiama altri libri dello stesso Guccini. Richiama la sua poesia cantata.<br />
L’itinerario è preciso e consistente. Da Cròniche epafàniche, Feltrinelli, 1989 a Vacca d’un cane, Feltrinelli, 1993. Da La legge del bar e altre comiche, Comix, 1996 a Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti, con Loriano Macchiavelli, Mondadori, 1997 fino ancora a Un disco dei Platters &#8211; Romanzo di un maresciallo e una regina, con Macchiavelli, Mondadori, 1998 e a  Dizionario del dialetto di Pàvana, 1998,  Questo sangue che impasta la terra, con Macchiavelli, Mondadori, 2001, Storia di altre storie, con Vincenzo Cerami, Piemme, 2001, Lo Spirito e altri briganti, con Macchiavelli, Mondadori, 2002 sino Tango e gli altri, con Macchiavelli, Mondadori, 2007 e Icaro, Mondadori, 2008.<br />
A questi si aggiungono Un altro giorno è andato del 1999, poi riedito come Portavo allora un eskimo innocente nel 2007, e L’uomo che reggeva il cielo del 2005.<br />
In autori come Guccini il dialetto non è solo circuito culturale. Diventa circuito esistenziale. Si fissa come essenza nel tempo del ricordo che conduce alla nostalgia. In Guccini il ricordo è fatto di dialetto oltre che di immagini. Lingua e immagini si realizzano in un contesto in cui si vive un incontro di parole perdute ed emozioni che ritornano tra gli anni che camminano. “Invecchiare è perseverare ostinati nella vita, andare avanti ad occhi chiusi verso non sai qual giorno, quale ultima scadenza. Rimanere nel vivere vuol dire che ti sei lasciato indietro un’amucchia di gente nel tuo continuo procedere di giorno dopo giorno (…) anno dopo anno; è come una gara ciclistica a cronometro…”. Nel tempo e ancora nel tempo. Una città che si racconta attraverso i ricordi: Bologna. Dal 1950 ai primi del 1970. E vi è tutto il suo retroterra. Che qui si fa malinconia. Non è vero che tra le pagine non ci sia nostalgia. La nostalgia c’è. Non c’è rimpianto, che è altra cosa. La nostalgia è nel riconquistare quel tempo nel ricordo. E avrebbe senso il ricordo senza la tensione della nostalgia? Il ricordo serve a non dimenticare. Il non dimenticare è nel catturare il non visibile. Questo non visibile che ci appartiene si dipana involontariamente nel tempo che viviamo. E alla fine si tirano le somme. La cronaca così scompare: “Ora c’è in cielo una nuovola color rosa dentro la quale ti perdi e qui il tuo cuore s’arposa, come nel rimasuglio di un sogno forse rimasto impigliato, da sempre, da qualche parte della tua mente”. Il sogno e il ritorno sono dentro i suoi versi cantati. Le lunghe attese riportano luoghi e sensazioni.<br />
Come nei versi di Vorrei: “Vorrei conoscere l’odore del tuo paese / camminare di casa nel tuo giardino / respirare nell’aria sale e maggese / gli aromi della tua salvia e del rosmarino”. Il sogno. Una magia che accarezza il tempo andato. Oltre le parole il silenzio nel sogno che incanta.<br />
Guccini fa rivivere una storia, non inventa. La riascolta. La riporta. Quel Dio è morto che “nel mondo che faremo dio è risorto” è metafora che continua nel nostro presente proprio attraverso la nostalgia della memoria.<br />
Ma il ricordo è questo viaggio. Come in una favola. Viaggiare nel ricordo è saper ricongiungere quello che è stato con quello che siamo. Proprio come in Noi non ci saremo: “E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà / popolata, / fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora / il mondo percorrerà / gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi / non ci saremo”.<br />
Guccini un cantautore? No. Un romanzo? Sì. La nostalgia è il romanzo della vita. Come se fossimo dentro un poema nel quale si cercano i fili da intrecciare nella ragnatela dei giorni. E in questo romanzo, che sfilaccia e rattoppa le passioni legandole a quella nostalgia della memoria, ci sono elementi con i quali dobbiamo fare i conti in termini esistenziali. Ovvero senza disperdersi in quel tempo che comunque ci appartiene. Guccini ha fatto della memoria un mestiere. Della canzone un archivio. Del dialetto una patria.<br />
E di ogni pagina, cantata o scritta, un modo per dire che il tempo non si perde. Si sposta. E noi con lui. La cultura popolare in Guccini diventa linguaggio popolare con la profondità del vivere ascoltare raccontare. Ha sempre raccontato. Nei versi &#8211; canzone. Nelle pagine dei suoi libri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/06/la-scomparsa-di-francesco-guccini-la-nostalgia-come-poesia-e-linguaggio-musicale/">La scomparsa di Francesco Guccini. La nostalgia come poesia e linguaggio musicale</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Virgilio Lilli nel cinquantesimo della morte. Fu Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti e amico di Codreanu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 12:28:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-05-at-08.54.10-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>Lilli è un uomo di confine. Tra ingegneria e giurisprudenza. Tra teatro e guerra. Tra critica d’arte e cronaca. Tra giornalismo e pittura. Tra due continenti. Tra la morale e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/05/virgilio-lilli-nel-cinquantesimo-della-morte-fu-presidente-dell-ordine-dei-giornalisti-e-amico-di-codreanu/">Virgilio Lilli nel cinquantesimo della morte. Fu Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti e amico di Codreanu</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Lilli è un uomo di confine. Tra ingegneria e giurisprudenza. Tra teatro e guerra. Tra critica d’arte e cronaca. Tra giornalismo e pittura. Tra due continenti. Tra la morale e la frivolezza. Il suo stile è quello della “penna vagabonda”. Non si ferma. Non si sistema. Non fonda scuole. Racconta. E nel raccontare misura il mondo con un righello interiore. Un righello che non mente</em>.</p></blockquote>
<div id="attachment_4345" style="width: 298px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-4345" class="wp-image-4345 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-288x300.jpg 288w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2.jpg 400w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" /><p id="caption-attachment-4345" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>Ama la scrittura del giornalismo. Vive il suo tempo con il  linguaggio della curiositas. Uomo colto ed esigente. Tra libri e pittura trova il suo mondo quotidiano tra vivere e scrivere.  Virgilio Lilli nasce a Cosenza il 7 febbraio del 1907 e muore a Zurigo l’11 gennaio del 1976. In mezzo, ottanta inverni di inchiostro, di viaggi, di fronti, di tele dipinte e di silenzi.  Virgilio Lilli. Un nome che suona come un titolo di giornale e come un verso.</p>
<p>La sua vita comincia con un’interruzione. Si iscrive a Ingegneria a Bologna, come fanno i figli di una borghesia che crede al progresso e ai ponti. Poi lascia. I ponti non gli bastano. Vuole attraversare, non costruire. Si laurea in Giurisprudenza a Milano nel 1928, ma la legge lo annoia subito. La legge fissa. Lui invece ha bisogno di muoversi.</p>
<p>Entra nel giornalismo dalla porta del teatro. Critico teatrale al Resto del Carlino. Il teatro è il luogo dove gli uomini recitano la vita. A lui interessa la vita senza copione. Passa alla Tribuna di Roma, e da lì viene allontanato. L’allontanamento è il primo rito di iniziazione di chi scrive scomodo. Nel 1934 approda al Corriere della Sera. Prima come critico d’arte. Poi come inviato di guerra. Tra la bellezza e la carne squarciata. Tra Giorgione e i cannoni.</p>
<p>Nel 1933, mentre l’Italia impara a parlare con accento americano, Lilli entra in un capannone di via Maria Cristina 5, a Roma. È lo stabilimento di doppiaggio della Metro-Goldwyn-Mayer. Il suo compito è tradurre i dialoghi e adattarli. Far dire “ti amo” in italiano senza che suoni falso. Lì incontra Maria Carolina Antinori, appena rientrata da Hollywood. Si sposano. Nascono Laura e Alberto. È il tempo in cui la penna impara la duttilità. Tradurre è già un modo di viaggiare.</p>
<p>Poi la guerra. E dopo la guerra, nel 1945, fonda il Giornale della Sera e ne diventa direttore. Giornali che nascono sulle macerie. Caporedattore al Tempo di Roma. Poi alla Stampa di Torino. E infine il mondo. Non il mondo da cartolina. Il mondo vero. Compie viaggi intorno al globo e ne ricava reportage che diventano libri. È tra i primi giornalisti occidentali a entrare a Hiroshima, dopo la bomba. Vede una città che non è più città. Vede l’uomo ridotto a ombra sul muro. Torna e scrive. Perché scrivere, per Lilli, è l’unico modo per non impazzire.</p>
<p>Nel 1951 si risposa con Maria Sofia Braun von Stumm. Nasce Marina. La vita privata di Lilli è un’altra frontiera: famiglie, perdite, ricominciamenti. Nel 1967 perde il figlio Alberto. È una ferita che non si rimargina con le parole. Allora prende i pennelli. Inizia a dipingere. Alterna la pagina al cavalletto fino all’ultimo giorno. Giornalista e pittore. Cronista e artista. Due mestieri che hanno la stessa radice: guardare.</p>
<p>Nel 1961 pubblica Dentro la Cina rossa. È un libro scomodo. Rovescia il mito del maoismo quando il mito era di moda. Lilli non segue le mode. Segue i fatti. E i fatti, diceva, vengono spesso in mente come “pensieri di natura eterna, massime formulate in tono semplice e nobile, popolare allo stesso tempo che rigoroso”.  E aggiunge, con una punta di malizia che è anche difesa: “Non le scrivo per il timore di apparire austero. Per questo timore, anzi, scrivo a volte frasi un poco malvagie, un poco frivole, un poco disdicevoli. Stiamo passando uno di quei periodi in cui l’uomo ha più paura d’essere morale che stupido”.</p>
<p>Ecco Lilli. Ha paura della morale solo quando la morale diventa posa. Preferisce essere frivolo, se la frivolezza è onestà. Preferisce essere “disdicevole”, se la convenienza è ipocrisia. Nel 1971 l’Ordine dei giornalisti lo elegge presidente, succedendo a Guido Gonella. È il riconoscimento di una corporazione a un uomo che della corporazione si è sempre fidato poco.</p>
<p>Più volte ho scritto su di lui. La sua bibliografia si guarda come si guarda una mappa.  Da Racconti di una guerra a  Una donna s’allontana, da Dentro la Cina rossa a Viaggio in Sardegna, da Mal di pittura a Viaggio al centro della testa. Si dedica all&#8217;arte di Giorgione. Scriverà che: “Giorgione è una di quelle figure d’artisti che confinano con le figure degli eroi”. E parlando di Giorgione parla di sé. Di chi fa del proprio mestiere un eroismo silenzioso.  E infine Romanzo interno, incompiuto, pubblicato postumo nel 1977. Perché anche la morte lo coglie a metà frase.</p>
<p>La rivista La Lettura ospita un suo saggio su  Il mio amico Codreanu. Si tratra di un reportage coraggioso  nel quale si racconta il suo viaggio in Romania scrivendo su Corneliu Zelea Codreanu. Codrenau fu<br />
il leader del movimento di estrema destra della Guardia di Ferro. Il suo scritto ha per titolo Il mio amico Codreanu. Tanto da definirlo &#8220;&#8230;un volto che sembrava uscito da un&#8217;antica icona ortodossa o da un affresco bizantino&#8221;. Il suo silenzio lo definisce &#8220;un silenzio monastico&#8221;. E traccia il suo profilo in questi termini: &#8220;alto, slanciato, con gli occhi profondi e lo sguardo fisso di chi guarda oltre la realtà contingente&#8221;. Insomma un saggio importante che fa molto discutere ancora oggi.</p>
<p>Lilli è un uomo di confine. Tra ingegneria e giurisprudenza. Tra teatro e guerra. Tra critica d’arte e cronaca. Tra giornalismo e pittura. Tra due mogli, tra tre figli, tra due continenti. Tra la morale e la frivolezza. Il suo stile è quello della “penna vagabonda”. Non si ferma. Non si sistema. Non fonda scuole. Racconta. E nel raccontare misura il mondo con un righello interiore. Un righello che non mente.</p>
<p>Oggi che il giornalismo ha paura di essere morale e preferisce essere furbo, Lilli ci manca. Ci manca un uomo che entrava a Hiroshima e tornava a scrivere senza retorica. Che andava in Cina rossa e diceva che il rosso era sangue. Che perdeva un figlio e invece di fare la vittima prendeva i colori.</p>
<p>Virgilio Lilli ci insegna che la verità non è un sistema. È un viaggio.  Che la penna deve vagare, altrimenti arrugginisce.  Che essere “un poco malvagi, un poco frivoli” è a volte l’unico modo per restare rigorosi. È nato a Cosenza e morto a Zurigo.  Tra le due città c’è tutta l’Europa del Novecento.  Tra le due date c’è tutta la fatica di raccontarla senza tradirla. La sua vera morale sta proprio in ciò. Non tradire la scrittura.  Scrivere pensando. Tradurre il pensiero in linguaggio. Fare della parola la conoscenza di se stessi.</p>
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		<title>IL BIOLOGO DEL GUSTO: MASSIMO VITALI E L’ALCHIMIA DELLA DOLCERIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 18:33:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[La dolceria]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Vitali]]></category>
		<category><![CDATA[pasticceria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="659" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462-1024x572.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462-1170x654.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3462-585x327.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>di Domenica Puleio A volte il destino non bussa alla porta, ma si svela tra le pagine di un libro e il profumo dello zucchero caramellato. La storia di Massimo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/04/il-biologo-del-gusto-massimo-vitali-e-lalchimia-della-dolceria/">IL BIOLOGO DEL GUSTO: MASSIMO VITALI E L’ALCHIMIA DELLA DOLCERIA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenica Puleio</p>
<p class="has-text-align-left">A volte il destino non bussa alla porta, ma si svela tra le pagine di un libro e il profumo dello zucchero caramellato. La storia di Massimo Vitali non nasce in un laboratorio di farina e uova, ma tra i microscopi e i testi accademici dell’Università di Messina. Laureato in Biologia con il massimo dei voti, Massimo sembrava destinato a una carriera di ricerca pura. Poi, una scintilla casuale, un’attrazione fatale per la materia prima e quel rigore scientifico che, invece di spegnersi, trova una nuova, incredibile applicazione: la pasticceria.</p>
<p class="has-text-align-left">Per Massimo, un dolce non è solo un peccato di gola; è una formula perfetta dove ogni ingrediente deve dialogare con l’altro. Dopo i primi passi mossi sotto la guida di un maestro messinese, decide di sfidare l’eccellenza formandosi alla Cast Alimenti di Brescia, il tempio di Iginio Massari. Lì, il biologo capisce che la pasticceria è la forma più dolce della chimica. Con la determinazione di chi sa che il talento senza studio è un’occasione persa, attraversa tirocini e corsi di specializzazione (diventando membro Conpait), fino a coronare il sogno:</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-121072 size-medium alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464-227x300.jpeg" alt="" width="227" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464-227x300.jpeg 227w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464-776x1024.jpeg 776w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464-768x1013.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464-585x772.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3464.jpeg 1068w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" />l’apertura de La Dolceria a Messina in Via Cesare Battisti 55.</p>
<p>Entrare a La Dolceria significa vivere un paradosso armonioso. Da un lato, l’avanguardia tecnica: torte moderne dalle stratificazioni impeccabili, semifreddi che sembrano sculture e una pasticceria gelata che sfida i sensi. Dall’altro, il rispetto sacro per le radici. Massimo non dimentica da dove viene: la sua Pignolata è un omaggio alla città, così come lo sono i Piparelli, le Paste di Mandorla e quella Cassata, classica o al forno, che racchiude il sole della Sicilia.Ma è nel bilanciamento che Massimo esprime il suo  potenziale. Grazie al suo background in biologia, realizza dolci capaci di essere leggeri, equilibrati in grassi e zuccheri, rispondendo a una clientela moderna che cerca il piacere senza compromessi per la salute.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-121073" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-300x223.jpeg" alt="" width="300" height="223" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-300x223.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-1024x761.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-768x571.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-1170x869.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463-585x435.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3463.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-121074 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-227x300.jpeg" alt="" width="227" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-227x300.jpeg 227w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-774x1024.jpeg 774w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-768x1016.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-1161x1536.jpeg 1161w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-1170x1548.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465-585x774.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3465.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></p>
<p>Oggi, La Dolceria non si ferma. La sfida si è spostata verso la viennoiserie — con sfoglie che raccontano di burro di qualità e lievitazioni lente — e un catering salato d’autore, dove la mignon artigianale diventa protagonista di eventi indimenticabili.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-121076 aligncenter" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-276x300.jpeg" alt="" width="276" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-276x300.jpeg 276w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-941x1024.jpeg 941w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-768x836.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-1170x1273.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466-585x637.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3466.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" />Quella di Massimo Vitali è una storia di coraggio e precisione. È la dimostrazione che per fare un dolce straordinario serve un cuore siciliano, ma per renderlo perfetto serve la mente di uno scienziato.</p>
<p>Chi passa da Messina e cerca un’esperienza che arrivi dritta all’anima, non può che fermarsi qui: dove la dolcezza ha finalmente trovato la sua formula esatta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/04/il-biologo-del-gusto-massimo-vitali-e-lalchimia-della-dolceria/">IL BIOLOGO DEL GUSTO: MASSIMO VITALI E L’ALCHIMIA DELLA DOLCERIA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Portella della Ginestra: erano lì per vivere, non per morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 06:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[1 maggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1536x864.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Il 1° maggio 1947 uomini, donne e bambini salirono a Portella per celebrare il lavoro, la terra e la speranza. Prima ancora di essere vittime di una strage politico-mafiosa, furono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 1° maggio 1947 uomini, donne e bambini salirono a Portella per celebrare il lavoro, la terra e la speranza. Prima ancora di essere vittime di una strage politico-mafiosa, furono persone: volti, famiglie, desideri, futuro.</p>
<p>Portella della Ginestra, prima di essere una pagina tragica della storia italiana, fu un luogo abitato dalla speranza.<br />
Non c’erano soltanto bandiere.<br />
Non c’erano soltanto parole politiche.<br />
Non c’erano soltanto rivendicazioni sindacali.<br />
C’erano persone.<br />
C’erano madri, padri, figli, contadini, braccianti, giovani, bambini. C’erano famiglie che avevano conosciuto la fatica della terra, la durezza del latifondo, il peso di una povertà che non era soltanto mancanza di denaro, ma mancanza di possibilità. Erano saliti in quella vallata tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato non per sfidare la morte, ma per incontrare la vita. Per dire, insieme, che il lavoro poteva diventare dignità. Che la terra poteva smettere di essere dominio di pochi. Che la festa dei lavoratori non era una formalità, ma una promessa.<br />
Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, si radunarono contadini, donne e bambini per celebrare la festa dei lavoratori e rivendicare diritti, terra e giustizia sociale; contro quella folla spararono gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, provocando undici morti e numerosi feriti. (Wikipedia)<br />
Ma se diciamo solo “undici morti”, rischiamo di tradire la memoria.<br />
Perché undici non è un numero.<br />
Undici sono nomi.<br />
Undici sono case che non videro tornare qualcuno.<br />
Undici sono sedie rimaste vuote.<br />
Undici sono madri, figli, fratelli, mariti, sorelle, compagni di lavoro, vicini di paese.<br />
I nomi incisi nella memoria di Portella sono: Margherita Clesceri, 37 anni; Giorgio Cusenza, 42 anni; Giovanni Megna, 18 anni; Francesco Vicari, 22 anni; Vito Allotta, 19 anni; Serafino Lascari, 14 anni; Filippo Di Salvo, 48 anni; Giuseppe Di Maggio, 12 anni; Castrense Intravaia, 29 anni; Giovanni Grifò, 12 anni; Vincenzina La Fata, 8 anni. (Wikipedia)<br />
Basterebbero le età per capire l’abisso.<br />
Otto anni.<br />
Dodici anni.<br />
Dodici anni.<br />
Quattordici anni.<br />
Non erano militanti armati. Non erano nemici dello Stato. Non erano una minaccia. Erano bambini e ragazzi dentro una festa popolare, dentro una comunità che cercava un domani diverso. Erano lì perché, in quella Sicilia del dopoguerra, la politica non era solo cosa da palazzi: era pane, terra, scuola, possibilità, sopravvivenza.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-120954 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70.jpeg 350w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><br />
Vincenzina La Fata aveva otto anni. A quell’età non si muore per il lavoro. A quell’età si dovrebbe correre, giocare, guardare il mondo con la curiosità ancora intera. E invece anche il suo nome è rimasto dentro la pietra di Portella, come una domanda che nessuna celebrazione può addomesticare: che Paese è quello in cui una bambina muore durante una festa dei lavoratori?<br />
Giuseppe Di Maggio e Giovanni Grifò avevano dodici anni. Serafino Lascari ne aveva quattordici. Erano età di futuro, non di memoria. E invece sono diventati memoria perché qualcuno decise che quella folla doveva essere punita, intimidita, ferita nel punto più umano: la sua fiducia.<br />
Perché la cosa più terribile di Portella è proprio questa: furono colpite persone che si erano radunate per credere.<br />
Credevano che dopo il fascismo e la guerra potesse aprirsi una stagione nuova. Credevano che la Repubblica potesse finalmente ascoltare i poveri. Credevano che la terra non dovesse restare per sempre nelle mani di pochi, mentre molti la lavoravano senza possederne nulla. Credevano che il lavoro potesse essere liberazione e non condanna.<br />
In quella vallata non c’era solo protesta. C’era festa.<br />
E questo rende tutto ancora più doloroso.<br />
Perché la strage non interruppe soltanto un comizio. Interruppe canti, conversazioni, cammini, attese. Interruppe il passo di chi era arrivato lì con i figli. Interruppe il respiro di una comunità che si sentiva finalmente autorizzata a parlare. Interruppe il desiderio semplice e immenso di non essere più invisibili.<br />
Portella della Ginestra fu la prima grande strage politico-mafiosa dell’Italia repubblicana, secondo molte ricostruzioni storiche, e avvenne in un contesto segnato dalla vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947, dal conflitto sul latifondo e dalla paura dei vecchi poteri davanti all’organizzazione del movimento contadino. (Wikipedia)<br />
Ma prima ancora di essere “politico-mafiosa”, Portella fu umana.<br />
Fu il sangue di chi aveva mani segnate dal lavoro.<br />
Fu il dolore di famiglie povere, colpite mentre chiedevano dignità.<br />
Fu il pianto di una Sicilia che conosceva bene la fatica, ma che quel giorno si trovò davanti a qualcosa di più crudele della fatica: la violenza del potere contro la speranza.<br />
E allora bisogna stare attenti: ricordare Portella solo come “strage” può diventare comodo. La parola strage, se ripetuta senza volti, rischia di diventare formula. Ma Portella non è una formula. È Margherita. È Giorgio. È Giovanni. È Francesco. È Vito. È Serafino. È Filippo. È Giuseppe. È Castrense. È Giovanni. È Vincenzina.<br />
Erano persone che avevano una mattina davanti. Una strada percorsa. Una voce. Una famiglia. Una casa da raggiungere al ritorno. Un pranzo forse preparato o immaginato. Un domani forse povero, ma ancora aperto.<br />
E invece non tornarono.<br />
Il senso del loro essere lì va custodito con delicatezza. Non erano lì solo “contro” qualcosa. Erano lì “per” qualcosa.<br />
Per la terra.<br />
Per il lavoro.<br />
Per la dignità.<br />
Per il pane.<br />
Per i figli.<br />
Per la possibilità di non vivere più piegati.<br />
Per sentirsi finalmente popolo e non massa senza nome.<br />
Questo è il cuore umano di Portella: una comunità si era messa in cammino. Non chiedeva vendetta. Chiedeva riconoscimento. Non chiedeva privilegi. Chiedeva giustizia. Non chiedeva di prendere il posto dei potenti. Chiedeva che la vita dei poveri valesse qualcosa.<br />
Ed è forse proprio questo che faceva paura.<br />
Perché quando i poveri restano soli, sono più facili da governare. Quando invece si ritrovano, si guardano, si riconoscono, si organizzano, diventano comunità. E una comunità che prende coscienza di sé non è più disponibile a essere usata, comprata, zittita, comandata.<br />
I colpi sparati a Portella non volevano colpire soltanto dei corpi. Volevano colpire un risveglio.<br />
Volevano dire: tornate al vostro posto.<br />
Volevano dire: la terra non si tocca.<br />
Volevano dire: la povertà deve restare silenziosa.<br />
Volevano dire: il lavoro può essere celebrato, ma non deve diventare potere popolare.<br />
Eppure, nonostante il sangue, Portella non è riuscita a spegnere quella domanda. L’ha consegnata alla storia.<br />
Oggi, guardando quei nomi, dovremmo chiederci non solo chi sparò, chi coprì, chi ordinò, chi tacque. Dovremmo chiederci anche che cosa abbiamo fatto della speranza di quelle persone. Perché se il lavoro oggi è ancora povero, se i giovani sono costretti a partire, se i braccianti sono ancora sfruttati, se la dignità viene spesso barattata con il bisogno, allora Portella non è finita. È cambiata la scena, ma la domanda resta.<br />
Che valore diamo alla vita di chi lavora?<br />
Quanto pesa la voce dei poveri nelle scelte del Paese?<br />
Quanta dignità riconosciamo a chi non ha potere, ma sostiene ogni giorno il mondo con le mani, con la schiena, con il tempo, con il sacrificio?<br />
Portella della Ginestra oggi non ci chiede soltanto memoria. Ci chiede prossimità.<br />
Ci chiede di avvicinarci a quei nomi senza usarli come simboli freddi. Ci chiede di riconoscere che dietro ogni nome c’era una storia. Dietro ogni età c’era una promessa. Dietro ogni corpo caduto c’era una relazione spezzata.<br />
Vincenzina non era “una vittima”: era una bambina.<br />
Giuseppe e Giovanni non erano “caduti”: erano ragazzi.<br />
Margherita non era “un nome inciso”: era una donna.<br />
Filippo non era “un numero della strage”: era un uomo, probabilmente con fatiche, legami, pensieri, responsabilità.<br />
La memoria vera comincia quando il monumento torna a respirare.<br />
Quando smettiamo di dire solo “i morti di Portella” e iniziamo a chiederci chi fossero, perché erano lì, cosa sognavano, cosa avevano lasciato a casa, cosa avrebbero voluto per i propri figli.<br />
Il 1° maggio dovrebbe servire anche a questo: non a pronunciare parole già dette, ma a restituire carne alla giustizia. Perché il lavoro, senza il volto delle persone, diventa statistica. E la memoria, senza il dolore concreto delle famiglie, diventa cerimonia.<br />
Portella invece ci chiede di non trasformare il dolore in rito vuoto.<br />
Ci chiede di ricordare che la democrazia nasce anche nei luoghi dove gli ultimi imparano a dire “noi”. Nasce quando una comunità povera si scopre degna. Nasce quando chi lavora la terra alza lo sguardo e capisce che il proprio sudore non può essere proprietà di altri. Nasce quando una festa diventa coscienza.<br />
Per questo quelle persone erano lì.<br />
Non per morire.<br />
Non per entrare nei libri.<br />
Non per diventare lapidi.<br />
Erano lì per vivere meglio.<br />
E forse questa è la verità più semplice e più insopportabile: furono uccisi mentre cercavano vita.<br />
Furono colpiti mentre celebravano il lavoro.<br />
Furono spezzati mentre chiedevano futuro.<br />
Furono trasformati in memoria mentre volevano soltanto essere cittadini.<br />
Oggi, se vogliamo davvero onorarli, non basta dire che non li dimentichiamo. Dobbiamo chiederci se siamo disposti a continuare ciò per cui erano lì: la difesa del lavoro dignitoso, della terra come bene comune, della giustizia sociale, della libertà dei poveri di non essere più ricattabili.<br />
Perché Portella della Ginestra non è solo il luogo in cui morirono undici persone.<br />
È il luogo in cui una comunità mostrò di voler nascere.<br />
E ogni volta che il lavoro viene umiliato, ogni volta che la povertà viene usata come strumento di controllo, ogni volta che i giovani vengono costretti a scegliere tra partire o piegarsi, ogni volta che una famiglia non riesce a vivere del proprio lavoro, quei nomi tornano a parlarci.<br />
Non chiedono vendetta.<br />
Chiedono che la loro speranza non venga uccisa una seconda volta.<br />
Chiedono che la memoria diventi responsabilità.<br />
Che la commozione diventi scelta.<br />
Che il 1° maggio non sia solo una data, ma una promessa mantenuta.<br />
Portella della Ginestra, allora, non è soltanto passato.<br />
È una domanda rivolta a noi:<br />
siamo ancora capaci di stare dalla parte di chi si mette in cammino per chiedere dignità?<br />
Perché quei morti non appartengono solo alla storia della Sicilia. Appartengono alla coscienza del Paese. E ci ricordano che ogni volta che una persona povera trova il coraggio di alzare la testa, la democrazia deve proteggerla. Non lasciarla sola nella valle.</p>
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		<title>“Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?” Marco Gallo è tra noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 16:16:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Gallo]]></category>
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<p><strong>Di Paolo Arces </strong></p>
<p>(Sono corso da mia madre e ho esclamato: “quanto avrei voluto essere suo amico, sarebbe stato un gran compagno! Anzi, maestro e compagno!”. Poi una voce mi ha parlato: “lui è vivo, l’ha detto lui stesso:”Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?”).</p>
<p>Durante il Triduo di GS, a Rimini, ho conosciuto un ragazzo, un grande amico, un mio compagno che, seppur carnalmente non con me, era proprio li, tra noi: Marco Gallo.</p>
<p>Marco era un piccolo “irrequieto” che, a soli 17 anni, è stato “strappato” dalle nostre mani, nel lontano 2011. Ma non sono qui per parlare di cronaca, sono qui perchè Paola, la madre, è scesa dall’alone della sofferenza e ha “gioito”. Quel sorriso, nel ricordo e nella certezza della presenza viva del figlio lì, tra noi, ha realmente sconvolto tutto in me. Da quel 4 Aprile il fervore di quel ragazzo si è fatto un monito costante. Sono io a scegliere ogni giorno dove guardare. Per cosa vivo? Cosa ne è della mia giornata? Negli ultimi mesi tante domande sono cresciute in me, una grande fame di vita si è fatta sempre più vera. Come vivo intensamente il reale? Posso realmente vivere cosi? Nessun piacere soddisfa sino in fondo: io voglio vivere pienamente, voglio sentirmi Vivo in ogni istante, la mia sete di felicità è incontenibile. Cosa la può saziare!? Poi ho conosciuto una domanda vivente, Marco. Tutto quello che in me ho sentito ardere era sempre più vero, e lui me lo confermava in ogni parola, in ogni gesto, in una irrequietezza che è “mania di eterno”, è timore di non vivere. Non mi ha dato risposte, mi ha dato ancora più necessità di un autentico sapore di ogni mio istante.</p>
<p>Scrive ad un amico: “sai Caro, come voglio svegliarmi la mattina, come dovremmo svegliarci ogni mattina, appena apriamo gli occhi? Come quando si è innamorati, con quello sguardo sul mondo che ti fa vivere tutto in una maniera che prima nemmeno conoscevi. Parlo dell’innamoramento vero. Ecco, io vorrei svegliarmi sempre così. Certo, non mi succede tutti i giorni, ma è quello il bello, altrimenti il desiderio dove andrebbe a finire? Ma a te, Caro, non te ne frega proprio niente di tutto questo? Non ti importa davvero?”</p>
<p>Tra frammenti di pensieri e resti di parole sono diventato amico di Marco. Qualcosa mi ha stretto a lui dalle radici del mio cuore. Realmente tutte queste mie domande sono state vissute da un altro. “Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” raccoglie un briciolo della verità che quel ragazzo è stato. Eppure, anche solo quelle macerie, mi hanno realmente fatto conoscere un amico che è presente in ogni mia giornata. Sono serio su questo. Siamo convinti di sapere cosa significhi amicizia e siamo cosi stolti da esserne radicati. Un amico è uno “che svela qualcosa del significato del vivere” e, tra quelle pagine, lui si è fatto realmente compagno e ancor più “stupore” nel timore di non vivere. Quel ragazzo era incredibilmente mosso da una necessità di andare a fondo sul Mistero della vita. Le testimonianze degli amici sono la luce di qualcosa di eccezionale. “Nulla ti è mai bastato e me ne accorgevo”, “quando Marco mi chiedeva le cose lo faceva davvero, era interessato” o “questo mi ha sempre positivamente sconcertato di lui: il pressante, spasmodico bisogno di un orizzonte ultimo che rendesse vivibile l’istante, e la sua disarmante, umile curiosità nei confronti di chiunque poteva in qualche modo aiutarlo a camminare, con un fuoco serrante di domande”. Ma ancor di più, parlando io, Paolo, con Marco, ho realmente compreso cosa ne è della mia vita. Ogni giorno risuonano le sue parole: “Oggi prometto che, con un desiderio grandissimo, con una grande forza sempre, come se fosse l’ultimo mio giorno di vita, per scegliere a chi dare la mia giornata e vita, mi aprirò alla ricerca del Mistero, col giudizio e col rispetto di ciò che la realtà mi pone, anche se faticoso: da solo il Mistero io dipendo”</p>
<p>Quel 4 Aprile qualcosa è accaduto in quella stanza di Rimini: eravamo fortementi stretti dall’abbraccio di un ragazzo che ha donato la sua vita rendendo vero il nostro desidero, la nostra richiesta, la nostra incessante necessità di senso. Quello che rende eccezionale Marco è una certezza: “l’’ipotesi cristiana è ama gli altri infinitamente (come te stesso) di quell’amore non tuo. Ah, se vuoi una cosa, dalla prima tu”. Il cristianesimo è attrazione. Si resta veramente attratti, stupiti, da un atteggiamento di vita. E come fa lui a vivere così? Alcune persone profumano di infinito. É il loro volto che rende viva la fede. La vocazione é di tutti: siamo chiamati alla vita.</p>
<p>Marco è quel “fuoco ardente rinchiuso nelle ossa” di cui parla Geremia, cosi “incontenibile” da esplodere. Marco fa esperienza dell’Altro che c’è nella compagnia: comprende che “tutta la realtà parla dell’infinito”, e allora va a fondo, segue quello speciale incontro che ha visto in un volto, “oltre la persona stessa”. “Perchè quello di cui ognuno di noi ha realmente bisogno non sono delle parole, dei postulati, o il racconto di qualcosa di bello ma un abbraccio fisico, una presenza reale, che avviene attraverso delle persone.” E allora la sua bocca ha iniziato a parlare della pienezza del cuore. Il suo animo di scopritore è stato leale con se stesso, nella necessità di un Altro Amore, di quella “cara Beltà che amore lunge m’ispiri”. Ha intravisto il sapore del mistero e allora in lui ha navigato, in “un cuore grande e indomabile”, “cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente”.</p>
<p>Dopo aver sentito le parole di Paola e aver letto la voce di Marco una ferita si è aperta. Sono corso da mia madre e ho esclamato: “quanto avrei voluto essere suo amico, sarebbe stato un gran compagno! Anzi, maestro e compagno!”. Poi una voce mi ha parlato: “lui è vivo, l’ha detto lui stesso:”Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?” “. Forse Marco non potrà condividere momenti con me, ma lui c’è, lui vive, lui è risorto in noi, io lo vedo risorto in me, perchè Lui in me lo sento domandare, lo sento chiedere, lo sento “infettarmi”, lo vedo “affascinarmi”, “attrarmi”. Marco vive in me, vive in tutti.</p>
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		<title>Letizia Battaglia, la forza di uno sguardo che ha scelto di non fuggire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 19:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>La bellezza del suo sguardo, la professionalità di una grande fotografa, il peso umano delle ferite attraversate in una vita vissuta sempre dentro la verità Ci sono donne che non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>La bellezza del suo sguardo, la professionalità di una grande fotografa, il peso umano delle ferite attraversate in una vita vissuta sempre dentro la verità</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p>Ci sono donne che non passano nella storia solo per ciò che hanno fatto, ma per il modo in cui hanno scelto di stare nel mondo. Letizia Battaglia è stata una di queste. Non soltanto una fotografa. Non soltanto una testimone. Ma una coscienza viva, inquieta, libera, capace di attraversare il dolore senza trasformarlo in spettacolo e di cercare la bellezza perfino dentro le crepe più dure della realtà.</p>
<p>Raccontare Letizia Battaglia significa raccontare una donna che ha saputo unire arte e responsabilità, sensibilità e rigore, passione e ferita. Una donna che ha fatto del proprio sguardo un luogo di verità. E la verità, quasi sempre, ha un prezzo.</p>
<p>La sua storia professionale è nota, ma non sempre viene compresa fino in fondo. Letizia Battaglia non è stata soltanto la fotografa che ha documentato la Palermo insanguinata dalla mafia. È stata molto di più. È stata una professionista capace di trasformare la fotografia in linguaggio civile, in presa di posizione, in memoria collettiva. I suoi scatti non cercavano il sensazionale. Cercavano il reale. Ed è una differenza enorme. Perché fotografare il reale, soprattutto quando il reale è violenza, sangue, lutto, paura, significa assumersi un peso che non tutti riescono a sostenere.</p>
<p>Lei questo peso lo ha sostenuto per anni. Lo ha sostenuto entrando nelle scene del crimine, arrivando davanti ai corpi, incrociando lo sguardo di familiari distrutti, respirando il clima cupo di una città spesso ostaggio del potere mafioso. Non era semplice cronaca. Era immersione continua nel dolore. Era la scelta quotidiana di non voltarsi. E dentro quella scelta c’era tutta la sua professionalità: la prontezza, il coraggio, la lucidità, la capacità di esserci nel momento esatto in cui la storia mostrava il suo volto più duro.</p>
<p>Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui. Perché Letizia Battaglia non è stata solo la fotografa della morte. È stata anche la fotografa della vita che resiste. Delle bambine di Palermo con gli occhi pieni di mondo. Dei volti delle donne. Delle strade ferite eppure ancora abitate da una umanità ostinata. Nei suoi scatti c’è sempre stato qualcosa che andava oltre il fatto. C’era una tensione profonda verso la dignità delle persone. C’era un desiderio quasi testardo di salvare, almeno in immagine, ciò che la realtà rischiava di calpestare.</p>
<div>“Non una bellezza decorativa, ma una bellezza scomoda, vera, a volte persino dolorosa.”</div>
<p>Ed è qui che emerge la bellezza del suo lavoro. Non una bellezza decorativa, patinata, addomesticata. Ma una bellezza scomoda, vera, a volte persino dolorosa. La bellezza di uno sguardo che non usa la macchina fotografica per proteggersi dal mondo, ma per entrarci dentro. La bellezza di una donna che non ha avuto paura di farsi attraversare da ciò che vedeva. La bellezza di un linguaggio artistico che non separava mai l’estetica dall’etica.</p>
<p>Naturalmente, una vita così non poteva essere senza ferite. E infatti le ferite ci sono state, profonde, personali, esistenziali. Letizia Battaglia ha dovuto affrontare difficoltà che non riguardavano solo il contesto professionale, già di per sé durissimo, ma anche il proprio mondo interiore. Il contatto continuo con la violenza, il dolore accumulato, il peso di immagini impossibili da dimenticare hanno lasciato segni. Non si può stare per anni davanti alla morte senza che qualcosa, dentro, ne porti le conseguenze.</p>
<p>La sua vita personale è stata segnata da passaggi complessi, da tensioni, da fragilità, da un percorso di libertà che non sempre è stato compreso. E forse proprio qui si coglie una delle verità più profonde della sua vicenda: dietro la fotografa forte, coraggiosa, pubblicamente riconosciuta, c’era una donna che conosceva anche la fatica, il dolore, la solitudine, il bisogno di ricomporre continuamente se stessa. Non era una figura mitologica, irraggiungibile. Era una donna vera. E proprio per questo ancora più grande.</p>
<p>In un tempo che ama trasformare le persone in icone semplificate, Letizia Battaglia ci obbliga a fare il contrario. Ci chiede di accettare la complessità. La complessità di una professionista straordinaria e insieme di una persona attraversata dalle proprie ombre. La complessità di una donna capace di esporsi pubblicamente e, nello stesso tempo, di portare ferite intime difficili da nominare. La complessità di una voce che ha saputo denunciare la mafia senza lasciarsi definire solo da essa.</p>
<p>Forse il punto più alto della sua eredità sta proprio qui. Nel fatto che il suo lavoro non parla soltanto di Palermo, di mafia o di fotografia. Parla del modo in cui si guarda il mondo. Oggi siamo sommersi da immagini, ma vediamo sempre meno. Consumiamo dolore a scorrimento rapido, lo trasformiamo in flusso, lo lasciamo evaporare in pochi secondi. Letizia Battaglia, invece, ci restituisce il peso dello sguardo. Ci ricorda che vedere davvero è un atto umano profondo. È un atto che coinvolge la coscienza. È un atto che chiede responsabilità.</p>
<p>Per questo la sua figura resta attuale. Non solo come memoria di una stagione terribile della storia italiana, ma come provocazione viva per il nostro presente. Di fronte a una società che spesso si abitua a tutto, il suo lavoro continua a dirci che non tutto può diventare normale. Che il male va chiamato per nome. Che la dignità delle persone merita uno sguardo pieno, mai superficiale. Che la bellezza non è evasione, ma resistenza.</p>
<p>Letizia Battaglia è stata tutto questo: una fotografa immensa, una professionista rigorosa, una donna coraggiosa, una persona ferita e per questo ancora più vera. La sua grandezza non sta nell’aver mostrato solo l’orrore, ma nell’aver saputo custodire, dentro l’orrore, una fedeltà ostinata all’umano.</p>
<p>E forse è proprio questa la sua lezione più importante. Non basta raccontare la realtà. Bisogna restarle accanto. Non basta denunciare il buio. Bisogna continuare a cercare, anche lì dentro, un frammento di luce. Letizia Battaglia lo ha fatto per tutta la vita. E per questo il suo sguardo, ancora oggi, non ci lascia tranquilli. Ma ci rende più veri.</p>
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<p><strong>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</strong></p>
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		<title>Il tempo ci cambia ma ​sempre aspetterò che giunga la telefonata nella profezia di Dio</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/31/il-tempo-ci-cambia-ma-sempre-aspettero-che-giunga-la-telefonata-nella-profezia-di-dio/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-tempo-ci-cambia-ma-sempre-aspettero-che-giunga-la-telefonata-nella-profezia-di-dio</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 07:14:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia filosofica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1039" height="767" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294.jpeg 1039w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294-300x221.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294-1024x756.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294-768x567.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2294-585x432.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1039px) 100vw, 1039px" /></p>
<p>Nella mia casa in Calabria le stanze vivono mancanze. Il giardino è nel vento. Ci sono tre rose sotto la luna. Le stelle danzano all’alba. La perfezione è un&#8217;alchimia lacerata.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Nella mia casa in Calabria le stanze vivono mancanze. Il giardino è nel vento. Ci sono tre rose sotto la luna.<br />
Le stelle danzano all’alba. La perfezione è un&#8217;alchimia lacerata.<br />
Abbiamo sempre più bisogno di Dio.<br />
Non dobbiamo cercarlo. Lui non è mai straniero.<br />
Siamo noi ad essere estranei. Vorrei essere il sognatore viaggiante che incontra il sommerso negli sguardi del tempo e tutto si fa mistero”.</p></blockquote>
<p><strong>di Pierfranco Bruni</strong></p>
<p>Bisogna saper cercare la solitudine quando giunge il tempo del silenzio. Prima che sia lei a trovarti. C&#8217;è un tempo per tutto. Ho riletto ancora una volta l&#8217;Ecclesiaste.<br />
Nella mia casa in Calabria le stanze vivono mancanze. Il giardino è nel vento.<br />
Ci sono tre rose<br />
sotto la luna.<br />
Le stelle danzano all&#8217;alba.<br />
Credo che sia necessario, in un tempo che ha smarrito il senso della metafisica, vivere una distinzione tra il Sogno e la Ragione.<br />
Il Sogno è ciò che percepiamo quando da noi ci assentiamo, e siamo altro rispetto al reale che occupa lo scenario del quotidiano.<br />
La Ragione abita i sottosuoli dell’anima ma deve sempre fare i conti con la storia. Scontiamo colpe peccati tentativi di rivincite rancori ire di secoli di epoche. Non amiamo abbastanza.<br />
Non sappiamo amare come si dovrebbe amare. Anche se l&#8217;amore non finisce mai. Anche se la carità vive dentro il cuore e lo spettacolo della vita è sorprendente nei dolori nelle gioie nelle disarmonie nelle solitudini.<br />
Aspetto ancora una telefonata.</p>
<p>​Aspetterò sempre la telefonata che possa darmi il senso di un viaggio che è vissuto di solitudini, di dettagli, di incanti.<br />
Non ho mai creduto al disincanto.<br />
Al disamore neppure. Al distacco sempre. Il distacco è nel silenzio della pazienza.<br />
L&#8217;amore non finisce. Ma non sappiamo raccoglierlo offrirlo abitarlo custodirlo. L’amore per avere durata e vacanza ha bisogno di aggrapparsi agli archetipi del Sogno. Si può amare con la Ragione?<br />
È un interrogativo che mi inquieta.<br />
Con la Ragione tutto ha un inizio e una fine. L’amore entra nella sabbia della Ragione e si impantana.<br />
L’amore si aggrappa al Sogno per cercare il filo di una matassa che si vive soltanto dentro il singulto del Sogno.<br />
Siamo stati assenti quando dovevamo essere presenti.<br />
Siamo stati assenti quando è stato chiesto di fare compagnia con le parole con l&#8217;attenzione con la fedeltà.<br />
Siamo partiti quando invece dovevamo restare.<br />
Siamo rimasti in viaggio quando ci è stato chiesto di fermarci.<br />
Siamo stati in silenzio quando dovevano regalare un gesto.<br />
L&#8217;amore non finisce. Ma è sempre stato un amore manchevole.<br />
Non abbiamo amato al momento giusto.<br />
Non abbiamo raccolto i segni di una richiesta di carezze.<br />
Siamo stati fermi e non siamo stati attenti nel regalare un bacio un perdono.<br />
Ecco perché a volte ci sentiamo persi smarriti disordinati.<br />
Il disordine non è una confusione. È un viaggiare in un labirinto i cui tasselli formano comunque un mosaico.<br />
Arriverà mai quella telefonata?<br />
Quale ordine? L’ordine è una conseguenza della Ragione e se dovessi pensare a ciò la telefonata che aspetto non arriverebbe mai. L’ordine è una sconfitta. L&#8217;ordine è un&#8217;illusione.<br />
La perfezione è un&#8217;alchimia lacerata.<br />
Abbiamo sempre più bisogno di Dio. Dio non è ordine e neppure disordine.<br />
Non dobbiamo cercarlo.<br />
Lui sa.<br />
Lui ci conosce.<br />
Lui non è mai straniero.<br />
Siamo noi ad essere estranei.<br />
Dio ci osserva.<br />
Ci ascolta. Ci segue.<br />
Ci vede.<br />
Noi cosa seguiamo cosa ascoltiamo cosa vediamo&#8230;<br />
Bisognerebbe ricostruire non solo il tetto o cambiare lucchetto.<br />
Dovremmo avere il coraggio la forza l&#8217;amore di ricominciare dalle fondamenta della capanna e ripiantarla.<br />
Scavare. Non fermarci.<br />
Ridare un senso.<br />
Abbiamo bisogno di Dio.<br />
Dio ha bisogno di noi.<br />
Dio ci osserva.<br />
Amiamo soltanto.<br />
Senza distrarci.<br />
Il Sogno è l’altro volto del tempo ed è oltre il tempo.<br />
La Ragione deve sempre fare il consuntivo con il tempo.<br />
Il viaggio è una malinconia che si impossessa della nostalgia e traccia i sogni che non si conoscono.<br />
Vorrei essere il sognatore viaggiante che incontra il sommerso negli sguardi del tempo e tutto si fa mistero.<br />
Incantevole mistero tra le vie delle parole che ascolto nel momento in cui i fantasmi camminano nella mia anima, e le maschere diventano il doppio per sgretolare lo sguardo osservato nello specchio.<br />
Siamo uno specchio?<br />
Portiamo con noi la maschera?<br />
Il teatro si ribella.<br />
Cosa ci resta?<br />
So che la telefonata che aspetto è una speranza di una alchimia che il vento accarezza.<br />
Il mio viaggio è un passaggio di limiti. Oltre i quali ciò che ho accanto diventa ciò che ho dentro. Ascoltami tu che puoi e tu che sai.<br />
Ascoltami.<br />
A chi mi rivolgo? Non ha importanza. Nella speranza c’è sempre un percepire.<br />
Ho viaggiato tra gli Orienti e poi mi sono fermato su uno scoglio che segnava il confine con l’Occidente.<br />
Le voci sono giunte dal mare. Alcune.<br />
Altre dai deserto. Altre ancora sono echi, arrivati da un giardino di palme e di rose.<br />
La vita è una memoria tra il sommerso. Mai tra i perduti ricordi.<br />
Non chiedo di essere compreso.<br />
Chiedo che ogni parola sia un ascolto e ogni silenzio una magia.<br />
Il resto muore per non smettere di vivere.<br />
Come un fuoco mai fatuo, e sempre magico.<br />
Vado via. Ora.<br />
Vado via dalle parole per restare con me.<br />
Soltanto con me!<br />
Sempre aspetterò che giunga la telefonata dai labirinti che mi vivono e dalle conchiglie che custodisco nella mia casa di paese, dove le radici hanno la profondità e la provvidenza di Dio. Si abita l&#8217;amore quando l&#8217;amore ci abita. Il resto scivola e negli anni tutto ritorna come un girotondo.</p>
<p>…</p>
<div class="wp-block-image"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-115008" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni_2fdb1-300x191.jpg" alt="" width="150" height="95" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni_2fdb1-300x191.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni_2fdb1-768x488.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni_2fdb1-585x372.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni_2fdb1.jpg 1024w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>I Pirandello: il pittore Fausto e l’ombra del patriarca Luigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Sole Stancampiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 12:32:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Pirandello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="620" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2219.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2219.jpeg 620w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2219-300x184.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2219-585x359.jpeg 585w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p>A Roma e poi ad Agrigento in mostra “La magia del quotidiano”, dipinti e pastelli di Fausto Pirandello, nel cinquantenario della morte. Una retrospettiva essenziale per capire un artista che&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/27/i-pirandello-il-pittore-fausto-e-lombra-del-patriarca-luigi/">I Pirandello: il pittore Fausto e l’ombra del patriarca Luigi</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A<em> Roma e poi ad Agrigento in mostra “La magia del quotidiano”, dipinti e pastelli di Fausto Pirandello, nel cinquantenario della morte. Una retrospettiva essenziale per capire un artista che ha attraversato il Novecento senza indulgere a mode o a modernità. Una pittura colta e complessa, concepita come una forma di resistenza, nel ricordo della nuora Giovanna Carlino</em></p>
<p>Nel cinquantesimo anniversario della morte di Fausto Pirandello (1899–1975), l’Accademia nazionale di San Luca a Roma e il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento offrono una doppia occasione per rimettere a fuoco una delle figure più autonome e radicali della pittura italiana del Novecento. La mostra a Roma fino al 28 febbraio e, poi, ad Agrigento dal 20 marzo al 2 giugno 2026 riunisce quasi trenta dipinti a olio e un numero significativo di pastelli, con particolare attenzione alle opere del secondo dopoguerra.</p>
<p>Curata da Fabio Benzi e Flavia Matitti, l’esposizione non si limita a una ricognizione celebrativa, ma propone una rilettura critica di un percorso rimasto troppo a lungo e inspiegabilmente nel cono d’ombra delle grandi narrazioni storiografiche.</p>
<p>Figlio terzogenito di Luigi Pirandello, Fausto ha dipinto sempre con uno sguardo obliquo: centrale per qualità e rigore, ma refrattario a scuole, etichette e programmi. Il suo realismo — termine inevitabile e, insieme, fuorviante — non è mai descrittivo, né consolatorio. È un realismo esistenziale, corporeo, tormentato, che guarda il mondo come una materia resistente, opaca, sottoposta a tensioni continue.</p>
<p>Il percorso del pittore si apre con le opere degli anni Venti, segnate da un rifiuto netto tanto del classicismo del “ritorno all’ordine” quanto delle semplificazioni novecentiste. I nudi e le figure di questo periodo, costruiti per masse compatte e cromie dense, rinunciano a ogni idealizzazione: il corpo è peso, superficie problematica, presenza ineludibile. Una pittura antiretorica che, per intensità dello sguardo, anticipa esiti ben più tardi del realismo europeo.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-102398" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-859x1024.webp" sizes="(max-width: 859px) 100vw, 859px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-859x1024.webp 859w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-252x300.webp 252w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-768x915.webp 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-1289x1536.webp 1289w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte-1719x2048.webp 1719w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-donne-con-salamandraFinestresullArte.webp 1800w" alt="" width="859" height="1024" /><figcaption class="wp-element-caption">Donne con salamandra</figcaption></figure>
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<p>Il soggiorno parigino tra il 1928 e il 1930 rappresenta uno snodo decisivo. Dal punto di vista personale, perché Fausto si affranca dal peso del patriarca Luigi; un padre che otterrà il premio Nobel per la Letteratura nel 1934, ma già in quegli anni più che celeberrimo per teatro e narrativa; un padre capace anche di incombere sui dipinti del figlio, di discutere con competenza intorno alla pittura che lui stesso praticava. Una figura paterna, quella di Luigi, fin troppo presente nella vita del figlio minore Fausto. La fuga a Parigi per Fausto fu anche fuga d’amore con la donna della sua vita: Pompilia D’Aprile, bellissima modella di ascendenza popolare che il padre non avrebbe accettato. Il matrimonio con Pompilia, come la nascita del primo figlio, Pierluigi, il 5 agosto 1928, non furono comunicati al patriarca Luigi per lungo tempo. Lo ricorda Giovanna Carlino Pirandello, moglie di Pierluigi e fedele custode della memoria della famiglia nella bella casa-studio di Fausto sulle rive del Tevere. “Mio suocero fu tra gli artisti più significativi del Novecento italiano”, dice. E ricorda come una delle opere più significative della doppia mostra tra Roma e Agrigento, <em>Donne con salamandra</em>, rievochi proprio la nascita del marito con la presenza di due donne in un interno, la salamandra (che è presenza estiva per eccellenza) e la carta da gioco con il cinque di coppe, il giorno della nascita di Pierluigi. “Dopo l’esposizione a Parigi: <em>Fausto Pirandello. La peinture et la condition humaine</em> che si è tenuta all’Istituto italiano di Cultura dall’11 giugno al 3 ottobre 2025 – dice Giovanna Carlino Pirandello – sono certa che la mostra in corso <em>La magia del quotidiano</em>, contribuirà a valorizzare il percorso artistico di Fausto nella vicenda dell’arte del XX secolo”.</p>
<p>Gli anni a Parigi furono per Fausto Pirandello anche l’occasione per frequentare e immergersi nelle esperienze più significative dell’arte del primo Novecento. A Parigi, Fausto Pirandello entra in contatto con i grandi dell’epoca come Picasso, Braque, Cézanne e, soprattutto, con gli “Italiens de Paris”, come Giorgio De Chirico e Filippo de Pisis.  Così Fausto Pirandello assimila, senza mai aderirvi del tutto, suggestioni diverse: la disciplina cubista dello spazio, le ambiguità surrealiste, la pittura carnale di Soutine, il classicismo sintetico di Derain. Ne nascono opere enigmatiche, sospese tra costruzione plastica e perturbazione iconica, in cui la figura è ancora riconoscibile ma già instabile.</p>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-102399" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-638x1024.webp" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-638x1024.webp 638w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-187x300.webp 187w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-768x1233.webp 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-957x1536.webp 957w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-1276x2048.webp 1276w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/fausto-pirandello-autoritratto-assorto.jpg-scaled.webp 1594w" alt="" width="638" height="1024" /><figcaption class="wp-element-caption">Autoritratto di Fausto Pirandello</figcaption></figure>
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<p>Negli anni Trenta Pirandello diventa uno dei protagonisti della Scuola Romana, mantenendo però una posizione autonoma. I grandi dipinti del decennio, come <em>La tempesta</em> (1938), restituiscono una visione dolorosa e inquieta della realtà: figure travolte da forze naturali e storiche, immerse in una tensione che trasforma la scena in metafora. Non c’è denuncia esplicita, né commento ideologico, ma la percezione di un disastro imminente, di una frattura che attraversa il reale. Il secondo dopoguerra segna una nuova fase di rinnovamento. Pirandello elabora un linguaggio spesso definito “astratto-concreto”, in cui la realtà non viene negata ma ridotta a rapporti di forze, a strutture essenziali. Accanto a un intenso <em>Autoritratto</em>, la doppia mostra di Roma e Agrigento rivela il laboratorio intimo dell’artista: un lavoro incessante sulla forma, condotto senza concessioni. La tappa agrigentina dal 20 marzo aggiunge una dimensione ulteriore, legata alle radici siciliane della famiglia Pirandello. La luce, la terra del Kaos, il mare “d’Africa” affiorano come memoria sensoriale e visiva, elementi strutturali di una pittura che trova nel quotidiano la propria dimensione tragica. Un’esposizione essenziale per capire un artista che ha attraversato il Novecento senza piegarsi a sbandierate “modernità”. Un pittore che ha considerato, piuttosto, l’arte come una forma di resistenza: al gusto, alle mode, alle semplificazioni. E forse è proprio questa irriducibilità a renderlo oggi, ancora, necessario. © <strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-89456" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello--1024x882.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello--1024x882.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello--300x258.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello--768x661.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello--1536x1323.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/06/Maria-Sole-Stancampiano-e-Pierluigi-Pirandello-.jpg 1599w" alt="" width="1024" height="882" /><figcaption class="wp-element-caption">Maria Sole Stancampiano con Pierluigi Pirandello figlio di Fausto</figcaption></figure>
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		<title>Rossi: &#8220;Stare accanto a Biagio Conte grande dono per me&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 07:43:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Fratel Biagio Conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="798" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2017.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2017.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2017-226x300.png 226w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2017-585x778.png 585w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/14/rossi-stare-accanto-a-biagio-conte-grande-dono-per-me/">Rossi: &#8220;Stare accanto a Biagio Conte grande dono per me&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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