Home viaggiStorie Virgilio Lilli nel cinquantesimo della morte. Fu Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti e amico di Codreanu

Virgilio Lilli nel cinquantesimo della morte. Fu Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti e amico di Codreanu

Lilli è un uomo di confine. Tra ingegneria e giurisprudenza. Tra teatro e guerra. Tra critica d’arte e cronaca. Tra giornalismo e pittura. Tra due continenti. Tra la morale e la frivolezza. Il suo stile è quello della “penna vagabonda”. Non si ferma. Non si sistema. Non fonda scuole. Racconta. E nel raccontare misura il mondo con un righello interiore. Un righello che non mente.

Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni

Ama la scrittura del giornalismo. Vive il suo tempo con il  linguaggio della curiositas. Uomo colto ed esigente. Tra libri e pittura trova il suo mondo quotidiano tra vivere e scrivere.  Virgilio Lilli nasce a Cosenza il 7 febbraio del 1907 e muore a Zurigo l’11 gennaio del 1976. In mezzo, ottanta inverni di inchiostro, di viaggi, di fronti, di tele dipinte e di silenzi.  Virgilio Lilli. Un nome che suona come un titolo di giornale e come un verso.

La sua vita comincia con un’interruzione. Si iscrive a Ingegneria a Bologna, come fanno i figli di una borghesia che crede al progresso e ai ponti. Poi lascia. I ponti non gli bastano. Vuole attraversare, non costruire. Si laurea in Giurisprudenza a Milano nel 1928, ma la legge lo annoia subito. La legge fissa. Lui invece ha bisogno di muoversi.

Entra nel giornalismo dalla porta del teatro. Critico teatrale al Resto del Carlino. Il teatro è il luogo dove gli uomini recitano la vita. A lui interessa la vita senza copione. Passa alla Tribuna di Roma, e da lì viene allontanato. L’allontanamento è il primo rito di iniziazione di chi scrive scomodo. Nel 1934 approda al Corriere della Sera. Prima come critico d’arte. Poi come inviato di guerra. Tra la bellezza e la carne squarciata. Tra Giorgione e i cannoni.

Nel 1933, mentre l’Italia impara a parlare con accento americano, Lilli entra in un capannone di via Maria Cristina 5, a Roma. È lo stabilimento di doppiaggio della Metro-Goldwyn-Mayer. Il suo compito è tradurre i dialoghi e adattarli. Far dire “ti amo” in italiano senza che suoni falso. Lì incontra Maria Carolina Antinori, appena rientrata da Hollywood. Si sposano. Nascono Laura e Alberto. È il tempo in cui la penna impara la duttilità. Tradurre è già un modo di viaggiare.

Poi la guerra. E dopo la guerra, nel 1945, fonda il Giornale della Sera e ne diventa direttore. Giornali che nascono sulle macerie. Caporedattore al Tempo di Roma. Poi alla Stampa di Torino. E infine il mondo. Non il mondo da cartolina. Il mondo vero. Compie viaggi intorno al globo e ne ricava reportage che diventano libri. È tra i primi giornalisti occidentali a entrare a Hiroshima, dopo la bomba. Vede una città che non è più città. Vede l’uomo ridotto a ombra sul muro. Torna e scrive. Perché scrivere, per Lilli, è l’unico modo per non impazzire.

Nel 1951 si risposa con Maria Sofia Braun von Stumm. Nasce Marina. La vita privata di Lilli è un’altra frontiera: famiglie, perdite, ricominciamenti. Nel 1967 perde il figlio Alberto. È una ferita che non si rimargina con le parole. Allora prende i pennelli. Inizia a dipingere. Alterna la pagina al cavalletto fino all’ultimo giorno. Giornalista e pittore. Cronista e artista. Due mestieri che hanno la stessa radice: guardare.

Nel 1961 pubblica Dentro la Cina rossa. È un libro scomodo. Rovescia il mito del maoismo quando il mito era di moda. Lilli non segue le mode. Segue i fatti. E i fatti, diceva, vengono spesso in mente come “pensieri di natura eterna, massime formulate in tono semplice e nobile, popolare allo stesso tempo che rigoroso”.  E aggiunge, con una punta di malizia che è anche difesa: “Non le scrivo per il timore di apparire austero. Per questo timore, anzi, scrivo a volte frasi un poco malvagie, un poco frivole, un poco disdicevoli. Stiamo passando uno di quei periodi in cui l’uomo ha più paura d’essere morale che stupido”.

Ecco Lilli. Ha paura della morale solo quando la morale diventa posa. Preferisce essere frivolo, se la frivolezza è onestà. Preferisce essere “disdicevole”, se la convenienza è ipocrisia. Nel 1971 l’Ordine dei giornalisti lo elegge presidente, succedendo a Guido Gonella. È il riconoscimento di una corporazione a un uomo che della corporazione si è sempre fidato poco.

Più volte ho scritto su di lui. La sua bibliografia si guarda come si guarda una mappa.  Da Racconti di una guerra a  Una donna s’allontana, da Dentro la Cina rossa a Viaggio in Sardegna, da Mal di pittura a Viaggio al centro della testa. Si dedica all’arte di Giorgione. Scriverà che: “Giorgione è una di quelle figure d’artisti che confinano con le figure degli eroi”. E parlando di Giorgione parla di sé. Di chi fa del proprio mestiere un eroismo silenzioso.  E infine Romanzo interno, incompiuto, pubblicato postumo nel 1977. Perché anche la morte lo coglie a metà frase.

La rivista La Lettura ospita un suo saggio su  Il mio amico Codreanu. Si tratra di un reportage coraggioso  nel quale si racconta il suo viaggio in Romania scrivendo su Corneliu Zelea Codreanu. Codrenau fu
il leader del movimento di estrema destra della Guardia di Ferro. Il suo scritto ha per titolo Il mio amico Codreanu. Tanto da definirlo “…un volto che sembrava uscito da un’antica icona ortodossa o da un affresco bizantino”. Il suo silenzio lo definisce “un silenzio monastico”. E traccia il suo profilo in questi termini: “alto, slanciato, con gli occhi profondi e lo sguardo fisso di chi guarda oltre la realtà contingente”. Insomma un saggio importante che fa molto discutere ancora oggi.

Lilli è un uomo di confine. Tra ingegneria e giurisprudenza. Tra teatro e guerra. Tra critica d’arte e cronaca. Tra giornalismo e pittura. Tra due mogli, tra tre figli, tra due continenti. Tra la morale e la frivolezza. Il suo stile è quello della “penna vagabonda”. Non si ferma. Non si sistema. Non fonda scuole. Racconta. E nel raccontare misura il mondo con un righello interiore. Un righello che non mente.

Oggi che il giornalismo ha paura di essere morale e preferisce essere furbo, Lilli ci manca. Ci manca un uomo che entrava a Hiroshima e tornava a scrivere senza retorica. Che andava in Cina rossa e diceva che il rosso era sangue. Che perdeva un figlio e invece di fare la vittima prendeva i colori.

Virgilio Lilli ci insegna che la verità non è un sistema. È un viaggio.  Che la penna deve vagare, altrimenti arrugginisce.  Che essere “un poco malvagi, un poco frivoli” è a volte l’unico modo per restare rigorosi. È nato a Cosenza e morto a Zurigo.  Tra le due città c’è tutta l’Europa del Novecento.  Tra le due date c’è tutta la fatica di raccontarla senza tradirla. La sua vera morale sta proprio in ciò. Non tradire la scrittura.  Scrivere pensando. Tradurre il pensiero in linguaggio. Fare della parola la conoscenza di se stessi.

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