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	<title>2 giugno Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Qualche ombra del 2 giugno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 12:47:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[2 giugno]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="510" height="340" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5.png 510w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p>Le due Italie già si mostravano nel 1946 2 giugno 1946. Il referendum si svolse in un’Italia sconfitta, che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace, il famoso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="510" height="340" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5.png 510w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/DDEFFE46-6488-4987-A625-FB3CD5EF88C5-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p><p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le due </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Italie</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> già si mostravano nel 1946 </span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">2 giugno 1946.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Il referendum si svolse in un’Italia sconfitta, che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace, il famoso Diktat. Era un&#8217;Italia ancora sotto il controllo di un governo militare straniero d’occupazione. In intere regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove il predominio delle sinistre era assoluto, non si tenne nessuna manifestazione monarchica.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">In queste zone operavano ancora le “volanti rosse”, che quasi impunemente assassinavano gli avversari politici nei numerosi “triangoli della morte”. Nella stessa Roma le manifestazioni di massa monarchiche, come ad esempio quella del 10 maggio 1946, erano assaltate dagli “ausiliari di Romita”, ex partigiani inquadrati nella polizia. A Napoli i cortei monarchici erano attaccati a colpi di bombe a mano come accadde in Via Foria il 15 maggio 1946.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">I</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">l 2 giugno si votò nella massima calma. Ma il clima delle settimane precedenti era stato, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">usando uno slogan </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">del socialista</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Pietro Nenni: “O la repubblica o il caos”. Il ministro comunista delle Finanze, Mauro Scoccimarro, parlando a Frascati minacciò la rivoluzione in caso di vittoria monarchica al referendum. Sandro Pertini chiedeva la fucilazione del Luogotenente Umberto di Savoia. In molti benpensanti per evirare il caos decisero di votare repubblica.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">     </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">un’altra leggenda da sfatare</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> è che per la prima volta poterono votare le donne per elezioni politiche. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Sembra che p</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">er favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto – dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo – nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, mai avvenute</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. Forse erano già convinti di cedere queste parti del territorio nazionale a stati esteri, oppure pensavano che gli abitanti potessero votare “Monarchia”, ritenendo che un&#8217;Italia monarchica potesse difendere meglio la permanenza delle loro terre all’Italia.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Furono inoltre esclusi dal voto i prigionieri, gli sfollati, gli epurati. Gli epurati erano coloro che essendosi compromessi con il Regime, furono privati del diritto di voto</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, comprendendo anche i </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">loro familiari. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Sorge però una domanda spontanea: </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma chi, a parte una piccola minoranza, non si era compromesso col Fascismo durante il Ventennio? Nei comuni c’era molta faziosità. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Un altro importante dato fu che </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il governo non comunicò in anticipo, il numero degli aventi diritto al voto. Anzi, secondo molti studiosi, dalle urne non potevano venir fuori tutte quelle schede. I conti non tornano tra i “risultati” del referendum, i probabili aventi diritto al voto e la popolazione italiana del tempo. Ci sarebbero stati circa </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">due</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> milioni di voti in più nelle urne. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Sembra che n</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">umerose persone ricevettero 2 o 3 certificati elettorali. Lo stesso accadde per molti defunti. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma p</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">rendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica. il governo pose Umberto II di fronte al fatto compiuto. Il</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> quale</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, con i risultati ancora provvisori e sub judice, fu ridotto al rango di privato cittadino e posto di fronte al dilemma: partire per l’esilio o scatenare una nuova guerra civile.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Una nuova guerra civile avrebbe comportato, oltre a nuovi lutti, la probabile perdita di parti del territorio nazionale a favore della Francia, della Jugoslavia e dell’Austria e forse la secessione d’alcune regioni. In poche ore a Napoli furono raccolte decine di migliaia di firme a sostegno di un manifesto del Movimento Separatista del Mezzogiorno d’Italia, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">dell’</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">ing.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Carlo Rispoli. I promotori sostenevano che con la vittoria repubblicana si era sciolto il Patto del 1860 con il quale si era accettata l’Unità d’Italia sotto la dinastia dei Savoia. Volevano ricostituire il Regno delle Due Sicilie con Re Umberto. Una simile dichiarazione il Movimento per l’Indipendenza Siciliana</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> la dichiarò</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> ad Enna il 10 giugno</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. Volevano un Regno di Sicilia con sovrano Umberto di Savoia. Incidenti, con morti e feriti, scoppiarono a Palermo, Taranto, Bari, Messina, e soprattutto a Napoli. A Napoli ci furono una dozzina di morti e moltissimi feriti.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">A</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Napoli</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">aveva votato per più dell’80%, in favore della Monarchia. Per controllare la situazione napoletana il governo, nel la persona del ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, non aveva trovato niente di meglio che militarizzare la città, facendovi affluire numerosi reparti di polizia ausiliaria. Questi reparti, alle dirette dipendenze dello stesso ministro, erano formati per la maggior parte da ex partigiani comunisti del nord. Da qui l’appellativo di “guardie rosse di Romita”. Usarono sempre con la mano pesante nei confronti della popolazione, considerata alla stregua di un nemico ideologico.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il sangue a Napoli ricominciò a scorrere la sera del 6 giugno 1946</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Quella stessa </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">notte,</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> al numero 311 di Corso Umberto I si costituisce il Movimento Monarchico del Mezzogiorno (uno dei nuclei fondatori del futuro Partito Nazionale Monarchico) e si adotta il simbolo di “Stella e Corona”. La mattina del 7 giugno, a Napoli si diffonde la notizia dell’arrivo d’Umberto.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Si forma</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, così, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">un imponente corteo che, accompagnato dalle note solenni della “Marcia Reale” </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">andò ad accogliere l’ex sovrano. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Alla testa del corteo, un giovane scugnizzo di 14 anni, Carlo Russo, completamente avvolto in un grande tricolore con lo stemma sabaudo. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">È </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">armato solo di quella bandiera. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">È</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> deciso a passare</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, ma i </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">mitra degli ausiliari sparano ad altezza d’uomo. Si contano molti feriti. Uno dei primi a cadere è Carlo Russo</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, che </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">morirà, dopo un’atroce agonia, due giorni dopo. L’8 giugno muore lo studente Gaetano D’Alessandro, d</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">i</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> 16 anni. Il ragazzo stava tornando a casa dopo una manifestazione monarchica di protesta per le violenze del giorno prima. Aveva alle spalle un grande tricolore con lo stemma sabaudo. Nei pressi di Piazza dei Vergini, è fermato da una camionetta piena d’ausiliari. Gli intimano provocatoriamente di consegnare la bandiera. Il ragazzo sfugge ai poliziotti e si arrampica sul cancello</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Con fredda determinazione, con una raffica di mitra uccide il ragazzo ancora aggrappato al cancello. Nel cadere, il suo corpo si avvolge in quel tricolore che ha difeso a con la vita. Ora anch’egli ha una bandiera per sudario.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">BARTOLONE. L’11 giugno è una giornata di passione e di sangue. Al balcone della Federazione del PCI di Via Medina, accanto alla consueta bandiera rossa con falce e martello, è esposta una strana bandiera tricolore. Si vede l’effigie di una testa di donna turrita nel campo bianco al posto del tradizionale stemma sabaudo. A Via Medina scoppia l’inferno. I feriti si contano a decine. Muore in un lago di sangue, sempre colpi to da pallottole, l’operaio monarchico Francesco D’Azzo. Le autoblindate della Celere hanno avuto finalmente ragione delle rudimentali barricate, alzate dai monarchici, e stanno per avventarsi con i loro terribili caroselli sui dimostranti, quando la studentessa Ida Cavalieri fa barriera col proprio corpo inerme nel disperato tentativo di fermarne la corsa. L’ordine è disperdere la folla, costi quel che costi. A Napoli, quel giorno, la vita umana non vale niente. Così Ida Cavalieri è stritolata dagli automezzi repubblicani. Non accade il miracolo di Piazza Tienanmen, a Pechino. Un appartenente alla Regia Marina, Vincenzo Guida cerca di organizzare la resistenza, innalzando una grande bandiera sabauda su di un palo. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">È</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> colpito mortalmente alla nuca da un colpo di un moschetto, sparato da un celerino. Quando la strage è finita arriva la polizia militare americana che, insieme ai Reali Carabinieri, a stento riesce a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">sottrarre i celerini e gli attivisti comunisti alla collera popolare. Alla fine della tragica giornata di sangue, si conteranno, oltre i morti circa 50 feriti gravi. Tra questi ultimi, tutti colpiti da armi da fuoco, Gerardo Bianchi di 15 anni, Alberto De Rosa di 17, Gianni Di Stasio di 14, Antonio Mariano di 12, Giovanni Vibrano di 11, Raffaele Palmisano di 10 e Tino Zelata di 8. Gli altri feriti avevano in media 20-30 anni.</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Re partì. Non voleva avere sulla sua coscienza di cattolico osservante i lutti di una nuova guerra civile e la fine dell’Unità nazionale conquistata durante il Risorgimento. Vi furono promesse e pressioni sulla Cassazione. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Alla fine,</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> fu accolta a maggioranza, 12 contro 7, compreso il voto favorevole alle tesi monarchiche del presidente della Corte, Giuseppe Pagano, sostenute dal parere favorevole del procuratore generale Massimo Pilotti, la tesi repubblicana: è “votante” solo colui il quale abbia compiuto “una manifestazione positiva di volontà”. In pratica un milione e mezzo circa di votanti, in bianco o nulli, non avevano votato. Sicché la presunta maggioranza per la repubblica si ridurrebbe a 200 mila voti circa. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">1° luglio 1946</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">, sulla Gazzetta ufficiale della repubblica italiana fu pubblicato</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> il decreto del passaggio dei poteri di Capo dello Stato da De Gasperi a De Nicola, si precisò che De Gasperi deteneva tali poteri dal 18 giugno, cioè dal giorno in cui la Corte emise la sentenza definitiva.</span></span></p>
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		<title>2 giugno: omaggio dell’ANPI alle 21 Madri costituenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 15:52:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[2 giugno]]></category>
		<category><![CDATA[Anpi]]></category>
		<category><![CDATA[madri costituenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="458" height="492" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Corriere-giugno-1946.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Corriere-giugno-1946.jpg 458w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Corriere-giugno-1946-279x300.jpg 279w" sizes="(max-width: 458px) 100vw, 458px" /></p>
<p>A L’Aquila fiori sulla tomba di Maria Federici nella cappella di famiglia L’AQUILA &#8211; Il 2 giugno 1946 l’Italia votò il referendum istituzionale: Monarchia o Repubblica. Scelse la Repubblica, con&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A L’Aquila fiori sulla tomba di Maria Federici nella cappella di famiglia</strong></p>
<p>L’AQUILA &#8211; Il <strong>2 giugno 1946</strong> l’Italia votò il referendum istituzionale: Monarchia o Repubblica. Scelse la Repubblica, con quasi 2 milioni di voti in più. Nello stesso giorno si votò per eleggere l’<strong>Assemblea costituente</strong>. Quel giorno in cui s’esercitò il suffragio universale <strong>votarono anche le donne, la prima volta nella storia d’Italia</strong>, e finalmente poterono essere elette in Parlamento. Su 556 deputati dell’Assemblea furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Ricordiamole con i loro nomi, che sono incisi nella storia della nostra Repubblica: A<strong>dele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, <img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-5975 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/donne-Assemblea-costituente-294x300.jpg" alt="" width="294" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/donne-Assemblea-costituente-294x300.jpg 294w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/donne-Assemblea-costituente-768x783.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/donne-Assemblea-costituente-585x596.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/donne-Assemblea-costituente.jpg 826w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" />Maria De Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.</strong></p>
<p>“<em>Alcune di loro</em> – annota una pubblicazione del Senato sulle 21 Madri costituenti &#8211; <em>divennero grandi personaggi, altre rimasero a lungo nelle aule parlamentari, altre ancora, in seguito, tornarono alle loro occupazioni. Tutte, però, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative. Donne fiere di poter partecipare alle scelte politiche del Paese nel momento della fondazione di una nuova società democratica. Per la maggior parte di loro fu determinante la partecipazione alla Resistenza. Con gradi diversi di impegno e tenendo presenti le posizioni dei rispettivi partiti, spesso fecero causa comune sui temi dell’emancipazione femminile, ai quali fu dedicata, in prevalenza, la loro attenzione. La loro intensa passione politica le porterà a superare i tanti ostacoli che all’epoca resero difficile la partecipazione delle donne alla vita politica.</em></p>
<p><em> </em>Il 2 giugno l’<strong>ANPI</strong> (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) in tutto il Paese ricorderà le 21 Madri costituenti con un gesto di grande significato politico: un omaggio floreale per sottolineare il loro contributo nella stesura della nostra Costituzione e poi nelle istituzioni della democrazia repubblicana. Due le Madri costituenti abruzzesi elette il 2 giugno di 74 anni fa: <strong>Maria Agamben Federici</strong> (L’Aquila, 1899 – Roma, 1984) e <strong>Filomena Delli Castelli</strong> (Città Sant’Angelo, 1916 – Pescara, 2010). Dunque assai significativo il modo scelto quest’anno dall’<strong>ANPI</strong> nazionale per celebrare la <strong>Festa della Repubblica</strong>: ricordare le 21 donne dell’Assemblea Costituente e rendere loro onore con un gesto sobrio ma fortemente simbolico, portando fiori là dove riposano o dove esistono testimonianze che ne richiamino l’opera.</p>
<p>L’<strong>ANPI provinciale dell’Aquila</strong>, con il suo presidente <strong>Fulvio Angelini</strong> e una ristretta delegazione dell’associazione, il <strong>2 giugno alle ore 11</strong>, nel Cimitero monumentale della città capoluogo deporrà un omaggio floreale a <strong>Maria Agamben Federici</strong>, nella cappella di famiglia dove è sepolta. Altrettanto farà l’ANPI di <strong>Pescara </strong>verso l’altra Madre costituente abruzzese, <strong>Filomena Delli Castelli</strong>, poi parlamentare nelle prime due Legislature e sindaco di Montesilvano dal 1951 al 1955, tra le prime donne ad essere eletta sindaco d’una città. Un’opera sapiente e illuminata, talvolta di frontiera, quella di Filomena Delli Castelli alla guida di <strong>Montesilvano</strong>, per la quale subì anche un’emarginazione nel partito in cui militava, la Democrazia Cristiana. Un’opera illuminata che, forte dei suoi principi, continuò nella vita di docente e di giornalista Rai.</p>
<p>Ora qualche annotazione sulla deputata aquilana nell’Assemblea costituente <strong>Maria Agamben Federici</strong>. Nata a <img decoding="async" class="alignright wp-image-5974" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Maria-Federici.jpg" alt="" width="177" height="216" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Maria-Federici.jpg 353w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/Maria-Federici-245x300.jpg 245w" sizes="(max-width: 177px) 100vw, 177px" /><strong>L’Aquila</strong> il 19 settembre 1899 da famiglia benestante, laureata in lettere, docente e giornalista, <strong>Maria Agamben</strong> sposa nel 1926 <strong>Mario Federici</strong>, anch’egli aquilano, drammaturgo ed affermato critico letterario, tra le personalità più insigni della cultura abruzzese del Novecento. Negli anni della dittatura fascista lascia l’Italia insieme al marito e va all’estero ad insegnare negli Istituti italiani di cultura, dapprima a <strong>Sofia</strong>, poi al <strong>Cairo</strong> e infine a <strong>Parigi</strong>. Cattolica impegnata, profonda fede nei valori di libertà e democrazia, la Federici matura la sua formazione influenzata dal pensiero cristiano sociale – soprattutto di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain – che avrebbe connotato profondamente la filosofia e la politica dello scorso secolo. Esperienza significativa quella vissuta all’estero dalla Federici, nella consapevolezza del valore della libertà, della giustizia sociale e del ruolo essenziale della donna, non solo nella famiglia, ma anche in politica e nella società.</p>
<p>Al rientro in Italia, nel 1939, avvia un intenso impegno sociale. A Roma è attiva nella <strong>Resistenza</strong>, organizzando un centro d’assistenza per profughi e reduci. Presto si rivela come un forte esempio d’emancipazione femminile <em>ante litteram</em>, con trent’anni d’anticipo sui movimenti poi nati in Europa. Nel 1944 è tra i fondatori delle <strong>Acli</strong>, poi del Centro Italiano Femminile (<strong>Cif</strong>) del quale diventa la prima Presidente, dal 1945 al ‘50. Ma soprattutto è una delle figure più importanti della nuova Repubblica democratica nata il 2 giugno 1946. Nell’<strong>Assemblea Costituente</strong>, eletta con la Democrazia cristiana, è una delle figure più incisive.</p>
<p>Assieme alla collega di partito <strong>Angela Gotelli</strong> (Dc), a <strong>Nilde Iotti</strong> e <strong>Teresa Noce</strong> (Pci), a <strong>Lina Merlin</strong> (Psi), <strong>Maria Federici</strong> è nel gruppo delle cinque donne – delle 21 elette nell’Assemblea – entrate nella <strong>Commissione Speciale dei 75</strong> che sotto la presidenza di <strong>Meuccio Ruini</strong> elabora il progetto di Carta costituzionale, poi discussa in aula dall’Assemblea ed approvata il 22 dicembre ‘47. Promulgata il 27 dicembre dal Capo provvisorio dello Stato <strong>Enrico De Nicola</strong>, la <strong>Costituzione</strong> entra in vigore il 1° gennaio 1948. Rilevante il contributo della <strong>Federici</strong> nella Commissione dei 75, in tema di famiglia, sull’accesso delle donne in Magistratura, sulle garanzie economico-sociali per l’assistenza alla famiglia, del diritto all’affermazione della personalità del cittadino, sul diritto di associazione e ordinamento sindacale, sul diritto di proprietà nell’economia. Pure rilevante il suo ruolo in Assemblea plenaria con incisivi interventi in aula sui rapporti etico-sociali, sui rapporti economici e politici, sulla Magistratura, su diritti e sui doveri dei cittadini.</p>
<p>Il 18 aprile 1948 <strong>Maria Federici</strong> viene eletta alla Camera dei Deputati nella prima Legislatura repubblicana (1948- 1953), nel collegio elettorale di Perugia. La sua spiccata sensibilità sociale, le immagini delle navi e dei treni pieni d’emigranti, le famiglie che restano nei paesi affidate alle sole donne, la drammatica congerie di problemi legati al fenomeno migratorio determinano in lei un impegno esemplare nell’affrontare le questioni sociali legate all’emigrazione. La tenacia e la sua visione della complessità del fenomeno migratorio la muovono in una forte attenzione politica, unitamente ad una risposta strategica e strutturale ai bisogni d’assistenza che man mano emergono come conseguenza dell’emigrazione. Pensiero ed azione la sua cifra.</p>
<p>Ed è così che l’8 marzo 1947 <strong>Maria Federici</strong> fonda l’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (<strong>Anfe</strong>). Presidente dell’Anfe sin dalla fondazione, lo rimarrà fino al 1981. Sotto la sua guida sicura, con infaticabile impulso, l’associazione si espande con sedi in ogni provincia e nei comuni a più alta emigrazione, sempre presente laddove esistono i problemi, in Italia o nel nuovo mondo. Anche in quei lontani continenti, come pure nella vecchia Europa, nascono sedi dell’<strong>Anfe</strong>. Una rete capillare di strutture che diventano punti decisivi d’assistenza per i nostri emigrati, per la soluzione d’ogni problema sociale, burocratico ma anche psicologico nell’integrazione nelle nuove realtà. Le battaglie di <strong>Maria Federici</strong> restano esempio d’impegno civile e politico, come la lotta per il riconoscimento dei diritti della famiglia degli emigrati; l’affermazione del principio che l’emigrazione non è problema individuale, ma familiare; il riconoscimento reciproco tra Stati europei dei titoli di formazione professionale; il riconoscimento delle malattie professionali; il riconoscimento dei diritti civili e politici dei connazionali nei paesi d’emigrazione; la scolarità dei figli degli emigrati; l’inserimento della lingua italiana nelle scuole all’estero; le facilitazioni per il ricongiungimento delle famiglie di emigrati; il riconoscimento del diritto di voto per gli italiani all’estero.</p>
<p>Sono solo alcune delle battaglie combattute dalla Federici e dall’<strong>Anfe</strong> a tutela della dignità dei lavoratori italiani all’estero, dei loro diritti e di quelli delle famiglie. Dunque, un’opera notevole nel sostegno alle famiglie e a tutela della loro integrità, nella difesa dei diritti dei bambini, nella formazione professionale, nella crescita culturale, sociale e civile dei nostri emigrati. Insomma, tali meritorie attività hanno fatto dell’<strong>Anfe</strong>, Ente morale dal 1968, un partner insostituibile nei più alti organismi internazionali per l’emigrazione e l’immigrazione, grazie al suo enorme bagaglio di esperienze. <strong>Maria Federici</strong> muore il 28 luglio 1984 a Roma, ma è <strong>L’Aquila</strong>, la sua città natale, a custodirne le spoglie. E tuttavia l’insegnamento e l’opera di Maria Federici sono ancora determinanti per comprendere a fondo i problemi delle migrazioni. Un cospicuo patrimonio d’esperienze, di pubblicazioni e di scritti, il suo, utile per l’intero Paese, grazie alla lungimiranza d’una delle donne più rilevanti del Novecento di cui L’Aquila può andare orgogliosa.</p>
<p>L’<strong>ANPI</strong>, nel giorno della nascita della Repubblica, meritoriamente la ricorda, insieme alle altre 20 <strong>Madri costituenti</strong>. Oggi il loro esempio stride con certa volatilità del pensiero e con la labilità, se non l’assenza, di riferimenti ai grandi valori. Nella difficile transizione che l’Italia vive, dove sovente domina l’apparenza piuttosto che l’essenza, esempi di vita come quelli testimoniati dalle <strong>Madri e dai Padri costituenti</strong> che hanno scritto la Carta fondamentale della nostra democrazia, devono per tutti essere punti di riferimento per restituire credibilità alla politica, per affrontare le difficili sfide che ci attendono, per riportare le Istituzioni &#8211; e chi è chiamato a ricoprirne i ruoli &#8211; alla necessaria austerità dei comportamenti in linea con i sacrifici che il popolo italiano sta vivendo. Una dedizione autentica al Bene comune, dunque, per tornare finalmente a costruire il futuro della nostra Italia.</p>
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